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La Poesia di una cura felicemente conclusa: il Canto XXVII del Purgatorio

15 Dic 25

A cura di Sabino Nanni

  Come altrove, riporto in scrittura normale la versione in prosa (in italiano attuale), i versi di Dante in neretto, e i miei commenti in corsivo.

Il Canto XXVII condensa “il tragico e l’idilliaco”. Qui si annuncia il ritrovamento del Paradiso terrestre, perduto dai nostri avi; è anche il Canto del commiato da Virgilio. Quest’ultimo aspetto offre un importante suggerimento al terapeuta ed al paziente che concludano felicemente un trattamento

 

All’inizio troviamo una complessa perifrasi astronomica, per indicare il tramonto. Il sole si trova (“si stava”) in quella posizione in cui (“sì come quando”) manda (“vibra”) i suoi primi raggi là [nella città di Gerusalemme] dove il suo Creatore (“fattor”) versò (“sparse”) il sangue [per la salvezza dell’umanità], mentre l’Ebro (“Ibero”) si trova (“cadendo”) sotto la costellazione della Libra, alta nel cielo., e le acque (“onde”) del Gange sono riarse dal calore di mezzogiorno (“da nona”). In tale posizione dell’astro, il giorno, nel Purgatorio, tramonta (“sen giva”).

A questo punto, compare l’Angelo di Dio, splendente di gioia (“lieto”). Egli sta sull’orlo della cornice (“in su la riva”), al di fuori del fuoco, e canta ‘Beati i puri di cuore!’ (“Beati mundo corde!”), con una voce assai più chiara e viva di quella umana (“più che la nostra”)

 

Pag. 409, vv. 1 – 9

Sì come quando i primi raggi vibra

là dove il suo fattor lo sangue sparse,

cadendo Ibero sotto l’alta Libra,

 

e l’onde in Gange da nona riarse,

sì stava il sole; onde ‘l giorno sen giva,

come l’angel di Dio lieto ci apparse.

 

Fuor della fiamma stava in su la riva,

e cantava “Beati mundo corde!”

in voce assai più che la nostra viva.

  

        Con questa precisazione dei dettagli astronomici, Dante, come già altrove, dimostra d’aver ben presente il contrasto tra il tempo oggettivo, caratterizzato da un continuo fluire, ed il tempo della vita interiore: tempo, questo, definito “sincronico” (Ogden), in cui coesistono costantemente sia il passato (tra poco il Poeta incontrerà il Paradiso perduto), sia il presente, sia quel che preannuncia il futuro. È il contrasto tra il precario e l’eterno, tra la realtà oggettiva e il mondo delle visioni: subito compare l’Angelo della castità che, cantando la sesta beatitudine evangelica (Matteo, V, 8), preannuncia l’avvicinarsi della beatifica visione di Dio. In virtù di questo messaggio, il tramonto non significa soltanto la fine del vecchio giorno (muore, non tornerà mai più), ma anche il presagio di un giorno nuovo, “quello della libertà, recuperata principalmente grazie al sacrificio del nostro Salvatore: al sangue da Lui versato per redimere l’umanità” (Pietrobono, cit.).

 

Questa volta, l’Angelo non ventila con le ali la fronte di Dante, allo scopo di cancellare l’ultima P, quella della lussuria: essa sparirà passando attraverso il fuoco. L’Angelo, infatti, fa presente alle “anime sante” dei Poeti che non si può procedere oltre (“più non si va”) se prima il fuoco non fa sentire il suo morso (“se pria non morde”). Invita Dante e gli altri due ad entrare in esso, e ad ascoltare il canto che si ode al di là delle fiamme (“al cantar di là non siate sorde”). Ciò dice l’Angelo quando i Poeti gli sono vicini, e quando Dante intende le sue parole, diviene come colui che sta per essere sotterrato in una fossa (“colui che nella fossa è messo”, frase interpretata come ‘il defunto che sta per essere inumato’, oppure come ‘il condannato alla propagginazione in procinto di subire il supplizio’).

 

Pag. 409 – 410, vv. 10 – 15

Poscia “Più non si va, se pria non morde,

anime sante, il foco: intrate in esso,

ed al cantar di là non siate sorde”

 

ci disse come noi li fummo presso;

per ch’io divenni tal, quando lo ‘ntesi,

qual è colui che nella fossa è messo.

 

 

        Per poter accedere ad una vita puramente spirituale (per ritrovare un pieno contatto con gli oggetti interni incorporei) è necessario il doloroso distacco dagli appetiti carnali.

 

Dante esprime il suo stato d’animo con gesti istintivi: tenendo le mani unite (“in su le man commesse”) [in segno di ripugnanza] si sporge innanzi, scrutando il fuoco e immaginando con estrema lucidità (“forte”) i corpi umani già visti bruciare sul rogo (“già veduti accesi”).

Le valenti guide (“buone scorte”) del Poeta si voltano verso di lui, e Virgilio gli dice: “Figlio mio, nel Purgatorio (“qui”) può esserci tormento, ma non morte.” Che se ne ricordi! Se il Poeta latino l’ha guidato in salvo persino sul dorso di Gerione (“sovresso Gerion”), che cosa non farà ora, visto che si trova più vicino al mondo della Grazia (“presso più a Dio”)? Sappia, Dante, per certo che se anche rimanesse mille anni in mezzo (“dentro all’alvo”) a questo fuoco, esso non potrebbe privarlo neppure di un capello (“non ti potrebbe far d’un capel calvo”). E se forse il suo discepolo crede che il suo Maestro lo stia ingannando, che si avvicini alla fiamma (“fatti ver lei”), e si faccia dare una prova convincente (“credenza”) [della verità di quanto gli dice] dal lembo della sua veste (“de’ tuoi panni”) [accostato al fuoco] con le sue mani. Che Dante deponga ormai ogni timore (“temenza”): che si volga dalla sua parte, venga ed entri sicuro!

Ma Dante rimane ostinatamente (“pur”) fermo, e ciò contro la voce della sua coscienza (“contra coscienza”) [che gl’impone di obbedire al suo Maestro].

      

Pag. 410 – 412, vv. 16 – 33

In su le man commesse mi protesi,

guardando il foco e imaginando forte

umani corpi già veduti accesi.

 

Volsersi verso me le buone scorte;

e Virgilio mi disse: “Figliuol mio,

qui può esser tormento, ma non morte.

 

Ricorditi, ricorditi! E se io

sovresso Gerion ti guidai salvo,

che farò ora presso più a Dio?

 

Credi per certo che se dentro all’alvo

di questa fiamma stessi ben mille anni,

non ti potrebbe far d’un capel calvo.

 

E se tu forse credi ch’io t’inganni,

fatti ver lei, e fatti far credenza

con le tue mani al lembo de’ tuoi panni.

 

Pon giù omai, pon giù ogni temenza:

volgiti in qua; vieni ed entra sicuro!”

E io pur fermo e contra coscienza.

 

        Virgilio, per convincere Dante ad attraversare il fuoco, usa tutti gli argomenti razionali di cui è capace: nel Purgatorio, luogo della purificazione, le pene possono essere causa di tormento, ma non di distruzione e di morte. Affinché il discepolo ritrovi la fiducia in lui, gli ricorda d’averlo protetto da Gerione, pur trovandosi entrambi vicini al mondo della frode cui nessuno può opporsi (Inferno, XVII, vv. 1 e seg.); e se ora si trovano in una diversa e ben più favorevole condizione, perché mai non potrebbe fare altrettanto? Gli propone, infine, di accertarsi con le sue stesse mani che il lembo della veste, accostato al fuoco, non si brucia.

        Niente da fare: gli insistenti tentativi di Virgilio di convincere il Poeta rivolgendosi alla sua parte razionale, si rivelano infruttuosi; Dante resta ostinatamente immobile. È, evidentemente regredito ad un’impressionabilità di tipo infantile, animalesco: gli argomenti razionali non possono distoglierlo dall’istintiva repulsione verso la fiamma. Invano Virgilio, facendogli presente che il fuoco del Purgatorio non distrugge e non uccide, implicitamente lo rassicura che il distacco dagli appetiti carnali, pur doloroso, è puramente simbolico, ed il suo corpo resterà integro. Tuttavia il Poeta latino (esattamente come farebbe un terapeuta che sappia fare il suo mestiere), a questo punto non ricorre a metodi costrittivi; al contrario, utilizzando la propria capacità di comprensione empatica, individua l’unico argomento capace di convincere il suo allievo.

 

Quando Virgilio vede che Dante continua a stare (“star pur”) fermo e rigido (“duro”), un poco turbato gli dice: “Pensa ora, figlio: rimane solo questo ostacolo (“muro”) che divide te da Beatrice”.

Come Piramo morente (“in su la morte”) aprì gli occhi davanti all’amata Tisbe, che gli pronunciava il proprio nome (“al nome di Tisbe”) e la guardò, nel momento in cui il gelso divenne vermiglio, [rianimandosi] allo stesso modo (“così”) mentre la sua ostinazione (“durezza”) cede (“fatta solla”, ossia diviene morbida, cedevole), Dante si volge verso la sua saggia guida, udendo quel nome [di Beatrice] che gli risorge (“rampolla”) sempre nella mente.

 

Pag. 412, vv. 34 – 42

Quando mi vide star pur fermo e duro,

turbato un poco, disse: “Or vedi, figlio:

tra Beatrice e te è questo muro.”

 

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio

Piramo in su la morte e riguardolla,

allor che ‘l gelso diventò vermiglio;

 

così, la mia durezza fatta solla,

mi volsi al savio duca, udendo il nome

che nella mente sempre mi rampolla.

 

        “Narra Ovidio (Met. IV, 55 e seg.) che Piramo e Tisbe, due giovani babilonesi che s’amavano contro il volere dei genitori, si diedero una sera convegno sotto un gelso (…). Tisbe vi giunse per prima ma, atterrita per la vista di una leonessa, fuggì lasciando cadere un velo che la belva, col muso intriso di sangue, fece a brani. Piramo, sopraggiunto, alla vista del velo insanguinato, credette cha la sua amata fosse stata uccisa e, disperato, si trafisse il cuore. Quando Tisbe, ritornata sul luogo del convegno, trovò Piramo in quello stato, lo chiamò [pronunciando il proprio nome], e il moribondo riaprì gli occhi, la riguardò per un istante e spirò. Tisbe si uccise accanto all’amato, e il gelso, intriso del sangue dei due giovani, produsse, da allora in poi, frutti vermigli” (cit.)

        Dante è paralizzato dal terrore; la sua volontà è annichilita, come morta. Così come accade al protagonista della storia, il solo sentir pronunciare il nome dell’amata gli restituisce vita e vigore.

        Il mito di Piramo e Tisbe, qui menzionato da Dante, si lega ad alcune associazioni d’idee sulla quali vale forse la pena di soffermarsi. Innanzi tutto è la storia della reazione impulsiva al panico. Per sua fortuna, Dante, a differenza di Piramo, dispone ancora del sostegno di Virgilio, persona sensibile, equilibrata e portavoce della razionalità e del realismo; perciò, con il suo aiuto, evita di mantenere un comportamento imponderato. In secondo luogo (come sarà più chiaro nella successiva rielaborazione shakespeariana del mito in “Romeo e Giulietta”) narra le vicende di due giovani che, affrancandosi dai divieti delle loro famiglie, decidono di dare realtà al loro amore. In Shakespeare è più evidente che si tratta di due persone che, sganciandosi dalle dinamiche di gruppo perverse dei loro congiunti (due branchi di belve ferocemente contrapposti l’uno all’altro), fanno prevalere i loro più sani sentimenti individuali ed umani. È presumibile che ciò sia significativo nel contesto di questo Canto: come è stato fatto notare, “nel viaggio che Dante ha compiuto lungo i sentieri della purificazione”, si assiste al graduale “passaggio dall’astratto “io-umanità” allo “io-individuo” (Singleton, cit.); un io-individuo che, come tale, è più sicuramente autentico e vivo nei propri particolari sentimenti, e non rischia di perdersi nel “gregge”. Ciò, nell’opinione di chi scrive, costituisce un aspetto importante dei processi auto-riparativi descritti dal Poeta.

 

Virgilio, a questo punto, scuote (“crollò”) il capo e dice [ironicamente]: “Come! Ce ne vogliamo (“volenci”) ancora star di qua?”; poi sorride con la stessa espressione che si assume col bambino (“come al fanciul si fa”) che si è riusciti a convincere con la promessa di un frutto (“ch’è vinto al pome”).

Il maestro di Dante entra nel fuoco davanti al suo discepolo, pregando Stazio di venire dietro, mentre prima questi li aveva divisi per lungo tratto di cammino [procedendo in mezzo a loro].

Appena Dante si trova in mezzo alle fiamme, si sarebbe gettato in un vetro incandescente (“bogliente”) per rinfrescarsi, tanto è smisurato (“sanza metro”) è il calore (“lo ‘ncendio”) lì dentro. Virgilio, dolce padre di Dante, per confortarlo, gli parla continuamente (“pur”) di Beatrice, dicendogli: ‘Mi sembra già di vedere i suoi occhi.’         

 

Pag. 412 – 413, vv. 43 – 54

Ond’ei crollò la fronte e disse: “Come!

volenci star di qua?”; indi sorrise

come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.

 

Poi dentro al foco innanzi mi si mise,

pregando Stazio che venisse retro,

che pria per lunga strada ci divise.

 

Sì com fui dentro, in un bogliente vetro

gittato mi sarei per rinfrescarmi,

tant’era ivi lo ‘ncendio sanza metro.

 

Lo dolce padre mio, per confortarmi,

pur di Beatrice ragionando andava,

dicendo: “Li occhi suoi già veder parmi.”

 

         Virgilio, di fronte alla pavidità infantile che Dante manifesta in quel momento, risponde con ironia bonaria e scherzosa. È l’unico atteggiamento che, comunicando benvolere, permette al suo discepolo di rendersi conto della sua temporanea fragilità senza sentirsene ferito. Il buon terapeuta, in circostanze analoghe, si comporta allo stesso modo.

        Il supplizio del fuoco è veramente doloroso e Virgilio, per evitare che Dante sia tentato di tornare indietro (cosa severamente vietata nel Purgatorio) prega Stazio di porsi alle sue spalle con lo scopo implicito di vigilare sul comportamento del discepolo. Le sensazioni oltremodo spiacevoli prodotte dalla fiamma rischiano di mettere in crisi Dante. Virgilio, per confortarlo, questa volta non si limita a pronunciare il nome di Beatrice (che il Poeta, attraversato il fuoco, incontrerà); evoca, della donna, una viva immagine che, per Dante che l’ama così intensamente, quasi è dotata di estesia sensoriale, e che, contrapponendosi alla sensazione di dolore, la neutralizza in gran parte: al Poeta latino “già pare di vedere gli occhi” che il suo discepolo è tanto desideroso d’incontrare.

 

Guida i tre Poeti una voce che canta dall’altra parte del fuoco (“di là”). Prestando attenzione solo (“pur”) a lei, essi giungono fuori della fiamma (“fuor”) nel punto in cui si riprende a salire (“si montava”). ‘Venite, o benedetti del Padre mio’ (“Venite, benedicti Patris mei”): i Poeti sentono risuonare queste parole dentro a una luce così abbagliante (“tal”) che sopraffà la vista di Dante (“mi vinse”) al punto di non poterla guardare.

La voce avvisa i Poeti che il sole sta tramontando, e scende la sera: che non si fermino, ma affrettino (“studiate”) il passo, finché la parte occidentale del cielo non diventi del tutto buia (“non si annera”)

 

Pag. 413, vv. 55 – 63

Guidavaci una voce che cantava

di là; e noi, attenti pur a lei,

venimmo fuor là ove si montava.

 

“Venite, benedicti Patris mei”,

sonò dentro a un lume che lì era,

tal, che mi vinse e guardar nol potei.

 

“Lo sol sen va,” soggiunse “e vien la sera:

non v’arrestate, ma studiate il passo,

mentre che l’occidente non si annera.”

 

        L’Angelo invita i viandanti a salire la scala “con le parole che Cristo, secondo il Vangelo (Matteo, XXV, 34), rivolgerà alle anime elette nel giorno del Giudizio universale” (cit.). Dante che sicuramente possedeva una cultura religiosa superiore a quella degli intellettuali di oggi, avverte queste parole come confortanti: esse preannunciano la visione beatificante di Dio. La comunicazione di tipo allusivo risulta concisa ed efficace (non richiedendo lunghe spiegazioni) quando si è sicuri che l’interlocutore conosce l’argomento; il che, soprattutto riguardo alle conoscenze di tipo umanistico, non sempre è possibile al giorno d’oggi.

        La legge del Purgatorio che vieta di salire di notte, finora può essere parsa arbitraria. È opinione del sottoscritto che quel che segue in questo Canto ne illustrerà il senso.

 

La scala scavata nella roccia (“per entro al sasso”) sale dritta verso oriente, ossia verso la parte in cui Dante (“verso tal parte ch’io”) interrompe (“togliea”) [con la sua ombra] i raggi del sole, ormai basso all’orizzonte occidentale. I tre viandanti hanno appena il tempo di sperimentare (“levammo i saggi”) pochi gradini (“scaglion”) di quella scala, quando si accorgono che il sole è tramontato (“corcar”) alle loro spalle (“dietro”) perché l’ombra [proiettata dal corpo di Dante] è scomparsa [con lo scomparire del sole].

Prima che l’orizzonte assuma (“fosse… fatto”) in tutta la sua estensione (“‘n tutte le sue parti immense”) un unico colore [diventando scuro] e la notte abbia occupato [con le tenebre] tutte le zone a lei assegnate (“tutte sue dispense”), ciascuno dei Poeti si corica su un gradino (“d’un grado fece letto”), poiché la legge naturale (“la natura”) del monte toglie loro (“ci affranse”), la possibilità, il vigore e la gioia di salire oltre (“la possa del salir più e il diletto”).

 

Pag. 413 – 418, vv. 64 – 75

Dritta salìa la via per entro ‘l sasso

verso tal parte ch’io togliea i raggi

dinanzi a me del sol ch’era già basso.

 

E di pochi scaglion levammo i saggi,

che ‘l sol corcar, per l’ombra che si spense,

sentimmo dietro e io e li miei saggi.

 

E pria che ‘n tutte le sue parti immense

fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,

e notte avesse tutte sue dispense,

 

ciascun di noi d’un grado fece letto;

ché la natura del monte ci affranse

la possa del salir più e ‘l diletto.

 

        “Spira da queste terzine una pace malinconica, mentre l’occhio, dall’alto della montagna che sorge in mezzo all’Oceano, contempla l’orizzonte che sembra perdersi nell’infinito, e che va diventando gradatamente più buio” (cit.). È il momento in cui ci si accinge a riposare: è la “natura” (e non solo la legge del Purgatorio) che divide il ciclo biologico (e quello dell’esperienza vissuta) della giornata in due fasi distinte: quella della veglia e quella del sonno. In quest’ultima, grazie anche all’assenza di luce, le cose perdono le loro dimensioni precise e limitate, si ha come la sensazione d’entrare in contatto con l’infinito e l’eterno.

        Finché è giorno, l’ombra di Dante si proietta verso oriente (simbolicamente la nascita, l’origine), anticipando il percorso verso l’originario Paradiso terrestre che il Poeta sta per compiere. Scomparso il sole, cessa anche d’esistere l’ombra e, nello stesso tempo, si affievoliscono il vigore e l’entusiasmo che spingono a salire. È il momento in cui, alla vita attiva del giorno, subentra il raccoglimento che permette all’attività onirica di produrre i suoi frutti, come adombrato dalla metafora che segue a questi versi.

 

Per descrivere la situazione che si è creata, il Poeta usa alcune similitudini: la paragona a quella delle capre che rimangono tranquille (“manse”) a ruminare. Sono bestie che sono apparse scattanti (“rapide”) e ardite (“proterve”) sulle balze del monte, prima d’essersi saziate (“avante che sien pranse”), e che ora, sorvegliate (“guardate”) dal pastore, stanno silenziose all’ombra, mentre il sole arde (“ferve” a mezzogiorno), e l’uomo, pur appoggiato al suo bastone (“‘n su la verga poggiato”), continua a fare la guardia (“serve”). Paragona anche la situazione a quella del custode della mandria che rimane (“alberga”) lontano dall’abitato (“fori”) e passa la notte accanto (“lungo”) al suo gregge (“peculio”), quieto, vigilando (“guardando”) affinché qualche animale predatore (“fiera”) non lo disperda (“sperga”).

Allo stesso modo (“tali”) allora (“allotta”) se ne stanno i tre Poeti: Dante, prossimo al sonno e tranquillo come una capra e gli altri due (“ei”) [pronti a vigilare] come pastori, tutti chiusi e protetti (“fasciati”) da una parte e dall’altra (“quinci e quindi”) dall’alta parete della roccia (“d’alta grotta”).   

 

Pag. 418 – 419, vv. 76 – 87

Quali si stanno ruminando manse

le capre, state rapide e proterve

sovra le cime avante che sien pranse,

 

tacite all’ombra, mentre che ‘l sol ferve,

guardate dal pastor, che ‘n su la verga

poggiato s’è e lor poggiato serve;

 

e quale il mandrian che fori alberga

lungo il peculio suo queto pernotta,

guardando perché fiera non lo sperga;

 

tali eravam noi tutti e tre allotta,

io come capra, ed ei come pastori,

fasciati quinci e quindi d’alta grotta.

 

        Dante aveva intuito quel che l’indagine scientifica chiarirà secoli dopo: il sogno non è soltanto “guardiano del sonno” (Freud) in quanto, attraverso l’appagamento allucinatorio dei desideri fa sì che questi non disturbino il riposo. È anche lo stato di coscienza in cui l’attività onirica, in primo piano, permette di elaborare mentalmente, in modo creativo, le tensioni e i micro-traumi del giorno precedente. Ciò consente di rimaneggiare le esperienze e renderle emotivamente “digeribili” (di “ruminare”), come evidenziato da Bion, Ogden e altri. Ne consegue che la notte, in cui ci si astiene dalla vita attiva, è il tempo in cui si svolge quell’attività mentale che è alla base del mantenimento dell’equilibrio e dei processi riparativi. Non basta “fare”, occorre anche riflettere e rielaborare.

        Nei primi anni di vita (e per alcuni anche in seguito), immergersi nel sonno significa separarsi dagli oggetti d’amore da cui si dipende. Ciò può suscitare, favorite anche dalla regressione, angosce d’abbandono che impediscono di rilassarsi e riposare. Ecco perché ogni genitore sensibile, mettendo a letto il suo piccolo, lo accompagna nell’addormentamento almeno fino a quando sia sopravvento, in lui, il sonno profondo. Ecco anche perché, se il sonno è leggero e il bambino si rende conto d’essere solo, può risvegliarsi angosciato da incubi.

        Si racconta che Bismark, affetto da insonnia (e bulimia), fu curato efficacemente dal suo medico personale tramite un semplice e geniale espediente: il curante, per tutto il corso della notte, vegliava sul dormiente sedendoglisi accanto. Quando Bismark si svegliava, era subito rassicurato dalla presenza del suo terapeuta (vissuto, nella traslazione, come genitore protettivo) e si riaddormentava prontamente. Dopo diverse notti, i risvegli dello statista divennero sempre meno frequenti, fino a scomparire del tutto.

        Attraverso le similitudini delle capre che “ruminano” e del gregge che riposa, entrambi protetti dal pastore che vigila, Dante anticipa tutti i concetti sopra esposti.

 

Dalla gola ristretta, in cui Dante sta riposando, si può scorgere (“parer”) solo un piccolo settore del cielo (“poco… del di fori”); tuttavia, per quel poco [che è possibile osservare], il Poeta vede le stelle più luminose (“chiare” [per la trasparenza dell’aria a quell’altezza]) e più grandi (“maggiori” [perché si è più vicini al cielo stellato]) del solito (“di lor solere”). Così pensando (“ruminando”) e fissando lo sguardo sulle stelle (“rimirando in quelle”), Dante è preso dal sonno; quel sonno che spesso preannuncia gli eventi futuri (“sa le novelle”) prima che essi effettivamente accadano (“anzi che ‘l fatto sia”).  

 

Pag. 419, vv. 88 – 93

Poco parer potea lì del di fori;

ma, per quel poco, vedea io le stelle

di lor solere e più chiare e maggiori.

 

Sì ruminando e sì mirando in quelle,

mi prese il sonno; il sonno che sovente,

anzi che ‘l fatto sia, sa le novelle.

 

        Come si è detto più sopra, le stelle rappresentano simbolicamente alcune fra le prime realtà esterne, riconosciute come distinte dal soggetto, e idealizzate nel loro splendore. Originariamente irraggiungibili, ora non sono più tali per il Poeta; e questo non solo perché gli astri appaiono più vicini, ma anche per la promessa di poter arrivare al cielo cui appartengono.

        Ancora una volta compare, qui, il verbo “ruminare”, ossia, con l’avvicinarsi del sonno, compiere una rielaborazione mentale di tipo onirico dell’esperienza. Essa avviene in una dimensione “sincronica” che comprende tutti i tempi: le tracce del remoto passato in cui il soggetto stava scoprendo un mondo che lo incantava; il presente (il momento attuale del viaggio del Poeta) e le aspettative del futuro. Attraverso la sintesi di tutti questi elementi, Dante crea il sogno che subito dopo illustra; un sogno che effettivamente preannuncia gli eventi prima che essi accadano.

 

Dante racconta quanto accadutogli, così pensa, nell’ora [che precede l’alba] in cui (“che”) dall’oriente inizia a splendere (“prima raggiò”) sul monte del Purgatorio il pianeta Venere (“Citerea”), che pare sempre ardere del fuoco d’amore.

Il fatto è questo: gli pare di vedere in sogno una donna giovane e bella, che andava cogliendo fiori in una distesa erbosa, e che cantando diceva: ‘Chiunque (“qualunque”) chieda il mio nome sappia che io son Lia, e vado muovendo intorno le mie belle mani per farmi una ghirlanda. Qui mi adorno [di fiori] per potermi compiacere (“piacermi”) guardandomi allo specchio, ma mia sorella (“suora”) Rachele non distoglie (“si smaga”) mai gli occhi dal suo specchio (“miraglio”), e siede davanti ad esso tutto il giorno. Lei è tanto desiderosa di contemplare i suoi begli occhi, quanto io di adornarmi con le mie mani. Lei trova il suo appagamento (“appaga”) nel contemplare, e io nell’operare’.      

 

Pag. 419 – 420, vv. 94 – 108

Nell’ora, credo, che dell’oriente,

prima raggiò nel monte Citerea,

che di foco d’amor par sempre ardente,

 

giovane e bella in sogno mi parea

donna vedere andar per una landa

cogliendo fiori; e cantando dicea:

 

“Sappia qualunque il mio nome dimanda

ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno

le belle mani a farmi una ghirlanda.

 

Per piacermi allo specchio, qui m’adorno;

ma mia suora Rachel mai non si smaga

dal suo miraglio, e siede tutto il giorno.

 

Ell’è de’ suoi belli occhi veder vaga

com’io dell’adornarmi con le mani;

lei lo vedere, e me l’ovrare appaga.”

 

        Dante non appartiene a quei misogini che parlano con disprezzo della “vanità” della donna che si guarda allo specchio. Per lui la Bellezza, in tutte le due forme, rappresenta un valore supremo, che ci avvicina a Dio; e la bellezza muliebre non fa eccezione. Tuttavia il suo non è soltanto un giudizio estetico. Come già i Padri della Chesa e S. Tommaso, anche Dante coglie, nelle abitudini di Lia e Rachele, un significato spirituale.

        Lia (dall’ebraico Léàh, ossia “laboriosa” o “affaticata”) è “simbolo della vita attiva, in cui consiste la suprema felicità naturale dell’uomo” (cit.). Lia ammira la bellezza delle sue stesse mani intente a forgiarsi una ghirlanda, “simbolo degli atti virtuosi” (Buti, cit.) I suoi sforzi di farsi bella non sono fini a sé stessi: hanno lo scopo di conquistarsi l’amore di Giacobbe, cui darà molti figli. Anche lei, come la sorella Rachele, si compiace di guardarsi allo specchio. Rachele, invece, è considerata simbolo della vita contemplativa.

        Dalle indagini condotte da Winnicott e riprese recentemente da Ogden, apprendiamo che l’ammirarsi allo specchio non è affatto quel gesto banale che alcuni credono. La persona che, come Rachele, fissa con compiacimento “i suoi begli occhi” riproduce il rispecchiamento originario nello sguardo materno. Si tratta di un’esperienza importante: non fu il rinviare meccanico di un’immagine; al contrario rappresentò un fenomeno “transizionale”, ossia una sintesi fra quanto scoperto e quanto “creato” dall’immaginazione materna; un’esperienza fondamentale di riconoscimento tramite cui ogni soggetto acquistò consapevolezza e certezza d’essere quell’individuo e nessun altro, di esistere e di vivere realmente. La persona che si guarda allo specchio in modo sano riproduce quell’esperienza antica; ciò, in chi ha fede, rappresenta una riedizione dell’atto creativo originario del Signore. In ogni modo, è un atto di cui l’Oggetto interno ideale è partecipe.

Ora sono comparsi i chiarori dell’alba (“gli splendori antelucani”). Essi sono tanto più graditi (“grati”) ai pellegrini quanto più, nel ritorno, svegliandosi si rendono conto d’aver pernottato vicini al luogo natìo (“quanto… albergan men lontani”). Le tenebre fuggono da tutte le parti (“lati”), e con esse scompare anche il sonno di Dante. Egli, vedendo i due grandi maestri già in piedi, si alza.

Virgilio pronuncia queste solenni (“cotali”) parole, rivolto (“inverso”) al suo discepolo: ‘Quel dolce frutto (“pome”) della felicità che per tante vie (“rami”) gli uomini vanno cercando affannosamente (“cercando va la cura de’ mortali’), oggi placherà (“porrà in pace”) tutti i tuoi desideri (“fami”) [allude alla riscoperta del Paradiso terrestre].

Non ci furono mai “strenne” [doni offerti in occasione di liete novità, annunci o ricorrenze] che procurassero a Dante un piacere uguale a quello che ora prova alle parole del Maestro. Un così grande desiderio (“tanto voler”) si aggiunge (“mi venne”) al precedente desiderio di raggiungere la cima del monte (“dell’esser su”) che il Poeta, ad ogni passo, si sente crescere lo slancio (“le penne”) per la precipitosa salita (“al volo”).    

 

Pag. 420 – 422, vv. 109 – 123

E già per li splendori antelucani

che tanto a’ pellegrin surgon più grati,

quanto, tornando, albergan men lontani,

 

le tenebre fuggìan da tutti i lati,

e ‘l sonno mio con esse; ond’io leva’mi,

veggendo i gran maestri già levati.

 

“Quel dolce pome che per tanti rami

cercando va la cura de’ mortali,

oggi porrà in pace le tue fami.”

 

Virgilio inverso me queste cotali

parole usò; e mai non furo strenne

che fosser di piacere a queste iguali.

 

Tanto voler sopra voler mi venne

dell’esser su, ch’ad ogni passo poi

al volo mi sentìa crescer le penne.

 

        Dante, “nel Canto VIII del Purgatorio, alle soglie della valletta fiorita, ha rappresentato il pellegrino che si sente pungere dalla malinconia della sera, se sente il lontano squillo della campana che sembra piangere il giorno morente” (cit.). Ora, all’alba di un nuovo giorno ed in procinto d’entrare nel Paradiso terrestre, si paragona ai pellegrini che, svegliandosi, si rallegrano del prossimo ritorno in patria. L’accostamento è appropriato perché il Poeta, dopo il suo lungo pellegrinaggio nell’oltretomba, “sta per mettere piede nel Paradiso terrestre, già sede del genere umano e, quindi, patria originale dell’uomo” (cit.). I materialisti, inclini a svalutare la religione, manifesterebbero il loro scetticismo nei confronti di queste affermazioni. Ottusi riguardo alla vita interiore, non comprenderebbero il valore di verità del concetto di Paradiso terrestre; verità riconoscibile anche indipendentemente dalla fede: ogni essere umano ha avuto esperienza di un Eden, vissuta nel ventre materno e fra le braccia della mamma. Virgilio sostiene che la vera felicità (il “pomo” che offre un vero nutrimento) è “quella dei nostri progenitori innocenti” (cit.), com’erano prima del peccato originale. Con la sua allegoria, Dante ci suggerisce che la felicità più autentica è quella (ritrovata in un percorso evolutivo spontaneo o terapeutico) di noi stessi innocenti, come eravamo alle origini, prima che la vita ci corrompesse.

 

Compiuta di corsa (“come… fu corsa”) la salita della scala che ora si trova sotto i Poeti, e giunti, Dante e gli altri, sul gradino più alto (“su ‘l grado superno”), Virgilio fissa intensamente (“ficcò”) i suoi occhi su quelli del suo discepolo. Gli dice: “Figlio, hai visto le pene temporanee (“il temporal foco”) [del Purgatorio] e quelle eterne [dell’inferno], e sei giunto in un luogo (“parte”) dove io, con le mie sole risorse (“per me”), non posso più orientarmi (“non discerno”) nell’ulteriore percorso (“più oltre”). Ti ho condotto (“tratto”) fin qui usando il mio ingegno e le mie capacità pratiche (“con arte”). Prendi ormai per guida i tuoi spontanei affetti (“lo tuo piacere”): sei fuori dalle vie difficoltose (“erte”) e strette (“arte”).

 

Pag. 422 – 423, vv. 124 – 132

Come la scala tutta sotto noi

fu corsa e fummo in su ‘l grado superno,

in me ficcò Virgilio li occhi suoi,

 

e disse: “Il temporal foco e l’etterno

veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte

dov’io per me più oltre non discerno.

 

Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;

lo tuo piacere omai prendi per duce:

fuor se’ dell’erte vie, fuor se’ dell’arte.

 

        Virgilio, con queste parole, prepara il suo definitivo commiato dal suo discepolo. Che il momento sia intensamente vissuto emotivamente da lui e da Dante è sottolineato dal suo intenso fissare gli occhi del Poeta. Il Maestro riassume, qui, le esperienze vissute insieme al suo seguace (un terapeuta direbbe: il lavoro fatto insieme al paziente): hanno attraversato il luogo della dannazione eterna (gli aspetti della vita interiore di Dante ormai definitivamente perduti e irrecuperabili); sono saliti in tutte le cornici del Purgatorio (ciò che, nel mondo interno del Poeta, può ancora essere oggetto di processi riparativi). Sono ora arrivati in quel punto del percorso in cui Virgilio non può più guidare il suo discepolo. La sua saggezza antica, pre-cristiana, non può più essere utile in un luogo al di là del quale (detto in termini religiosi) “cominciano i misteri di fede per comprendere i quali [mancando a Virgilio il lume delle divina Grazia], la ragione umana è insufficiente” (cit.).

        Detto in termini laici, e trasponendo lo stesso concetto in una situazione terapeutica: si è giunti ad un punto del percorso oltre il quale [essendo stato aiutato, il paziente, a padroneggiare i conflitti e i condizionamenti interni e esterni, oltre che a colmare le sue carenze] non esistono più fattori che interferiscano sulla libertà interiore o che la limitino. Ora il paziente può affidarsi interamente alle sue risorse personali: il suo pensiero, liberato da ogni tipo di pastoia, il suo senso di responsabilità (che non richiede più obblighi e divieti imposti da altri) e soprattutto il suo particolare e intimo rapporto col suo Oggetto interno ideale (per i fedeli: con il suo Dio), che è bene non sia più sostituito o affiancato da quello del terapeuta.

 

Così prosegue Virgilio: “Vedi il sole che t’illumina (“riluce”) la fronte; vedi l’erbetta, i fiori e gli arboscelli (“arbuscelli”) che qui la terra produce spontaneamente (“sol da sé”, ossia senza che occorra lavorarla). Finché (“mentre che”) non ti appariranno (“vegnan”) i begli occhi, ora lieti [di Beatrice], quegli stessi occhi che, lacrimando, mi mossero (“mi fenno”) a venire in tuo aiuto, ti puoi sedere o camminare fra alberi e fiori (“tra elli”).”

Virgilio conclude il suo discorso con queste ultime parole di commiato: “Non attendere più le mie parole (“mio dir”), né i miei gesti: il tuo volere è ormai libero, padrone delle passioni (“dritto”) e sano, e sarebbe uno sbaglio (“fallo”) contrastarlo (“non fare a duo senno”). Per queste ragioni, ti dichiaro sovrano e guida di te stesso (“te sovra te corono e mitrio”)   

 

 

Pag. 423, vv. 133 – 142

Vedi lo sol che in fronte ti riluce;

vedi l’erbetta, i fiori e li arbuscelli

che qui la terra sol da sé produce.

 

Mentre che vegnan lieti li occhi belli

che, lacrimando, a te venir mi fenno,

seder ti puoi e puoi andar tra elli.

 

Non aspettar mio dir più né mio cenno:

libero, dritto e sano è tuo arbitrio,

e fallo fora non fare a suo senno:

 

per ch’io te sovra te corono e mitrio.”

 

        Allo scopo d’incoraggiare Dante (ormai il suo ex-discepolo) a godere della libertà interiore che ha conquistato, Virgilio gli illustra le delizie del Paradiso terrestre – Un terapeuta potrebbe sottolineare che, fra i vantaggi che la libertà interiore potrebbe comportare, c’è anche la capacità di fruire di quel poco di Eden che la vita ci offre, ossia quelle realtà in cui, con l’immaginazione creativa (e mutatis mutandis) si potrebbe ritrovare il frutto della originaria “illusione primaria” di un completo dominio sull’ambiente; vale a dire: di una realtà fatta “su misura” sulle esigenze del soggetto – Offre a Dante l’immagine di una natura (che sembra) creata apposta per accogliere l’essere umano e che ora, libero da condizionamenti, può investire con i suoi affetti, godendone pienamente. In tale ambiente accogliente, il Poeta potrà vivere liberamente sia una vita contemplativa (sedendo fra alberi e fiori), sia una attiva (camminando). È esattamente quel che il sogno gli aveva preannunciato.

          Tuttavia, la delizia cui Dante tiene particolarmente è quella di rivedere la donna amata, i suoi occhi ora lieti per la sua avvenuta purificazione, e Virgilio lo sottolinea.

        Le parole dell’ultima terzina e dell’ultimo verso, a giudizio di chi scrive, dovrebbero essere scolpite nella memoria di chi aspira a divenire un terapeuta capace di fare il suo mestiere: lo scopo della cura è l’emancipazione del paziente, l’aiutarlo a non essere più dipendente dalle parole e dai gesti di chi l’ha aiutato, e a non spostare la sua dipendenza infantile su qualcun altro. Una volta consolidatasi l’autonomia interiore, sarebbe un grave sbaglio interferire sulle libere scelte del paziente. Al contrario, un’autentica cura favorisce la crescita di tale autonoma e libera capacità di dirigersi. Una terapia puramente sintomatica, o “educativa”, agisce nel senso opposto, rischiando di limitare la libertà interiore del malato, oppure di sopprimerla del tutto indottrinandolo, e rafforzando un “falso sé” apparentemente normale ma, in realtà, gravemente patologico.

        In una cura felicemente conclusa, il terapeuta potrà pronunciare (o pensare) parole del tutto simili alle ultime di Virgilio: “Io ti riconosco come padrone e guida di te stesso”.

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