
Come liberare l’informazione psichiatrica
C’è stato un tempo in cui l’informazione tecnica e specialistica era una fortezza inespugnabile. Prima dell’avvento di Internet, il patto tra editore e lettore era asimmetrico e verticale: la redazione, dall’alto del suo piedistallo istituzionale, deteneva il monopolio dei mezzi di produzione, dei laboratori, dei contatti con le aziende e, di conseguenza, dell’autorevolezza. Se volevi il dato tecnico, il rilievo empirico o l’approfondimento teorico, dovevi pagare il biglietto d’ingresso comprando la rivista in edicola o sottoscrivendo costosi abbonamenti.
Poi è arrivato lo tsunami digitale, e ha scardinato non soltanto i modelli di business, ma i fondamenti stessi della fruizione dei contenuti. L’editoria informatica è stata il vero «canarino nella miniera» di questo collasso.
IL PARADIGMA BYTE VS. LINUS TECH TIPS: ANATOMIA DI UN COLLASSO
Per comprendere appieno la cecità dell’editoria tradizionale di fronte al cambiamento, l’esempio storico del mensile BYTE è illuminante. Negli anni Ottanta e Novanta, BYTE era la Bibbia assoluta del microcomputing: volumi spessi come elenchi telefonici, densi di diagrammi architetturali e benchmark rigorosissimi. Disponeva di budget milionari, poteva contare sui migliori giornalisti e su laboratori all’avanguardia. Eppure, è stato spazzato via, sostituito progressivamente da creatori indipendenti nati sul web.
Che cosa ha impedito a un colosso come BYTE di fare ciò che, anni dopo, avrebbe fatto un ragazzo come Linus Sebastian con il suo canale YouTube Linus Tech Tips? La risposta risiede nel «dilemma dell’innovatore» e in un letale connubio di burocrazia e presunzione. Mentre le grandi testate erano paralizzate dai propri costi fissi e dal timore di cannibalizzare i lucrosi introiti pubblicitari della carta stampata, la rete cambiava le regole del gioco.
L’utente smetteva di cercare l’asettica «autorevolezza istituzionale» e iniziava a premiare la fiducia personale, l’autenticità e il legame parasociale. I nuovi creatori indipendenti hanno intuito che il rigore tecnico — oggi spesso supportato da laboratori di test che non hanno nulla da invidiare alle vecchie redazioni — poteva coniugarsi con l’intrattenimento e l’empatia. Una parte dell’editoria tradizionale, vincolata da processi consolidati e da un’impostazione fortemente istituzionalizzata, ha incontrato difficoltà ad adattarsi tempestivamente ai nuovi linguaggi multimediali, finendo talvolta per difendere modelli percepiti come garanzia di autorevolezza.
IL CAMBIO DI FRUIZIONE: DALLA CATTEDRA ALLA RETE
Questo scontro ha evidenziato un mutamento antropologico nel consumo dell’informazione specialistica. L’utente moderno non accetta più di ricevere la conoscenza con un mese di ritardo, filtrata da gerarchie redazionali. Pretende orizzontalità, aggiornamento in tempo reale e, soprattutto, trasparenza nei processi. Pretende di guardare in faccia chi gli sta trasmettendo un sapere, valutandone la credibilità non in base al logo stampato in copertina, ma in base alla coerenza del metodo mostrato a schermo.
L’ANOMALIA PSICHIATRICA E LA GABBIA DELL’IMPACT FACTOR
Ciò che è accaduto all’editoria informatica è un monito, non un’analogia decorativa. Di fronte a quella disfatta, c’è un settore che appare più resistente alla disintermediazione: l’editoria scientifica medica e, in particolare, quella psichiatrica. Le grandi riviste internazionali continuano a dominare, apparentemente immuni alla stessa dinamica che ha travolto i colossi dell’informazione tecnica. Ma una parte non trascurabile di questa solidità è sostenuta da un dispositivo di legittimazione estremamente potente: l’Impact Factor.
Se l’editoria informatica e motoristica doveva rispondere al mercato e ai lettori, una quota dell’editoria psichiatrica, almeno nei suoi circuiti più carriera-dipendenti, ha progressivamente spostato il baricentro: tende progressivamente a orientarsi verso i meccanismi di valutazione e avanzamento accademico, riducendo in alcuni contesti il dialogo diretto con clinici, pazienti e società. L’Impact Factor, nato come strumento bibliometrico, è diventato in molti contesti una moneta di scambio implicita per le carriere universitarie. Si configura così un potenziale circolo vizioso, nel quale indicatori quantitativi possono assumere un peso crescente rispetto alla valutazione dell’attualità e dell’utilità dei contenuti per la pratica clinica quotidiana. Esistono, naturalmente, riviste ad alto Impact Factor che continuano a produrre scienza eccellente e a far progredire la disciplina; il problema è l’incentivo sistemico quando l’indicatore si trasforma in fine ultimo.
Si osserva una crescente diffusione di pratiche come il cosiddetto “salami slicing” — la frammentazione di una singola ricerca in molte micro-pubblicazioni finalizzate a «fare numero» —, di studi fotocopia e di una prosa spesso ostica, più adatta a superare filtri formali che a far circolare idee e strumenti clinici. Il fruitore implicito non è più soltanto lo scienziato in cerca di risposte, ma anche il sistema che autoalimenta le proprie metriche. La scienza, spesso veicolata attraverso accessi regolati e modelli editoriali selettivi, rischia in questi casi di ridurre la propria capacità di circolare efficacemente all’interno della comunità dei curanti e dei cittadini.
Esiste, inoltre, un fenomeno bibliometrico che porta la distorsione dell’ecosistema alle sue conseguenze più estreme: configurazioni editoriali che, in presenza degli attuali criteri di calcolo dell’Impact Factor, possono produrre valori particolarmente elevati senza che ciò implichi alcuna condotta irregolare. Si tratta di dinamiche descritte in letteratura bibliometrica e perfettamente legittime sul piano regolamentare, che tuttavia rivelano la natura strutturalmente incentivata dell’indicatore.
Cornice di responsabilità editoriale: le considerazioni che seguono descrivono un meccanismo bibliometrico ideal-tipico, costruito a fini analitici a partire da letteratura peer-reviewed sull’argomento. Nessuna testata, nessun ente, nessuna persona viene qui identificata, allusa o presa di mira: la descrizione è puramente strutturale e si applica, in linea di principio, a qualsiasi rivista la cui configurazione editoriale sia coerente con l’incentivo descritto. L’oggetto dell’analisi è l’effetto sistemico di un indicatore bibliometrico, non la condotta di singoli attori, ai quali va anzi presunta correttezza professionale e buona fede. Non vi è, in queste righe, alcuna attribuzione di pratiche scorrette: il discorso riguarda esclusivamente la logica matematica dell’indicatore e le strategie editoriali che, pur perfettamente legittime, ne possono massimizzare il valore.
Si consideri, in termini puramente teorici, una configurazione editoriale ricorrente in letteratura bibliometrica. Una rivista che pubblichi un numero contenuto di articoli all’anno, con prevalenza di contributi su invito, review, commenti e contributi epidemiologici di ampio respiro — tipologie di contenuto che la letteratura indica come strutturalmente più citate degli studi originali — si troverà, a parità di altre condizioni, con un numeratore citazionale relativamente alto rispetto al proprio denominatore di articoli pubblicati. Se a tale configurazione si aggiunge una distribuzione capillare verso una vasta comunità professionale di riferimento, l’effetto matematico sull’Impact Factor risulta amplificato. Sono dinamiche perfettamente legittime e, per molte testate, anzi, frutto di scelte editoriali di qualità: il punto, in questa sede, non è valutativo bensì descrittivo, e riguarda la logica dell’indicatore.
Ne risulta un rapporto matematicamente sbilanciato che può proiettare l’indicatore di una testata specialistica a livelli paragonabili a quelli delle più prestigiose riviste mediche generaliste, quelle che pubblicano scoperte destinate a cambiare la pratica clinica globale. È osservando questa sproporzione strutturale che molti studiosi di metaresearch hanno richiamato, da Seglen in poi, l’opportunità di non confondere l’Impact Factor con una misura della qualità scientifica dei singoli contributi.
Già Seglen, in un lavoro seminale apparso sul BMJ nel 1997, aveva mostrato che l’Impact Factor di una rivista è un predittore debole della qualità dei singoli articoli in essa contenuti, e che il suo impiego nella valutazione dei ricercatori costituisce un’aberrazione statistica. La letteratura successiva — da Paulus e colleghi (Frontiers in Psychology, 2018), che hanno parlato esplicitamente di «Impact Factor Fallacy», a Zhang, Rousseau e Sivertsen (PLoS ONE, 2017), che su oltre diciottomila pubblicazioni hanno confermato e ampliato i risultati di Seglen — non ha fatto che rafforzare questa conclusione. Non a caso, la San Francisco Declaration on Research Assessment (DORA, 2013) ha denunciato l’uso dell’Impact Factor come surrogato della qualità della ricerca individuale, raccomandando di valutare il merito scientifico dei lavori sulla base del loro contenuto e non della testata in cui compaiono.
Tuttavia, nel denunciare questo stallo, occorre evitare il rischio opposto: la deriva antiscientifica. Il parallelo con l’editoria informatica, per quanto calzante, si ferma di fronte a una differenza sostanziale che sarebbe disonesto ignorare. Nell’informazione tecnologica, un benchmark errato o una recensione inaffidabile si scontrano rapidamente con la verifica empirica dell’utente: il processore scalda, il software va in crash, la scheda video non regge. Il danno è misurabile e circoscritto. In psichiatria, al contrario, le conseguenze di un’informazione non validata possono ricadere direttamente sulla vita delle persone: su diagnosi, scelte terapeutiche, percorsi di cura.
La posta in gioco è incomparabilmente più alta, e questo impone di non liquidare la peer review come un semplice residuo burocratico del passato. Il problema reale non è la revisione tra pari in quanto tale — che resta, pur con tutti i suoi limiti, un presidio irrinunciabile di controllo scientifico e di garanzia per il paziente —, ma il rischio teorico, segnalato da più parti in letteratura, di una sua possibile evoluzione in senso più chiuso e meno aperto al pluralismo della comunità scientifica.
Riformare l’informazione psichiatrica significa dunque non abolire i filtri di qualità, ma ripensarli profondamente. Significa affiancare alla revisione formale la trasparenza del dibattito aperto, la verificabilità pubblica dei dati, il confronto in tempo reale tra professionisti. Non meno rigore, ma un rigore diverso: più visibile, più partecipato, più responsabile.
UN MODELLO ALTERNATIVO: LA MULTIMEDIALITÀ COME ATTO EPISTEMOLOGICO
Uscire da questo stallo richiede un gesto di rottura netto. Richiede di applicare all’editoria psichiatrica quella stessa agilità, quella stessa multimedialità e quello stesso coraggio che hanno ridefinito la divulgazione in altri settori tecnici. Questa è l’intuizione fondativa e l’impegno costante di Psychiatry on line Italia.
Rivendicare un approccio moderno non significa banalizzare la complessità della mente, ma liberarla dalle catene delle metriche fini a sé stesse. Significa riconoscere che una riflessione psicopatologica profonda o un’analisi sull’organizzazione dei servizi territoriali possono avere un impatto immensamente superiore se veicolate con i linguaggi di oggi.
L’impiego strategico del video e dell’audio, esemplificato dalla serie «Caffè e Psichiatria», non è una concessione al divulgativo, ma una scelta editoriale. I numeri — la serie ha totalizzato oltre 575.000 visualizzazioni e più di 24.000 ore di visione, l’equivalente di quasi tre anni di fruizione ininterrotta — suggeriscono una capacità di raggiungere clinici, operatori, studenti e persone comuni là dove realmente cercano e consumano informazione, con un riscontro di pubblico e partecipazione che le pubblicazioni tradizionali raramente ottengono.
La serie ha mostrato che è possibile portare il confronto tra professionisti fuori dalle aule congressuali e dentro lo schermo di uno smartphone. Ripropone la centralità della dialettica, l’immediatezza del confronto verbale, la forza del volto e della voce del professionista. È il superamento dell’articolo accademico sterile in favore di un dibattito vivo, che può entrare direttamente negli studi medici e nelle coscienze di chi la psichiatria la pratica ogni giorno sul campo.
Il futuro dell’informazione psichiatrica si deciderà, a nostro avviso, non soltanto nei circuiti tradizionali della peer review, ma anche nella capacità di generare una cultura condivisa, alta e al tempo stesso accessibile. Perché, in definitiva, il solo «Impact Factor» che dovrebbe guidare chi fa informazione in questo campo è la reale ricaduta sulla qualità della cura e sulla comprensione della sofferenza umana. Al di fuori di queste ricadute concrete, il rischio è che una parte della produzione accademica resti confinata a circuiti autoreferenziali, con limitata incidenza nel tempo.
NOTE ESSENZIALI
- Seglen, P. O. (1997). Why the impact factor of journals should not be used for evaluating research. BMJ, 314(7079), 497–502. doi:10.1136/bmj.314.7079.497.
- San Francisco Declaration on Research Assessment (DORA) (2013). Raccomandazioni per evitare l’uso del Journal Impact Factor come surrogato della qualità di singoli articoli/ricercatori.
- Paulus, F. M., Cruz, N., & Krach, S. (2018). The Impact Factor Fallacy. Frontiers in Psychology, 9:1487. doi:10.3389/fpsyg.2018.01487.
- Zhang, L., Rousseau, R., & Sivertsen, G. (2017). Science deserves to be judged by its contents, not by its wrapping: Revisiting Seglen’s work on journal impact and research evaluation. PLoS ONE, 12(3):e0174205. doi:10.1371/journal.pone.0174205.
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Caro Francesco, hai prodotto un’analisi molto accurata ed ampia, che tocca ambiti apparentemente molto distanti tra loro, ma che la contemporaneità non permette più di considerare separati, o non lo permetterà ancora per molto tempo.
Credo che ci siano diversi temi che provrei a separare.
Innanzitutto l’autorevolezza, su cosa si costruisce?
Perchè un collega che partecipa a Caffè & Psichiatria può essere considerato più autorevole di uno che non vi partecipa?
Cosa fonda l’autorevolezza nella pratica clinica, nel rapprto tra pari?
Penso che tra i vari fattori determinati l’autorevoezza, ci sia anche la possibilità di scoprire qualcosa che si inserisce nel nostro mondo lavorativo, aprendoci una visione nuova e potenzialmente utile, ma nella quale, nello stesso tempo, possiamo riconoscerci ed essere stimolati a cercare nuove posizioni nella nostra attività clinica.
Visioni più innovative e potenzialmente spiazzanti necessitano invece di una base solida, non di un’opinione, e dunque anche chi si presenti on-line deve avere un background in qualche modo sostenuto, per esempio con una carriera professionale che sia stata costruita anche attraverso l’impact factor.
Qui arriviamo ad un secondo punto, proprio l’impact factor.
Indubbiamente, preso di per sé, il modello presenta le criticità che hai ben evidenziato, ma l’impact factor è uno strumento e come tale dobbiamo capire che uso ne viene fatto.
Se le istituzioni necessitano di un indicatore per valtare la produzione scientifica di un professionista, o di un istituto, non vi sono molte alternative, ma questo è il problema di qualsiasi indicatore: dice ciò per cui è stato concepito, mentre in senso lato, può dire ciò che vogliamo fargli dire.
Quello che l’impact factor non può dire è quanto sia “bravo” il professioniosta che pubbica un determinato articolo, o quanto valga l’articolo stesso.
Questa parte resta appannaggio delle caratteristiche della pubblicazione, per valutare le quali ciascuno dispone delle proprie conoscenze di statistica ed epidemiologia (le studiamo anche per questo, non per sadismo di chi definisce i percorsi formativi) e del proprio spirito critico; spirito critico che va rivolto non solo all’articlo che leggiamo, ma anche a noi stessi e alle nostre aspettative, proprio rispetto a quello che stiamo leggendo.
Chiaramente, un buon lavoro, ben scritto, con informazioni di rilevo per la nostra attività clinica e valutato da un board di reviewer di livello, potrà trovare spazio in una rivista ad alto impact factor, non possiamo invece essere certi del contrario, cioè che la pubblicazone su una rivista con alto imact factor sia ipso facto una pubblicaizone di rilievo per la nostra attività clinica.
Questo aprirebbe un altro fronte, quello per cui le informazioni che troviamo, raramente aggiungono qualcosa al nostro lavoro, soprattutto quando si tratti delle sempre più diffuse review, che spesso confermano quanto già conosciamo e possono perlomeno aiutare a scremare informazioni di studi, magari in apparenza importanti, ma di fatto non sempre confermabili.
Che questo possa essere affiancato efficacemente da uno spazio di condivisione delle informazioni diverso è sicuramente possibile, ma ad alto rischio di personalismi e non verificabilità delle informazioni, senza un contesto, come quello su cui stai scrivendo, che hai costruito tu e che curi da anni con passione ed attenzione, rendendolo in questo modo autorevole, proprio attraverso i contenuti che hai raccolto, contenuti di valore, anche a partire da chi un’autorevolezza l’aveva costruita prima che l’impact factor esistesse.
Oltre questo spazio ci sono sicuramente altre fonti di valore, ma il rischio di dare spazio a voci disinformanti resta sempre molto alto, soprattutto per una materia come la Psichiatria, che si presta troppo facilmente a letture emotive e suggestive, se non addirittura ideologizzate, tali da non favorire il confronto tra saperi e l’integrazione, quanto, piuttosto, la confusione.
La rete è uno spazio di grandi opprtunità, ma non solo per chi vuole onstamente diffondere informazioni.
Grazie come sempre per le tue stimolanti riflessioni