Judit è presidente della Sándor Ferenczi Society, vive e lavora a Budapest, e insieme ad alcuni psicoanalisti italiani interessati al lavoro di Sandor Ferenczi come Carlo Bonomi (che qui avevamo intervistato) e Franco Borgogno, ha nel 2011 curato l’acquisto e la trasformazione in casa/museo della storica dimora di Ferenczi (la casa a Budapest dove Ferenczi visse e scrisse il suo articolo Confusione delle lingue tra adulti e bambini).
La casa/museo di Sandor Ferenczi è visitabile su appuntamento: come scrive Judit, vuole rappresentare un corrispettivo ungherese di quelle che sono le dimore storicamente abitate da Freud a Vienna e Londra.
L’intervista che segue è una riflessione che va oltre il lavoro di Ferenczi, aprendoci anche a uno sguardo sul panorama psicoanalitico ungherese, che come leggeremo è stato ed è molto fecondo e fruttuoso.
Qui quattro articoli scritti da Judit (scaricabili cliccando sul titolo):
- Mészáros, J. (2010). Building blocks toward contemporary trauma theory: Ferenczi’s paradigm shift. The American Journal of Psychoanalysis, 70, 328–340. https://doi.org/10.1057/ajp.2010.29
- Mészáros, J. (2014). Ferenczi in Our Contemporary World. Psychoanalytic Inquiry, 34, 112–121. https://doi.org/10.1080/07351690.2014.850278
- Mészáros, J. (2010). Progress and persecution in the psychoanalytic heartland: Antisemitism, communism and the fate of Hungarian psychoanalysis. Psychoanalytic Dialogues, 20, 600–622. https://doi.org/10.1080/10481885.2010.520629
- Mészáros, J. (2004). Psychoanalysis is a two-way street. International Forum of Psychoanalysis, 13, 105–113. https://doi.org/10.1080/08037060410031250scaricabile qui, in ungherese
Ecco la traduzione a partire dal file originale (scaricabile qui, in ungherese)
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Judit, ci racconteresti brevemente la tua formazione professionale e di cosa ti occupi oggi?
Mi sono laureata in Psicologia in un periodo in cui l’Ungheria apparteneva ancora al blocco sovietico, sebbene fossimo già nella fase della cosiddetta “dittatura morbida”. La psicoanalisi, precedentemente proibita, stava lentamente riemergendo dopo gli anni dell’underground.
Lo spirito della Beat Generation, l’atteggiamento critico nei confronti del conformismo e il bisogno di conoscenza di sé cominciavano a penetrare nel Paese.
Provai e studiai tutti i metodi allora disponibili, tra cui l’ipnosi, lo psicodramma e la gruppoanalisi. Il mio primo impiego fu presso l’Istituto di Psicologia dell’Accademia Ungherese delle Scienze, dove svolsi ricerche in neuropsicologia e sulla specializzazione emisferica. Da questo lavoro nacque la mia prima tesi di dottorato. Conseguii il titolo di Doctor Universitatis (Dr. univ.), il precedente grado universitario di dottorato ungherese.
Mi resi presto conto che il mio interesse maggiore era rivolto al pensiero psicoanalitico, per cui continuai la mia formazione in questa direzione e iniziai a lavorare in un reparto di psicoterapia.
Tuttavia non abbandonai mai il desiderio di fare ricerca, che successivamente sviluppai nell’ambito della storia della psicoanalisi.
Le mie ricerche mi portarono negli Stati Uniti, dove fui fellow presso il Woodrow Wilson International Center for Scholars di Washington D.C. (1995-1996). Da quel lavoro nacquero la mia tesi di PhD e il volume dedicato alle vicende dell’emigrazione psicoanalitica europea con particolare attenzione alla tradizione ungherese, pubblicato da Karnac nel 2014 con il titolo: Ferenczi and Beyond. Exile of the Budapest School and Solidarity in the Psychoanalytic Movement during the Nazi Years.
Parallelamente al lavoro psicoterapeutico ho insegnato all’università, ho ottenuto l’abilitazione accademica (habilitation) e successivamente il titolo onorifico di Professore Universitario. Ancora oggi insegno nei corsi post-laurea di psicoterapia; sono psicoanalista didatta e supervisore, oltre che analista didatta e supervisore in Psicoterapia Dinamica Breve (STDP).
Sono convinta che il pensiero psicoanalitico sia strettamente connesso agli effetti che i processi sociali esercitano sugli individui. Questo emerge nello sviluppo della personalità, nei disturbi psichici, nei comportamenti quotidiani, nei meccanismi difensivi e, in generale, in tutto ciò che riguarda il nostro modo di essere.
Considero la psicoanalisi un processo di liberazione: permette, attraverso l’elaborazione delle esperienze rimosse, represse o traumatiche e mantenendo la capacità di autoriflessione, di vivere con il massimo grado possibile di libertà interiore.
Ancora oggi ricerca, insegnamento e cura psicoterapeutica costituiscono un’unità nella mia vita: il lavoro clinico e quello accademico procedono parallelamente.
Poiché la cultura visiva mi è molto vicina, ho cercato di utilizzare anche questo linguaggio — come curatrice di mostre e consulente scientifica per documentari — per raccontare l’influenza di Ferenczi e della Scuola di Budapest sulla psicoanalisi moderna, all’interno del contesto sociale e politico in cui essa si sviluppò e attraverso il quale, grazie alle migrazioni forzate, contribuì alla diffusione del sapere psicoanalitico in altri Paesi e continenti.
Judit, insieme ad altri hai fondato la Sándor Ferenczi Society. Quali erano gli obiettivi originari e perché avete deciso di crearla?
La Sándor Ferenczi Society fu fondata nel 1988, alla vigilia della transizione democratica ungherese.
Oltre a studiare, valorizzare e diffondere l’eredità e lo spirito di Ferenczi, il nostro obiettivo principale era presentare la psicoanalisi come un sapere in dialogo con le scienze e con la cultura. Volevamo creare uno spazio per il confronto interdisciplinare.
Si tratta infatti di un processo a doppio senso: da una parte la psicoanalisi, oltre a contribuire alla cura dell’individuo, offre strumenti preziosi alla letteratura, al cinema e alle scienze sociali; dall’altra, essa stessa si arricchisce grazie a tali scambi interdisciplinari.
La Società inaugurò questo lavoro organizzando conferenze nazionali e internazionali e fondando la propria rivista, Thalassa (1990). Il primo numero della rivista fu dedicato al tema della prima conferenza dell’associazione (1989): Psicoanalisi e società.
Possono aderire alla Società persone ungheresi o straniere provenienti dai più diversi percorsi formativi — discipline umanistiche, medicina, economia e altri campi — purché interessate alla psicoanalisi.
La Società Ferenczi è quindi un’associazione interdisciplinare, non una scuola di formazione per analisti.
Di cosa si occupa oggi la Sándor Ferenczi Society? In quali ambiti è attualmente attiva?
Uno dei nostri principali obiettivi è stato acquistare la parte della villa di Ferenczi che comprendeva il suo studio professionale, affinché lo spirito di Ferenczi avesse un luogo fisico riconoscibile a Budapest, così come Freud lo ha a Vienna o a Londra.
Grazie a una raccolta fondi internazionale siamo riusciti a realizzare questo progetto. I colleghi italiani hanno avuto un ruolo molto importante e, insieme a Carlo Bonomi, ho coordinato l’iniziativa per diversi anni.
Le donazioni di quasi 300 persone e istituzioni permisero nel 2011 l’acquisto dello storico studio. Un contributo particolarmente significativo venne da Franco Borgogno, che destinò generosamente il premio Mary Sigourney Award ricevuto nel 2010. Anche il Mary Sigourney Award assegnato alla Società Ferenczi nel 2008 contribuì al progetto.
Presso l’International Ferenczi Center abbiamo creato un centro visitatori che, pur con risorse economiche limitate, accoglie studiosi provenienti da molti Paesi e continenti. Offriamo visite guidate personalizzate, abbiamo costituito un archivio psicoanalitico e ospitiamo piccoli seminari internazionali presso la Casa Ferenczi.
La Società organizza regolarmente conferenze. Dalla sua fondazione ha promosso quindici grandi incontri scientifici con centinaia di partecipanti, sette dei quali di carattere internazionale.
La prima grande conferenza internazionale di Budapest, The Talking Therapy: Ferenczi and the Psychoanalytic Vocation (1993), diede avvio a quella che oggi viene definita la “rinascita ferencziana”. Da allora conferenze dedicate a Ferenczi si sono diffuse in tutto il mondo, contribuendo alla valorizzazione della sua opera e alla costruzione di una rete internazionale di studiosi.
L’ultima conferenza internazionale organizzata dalla Società si è svolta nel 2023 per celebrare il 150° anniversario della nascita di Ferenczi: Ferenczi 150 Budapest: Dialogue. Una selezione degli interventi sarà presto pubblicata da Routledge.
Negli ultimi anni il progetto più importante è stato la pubblicazione critica delle opere complete di Ferenczi in lingua ungherese. I curatori principali sono Judit Mészáros, János Harmatta e Antal Bókay, tutti membri fondatori della Società.
Si tratta dell’edizione più completa mai realizzata, basata su quarant’anni di ricerche. Dei sette volumi previsti, sei sono già stati pubblicati tra il 2022 e il 2025, per oltre 2600 pagine complessive.
L’opera include anche gli scritti preanalitici di Ferenczi, precedenti al suo incontro con Freud nel 1908. Queste oltre cento pubblicazioni mostrano come temi quali il rispetto per il paziente, la comunicazione autentica e la sperimentazione terapeutica fossero già presenti nel suo pensiero.
Accanto a tutto ciò, da venticinque anni la Società organizza il ciclo gratuito Psicoanalisi e Arte, con dieci incontri annuali che arricchiscono la vita culturale di Budapest.
Quale posto occupa oggi Sándor Ferenczi a Budapest e nella psicoanalisi ungherese contemporanea?
Lo spirito di Ferenczi è rappresentato soprattutto dalla Sándor Ferenczi Society.
Nell’insegnamento universitario, Ferenczi e la Scuola di Budapest fanno parte del curriculum del Master in Psicologia dell’Università Eötvös Loránd (ELTE) di Budapest.
Allo stesso modo, Ferenczi occupa una posizione centrale nel Programma di Psicoanalisi Teorica della Scuola di Dottorato in Psicologia dell’Università di Pécs.
Questo è dovuto in larga misura al lavoro di due importanti studiosi di Ferenczi, Ferenc Erős e Antal Bókay, entrambi membri fondatori della Società Ferenczi nel 1989 e tra i fondatori del programma di dottorato di Pécs nel 1997.
Nella Società Psicoanalitica Ungherese Ferenczi viene certamente menzionato nei seminari di base, ma purtroppo la sua opera teorica e clinica non occupa ancora un posto sistematico nella formazione psicoanalitica.
Per concludere: qual è, secondo te, l’eredità di Sándor Ferenczi nella comprensione del trauma? Potresti consigliarci un libro o un articolo per approfondire?
L’approccio di Ferenczi al trauma rappresentò un vero cambiamento di paradigma.
Uno dei suoi punti fondamentali è che il trauma è sempre radicato nella realtà. Questa posizione si contrappone alla seconda teoria freudiana del trauma, nella quale la fantasia sostituisce progressivamente la realtà traumatica.
Per me questo è un aspetto essenziale: la realtà dell’esperienza vissuta da una persona non può essere messa in discussione. Potrei dire che la validità della verità soggettiva non è negoziabile.
Sebbene Ferenczi abbia elaborato la sua teoria a partire dall’osservazione degli abusi sessuali infantili, molte delle sue intuizioni hanno una portata generale.
Tra queste vi è il meccanismo di difesa dell’identificazione con l’aggressore, descritto per la prima volta nel 1932 e pubblicato nel 1933. Negli anni Settanta questa intuizione riemerse nella descrizione della cosiddetta Sindrome di Stoccolma.
Il nucleo del processo è che, in situazioni di abuso ripetuto da parte di una figura autorevole — che può persino possedere qualità positive — la vittima si sottomette inconsciamente alle intenzioni dell’aggressore per attenuare il dolore fisico, verbale o sessuale dell’abuso.
Questo fenomeno è molto diverso dal meccanismo che Anna Freud descrisse con lo stesso nome nel suo libro sui meccanismi di difesa dell’Io (1936).
Anche il concetto di resilienza psichica compare nelle intuizioni di Ferenczi: in alcuni casi il trauma non produce soltanto effetti distruttivi, ma può favorire uno sviluppo progressivo della personalità.
Tutti questi temi sono presenti nel celebre saggio:
- Confusion of Tongues Between Adults and the Child (Ferenczi, 1933/1980)
e nel mio articolo di sintesi:
- Building Blocks Toward Contemporary Trauma Theory: Ferenczi’s Paradigm Shift (Mészáros, 2010).
Esistono inoltre diversi volumi disponibili anche in italiano. Tra questi segnalo:
- La Catastrofe e i suoi Simboli di Carlo Bonomi e Franco Borgogno, un’opera fondamentale sul contributo di Ferenczi alla storia del trauma.
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