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Essere o “fare” il terapeuta?

17 Giu 26

A cura di Sabino Nanni

       

Se facciamo parte di coloro cui i malati chiedono aiuto, non è opportuno che definiamo la nostra professione esclusivamente in base alla teoria che abbiamo appreso e alla tecnica di cui ci siamo impadroniti. Possiamo essere medici psichiatri, psicoanalisti, cognitivisti, psicofarmacologi, ecc., però è bene tener presente che, prima di tutto questo, siamo esseri umani che si prendono cura dei propri simili sofferenti. Se lo dimentichiamo, è come se pretendessimo di costruire o consolidare una casa occupandoci solo dei piani superiori, e ignorando l’importanza delle fondamenta.

        Se, nella cura, non facciamo (buon) uso della nostra persona (con la nostra indole, la nostra sensibilità, le nostre emozioni, la nostra esperienza), se quel che siamo nel nostro intimo non costituisce la matrice e la guida del nostro apprendere ed operare, finisce che la teoria e la tecnica diventano fini a sé stesse, diventano tutto; e la conseguenza è che non possiamo essere veri curanti. Finisce, ad esempio, che pretendiamo che sia il malato ad adattarsi alla nostra tecnica (oppure che escludiamo dalla cura chi non vi si adegua), anziché essere la tecnica che si adatta ad ogni particolare malato, con le sue esigenze di individuo unico e irripetibile. Finiamo per crearci la falsa convinzione che un unico tipo di cura possa essere ugualmente efficace per tutti i casi simili, ossia per applicare acriticamente i protocolli ideati da “esperti” che non hanno mai visto né conosciuto la particolare persona di cui ci stiamo occupando. Finiamo, inoltre, per non riuscire a collaborare con colleghi che applicano una tecnica differente dalla nostra, se ciascuno è geloso della propria competenza e convinto della “assoluta superiorità” di quel che sa fare perché, per lui, non esiste altro.

        Soprattutto non riusciremmo a “prenderci a cuore” le persone che ci chiedono aiuto, anche se, da esseri imperfetti quali siamo, difficilmente ciò è possibile con tutti i malati.  Questo richiederebbe il porre al servizio delle necessità di chi soffre il nostro orgoglio professionale, la nostra sensibilità, le nostre conoscenze, le nostre capacità. Esattamente come una mamma-puerpera abbastanza sana si prende a cuore il suo neonato e mette al servizio di queste cure tutta sé stessa. Ecco, questo è il modello che sarebbe opportuno seguire nel forgiare la nostra formazione e la nostra identità professionale. L’apprendimento adeguato della teoria e della tecnica si costruisce solo su questo fondamento.

        Non possiamo che accostarci con la dovuta umiltà al modello della neo-mamma abbastanza sana: lei è il frutto di migliaia di anni di evoluzione della specie (oppure, se vogliamo, opera diretta del Creatore): è una persona capace di scoprire e, al tempo stesso, creare in un’entità biologica dotata di esistenza primitiva, le potenzialità di un essere umano che possiede capacità di sentire, pensare, esprimersi, di esserne cosciente, di comprendere sé stesso e, empaticamente, gli altri; capace di governare il proprio corpo. Ammettiamolo: nessun medico, o psicoterapeuta, o educatore riesce ad eguagliarla. Possiamo soltanto cercare, in noi stessi, le tracce di quelle antiche cure di cui, se non siamo stati particolarmente sfortunati, noi tutti ci siamo giovati. Per essere autentici curanti non possiamo che identificarci in quell’antica mamma in quanto di vitale importanza ci ha offerto.

        Per ottenere tutto questo occorre che il curante sappia, innanzi tutto, curare sé stesso. Occorre ritrovare, in noi stessi, quell’esperienza dell’autentico curare/essere curati che abbiamo conosciuto agli inizi della nostra vita, ponendo tutto il resto al servizio di quanto è rimasto di questa attitudine precocemente acquisita. Come farlo? Sicuramente può essere utile sottoporsi ad analisi; però attenzione: il rapporto con l’analista non è dissimile da tutti gli altri rapporti umani (l’amicizia, l’amore, la collaborazione professionale), e non con tutti i nostri simili è possibile incontrare quella sintonia che è necessaria per creare una relazione feconda. Non tutti gli analisti sono capaci di capirci e di aiutarci (magari la sanno fare con altri, ma non è detto che lo facciano con noi); anche gli analisti sono esseri umani imperfetti, e per giudicarli, è necessario considerare le singole persone, prima ancora che i loro titoli accademici.

        In alternativa, o in aggiunta, occorre ricorrere ad una persona esperta di cui ci fidiamo. Anche se non si tratta di una vera e propria supervisione strutturata, è necessario che costui si comporti come un buon genitore, ossia che non pretenda che pensiamo come lui o che siamo identici a lui; occorre, al contrario, che ci aiuti ad essere noi stessi, a fare il miglior uso possibile di quel che siamo. Occorre che ci aiuti a far emergere, in noi, l’autentica attitudine alla cura di cui, in fondo, noi tutti potremmo essere capaci. Ciò è di vitale importanza, se scegliamo di essere (e non soltanto “fare”) i genitori, i medici, gli educatori, ecc. Ma anche ammesso, e non concesso, che sapessimo isolarci dal mondo, ciò sarebbe necessario per prenderci cura in modo adeguato di noi stessi. 

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Autore

  • Sabino Nanni

    Dott. Sabino NANNI Medico Chirurgo Specialista in Psichiatria – Psicoterapeuta Già Primario Ospedaliero ASL 22 Piemonte

    Studio: Spalto Marengo, 97 – 15121 Alessandria

    Tel. 0131 264637 – 346 1820926

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