Perché pubblicare non basta a rendere un sapere ritrovabile, e che cosa cambia quando le risposte arrivano senza tracce

Questa primavera ho fatto sottoporre l’archivio di questa rivista a un audit tecnico. Il responso è arrivato nella forma in cui ormai arrivano quasi tutte le verità sgradevoli: una tabella. Su poco meno di ventiseimila pagine censite — indirizzi, si badi, e non tutti articoli — quasi diciassettemila non figurano nell’indice di Google. «Psychiatry on line Italia» esiste dal 15 maggio 1995: trentun anni di lavoro, oltre diecimila articoli.
Conviene leggere la tabella per ciò che dice. Fotografa un momento: oggi, con quel metodo, molti indirizzi non risultano nell’indice. Non dice, da sola, quanti custodiscano articoli e quanti siano pagine di servizio o doppioni, né se un tempo vi figurassero; e le cause possibili — redirect stratificati negli anni, direttive di esclusione dimenticate, tempi di caricamento che il crawler non tollera, un budget di scansione che si esaurisce prima di arrivare in fondo — sono in buona parte rimediabili, con pazienza e con competenze che non possiedo. Non documenta, dunque, un declino della rete. Incrina però la convinzione sulla quale ho costruito il mio lavoro: che pubblicare volesse dire depositare, e depositare rendere reperibile. E lascia un sospetto più scomodo di qualunque diagnosi del presente: che quella garanzia non sia mai esistita, e che l’audit mi abbia soltanto costretto a vedere una fragilità presente fin dall’inizio.
La tabella mi ha obbligato, anzitutto, a separare cose che ero abituato a pensare insieme. Un documento può esistere; può essere accessibile, cioè raggiungibile da chi ne conosce l’indirizzo; può essere reperibile, cioè trovabile da chi non lo conosce; e può conservare nel tempo il medesimo contenuto. Sono quattro condizioni distinte, e ciascuna chiede un lavoro diverso. Il mio archivio esiste e ha i suoi indirizzi: il suo problema è la reperibilità. Non sta scomparendo. Rischia di diventare socialmente inutilizzabile, che è già abbastanza.
Altrove il problema è più grave. Nel maggio del 2024 il Pew Research Center ha misurato quanta parte della rete sia scomparsa dalla vista pubblica: un quarto di tutte le pagine esistite fra il 2013 e il 2023 non era più raggiungibile alla fine di quel periodo; di quelle del 2013 mancava il trentotto per cento; più della metà delle voci di Wikipedia esaminate conteneva almeno un collegamento morto fra i riferimenti; e quasi un quinto dei messaggi pubblicati su una nota piattaforma non era più visibile dopo pochi mesi. Qui non è in gioco la reperibilità, ma la scomparsa: pagine che non esistono più, messaggi cancellati o sottratti allo sguardo pubblico. E gli autori avvertono di aver lasciato fuori dal conto un caso ulteriore: la pagina che resta al suo posto ma il cui contenuto è stato cambiato, talvolta radicalmente. Ritrovare lo stesso indirizzo non significa ritrovare la stessa testimonianza.
Chi, come me, ha fatto per decenni il bibliotecario di questa rete non può dunque rimproverare ad altri di disertare la biblioteca: i volumi si perdono anzitutto sotto la custodia di chi pubblica.
Ciò non toglie che la rete si possa abitare in modi diversi. Nel settembre del 2021 Monica Chin raccontò sul «Verge» lo sconcerto di molti docenti universitari americani davanti a studenti abilissimi con il calcolatore, per i quali cartelle e directory non significavano nulla: alla domanda su dove avessero salvato un file non sapevano rispondere, perché i file, per loro, non stavano in un luogo; si trovavano cercandoli. Non era ignoranza. Era un’altra idea della reperibilità, che fa a meno della collocazione.
Semplifico, ma non troppo. Il primo modo di abitare la rete somiglia a una biblioteca: documenti che hanno una collocazione, cataloghi, citazioni che altro non sono se non istruzioni per tornare in un punto preciso. Il secondo somiglia a una conversazione: un flusso anziché una collocazione, la voce, l’effimero per progettazione; è più rapido, più corporeo, più ospitale verso chi legge male o non legge affatto. Non sono due generazioni ma due abitudini, che convivono spesso nella stessa persona. E la seconda non ha nulla da farsi perdonare. I messaggi privati, le note vocali, le storie a scadenza sono sottratti allo sguardo pubblico per buone ragioni, e la loro riservatezza non è un difetto epistemologico: ciò che un amico mi confida non ha bisogno di essere verificabile. Il problema comincia quando una proposizione nata nel regime della conversazione pretende di valere come conoscenza pubblica senza lasciare le tracce che permettono di controllarla. Il diritto all’effimero e l’esigenza di tracciabilità non si escludono; chiedono soltanto di non essere confusi.
È su questa soglia che l’intelligenza artificiale generativa rende la domanda urgente. Non sostengo che la fragilità degli archivi ne spieghi la diffusione, che ha anche altre ragioni. Sostengo che essa porta all’estremo una possibilità già inscritta nella conversazione: una risposta che parla con l’autorevolezza di un documento e che chi la riceve può trovare convincente e sufficiente, mentre il percorso verso le sue fonti resta opaco. L’obiezione è ovvia: anche quella risposta si può salvare, copiare, citare. Ma conservare una risposta e ricostruirne le ragioni sono operazioni diverse. Posso tornare cento volte sullo stesso testo generato senza sapere da dove venga ciò che afferma. Quando il sistema indica le proprie fonti, il controllo può almeno cominciare, purché quelle fonti dicano davvero ciò che si attribuisce loro; quando non le indica, l’affermazione resta controllabile, ma il percorso deve costruirselo da sé chi legge, e su di lui ricade per intero il costo della verifica. Come ho sostenuto su queste pagine parlando di confabulazione artificiale, il rischio non sta soltanto nell’errore occasionale, ma anche nell’enunciato plausibile e ben formato che non offre appigli per essere messo alla prova.
Qui occorre procedere con una lentezza che il tema non incoraggia, perché è il punto in cui la pubblicistica comincia a esagerare e la psichiatria, se la segue, si squalifica. Nel febbraio di quest’anno Anne Maheux e colleghi hanno pubblicato su «JAMA Network Open» una misura diretta, non affidata a questionari: la rilevazione passiva, attraverso un’applicazione commerciale di controllo parentale, dei dispositivi di 6.488 minori statunitensi. Il 31,9 per cento aveva usato almeno un’applicazione di intelligenza artificiale generativa, e fra i quindici e i diciassette anni la metà. L’uso tipico, però, era brevissimo: 2,37 minuti al giorno in media, undici secondi di mediana, con tre utilizzatori su quattro sotto il minuto quotidiano. Sono cifre che valgono per il perimetro rilevato, da cui restano esclusi il browser e i comandi vocali, e che gli autori stessi ritengono incline a sottostimare l’uso reale; il campione, composto da famiglie che hanno acquistato un servizio di sorveglianza, non è rappresentativo, e cinque degli otto autori erano dipendenti dell’azienda che lo fornisce. Entro questi limiti, la diffusione appare ampia e l’immersione non riguarda i più.
Lo stesso gruppo ha poi guardato che cosa quei ragazzi scrivano. In uno studio uscito a luglio sul «Journal of Medical Internet Research», basato sui testi digitati da 3.363 minori, l’impiego strumentale — compiti, ricerca di informazioni, problemi da risolvere — ricorre nel 62 per cento delle giornate di utilizzo delle singole applicazioni; una parte non trascurabile contiene giochi di ruolo, anche violenti o sessuali; le richieste di sostegno emotivo si fermano a poche unità percentuali. Le categorie possono sovrapporsi, ma la proporzione è netta. Alla macchina, dunque, si domanda anzitutto di sapere: proprio il terreno sul quale una risposta pretende di valere come conoscenza.
Poche unità percentuali di quelle giornate, tuttavia, possono corrispondere a molti ragazzi. Nel novembre del 2025 Save the Children ha pubblicato la sedicesima edizione dell’Atlante dell’infanzia a rischio, «Senza filtri», con un’indagine di CSA Research su ottocento italiani fra i quindici e i diciannove anni: il 41,8 per cento ha chiesto aiuto a ChatGPT o ad altri strumenti di intelligenza artificiale nei momenti in cui si sentiva triste, solo o ansioso, e il 42,8 per cento vi ha cercato consiglio su scelte importanti, dalle relazioni alla scuola. Negli Stati Uniti Ryan McBain e colleghi, su campioni nazionali di giovani fra i dodici e i ventun anni, hanno trovato che aveva chiesto all’intelligenza artificiale consigli di questo genere il 13,1 per cento degli intervistati all’inizio del 2025, e il 19,2 per cento in una nuova rilevazione del novembre successivo. Le differenze non costituiscono, da sole, una contraddizione: le indagini misurano popolazioni, domande e momenti diversi. Dicono insieme che la pratica è tutt’altro che marginale; quanto alla sua crescita, la rilevazione americana più recente restituisce una quota più alta, ma il confronto fra le due va letto con cautela.
Fra le qualità che una parte degli intervistati italiani riconosce a questi sistemi c’è quella di non giudicare. Sarebbe facile liquidarla come un equivoco, ma nulla autorizza a credere che un adolescente scambi la macchina per una persona: può saperlo benissimo e apprezzare comunque l’assenza di imbarazzo, di rimprovero, di esposizione davanti ai coetanei. Né l’esperienza è vissuta come vuota: nelle due indagini americane più di nove utilizzatori su dieci hanno giudicato quei consigli almeno abbastanza utili. Il dato non dice nulla sulla loro efficacia clinica né sulla loro sicurezza, ma dice qualcosa di vero su ciò che accade a chi li riceve. La domanda clinica è un’altra: quando quel sollievo apre la strada ad altri rapporti, e quando li sostituisce? Nella rilevazione più recente, quasi due utilizzatori su tre non ne avevano parlato con nessuno. Non basta a rispondere, ma rende la domanda difficile da eludere, e ricorda che per il clinico conta anche uno scambio di pochi minuti, se a viverlo è una persona fragile.
Torna qui, per altra via, la questione delle tracce, con una differenza che conviene non cancellare. Un’informazione si controlla chiedendo prove e fonti. Per un consiglio su una relazione o su una scelta di studio non esiste un documento capace di stabilire quale sia la decisione giusta; si può però pretendere che ne siano riconoscibili i presupposti, i limiti e i criteri, così che chi lo riceve possa discuterlo anziché soltanto accoglierlo o respingerlo. Che a formularlo non sia un interlocutore capace di risponderne in prima persona non cancella la responsabilità: la sposta su chi quei sistemi progetta e distribuisce, e la rende tanto più esigibile quanto più le ragioni della risposta restano invisibili. Alla conversazione effimera si può lasciare la sua libertà; al consiglio che orienta una vita si deve chiedere almeno di mostrare su che cosa si regge.
Che cosa manca, dunque? Non la tecnologia, che abbonda. Manca qualcosa di più preciso e di più modesto, che anche l’educazione digitale dovrebbe mettere al centro come esercizio concreto: la possibilità di tornare. Verificare è anche questo, ritrovare una traccia identificabile e confrontarla con ciò che se ne è detto; ed è la differenza fra un cittadino cognitivo e un consumatore di plausibilità. Non basta, certo: occorre poi saper pesare una fonte e capire che cosa sia una prova. Ma senza una traccia che esista ancora, sia raggiungibile e sia rimasta la stessa, o dichiari come è cambiata, il resto non ha dove esercitarsi. L’indirizzo web è uno dei dispositivi più efficaci che abbiamo inventato per garantirlo, non l’unico concepibile. Una rete senza indirizzo, in questo senso, è una rete dalla quale non si torna.
Non mi preoccupa che un ventenne interroghi un sistema generativo anziché un catalogo: lo faccio anch’io, ogni giorno, e ne ricavo vantaggi che non intendo negare. Mi preoccupa che possa non aver mai fatto l’esperienza di tornare su un documento e di trovarlo dove l’aveva lasciato, com’era quando l’aveva lasciato. Anche quell’esperienza, ripetuta abbastanza volte, contribuisce a radicare l’idea che esista una realtà indipendente dalla propria domanda.
Il che riporta la questione a chi conserva e pubblica, e dunque a me. Le quasi diciassettemila pagine che l’indice di Google non mostra sono ancora lì: esistono, hanno un indirizzo, chi lo conosce le raggiunge. Manca la strada per chi non lo conosce, ed è un lavoro diverso da quello di scrivere e di pubblicare, che per trentun anni ho creduto bastassero. Non mi sono chiesto abbastanza attraverso quali strade qualcuno sarebbe arrivato fin qui. Ci stiamo lavorando ora, con lentezza e con un certo imbarazzo. Questo articolo un indirizzo ce l’ha. Che qualcuno sappia trovarlo è, come si è visto, un altro lavoro.
Bibliografia
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