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Lorena Isceri e la responsabilità di raccontare un femminicidio

4 Set 26

A cura di Francesco Bollorino Redazione

Nel primo pomeriggio del 3 settembre, chiusa nel bagagliaio di un’automobile che percorreva l’autostrada del Sole verso nord, Lorena Isceri è riuscita a usare il telefono. Al buio, senza poter vedere dove stesse passando, ha cercato la madre, un amico, poi una centrale di polizia: secondo le ricostruzioni dei giornali fiorentini ha detto chi la stava portando via, ha segnalato il pericolo che correva, ha provato a far capire dove si trovava, finché l’apparecchio le è stato strappato di mano. Poco prima, sotto casa, l’ex compagno l’aveva aggredita e immobilizzata; poco dopo l’avrebbe gettata da un viadotto dell’A1, e si sarebbe poi tolto la vita.

È un femminicidio. Non un raptus, non un gesto d’amore estremo, non una tragedia della gelosia: la relazione era finita a metà agosto e l’agguato fu preparato. La fine di una relazione non conferisce ad alcuno il minimo diritto sulla vita dell’altra persona, ed è questo il principio che è stato calpestato.

Nelle stesse ore, sul profilo Instagram di lui, era comparso un congedo. Non era rivolto a una persona: era rivolto a tutti. Le cronache non concordano sul momento in cui è stato pubblicato — alcune lo collocano prima dell’agguato, altre dopo il delitto — e l’incertezza dice già qualcosa: la frase ha attraversato l’Italia molto più in fretta della verifica di quando fosse stata scritta. Nel giro di poche ore era nei titoli dei quotidiani, nei sommari dei telegiornali, nelle notifiche dei telefoni.

Che cosa passasse per la testa di quell’uomo non è ricavabile da un profilo social, e la psichiatria che si presta alla diagnosi postuma smette di essere una disciplina per diventare una rubrica. Ma non è la sua mente il problema che abbiamo davanti: il problema è quello che di quelle parole abbiamo fatto noi.

Una piattaforma le aveva messe in circolazione fra chi seguiva quell’account; il sistema dell’informazione le ha portate ovunque, e non per una deriva anonima. I titoli si scelgono, le aperture si decidono, la gerarchia delle notizie è il mestiere di qualcuno, in una redazione, sotto la pressione dell’orario di chiusura. Può mancare l’intenzione di mettere in ombra la vittima; non manca mai la decisione editoriale.

Per la cronaca dei suicidi, le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’associazione internazionale per la prevenzione del suicidio, aggiornate nel 2023, sono esplicite: non dare risalto alla notizia né ripeterla oltre misura, non usare titoli sensazionalistici, non descrivere il metodo, non riportare i dettagli dei messaggi d’addio. Non è una richiesta di reticenza. La ricerca su cui quelle indicazioni si fondano documenta un effetto di imitazione, e il rilancio giornalistico consegna un messaggio a lettori che non avrebbe mai raggiunto da solo.

Il giorno dopo, del resto, nei titoli dei giornali c’erano anche le parole di Lorena: il grido dal bagagliaio, virgolettato. Non le trascrivo: per capire questa vicenda basta sapere che Lorena chiese aiuto, e riprodurre le sue frasi più angosciose non aggiunge nulla all’argomento. Ed è qui che il problema si rivela più difficile di come lo si presenta di solito. Non basta spostare l’attenzione dall’assassino alla vittima. Una persona può essere rimessa al centro e continuare a essere consumata, se la si racconta soltanto nei minuti in cui sta per essere uccisa: se di lei circolano il terrore, i legacci, l’ultima invocazione, e nient’altro. La centralità non garantisce il rispetto. Lo garantisce, semmai, il criterio con cui si sceglie che cosa mostrare.

Resta una distinzione che questa vicenda illumina meglio di qualsiasi ragionamento astratto, e non riguarda le parole ma i destinatari. Chi risponde al numero d’emergenza lavora in un servizio che ha l’obbligo di intervenire: mentre ascolta, cerca una posizione sulla mappa e attiva i soccorsi. Un pubblico non ha quell’obbligo. Può commuoversi, indignarsi, condividere, talvolta organizzarsi e agire, ma nessuna di queste risposte è dovuta, e la visibilità non garantisce soccorso. Lorena Isceri, in quel bagagliaio, non si è rivolta a un pubblico: ha parlato a chi poteva venire a prenderla. Non è bastato, e quali margini ci fossero perché l’auto venisse fermata prima lo stabiliranno le indagini.

C’è infine un modo di raccontare che restringe una persona alle dimensioni della vicenda in cui è morta, e non richiede alcuna teoria per essere riconosciuto. Quando si usano le fotografie che aveva pubblicato lui e si riprendono le sue didascalie, la cornice diventa la sua storia, e lei vi compare nel ruolo che quella storia le assegnava. Di Lorena Isceri sappiamo il lavoro, la città da cui veniva, l’età che i giornali riportano in due versioni diverse. Poco. Raccontare significa sempre scegliere, e nessun racconto restituisce una vita intera; ma ciò che sappiamo della sua morte non esaurisce ciò che è stata.

Possiamo almeno smettere di lasciare che sia l’uomo che l’ha uccisa a dettare le parole che restano.

 

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2 Commenti

  1. Lucia Rossetti

    Da due giorni, ascoltando le notizie sul femminicidio di Lorena Isceri, c’è un particolare che continua a disturbarmi.
    Lorena aveva 45 anni. L’uomo che l’ha uccisa, Federico Vella, 36. Fin qui, due dati anagrafici.

    Ma più di una volta nei notiziari ho sentito sottolineare che lui era nove anni più giovane di lei.
    Mi sono chiesta: quei nove anni, che cosa spiegano?

    Se fosse stato lui ad avere 45 anni e lei 36, avremmo sentito ripetere con la stessa insistenza che la vittima era una donna «di nove anni più giovane» del suo compagno?

    Non lo so. Ma a forza di sentirlo ho avvertito un sottotesto che mi ha messo a disagio. Qualcosa di antico e probabilmente involontario: lei era la donna più grande, lui l’uomo più giovane. E questa differenza sembra diventare un particolare della storia degno di essere sottolineato.

    Fino a spingere quel sottotesto verso una conseguenza sgradevole: “se avesse scelto un uomo della sua età…”
    Naturalmente nessuno l’ha detto. E non penso che nessuno volesse dirlo.

    Ma forse i pregiudizi più resistenti sono proprio quelli che sopravvivono nelle informazioni che continuiamo a considerare significative senza sapere bene perché.

    Lorena Isceri non è morta perché aveva nove anni più dell’uomo con cui aveva avuto una relazione.
    È stata uccisa da un uomo che non ha accettato che quella relazione fosse finita.

    I nove anni non spiegano niente.

    E forse proprio per questo mi sono chiesta perché continuiamo a raccontarli.

    Su un piano più ampio, ho trovato estremamente interessante questo articolo

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  2. laura cassola

    ottimo articolo. con stima

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