Da Parco Giochi Adolescenziale a Infrastruttura della Senescenza

«Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia», scrisse Arthur C. Clarke. Ma quando la magia diventa quotidianità cessa di incantare e comincia semplicemente a servire. La metamorfosi di Facebook racconta esattamente questo: il passaggio da incantesimo a infrastruttura.
Premessa: perché la psichiatria deve occuparsi di Facebook
Di fronte alle mutazioni repentine dell’ecosistema digitale, la psichiatria e le scienze del comportamento hanno il dovere di non fermarsi alla superficie tecnologica, ma di interrogare le faglie psicologiche che questi cambiamenti lasciano intravedere. Il caso di Facebook non è una questione di «tendenze social»: è uno dei più estesi spostamenti di popolazione mai osservati in uno spazio comunicativo, un allontanamento silenzioso di una generazione accompagnato dal consolidarsi, nello stesso spazio, di generazioni più adulte. Le implicazioni cliniche sono reali, e sono largamente da studiare.
Facebook ha smesso di essere un «paese per giovani». Questa non è un’impressione né una boutade giornalistica: è un dato documentato da oltre un decennio di monitoraggio longitudinale indipendente. Sapere dove vivono psicologicamente i nostri pazienti — adolescenti e anziani — sta diventando parte della loro anamnesi. È bene però dichiarare subito il registro di questo editoriale: i dati che seguono sono solidi; le interpretazioni che ne proponiamo sono ipotesi di lavoro, e come tali vanno lette. La distanza fra i due piani è precisamente ciò che, in un testo psichiatrico, non può essere lasciata implicita.
I dati: che cosa mostrano e che cosa non mostrano
La fonte più affidabile resta il monitoraggio decennale del Pew Research Center. L’indagine più recente sugli adolescenti statunitensi (1.458 ragazzi fra i 13 e i 17 anni, intervistati fra il 25 settembre e il 9 ottobre 2025 su panel probabilistico ponderato) certifica che il 31% dichiara di usare Facebook, contro il 71% del biennio 2014-2015. Il 20% vi accede quotidianamente e solo il 3% lo usa «quasi costantemente». Il dato è sostanzialmente stabile rispetto al 2022: non siamo davanti a un declino ancora in corso, ma a un assestamento su valori bassi.
Sul versante adulto, l’indagine Pew 2025 (5.022 adulti statunitensi) restituisce un quadro che merita di essere letto con precisione, perché è qui che la retorica corrente sbaglia più spesso. Facebook è usato dal 71% degli adulti americani. Per fasce d’età: 68% fra i 18 e i 29 anni, 80% fra i 30 e i 49, 74% fra i 50 e i 64, 57% dai 65 in su. Quanto alla frequenza, il 58% dei trenta-quarantanovenni e il 54% dei cinquanta-sessantaquattrenni vi accede ogni giorno. Facebook e YouTube sono le uniche piattaforme utilizzate dalla maggioranza di tutte le fasce d’età adulte.
Questi numeri dicono una cosa diversa, e più interessante, da quella che si sente ripetere. Facebook non è la piattaforma degli anziani: il suo picco di adozione è nella mezza età, e la fascia 18-29 (68%) la usa più degli over 65 (57%). Ciò che i dati mostrano è che Facebook è la piattaforma con la curva d’età più piatta dell’intero panorama social — l’unica, insieme a YouTube, che una maggioranza di ultrasessantacinquenni utilizza. Il contrasto con Instagram è illuminante: 80% fra i 18-29enni contro 19% fra gli over 65, sessantuno punti di divario. Facebook non è invecchiato perché si è riempito di vecchi; è invecchiato perché si è svuotato di adolescenti restando pieno di tutti gli altri.
Occorre poi una cautela inferenziale che l’uso pubblicistico di questi dati quasi sempre trascura. Dire che il 74% dei cinquanta-sessantaquattrenni usa Facebook significa misurare la penetrazione dentro quella fascia: non significa affatto che il 74% degli utenti di Facebook abbia quell’età. Prevalenza condizionata all’età e composizione della base utenti sono due grandezze distinte, e la seconda richiederebbe pesi demografici e misure di attività effettiva di cui non disponiamo. Da questi numeri si può legittimamente affermare che Facebook ha perduto la centralità adolescenziale che aveva un tempo e che è oggi un ambiente marcatamente trasversale per età; non si può affermare che sia «dominato» dalla terza età.
C’è infine un dato che complica utilmente il quadro e che, a nostro avviso, è il più trascurato di tutti. Fra gli adolescenti americani, l’uso di Facebook varia fortemente con il reddito familiare: lo dichiara il 46% dei ragazzi che vivono in famiglie con meno di 30.000 dollari annui, il 39% nella fascia intermedia e soltanto il 27% di quelli in famiglie oltre i 75.000 dollari. La linea di frattura, fra i più giovani, non è soltanto anagrafica: è socioeconomica. Ed è precisamente il tipo di frattura che la letteratura sulla gentrificazione — quella vera — studia da mezzo secolo.
Il caso italiano: un’ipotesi da verificare, non una proiezione
I dati Pew sono statunitensi, e sarebbe un errore metodologico proiettarli meccanicamente sull’Italia. Le evidenze disponibili sul nostro Paese sono di natura diversa e vanno maneggiate per quello che sono.
L’Italia è fra i Paesi più anziani del mondo. I report Digital di We Are Social e Meltwater collocano la fascia più numerosa della popolazione intorno ai 55-59 anni e stimano in oltre ventisei milioni gli utenti italiani raggiungibili dagli strumenti pubblicitari di Meta su Facebook. Qui serve una precisazione che l’uso giornalistico di questi report omette quasi sempre, e che gli stessi curatori raccomandano: la «copertura pubblicitaria potenziale» è una metrica commerciale dichiarata dalla piattaforma, non una misura epidemiologica del numero di utenti attivi, e le sue variazioni possono dipendere da cambiamenti nei criteri di conteggio più che da movimenti reali della base utenti. È un ordine di grandezza, non un censimento.
Gli stessi report segnalano una peculiarità italiana sul piano delle motivazioni dichiarate: gli italiani indicano fra le ragioni principali dell’uso dei social il tenersi informati e il riempire il tempo, con un peso relativo maggiore rispetto alla media globale, dove prevale nettamente la motivazione relazionale. È un’indicazione culturalmente significativa. Va però letta per quello che è: una motivazione media riferita all’intera popolazione online italiana e a tutti i social, non una descrizione di ciò che fanno gli anziani su Facebook. Attribuirla alla popolazione anziana sarebbe un’inferenza ecologica, cioè il trasferimento indebito di una proprietà del gruppo a un suo sottoinsieme.
Le rilevazioni Audiweb documentano d’altra parte una crescita costante dell’accesso alla rete nelle fasce mature: la quota di over 64 online nel giorno medio è passata dal 36,4% del 2023 al 41% del 2024 fino al 42,1% del marzo 2025, mentre gli utenti fra i 55 e i 64 anni superano l’86%. Anche qui la lettura corretta è misurata: la curva documenta un’alfabetizzazione digitale in aumento, non un aumento specifico dell’uso quotidiano di Facebook, che nessuna di queste fonti misura direttamente.
Che cosa se ne può ricavare per il clinico italiano? Non la certezza che il paziente anziano seduto di fronte a noi abbia «con probabilità altissima» Facebook come compagno quotidiano — quella certezza i dati non la sostengono. Se ne ricava qualcosa di più modesto e più utile: che l’ipotesi è plausibile abbastanza da meritare una domanda diretta in sede di colloquio, invece di essere data per scontata in un senso o nell’altro. E che una ricerca epidemiologica italiana su uso dei social e popolazione anziana, oggi, semplicemente manca.
La gentrificazione come modello euristico
In sociologia urbana, gentrification designa un processo in cui l’ingresso di popolazione dotata di maggiore capitale economico e sociale in uno spazio precedentemente abitato da popolazioni più povere, marginali o creative ne altera composizione, prezzi, codici culturali e dinamiche relazionali, fino a produrre il displacement degli abitanti originari. Jessa Lingel, dell’Annenberg School dell’Università della Pennsylvania, ha trasposto questo paradigma alla rete: nel suo The Gentrification of the Internet (2021) la gentrificazione digitale è descritta attraverso i temi ricorrenti dello spiazzamento, dell’isolamento e della commercializzazione, e riguarda anzitutto potere, capitale e perdita di autonomia degli utenti rispetto agli interessi delle corporation.
Va detto con chiarezza, per non abusare del prestigio della categoria: Lingel non sostiene che l’arrivo dei genitori abbia gentrificato Facebook, e la gentrificazione in senso stretto è una trasformazione di classe, non un passaggio di età. Il parallelo che proponiamo qui è dunque un modello euristico — una lente per guardare — non una corrispondenza sociologica già stabilita. Ha il valore che hanno le buone metafore in clinica: organizza l’osservazione, suggerisce domande, non dimostra nulla da sé.
Con questa avvertenza, la lente funziona bene. La piattaforma nasce nel 2004 come rete chiusa per studenti di Harvard, si espande nel tessuto giovanile e per quasi un decennio è lo spazio elettivo di socializzazione dei Millennials più giovani e della prima Generazione Z. Poi arrivano tutti gli altri: i genitori, i nonni, le istituzioni, i brand, i partiti. E i più giovani se ne vanno verso Snapchat, TikTok, Instagram. Il dato italiano e americano sul reddito degli adolescenti che restano su Facebook suggerisce inoltre che la dimensione di classe, quella propriamente gentrificatoria, sia presente e meriti attenzione autonoma.
Va però separato con nettezza un punto che l’uso corrente della metafora tende a confondere: migrazione non è invecchiamento delle coorti. Facebook ha ventidue anni. Chi aveva vent’anni nel 2004 ne ha oggi quarantadue. Una parte consistente degli adulti che popolano oggi la piattaforma non sono «gentrifiers» arrivati dopo per occupare lo spazio dei giovani: sono quegli stessi giovani, invecchiati insieme al servizio che usavano. Dimostrare una sostituzione demografica vera richiederebbe di distinguere almeno tre processi — ingresso di nuovi utenti adulti, permanenza e invecchiamento degli utenti originari, uscita dei più giovani — e i dati disponibili documentano bene soltanto il terzo. Su questo punto, l’onestà impone di dire che stiamo osservando qualcosa che assomiglia molto a una gentrificazione senza aver ancora escluso che sia, in larga parte, una coorte che semplicemente è cresciuta.
Le dinamiche psichiatriche dell’esodo: un’ipotesi interpretativa
Perché gli adolescenti se ne sono andati? La domanda ammette più risposte simultanee, e la letteratura sulle piattaforme ne suggerisce diverse: affordance visive e non testuali, scoperta algoritmica dei contenuti anziché navigazione della rete di amicizie, effetti di rete e presenza dei pari, formati video brevi, creator economy, reputazione del marchio, appeal della novità. A queste si aggiunge — non si sostituisce — un’ipotesi di ordine psicodinamico che riteniamo clinicamente feconda e che qui proponiamo come tale.
Il crollo dello spazio segregato e il compito dell’individuazione
Peter Blos, nel lavoro del 1967 sulla seconda individuazione, teorizza che l’adolescenza richieda fisiologicamente uno spazio psichico di separazione dagli oggetti genitoriali interiorizzati. Questo processo prospera in ambienti relazionali sottratti allo sguardo adulto, dove si possano sperimentare ruoli, testare limiti, elaborare la propria differenziazione senza il peso dell’autorità familiare. Erik Erikson colloca in questa fase il conflitto fra identità e confusione di ruolo, e fa dell’esplorazione autonoma la condizione di un sé coerente.
Nei suoi primi anni Facebook offriva esattamente questo: un’opacità generazionale, uno spazio i cui codici restavano illeggibili al mondo adulto. Con l’ingresso massiccio della popolazione adulta quella condizione è venuta meno, e la richiesta di amicizia da parte di un genitore o di un parente ha assunto il valore di un’intrusione nell’area transizionale winnicottiana. La fuga verso piattaforme dai codici più rapidi, frammentati e visivi può essere letta, in questa chiave, come una risposta adattiva a un bisogno evolutivo, e la scelta della piattaforma come un atto di posizionamento identitario.
Occorre però essere espliciti sullo statuto di questa lettura. Blos, Erikson e Winnicott forniscono un modello dello sviluppo adolescenziale; non costituiscono, e non possono costituire, la prova storica del perché milioni di adolescenti abbiano lasciato Facebook. Per stabilirlo servirebbero studi longitudinali, indagini sulle ragioni dichiarate dell’abbandono, ricerche qualitative centrate sulla migrazione. Nessuno di questi lavori è oggi disponibile in misura sufficiente. L’ipotesi dell’individuazione è, allo stato, la più elegante fra quelle a disposizione — il che è cosa diversa dall’essere dimostrata.
Dal social graph al content graph
La migrazione dei più giovani accompagna una transizione di paradigma. Il modello originario di Facebook è quello del social graph: una rete costruita su relazioni preesistenti, dove il contenuto è in larga parte testuale e relazionale. TikTok e Instagram Reels operano su un content graph algoritmico, dove ciò che conta non è chi pubblica ma che cosa il sistema di raccomandazione stima massimamente coinvolgente per quel singolo utente in quell’istante.
La dicotomia è utile, ma va aggiornata: nessuna delle due piattaforme è più il caso puro che rappresentava. Facebook ha spostato una parte crescente del proprio prodotto verso i formati video brevi e i contenuti raccomandati da sistemi algoritmici, avvicinandosi al content graph anziché restarne il contraltare. Sul versante opposto, descrivere TikTok come luogo di «video effimeri da quindici secondi» è oggi inesatto: i contenuti ordinari della piattaforma non sono effimeri e i limiti di durata sono da anni assai più ampi. L’effimero resta la cifra di funzioni specifiche — le Storie, i messaggi autodistruttivi di Snapchat — non del paradigma nel suo insieme.
La transizione verso il video breve e algoritmico solleva comunque interrogativi clinici seri. La narrazione dominante li riassume nella formula della «dipendenza dopaminergica», con l’analogia della slot machine e del rinforzo a rapporto variabile. Che le piattaforme sollecitino i circuiti di ricompensa e che il design delle notifiche sfrutti meccanismi di anticipazione è documentato; il resto richiede prudenza.
La dopamina non è «la molecola del piacere»: è un neurotrasmettitore implicato nella regolazione sensorimotoria, nella percezione temporale, nella valutazione della salienza e nell’apprendimento. Il lavoro di Westbrook e colleghi, pubblicato su iScience nel 2021, viene spesso citato a sostegno di conclusioni che non contiene. Lo studio, condotto con PET [18F]-DOPA su ventidue adulti sani, rileva una correlazione — non un rapporto causale — fra una maggiore proporzione di interazioni con app sociali e una minore capacità di sintesi dopaminergica nel putamen bilaterale. Il disegno non consente di stabilire la direzione del rapporto, la misura riguarda la capacità di sintesi e non un generico «livello di dopamina», e la numerosità impone cautela. Il dato è interessante proprio perché contraddice il modello lineare «più social uguale più dopamina uguale dipendenza»; non perché lo sostituisca con un modello causale opposto.
Vale la pena ricordare, del resto, che la stessa categoria di «dipendenza da social media» non è ad oggi una diagnosi autonoma né nel DSM-5 né nell’ICD-11, dove è codificato il solo disturbo da gioco su internet, e che la letteratura non converge su una definizione condivisa. Questo non rende meno reale ciò che incontriamo negli ambulatori. Ma la risposta psichiatrica deve essere all’altezza della complessità del fenomeno, e resistere alla tentazione di comprimere una costellazione multifattoriale in uno slogan neurochimico.
Un’ultima notazione sui dati di percezione, spesso citati a metà. Nell’indagine Pew del 2025 il 48% degli adolescenti americani ritiene che i social abbiano un effetto prevalentemente negativo sui propri coetanei, in netta crescita rispetto al 32% del 2022. È un dato importante, e va detto che una percezione non dimostra un meccanismo causale. Ma il quadro completo è più articolato di quanto la sola cifra suggerisca: soltanto il 14% giudica negativo l’effetto su di sé, il 28% lo giudica positivo e il 58% neutro; il 74% dichiara che i social li fanno sentire più connessi agli amici e il 63% vi riconosce uno spazio di espressione creativa; nello stesso tempo il 45% ritiene di passarci troppo tempo. Riportare il solo 48% produce un frame più allarmistico di quanto l’insieme dei dati autorizzi. La distanza fra il giudizio sugli altri e il giudizio su di sé è, peraltro, un oggetto clinico di per sé interessante.
La nuova identità: l’agorà dell’età adulta
L’errore diagnostico più diffuso è dichiarare Facebook «morto». È vero il contrario: si è istituzionalizzato. Con il 71% degli adulti americani che dichiara di usarlo, e con un ordine di grandezza di decine di milioni di utenti raggiungibili in Italia, Facebook resta la più estesa infrastruttura relazionale mai costruita per la popolazione adulta. Questa condizione solleva questioni psichiatriche che vale la pena distinguere l’una dall’altra.
Incentivi all’indignazione e vulnerabilità in età avanzata
Per una parte della popolazione anziana la piattaforma funziona come presidio contro l’isolamento sociale, consentendo il mantenimento di legami altrimenti perduti con figli lontani, colleghi, amici dispersi. Su questo terreno la formulazione prudente è anche l’unica difendibile: mantenere connessioni sociali significative è associato, nella letteratura sull’invecchiamento, a esiti protettivi, e Facebook può contribuire a mantenerle. Affermare invece che Facebook «argina il decadimento cognitivo» sarebbe attribuire a uno strumento un effetto terapeutico che nessuno studio ha misurato. La differenza fra «può contribuire a sostenere legami potenzialmente protettivi» e «svolge una funzione terapeutica» non è una sfumatura retorica: è la differenza fra un’ipotesi e una millanteria clinica.
Sul versante opposto, l’architettura degli incentivi merita attenzione. I documenti interni resi pubblici nel 2021 dalla whistleblower Frances Haugen hanno documentato che a partire dal 2017 l’algoritmo di Facebook attribuiva alle reazioni emoji un peso circa cinque volte superiore a quello di un semplice «like», con effetti di promozione dei contenuti emotivamente più carichi; i data scientist interni segnalarono già nel 2019 la correlazione fra reazioni di rabbia e contenuti di bassa qualità, tossici o disinformativi. È il meccanismo che la letteratura chiama rage-baiting. Va però collocato nel tempo: si tratta di un episodio storico documentato di un’architettura che è stata da allora modificata più volte, e che nel 2026 non conosciamo nel dettaglio. Serve a mostrare che cosa possono produrre incentivi orientati all’engagement; non autorizza a descrivere l’algoritmo odierno come una proprietà strutturale immutabile della piattaforma.
Quanto alla disinformazione, la ricerca disponibile smentisce l’intuizione più diffusa, e vale la pena riportarla per intero. Benjamin Lyons, Jacob Montgomery e Jason Reifler, su Public Opinion Quarterly nel 2024, combinano misure survey e dati di navigazione su tre campioni nazionalmente rappresentativi (N = 9.944). Gli adulti anziani non sono peggiori dei più giovani nel distinguere notizie vere e false — semmai leggermente migliori — eppure nei dati comportamentali visitano e condividono fonti dubbie più spesso. La spiegazione che gli autori propongono non è quella della minore alfabetizzazione digitale: è precisamente il contrario. La loro tesi è che la letteratura abbia sovrastimato il peso della digital literacy rispetto a variabili politiche classiche — interesse politico e partigianeria — che tendono a crescere lungo il corso della vita. È la partigianeria consolidata, in particolare, a rendere i più anziani vulnerabili ai contenuti iperschierati, che sono fortemente orientati senza essere verificabilmente falsi.
Questa correzione ha conseguenze operative dirette: interventi costruiti soltanto sull’alfabetizzazione digitale rischiano di mancare il bersaglio in questa fascia d’età. Vale infine una cautela di linguaggio che in un testo psichiatrico non è secondaria. La variabilità fra un sessantenne, un settantenne e un ottantenne — per istruzione, cognizione, familiarità con i mezzi, condizione socioeconomica — è enorme. Parlare dell’«anziano digitale» come di un tipo psicologico unitario e vulnerabile per definizione significa trasformare una correlazione demografica in uno stereotipo, ed è un’operazione che la clinica non può permettersi.
Il cimitero digitale e la trasformazione del lutto
Esiste un ultimo aspetto di rilevanza clinica. Carl Öhman e David Watson, dell’Oxford Internet Institute, hanno stimato nel 2019 su Big Data & Society che — assumendo i livelli di utenza del 2018 — almeno 1,4 miliardi di utenti Facebook moriranno entro il 2100, e che i profili di persone decedute potrebbero superare quelli dei vivi intorno al 2070; nello scenario di crescita continua la cifra potrebbe avvicinarsi ai 4,9 miliardi entro fine secolo. Sono proiezioni modellistiche, con tutte le incertezze del caso, e i loro autori le presentano come tali. Proiezioni successive di fonte commerciale hanno suggerito che in Italia e in Spagna lo scavalcamento avverrebbe con anticipo e in proporzioni maggiori, per effetto dei bassi tassi di crescita demografica: sono indicazioni divulgative, non peer-reviewed, e vanno prese come suggestioni.
Al di là delle cifre, il fatto resta: Facebook è già oggi il più esteso archivio di vite concluse mai costituito. Le implicazioni per la clinica del lutto sono profonde e largamente inesplorate. La bacheca del defunto diventa un luogo di pellegrinaggio permanente, accessibile in qualunque momento, e altera tempi e modi dell’elaborazione. La ricerca ha documentato come i social facilitino la persistenza dei continuing bonds teorizzati da Dennis Klass e colleghi: la comunicazione diretta con il profilo del morto, la consultazione delle sue immagini, la rivisitazione rituale dei suoi scritti. I «ricordi» riproposti automaticamente possono riaprire ferite senza preavviso né mediazione, oppure sostenere una ritualità commemorativa prima impossibile. Come ha osservato Elaine Kasket, il sé digitale persistente del defunto viene percepito dai familiari come in qualche misura reale, e il timore che quel legame venga interrotto può generare un’angoscia paragonabile a una seconda perdita.
Il concetto di thanatechnology, coniato da Carla Sofka alla fine degli anni Novanta, assume oggi una centralità clinica nuova. Il professionista della salute mentale si trova a gestire non soltanto il lutto «tradizionale», ma un lutto mediato, amplificato e talvolta cronicizzato dalla persistenza digitale dell’oggetto perduto.
Conclusioni: il digitale come territorio clinico
Che cosa possiamo dire, alla fine, con una qualche sicurezza? Che Facebook ha subito una perdita netta e persistente di centralità fra gli adolescenti statunitensi, mantenendo un’ampia diffusione in tutte le fasce adulte, con il picco nella mezza età. Che l’aumento della compresenza generazionale, insieme all’evoluzione delle affordance e alla concorrenza di piattaforme più visive e algoritmiche, può avere concorso alla migrazione giovanile. Che la gentrificazione digitale è una metafora teoricamente feconda per interrogare questa trasformazione, ma allo stato delle evidenze non è né un meccanismo causale dimostrato né una categoria clinica. Chi scrive resta persuaso che la lente sia buona; sarebbe disonesto presentarla come una conclusione anziché come un programma di ricerca.
Questo, tuttavia, non attenua affatto la rilevanza clinica del fenomeno. Quando un paziente — che abbia sedici o settantacinque anni — ci parla del suo malessere, una parte di quel malessere si è formata, è stata esacerbata o è stata lenita dentro questi recinti. L’adolescente che lascia Facebook per TikTok compie, fra le altre cose, un atto di posizionamento identitario. L’anziano che vi trascorre ore non è semplicemente «attaccato al telefono»: sta contrastando un isolamento con lo strumento che ha. Il familiare che scrive sulla bacheca di un defunto non sta «non elaborando il lutto»: pratica una forma di continuing bond che la psicologia contemporanea riconosce come potenzialmente adattiva, e che l’assenza di mediazione può far scivolare verso il lutto complicato.
Per una clinica del digitale: indicazioni operative
L’anamnesi digitale. Nessuna delle incertezze teoriche sopra elencate va invocata per rinviare la parte operativa, che non dipende dall’accettazione della tesi della gentrificazione. La storia digitale del paziente è ormai parte della sua ecologia relazionale e merita un posto nella raccolta anamnestica. Quali piattaforme usa, con quale frequenza, per quali funzioni; quali contenuti consuma e quali produce; quale qualità emotiva prevale nella sua esperienza online; quali relazioni vi mantiene e quali vi ha perduto. Per il paziente anziano è utile esplorare la composizione della «dieta mediatica»: quanto tempo va al mantenimento di legami affettivi, quanto alla fruizione passiva di contenuti selezionati algoritmicamente, quanto alla partecipazione a gruppi che possono funzionare come camere d’eco. Per l’adolescente, esplorare non solo quali piattaforme usa, ma da quali è migrato e per quali ragioni.
La formazione specifica. La maggior parte dei professionisti della salute mentale attivi oggi in Italia non ha ricevuto alcuna formazione strutturata sulla psicopatologia del digitale. Scuole di specializzazione, programmi di educazione continua e società scientifiche dovrebbero integrare nei propri curricula almeno: i meccanismi psicologici del design delle piattaforme; le dinamiche specifiche dei diversi ambienti e delle diverse fasce d’età; gli strumenti di valutazione dell’uso problematico, con la consapevolezza dei loro limiti definitori; le strategie di intervento psicoeducativo. Non si tratta di creare una sottospecialità, ma di aggiornare competenze di base.
L’intervento psicoeducativo mirato. Per il paziente anziano esposto a contenuti disinformativi, la lezione della ricerca più recente è che un intervento centrato sulla sola alfabetizzazione tecnica ha efficacia limitata: occorre lavorare anche sui meccanismi di conferma identitaria e sull’ingaggio emotivo, cioè sul perché un contenuto risulti irresistibile prima ancora che credibile. Per il familiare in lutto, occorre offrire uno spazio in cui i continuing bonds digitali possano essere pensati e non soltanto agiti: riconosciuti nella loro legittimità emotiva, contenuti là dove rischiano di cristallizzarsi.
Il posizionamento etico della professione. La psichiatria non ha ragione di restare neutrale di fronte ad architetture progettate per massimizzare l’ingaggio anche a costo di sollecitare le vulnerabilità psicologiche degli utenti più fragili. Le società scientifiche italiane ed europee dovrebbero esprimersi sulla necessità di una trasparenza algoritmica e di tutele specifiche per minori e anziani, e portare la competenza clinica nei luoghi dove si prendono le decisioni normative.
Facebook non è più il futuro della rete giovanile: è il presente quotidiano di milioni di adulti. Studiarne la sociologia e la psicopatologia significa avere il polso di una condizione umana in cui la frontiera fra online e offline si è dissolta. Il compito dello psichiatra è anche quello di saper leggere questo territorio — con gli strumenti dell’evidenza, e con l’onestà di dichiarare dove l’evidenza finisce e comincia l’ipotesi.
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