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Napalm51 non abita qui

2 Ago 26

A cura di Francesco Bollorino Redazione

Perché l’odio in rete precede i social e non si lascia spiegare con il solo anonimato.

Nell’ottobre del 2016, su La7, Maurizio Crozza mise in scena un uomo solo davanti a uno schermo. Il personaggio nasceva come glossa a una parola che Enrico Mentana aveva lanciato poche settimane prima, «webete», e Crozza lo dichiarò apertamente: voleva raccoglierne le molte sfumature, quelli che dietro ogni cosa c’è sempre un complotto, quelli per cui il problema è sempre un altro. Lo chiamò Napalm51. La caratterizzazione era precisa e, come tutte le caricature riuscite, economica: fa poco e digita molto, preferibilmente in maiuscolo. Se la prende con Morandi, con Jovanotti, con la TAV, con le lobby che assegnano i premi Nobel. Nove anni dopo era ancora in scena, ed è ormai un classico del repertorio.

Ciò che merita attenzione non è lo sketch, che è ottimo, ma ciò che il paese ne ha fatto. Nel giro di poche settimane l’Italia si è data un volto per l’odio in rete, e quel volto ha smesso di essere una figura comica per diventare qualcosa di più utile: un tipo antropologico. Da allora, quando si discute pubblicamente di odio digitale, la figura che si ha in mente è quella. Vale la pena notare con quanta abilità la caricatura lavori sul non detto. Non afferma mai che l’hater sia povero. Lo codifica: fa poco, digita molto, sta chiuso in una stanza, non ha nulla di meglio da fare. La marginalità sociale è implicata e mai dichiarata, e proprio per questo non è discutibile: non essendo un’affermazione, non può essere confutata. È in questa reticenza che risiede l’efficacia del personaggio, ed è lì, sostengo, che risiede anche la sua funzione consolatoria.

Conviene allora spostarsi di trentun anni indietro e di novemila chilometri a ovest, in un luogo che è l’esatto rovescio di quella stanza.

Nella primavera del 1985, in un gruppo di uffici malandati di Sausalito, in California, un computer VAX e una rastrelliera di modem cominciarono a ospitare quella che sarebbe diventata la più influente comunità online della storia. Si chiamava The WELL, Whole Earth ‘Lectronic Link, e nacque da un pranzo a La Jolla nell’autunno precedente, durante un convegno del Western Behavioral Sciences Institute, quando Larry Brilliant, medico e imprenditore reduce dalla campagna di eradicazione del vaiolo in India, propose l’idea a Stewart Brand, l’editore del Whole Earth Catalog. Katie Hafner ne ha ricostruito la storia in un lungo servizio uscito su Wired nel maggio del 1997, poi ampliato in volume, e la fotografia sociologica che ne dà è, ai nostri fini, decisiva: nonostante il proposito dichiarato di essere accessibile a chiunque possedesse un modem, The WELL attirò un gruppo umano molto preciso, baby boomer fra i trentacinque e i quarantacinque anni, colti, di orientamento progressista, in maggioranza maschi, molti dei quali con titoli post-laurea. Un salotto, non una piazza.

Ma il dettaglio che conta davvero è un altro, ed è una regola. The WELL vietava l’anonimato. Il suo principio fondativo si riassumeva in un acronimo, YOYOW, You Own Your Own Words: sei proprietario delle tue parole, il che significa che ne hai il merito e che ne rispondi. Brand ha raccontato senza infingimenti l’origine della norma, che era difensiva prima che etica: si trattava di scaricare sull’individuo la responsabilità legale, in modo che di un’eventuale diffamazione rispondesse chi l’aveva scritta e non chi gestiva il sistema. Nomi veri, dunque, comunità ristretta, reputazione esposta, memoria collettiva lunga, competenza tecnica e culturale elevata. Se la teoria corrente sull’odio in rete fosse giusta, The WELL avrebbe dovuto essere il luogo più civile del mondo.

Fu capace, al contrario, di una ferocia che nessuno di quei dispositivi riuscì a impedire. Il caso più documentato è quello di Tom Mandel, che di quella comunità fu insieme una colonna e un flagello. Mandel era nato a Chicago nel 1946, aveva abbandonato l’università due volte, aveva servito nei Marines in Vietnam per nove mesi nel 1969, si era poi laureato nel 1972 come primo diplomato del programma di futures studies dell’Università delle Hawaii, aveva fatto studi post-laurea in cibernetica a San Jose e nel 1975 era stato assunto come futurologo professionista allo Stanford Research Institute di Menlo Park, dove si occupò per vent’anni di valutazione delle tecnologie. Non era, insomma, un povero cristo: era esattamente il contrario del tipo che la satira italiana ci ha insegnato a riconoscere. Entrò su The WELL nell’estate del 1985, quando gli iscritti erano poche decine, e vi divenne onnipresente. Un altro membro, ricordandolo, ha descritto il suo ruolo nella comunità in modo tanto affettuoso quanto esplicito: era la spina nel fianco di tutti, e in questo era bravissimo. Nessuna frase compiacente sfuggiva al suo fuoco. Suscitava disprezzo tanto quanto ammirazione, e i molti che lo consideravano arrogante e ostinato non avevano torto.

Le ricostruzioni registrano più di un atto distruttivo, e conviene distinguerli: la cancellazione di intere conferenze, comprese le parole altrui, verso la fine degli anni Ottanta, e una successiva cancellazione massiva dei propri interventi nei primi anni Novanta, che lasciò buchi permanenti nella memoria collettiva del sistema. Il primo episodio maturò mentre il rapporto con una donna che frequentava lo stesso ambiente attraversava una crisi: Mandel elaborò la propria rabbia in pubblico, sotto il proprio nome, davanti a tutti quelli che conoscevano entrambi. Ne seguirono il bando temporaneo, il ritorno e la ripresa del suo posto abituale nella discussione. Vale la pena fissare la scena: un futurologo poco più che quarantenne, all’apice della carriera, in una comunità di laureati che si conoscevano per nome, a identità pienamente scoperta, con una carriera da difendere, sotto una regola esplicita che gli attribuiva la proprietà e la responsabilità di ogni parola scritta, distrugge il patrimonio comune per una faccenda sentimentale.

Non è nostalgia, questa, e va detto con nettezza perché il rischio è vicino. La tesi non è che la rete delle origini fosse più civile e si sia poi degradata: è che fosse più feroce, e in un ambiente che disponeva di tutti i freni che oggi invochiamo. Chi c’era lo sa e non ha bisogno di essere convinto; chi non c’era farebbe bene a diffidare di qualunque racconto elegiaco delle reti pionieristiche, comprese quelle italiane delle BBS e di FidoNet, dove il conflitto era altrettanto acceso e dove semmai la lentezza del mezzo produceva un genere particolare di crudeltà, meditata e letterariamente elaborata, che il messaggio impulsivo delle undici di sera non conosce.

La baia intacca una teoria, ed è la teoria che regge quasi per intero il discorso pubblico italiano sull’argomento: l’anonimato disinibisce. È l’ipotesi da cui discendono le proposte ricorrenti di identificazione obbligatoria degli utenti, e ha il pregio dell’evidenza intuitiva. Conviene però essere esatti su ciò che un singolo caso storico può e non può dimostrare. The WELL non prova che l’anonimato sia irrilevante: prova che non è necessario perché l’ostilità nasca, e che abolirlo non basta a impedirla. A cadere è la versione forte dell’ipotesi, quella implicita in ogni proposta di obbligo di identità — e a cadere, dunque, è il presupposto e non il dettaglio.

C’è del resto un esperimento naturale su scala nazionale, e in Italia non lo cita nessuno. Per cinque anni, dal 2007, la Corea del Sud ha imposto per legge la verifica dell’identità reale a chiunque volesse commentare sui grandi portali: è stato l’unico Paese al mondo a farlo. La commissione governativa per le comunicazioni ne misurò l’effetto, e fu di nove decimi di punto percentuale su una quota di commenti malevoli che partiva dal quattordici per cento. Un’analisi di Daegon Cho, Soodong Kim e Alessandro Acquisti restituì un quadro più fine: sul piano aggregato la volgarità diminuì in misura non trascurabile, ma per alcune fasce di utenti le imprecazioni aumentarono. Nell’agosto del 2012 la Corte costituzionale abolì la norma all’unanimità, osservando che le prove di una riduzione dei contenuti illeciti non bastavano a giustificare la compressione della libertà di parola. Chi oggi propone l’obbligo di identità propone qualcosa che è già stato fatto, misurato e abbandonato. E la statistica, quando ha smesso di occuparsi delle regole e ha cominciato a occuparsi delle persone, ha detto qualcosa di più scomodo ancora.

Nel 2022 Alexander Bor e Michael Bang Petersen hanno pubblicato sull’American Political Science Review quello che era allora il più ampio test dell’ipotesi del disallineamento: l’idea, appunto, che la psicologia umana sia tarata sull’interazione faccia a faccia e che gli ambienti digitali, privandola dei suoi appigli, peggiorino il comportamento delle persone. Otto studi, fra indagini campionarie internazionali ed esperimenti comportamentali, per un totale di 8.434 partecipanti. Il risultato è quasi interamente negativo. Chi è ostile online risulta altrettanto ostile offline, e altrettanto desideroso di parlare di politica nell’uno e nell’altro contesto; le prove a favore del disallineamento si riducono a limitati effetti di selezione. Gli autori propongono in alternativa un’ipotesi che chiamano di connettività: l’ostilità politica riflette una strategia deliberata da parte di individui mossi dallo status, che partecipano intensamente al dibattito in entrambi i mondi, e il divario percepito dipende semplicemente dal fatto che la loro attività in rete è incomparabilmente più visibile. Non è il mezzo che fabbrica gli ostili. È il mezzo che li rende visibili a tutti.

Se questo è vero, The WELL non è un’anomalia che chiede spiegazione: è ciò che i dati prevedono. E la parola chiave dell’ipotesi alternativa — status — merita di essere pesata, perché sposta il baricentro dell’intera questione. Un’aggressività mossa dallo status non è il rumore di fondo di chi non ha nulla da perdere. È il comportamento di chi ha qualcosa da guadagnare in una gerarchia che riconosce, davanti a un pubblico di cui gli importa. Non è la patologia dell’escluso. È la fisiologia del competitore.

La stessa linea di ricerca è stata estesa nel 2026, su Nature Human Behaviour, a trenta Paesi di sei continenti e a 15.202 rispondenti reclutati per quote nazionali. Il risultato comparativo va enunciato con precisione, perché è facilissimo storpiarlo: la misura raccolta fra i Paesi non riguarda quanta ostilità le persone producano, ma quanta ne subiscano, ossia quante volte nei trenta giorni precedenti abbiano incontrato forme di ostilità — dallo scherno alle molestie — rivolte a persone come loro. Su questa misura, chi vive in Paesi meno democratici e più diseguali sul piano economico ne incontra di più. Accanto a questo, il dato individuale del 2022 si conferma in ogni singolo Paese esaminato: chi è ostile in rete lo è anche di persona, e ottiene punteggi più alti nelle motivazioni di status. Analisi esplorative suggeriscono infine che le società meno democratiche contengano una quota maggiore di individui mossi dallo status e di uomini giovani, i gruppi mediamente più ostili.

Qui la questione sociale, che la stanza di Napalm51 evocava per allusione e nel modo sbagliato, rientra dalla porta giusta. Non come proprietà dell’individuo che scrive — il disoccupato rancoroso, il marginale con troppo tempo — ma come proprietà del luogo in cui si scrive. La disuguaglianza e il deficit democratico non compaiono nella biografia dell’ostile: compaiono nell’aria che respira chi lo subisce. La differenza non è sottile: sposta l’oggetto dello sguardo dal carattere di una persona alla struttura della società in cui quella persona scrive. È precisamente ciò che una caricatura riuscita impedisce di fare.

Sarebbe comodo fermarsi qui, e sarebbe disonesto, perché la letteratura non dice una cosa sola. Nel 2017 Justin Cheng, Michael Bernstein, Cristian Danescu-Niculescu-Mizil e Jure Leskovec hanno pubblicato, in sede di ricerca sui sistemi collaborativi, un lavoro il cui titolo è esso stesso una tesi: chiunque può diventare un troll. Combinando esperimenti e analisi di discussioni reali, mostrano che l’umore negativo e il contesto della conversazione — in particolare la presenza di commenti ostili nelle posizioni precedenti del thread — aumentano in modo sostanziale la probabilità che una persona ordinaria scriva a sua volta qualcosa di ostile. Non un tratto, dunque, ma uno stato; non una selezione, ma un contagio. E su un terzo versante ancora, Erin Buckels, Paul Trapnell e Delroy Paulhus avevano riportato nel 2014, su un campione complessivo di 1.215 soggetti, che fra tutte le variabili di personalità esaminate il sadismo quotidiano è il correlato più robusto del trolling, e che la relazione è specifica: il piacere di altre attività online, come conversare o discutere, con il sadismo non ha nulla a che vedere.

Tre letterature e tre livelli di spiegazione che la ricerca non ha ancora integrato in modo soddisfacente. L’ostile è un tipo, mosso dallo status e stabile nel tempo; l’ostile è uno stato in cui chiunque può cadere per stanchezza e imitazione; l’ostile è una personalità con un profilo oscuro misurabile. Che un tratto renda più probabile una risposta e che la situazione contribuisca ad attivarla è, in psicologia, quasi una banalità, e i tre piani possono in linea di principio convivere. Su un punto, però, l’attrito è reale, e conviene mostrarlo invece di dissolverlo nella comodità dei livelli: Bor e Petersen argomentano che l’ambiente digitale non modifica il comportamento di chi lo abita, Cheng e colleghi che il contesto della conversazione lo modifica eccome. Si può salvare la coerenza osservando che i secondi non confrontano la rete con il faccia a faccia, e che un contesto ostile agisce anche in una stanza; ma allora la disputa si sposta e diventa quella sul peso relativo. I lavori qui considerati non consentono ancora di stabilirne il peso relativo.

Nessuna delle tre linee è priva di limiti: la prima poggia su misure autoriferite di ostilità, la seconda su esperimenti circoscritti e su una piattaforma sola, la terza su studenti di psicologia e lavoratori di Mechanical Turk che dichiarano quanto godono nel far male al prossimo. Non pretendo di comporle. Sospendere il giudizio, qui, non è prudenza formale ma la sola posizione difendibile, perché dal peso relativo delle tre spiegazioni discendono priorità diverse. Se contano soprattutto le predisposizioni stabili, acquistano rilievo la responsabilizzazione e la sanzione, senza che questo renda inerte il resto, perché anche un comportamento radicato nel carattere risponde a norme, attriti e incentivi. Se contano soprattutto gli stati situazionali, diventano centrali il disegno dell’ambiente e le regole della conversazione. E se alcuni profili di personalità aumentano il rischio, ciò non autorizza a trasferire un comportamento diffuso dal registro sociale a quello clinico. Chi vi dice che una delle tre esaurisce da sola il problema sta vendendo qualcosa.

C’è però un luogo in cui la lingua ha già deciso al posto della ricerca, ed è il vocabolario con cui nominiamo la cosa. Le tre parole che usiamo come sinonimi non lo sono e non sono coeve, e nelle loro forme idealtipiche — l’uso corrente è naturalmente più confuso, e «troll» designa da decenni anche la persona e non soltanto l’atto — mettono a fuoco oggetti diversi. Il troll è un comportamento: l’esca calata in acqua per vedere chi abbocca, secondo l’etimologia più accreditata, che rimanda alla pesca a traina prima ancora che alla creatura del folklore; un gioco di inganno identitario rivolto a un gruppo che conosce le regole del gioco. Il flamer è un ruolo situazionale: l’escalation affettiva dentro un conflitto fra pari, un incendio che divampa in un luogo preciso e si spegne. L’hater, invece, è un termine assai più tardo, importato dal gergo pop americano, e fa una cosa che gli altri due non fanno: definisce una persona attraverso un’emozione. Non descrive ciò che qualcuno ha fatto, dice ciò che qualcuno è.

Il passaggio da un lessico di atti a un lessico di caratteri non è una curiosità etimologica. È una reificazione, e ha una direzione: trasforma un comportamento situato, che ha cause, contesti e circostanze attenuanti, in un tipo umano che non ne ha bisogno. Il movimento è lo stesso che la nosografia descrittiva ha compiuto su tanti concetti dinamici, convertendo economie in inventari e processi in etichette, e produce lo stesso effetto collaterale: rende la cosa più facile da riconoscere e più difficile da pensare. Giovanni Ziccardi, che al fenomeno ha dedicato nel 2016 un libro tuttora fra i più solidi in italiano, ne ha ricostruito le implicazioni giuridiche e filosofiche mostrando quanto sia sfuggente il confine fra il diritto di odiare e il danno che l’odio produce. E il linguista Federico Faloppa, in un volume del 2020, ha formulato l’avvertimento che qui vale come sentenza: le parole che feriscono non sono soltanto gli incitamenti urlati in maiuscolo dai leoni da tastiera, perché il discorso d’odio agisce anche in modo obliquo e trasversale, per metafore, reticenze e false ironie, spesso al riparo da qualunque contestazione. Napalm51 urla in maiuscolo. È questo, precisamente, ciò che lo rende innocuo da guardare.

Per un lettore clinico la posta in gioco di questa deriva lessicale non è accademica. Un vocabolario di caratteri chiama a sé lo sguardo diagnostico come una calamita: se l’hater è un tipo, deve pur avere un profilo, e se ha un profilo qualcuno prima o poi lo cercherà in un manuale. La tentazione è già all’opera nel dibattito pubblico, dove l’ostilità in rete viene descritta con disinvoltura come dipendenza, disturbo, compulsione, e dove il ricorso al lessico psichiatrico serve meno a spiegare che a squalificare. Vale la pena ricordare che nessuna delle tre linee di ricerca disponibili autorizza quel passo: una misura una disposizione competitiva perfettamente compatibile con la normalità, la seconda descrive uno stato transitorio indotto dal contesto, la terza rileva una correlazione con un tratto di personalità in campioni autoselezionati. Fra il rilevare una correlazione e il consegnare a una categoria clinica un comportamento diffuso corre la stessa distanza che separa un’osservazione da una diagnosi, ed è una distanza che la psichiatria ha già percorso troppe volte nella direzione sbagliata.

Il sospetto, a questo punto, è che la caricatura non sia un prodotto recente della televisione italiana ma una costante del modo in cui la rete parla di se stessa. E qui la storia della ricerca offre un documento che vale più di qualunque argomentazione.

Nel 1992, in un volume collettaneo sui contesti della comunicazione mediata dal computer, Martin Lea, Tim O’Shea, Pat Fung e Russell Spears pubblicarono una rassegna sul flaming. Avevano passato in esame diverse centinaia di articoli scientifici sull’argomento. Il risultato è di quelli che meritano di essere ricordati: a fronte di innumerevoli riferimenti al fenomeno, le fonti di dati effettive erano una manciata, e per il resto gli articoli si appoggiavano l’uno all’altro, citando ciascuno il precedente come prova. Il flaming era citato incomparabilmente più di quanto fosse misurato. Le poche rilevazioni disponibili, per giunta, erano in larga parte autoriferite: si chiedeva alle persone quante volte ricordassero di aver assistito a un flame, il che misura la memoria dell’evento e la sua salienza, non la sua frequenza.

Nel 1992, dunque, quando l’Italia dei modem contava poche migliaia di persone, il panico morale sull’odio in rete era già in piedi, già circolante nella letteratura specialistica, e già dotato di una base empirica esile. Ogni epoca della rete ha prodotto la propria caricatura dell’ostile e vi ha creduto, e ogni volta la funzione è stata identica: collocare l’aggressività in un altrove abitato da qualcun altro. Crozza non ha inventato il dispositivo. Ne ha dato la versione italiana più riuscita, e la sua qualità artistica è precisamente ciò che lo rende efficace come difesa. Non c’è ipocrisia in questo, e non c’è nulla da rimproverare a un comico che fa il suo mestiere benissimo. C’è però un effetto, e l’effetto è che ogni volta che si ride di Napalm51 si compie, insieme alla risata, un piccolo atto di collocazione: l’odio sta là.

Resta da chiedersi dove stia, invece. E qui la baia torna utile una seconda volta.

Si consideri l’ambiente in cui, oggi, un professionista italiano perde effettivamente il controllo: la mailing list di una società scientifica, il gruppo di reparto, la chat dei primari, il forum ristretto in cui trenta persone che si conoscono di persona discutono di una nomina. Identità pienamente note. Scala piccola. Memoria lunga: quello che si scrive alle ventitré resta leggibile per anni a chi lo si incontrerà in un congresso. Reputazione professionale interamente esposta. Competenza elevata e omogenea. Gerarchia riconosciuta da tutti i partecipanti, e dunque status in palio a ogni intervento. L’assunto corrente vuole che questi luoghi siano la periferia contaminata del fenomeno, la chat che ha imparato l’odio dai social. Messo accanto a Sausalito, l’assunto si rovescia: quell’ambiente non è la versione degradata di una timeline. È The WELL. È la forma originaria, ed è la timeline a essere la mutazione.

Cosa sia cambiato davvero, allora, va detto con qualche precisione, perché le spiegazioni correnti sono tre e una sola arriva al fondo. La scala di utenza è cresciuta enormemente, e liquidarla come ovvia sarebbe un errore: un aumento di quell’ordine indebolisce la continuità delle comunità, rende improbabile la sanzione collettiva e moltiplica la competizione per l’attenzione. Non è però una spiegazione parallela alle altre due: è il motore della terza, e converrà ricordarsene fra poche righe. L’immediatezza è addirittura contraddetta dai fatti, perché FidoNet funzionava a store and forward, i messaggi viaggiavano di notte e si rispondeva il giorno dopo: il flame degli anni Ottanta era lento, composto, spesso costruito con cura per un pubblico di pari, e se l’aggressività in rete fosse mera disinibizione impulsiva quel genere di crudeltà differita non dovrebbe esistere affatto. Esisteva, e poteva essere particolarmente crudele. La variabile su cui scommetterei è la terza, ed è quella di cui si parla meno: la trasformazione del destinatario. È qui che la scala ritorna, non come causa concorrente ma come suo motore, perché è crescendo di molti ordini di grandezza, oltre ogni scala propriamente comunitaria, che il pubblico smette di essere un insieme riconoscibile e diventa un numero. Nel 1988 si scriveva per una comunità stabile, riconoscibile, dotata di memoria e capace di sanzione. Oggi si scrive per un numero che si aggiorna in tempo reale. Non è necessario supporre che sia cambiata la natura di chi scrive. È cambiato soprattutto per chi si scrive, e con esso la natura del premio.

Il che riporta, per l’ultima volta, alla stanza. In una delle sue apparizioni, lo sketch di Napalm51 nacque da un materiale particolare: alcuni commenti veri, scritti online contro Crozza da persone reali dopo una puntata precedente. La satira, cioè, si alimentava dell’odio che metteva in scena, e restituiva al pubblico, sotto forma di tipo comico, esattamente ciò che il pubblico le aveva mandato. È una circolarità che vale la pena tenere in mente.

Nel 1985 c’erano una baia, un VAX, una rastrelliera di modem e un pugno di persone colte che firmavano ogni riga con il proprio nome e distrussero comunque, ripetutamente, ciò che avevano costruito. Dal 2016 c’è una stanza, uno schermo e un uomo che urla in maiuscolo, e non se n’è più andato. Fra le due immagini non corre la storia di una decadenza. Corre soltanto il tempo che è servito a costruire un colpevole abbastanza diverso da chi lo guarda.

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