Fin dai primordi dell’esistenza, esiste in ciascuno di noi una tendenza a ridurre ogni forma di eccitazione, vissuta come spiacevole. Se tale propensione non viene contrastata dalle risorse del soggetto e dall’ambiente in cui vive, essa spinge ad azzerare completamente le tensioni fisiche ed emotive. Questo è il motivo per cui Freud la denominò “pulsione di morte”. Fra le risorse capaci di opporvisi efficacemente, in un’età precoce non esistono ancora una facoltà di ragionamento logico e un esame di realtà abbastanza consolidati. Se il bambino non è ancora sufficientemente in grado di capire la realtà delle cose e di ragionare, occorre che qualcun altro, principalmente i genitori, lo faccia al posto suo.
Il bambino/ragazzo è ancora troppo immaturo per comprendere spiegazioni e ragionamenti, e/o esserne influenzato. Qui solo una solida autorità prevalentemente paterna (ferma e controllata, ossia non arrendevole, ma nemmeno troppo rigida e severa) può gestire in modo appropriato il primo modo che il piccolo adotta per salvarsi dalla pulsione di morte, ossia il deflettere all’esterno, sui genitori, la propria aggressività. La stessa autorità può, inoltre, dissuaderlo dal cedere alle tentazioni con cui si traveste la stessa spinta auto-distruttiva (personificata dal “demonio”) – Il solo apporto prevalentemente materno, pur insostituibile, non basta – La pulsione di morte, infatti, non si presenta mai allo stato puro, ma si manifesta unendosi ad apparenze allettanti che promettono piacere e sollievo immediati. Ciò fa presa in un’età dominata dal sistema di valori narcisistico del “tutto e subito, oppure nulla”. Siccome tali pretese intransigenti non possono, oggettivamente, essere appagate, il risultato non potrà essere che il “nulla”: l’individuo immaturo non acquisirà le facoltà mentali più importanti, compresa quella di soddisfare le sue esigenze vitali; facoltà per acquisire le quali sono necessarie la capacità di seguire un percorso e di attenderne pazientemente i risultati. Potrà trarre un illusorio piacere o sollievo solo attraverso quella distorta percezione della realtà che confonde il bene ed il male, l’amore e l’odio, la vita sana e la malattia mortale, il ruolo maschile-paterno e quello femminile-materno; ossia quella distorsione con cui si evitano le scelte che fanno parte di un’autentica evoluzione.
Tale stravolgimento costituisce la base di future gravi patologie (in particolare, le varie forme di perversione e di dipendenza patologica); qui un’evoluzione sana, per quanto genitori affettuosi cerchino di favorirla, non sarà più possibile. Solo se e quando, già in età precoce, le tendenze distruttive e auto-distruttive sono poste sotto un fermo controllo (dapprima quello dei genitori, e poi quello del soggetto stesso), e non prima, l’evoluzione del giovane può procedere nella direzione più opportuna; evoluzione favorita, ora sì, da comprensione empatica, dialogo fecondo, affetto e incoraggiamenti.
Naturalmente, la sottomissione alle ingiunzioni e ai divieti dei genitori (purché essi siano al servizio esclusivamente dell’interesse del bambino, ossia della sua pulsione di vita) è condizione necessaria, ma non ancora sufficiente per favorire la maturazione del piccolo: occorre che, man mano che questi consolida la capacità di ragionamento razionale e l’esame di realtà, gli si consenta di comprendere le ragioni degli imperativi cui si è assoggettato, di sottoporli a critiche ragionevoli, di operare, su di essi, le correzioni che ritiene opportune. La formazione dell’individuo non è completa se non si favorisce, in lui, l’acquisizione di un’autonomia di giudizio e di un’effettiva emancipazione dall’autorità dei genitori, una volta che questa ha esaurito il suo compito.
Molte forme di “educazione” sono gravemente difettose perché non consentono al piccolo di procedere nel suo percorso evolutivo. Quasi sempre, in questi casi, i genitori non operano nell’esclusivo interesse del figlio: ignorando che si tratta di un essere destinato a divenire autonomo ed emancipato, finiscono per plasmarlo come puro strumento che soddisfi le loro esigenze e i loro desideri egoistici. Tali sono, ad esempio, coloro che, nella fase in cui il piccolo si difende dalla pulsione di morte deflettendo la distruttività all’esterno, non lo aiutano a distinguere l’aggressività a carattere difensivo (utile a proteggere la propria integrità) da quella, temeraria, al servizio del desiderio di sopraffare o annientare i propri simili. Qui è facile che i genitori trasmettano al figlio le loro tendenze criminali (massimo riguardo per sé stesso, nessun riguardo per gli altri) o il loro fanatismo politico o religioso (nessuna pietà per chi contrasta le sue convinzioni). Del pari, è gravemente imperfetta la “educazione” dei genitori che, volendo risparmiare al figlio le frustrazioni che essi stessi hanno subìto, non lo aiutano, con la loro autorità, a vincere le tentazioni con cui si traveste la pulsione di morte. È facile che, in questi casi, preparino il figlio alla “carriera” del futuro tossicodipendente, o dell’individuo affetto da altre forme di dipendenza patologica. Infine, è deprecabile la “educazione” dei genitori che, avendo sottomesso il figlio a necessari divieti e imposizioni (anche se, di per sé, razionali), non gli consentono, successivamente, di farsene una ragione e di sottoporli a critica. Qui si prepara, per il figlio, un futuro di suddito cecamente obbediente ad autorità di qualsiasi tipo.
L’evoluzione dell’individuo e quella dei popoli procedono parallelamente e sono molto simili. In una prima fase, in cui la cultura che prevale in una collettività non ha ancora acquisito quelle capacità di ragionamento critico che caratterizzano il pensiero laico, è necessario che la gente si appoggi alla fede religiosa, esattamente come il bambino, finché è piccolo e immaturo, è bene che nutra cieca fiducia nelle direttive di chi lo ha messo al mondo. In questa fase, solo sottomettendosi ai “comandamenti” che costituiscono oggetto di fede, è possibile contrastare la pulsione di morte. Successivamente (e solo qualora l’influenza di tali ingiunzioni e divieti si sia consolidata) è possibile che, accanto al pensiero religioso, se ne affianchi uno laico privo di scopi perversi. Si tratta di un modo di concepire la realtà che si basa su ciò che è percepibile in questo mondo (su ciò che è “immanente”), pur non discutendo, o sospendendo il giudizio, su ciò che “trascende” le possibilità dei nostri organi di senso e della nostra ragione; non discutendone, però (se non è un pensiero perverso) confermando la finalità dei “comandamenti” religiosi, ossia il favorire l’affermazione della pulsione di vita.
La radice giudaico-cristiana della nostra cultura (e anche di quella musulmana) si basa sui dieci comandamenti. Rivediamoli, cercando di sfrondarli da tutto ciò che è storicamente determinato, e quindi datato, e cogliendone l’elemento essenziale: ossia il loro scopo di contrastare la pulsione di morte. Ciò è giustificato perché, per quanto essi appartengano ad un’epoca remota, affrontano i problemi esistenziali legati ad un ciclo biologico rimasto identico negli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi: ognuno di noi viene concepito, nasce, cresce, realizza qualcosa come adulto, decade nella vecchiaia e muore. Ogni tappa di tale ciclo è legata ad un’esperienza di separazione e perdita, mai del tutto compensata dalle acquisizioni della fase successiva. Qui è facile che, in ogni svolta critica, si ripresenti il pericolo della pulsione di morte. Possiamo dire che lo scopo più importante della Cultura sia fronteggiare tale pericolo: l’Arte, la Religione, la Filosofia, la Scienza (se prive di finalità perverse) rappresentano le principali risorse in cui l’essere umano può trovare soccorso.
Qui di seguito riporterò, in grassetto, i dieci comandamenti. A ciascuno di essi farò seguire, in corsivo, quel che a mio giudizio il pensiero laico può offrire a conferma della sua validità. Per amore di chiarezza, rivolgendomi a lettori che presumo siano prevalentemente di fede cattolica, riporto quelli formulati nella versione di questa religione; anche se non mi pare che le altre versioni siano sostanzialmente dissimili.
Primo: io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio fuori di me.
Ognuno di noi, se sano, si costruisce un Genitore interiore ideale sulla base di quanto di meglio ha ricevuto dai genitori reali o, per contrasto, sulla base di quanto non ha ricevuto. Non si tratta di una pura e semplice convinzione: prende forma un “oggetto (o, meglio, un soggetto) interno”, ossia una vera e propria persona, dotata di volontà sentimenti e pensieri distinti da quelli della persona che la ospita nella sua vita interiore, e priva soltanto di corporeità. Essa continua ad esercitare quella funzione di guida e di protezione (al servizio della sopravvivenza e della vita del soggetto) che, almeno in parte, avevano svolto i genitori della nostra infanzia. Nelle culture e negli individui più evoluti, non contrasta (ma, al contrario sostiene ed incoraggia) il pensiero critico e l’autonomia interiore del soggetto. La sua creazione è indipendente dal fatto che l’individuo non abbia o abbia fede religiosa. In quest’ultimo caso, essa è concepita come espressione della volontà di Dio, o identificata con Dio stesso. Si tratta, comunque, di un fatto personale: il “Dio” è quello “tuo”, e non quello imposto da altri. È bene che l’individuo si mantenga fedele a tale Genitore ideale, e non rivolga la propria fede a “Dei falsi e bugiardi” che potrebbero indirizzarlo alla strada sbagliata.
Secondo: non nominare il nome di Dio invano.
Non corrompere la tua ragione pensando o compiendo, nel nome del Genitore ideale, azioni che siano in contrasto con quanto gli appartiene, ossia il cui scopo non sia salvaguardare la vita tua, dei tuoi cari, e di coloro da cui la tua vita dipende. Non bestemmiare, ossia non porti irragionevolmente in contrasto con chi fu, ed è tuttora, la fonte della tua vita.
Terzo: ricordati di santificare le feste
Non dimenticare che la vita, se è vera vita, non è fatta soltanto di esigenze pratiche e di beni materiali: l’essere umano non sarebbe tale se non avesse presente che esiste in lui anche una dimensione ideale (“spirituale”) che lo porta a celebrare, se non Dio, almeno alcune di quelle che, per i credenti, sono Sue manifestazioni o caratteristiche per cui siamo fatti a Sua immagine e somiglianza, e che esistono a disposizione di tutti: la Bellezza, la ricerca della Verità, il carattere sacro e inviolabile della vita umana, l’Amore.
Quarto: onora il padre e la madre
Nessun essere umano è perfetto, ed è bene che l’individuo, nel processo della sua emancipazione, si renda conto dei difetti di chi l’ha messo al mondo. Se ciò non avvenisse, non sarebbe possibile alcun progresso nel passaggio da una generazione all’altra. Tuttavia, se le critiche, o le accuse rivolte ai genitori (anche se in gran parte giustificate), superano in asprezza un certo limite, esse diventano pericolose per il soggetto stesso. Egli finirebbe per ignorare d’aver ricevuto il bene più prezioso che esista al mondo: la vita. Se la propria esistenza non fosse più considerata come il bene supremo, ma come una maledizione, il soggetto finirebbe per diventar preda della pulsione di morte, cioè di autolesionismo e di malattie. I genitori possono essere stati anche gravemente imperfetti; tuttavia, se non altro per averci donato la vita, vanno onorati.
Quinto: non ammazzare
Questo comandamento, ovviamente, condanna il crimine perpetrato su altri, ma anche su sé stessi: il suicidio. È chiaro che si tratta dell’ingiunzione e del divieto più palesemente al servizio della salvaguardia della vita. Purtroppo esistono situazioni in cui, per esigenze di legittima difesa, è inevitabile danneggiare o sopprimere l’esistenza dell’aggressore, allo scopo di salvare la vita propria e/o dei familiari. Non farlo sarebbe rendersi complici dell’assassinio delle persone a noi care o di noi stessi, vale a dire porsi in contrasto con questo stesso comandamento. Una considerazione a parte merita la pena di morte, cui chi scrive è contrario. Nessun dubbio sulla necessità di porre gli individui pericolosi nell’impossibilità di nuocere ulteriormente, senza se e senza ma; e questo per tutto il tempo in cui è possibile la reiterazione del crimine, che spesso corrisponde al resto della loro vita. Tuttavia farlo sopprimendoli non è accettabile, per diversi motivi. Innanzi tutto, neppure i giudici sono perfetti, e rimediare alle conseguenze di errori giudiziari sarebbe, ovviamente, impossibile se i condannati fossero stati giustiziati. In secondo luogo, se la giustizia è prima di tutto al servizio della riparazione dei danni conseguenti ai crimini, è più razionale che il condannato, anziché morire, impieghi il resto della sua vita al lavoro nel carcere, allo scopo di risarcire almeno economicamente le sue vittime e i loro familiari. Non è giusto che un ragazzo, privato del padre che avrebbe finanziato i suoi studi, debba rinunciarvi. Che vantaggio avrebbe se l’assassino del suo genitore fosse giustiziato? Non sarebbe meglio se il criminale, volente o nolente, gli fornisse quei mezzi economici che non può più offrirgli il genitore? Da ultimo, ma non da meno, c’è l’esigenza di rispettare la sacralità e l’inviolabilità della vita umana a chiunque appartenga, senza escludere neppure i criminali. È doveroso privarli della libertà di commettere altri crimini, e costringerli a rimediare, nei limiti del possibile, ai danni arrecati ad altri. Tuttavia il sopprimerli costituirebbe una pericolosa concessione alle nostre tendenze omicide, legate alla pulsione di morte. Quante volte i regimi autoritari hanno giustificato, con una parvenza di legalità, la loro tendenza ad annientare i dissidenti! Quante volte i dissidenti stessi, grazie ad inconsapevoli e ingiustificate auto-accuse, hanno ceduto alle tentazioni della pulsione di morte tradendosi!
Sesto: non commettere atti impuri
Non porre la tua sensualità al servizio di scopi che non siano l’amore e, al momento opportuno e se ne hai la possibilità, la procreazione. Non cedere alla tentazione di cercare, nel perseguimento del piacere, false scorciatoie che finiscono per arrestare il tuo processo evolutivo. Si tratta delle perversioni sessuali di ogni tipo (oggi si preferisce chiamarle “parafilie”). Esse nascono dal desiderio di evitare le scelte necessarie affinché la maturazione prosegua. Ciò dà luogo a vari tipi di confusione: fra l’amore e l’odio (il sado-masochismo), fra le generazioni (i rapporti incestuosi e la pedofilia), fra i sessi (l’omosessualità disgiunta dal rispetto per gli eterosessuali che possono procreare e per le loro famiglie). Tutto questo è in contrasto con l’esigenza di salvaguardare la pulsione di vita, e la possibilità della vita di trasmettersi da una generazione all’altra. È pur vero che, affinché un individuo possa contrastare efficacemente quanto di perverso c’è in lui, è necessario che l’autocoscienza e il libero arbitrio non siano eccessivamente limitati. Tuttavia, ben raramente essi sono del tutto assenti, ossia nei casi, in realtà assai poco frequenti, di totale perdita della capacità d’intendere e volere. Nella maggior parte delle situazioni, la lotta si risolve con un rispetto particolarmente faticoso di quanto suggerisce la coscienza, o, preferibilmente, con la decisione di farsi aiutare da qualcuno a fronteggiare i conflitti.
Settimo: non rubare
Tale divieto non riguarda soltanto il vero e proprio ladro, ma anche chiunque, con la forza e/o con l’inganno, s’impadronisca del frutto del lavoro altrui. Riguarda gli speculatori finanziari e gli usurai che, approfittando del carattere indifeso e dello stato di necessità dei propri simili, si appropriano delle loro anche modeste ricchezze. Riguarda il capitalista (sia quello privato, sia quello che è al servizio del capitalismo di stato) che sfrutta indebitamente la forza-lavoro dei suoi operai. Riguarda l’uomo di stato che, imponendo ai sudditi tasse ingiuste ed eccessive, ne trae un vantaggio personale, o per la sua parte politica, o per la sua clientela. Anche tutto questo è in contrasto con l’esigenza di salvaguardare la vita: noi comuni mortali per vivere dobbiamo lavorare, ed il lavoro più proficuo e compatibile con una convivenza pacifica è quello che si fonda su rapporti di collaborazione attiva, e non di parassitismo o di sopraffazione. In quest’ultimo caso, i rapporti economici si pongono al servizio delle tendenze ostili tra esseri umani e, per lo stato di disperazione che possono provocare, al servizio della pulsione di morte.
Ottavo: non dire falsa testimonianza
Non dare alla giustizia false informazioni che ti rendano complice di chi attenta al benessere, alla proprietà e, in ultima analisi, alla vita dei nostri simili.
Nono: non desiderare la donna d’altri
Questo comandamento lascia perplessi coloro che, basandosi sulla mentalità prevalente ai giorni nostri, sanno bene che al desiderio non si comanda, e che desiderare non significa che necessariamente quel che si vorrebbe venga tradotto in atti. Su questi ultimi possiamo esercitare un controllo, sui desideri ciò è impossibile. Qui, più che negli altri comandamenti, occorre distinguere quel che è storicamente determinato (e oggi superato) da quel che è essenziale ed attuale. Nei tempi più remoti, desiderare ed appropriarsi con la forza erano una cosa sola. Ne ravvisiamo traccia nel bambino nelle fasi più primitive della sua maturazione: il desiderare un oggetto porta immediatamente ad afferrarlo; fra la comparsa del desiderio e l’atto non c’è quell’intervallo che lascia spazio alla riflessione e, quindi, alla considerazione delle possibili implicazioni e conseguenze di quel che si fa. Il senso del comandamento è: non renderti corresponsabile della rottura dell’integrità della famiglia, quale “vivaio” di esseri umani. Si può anche discutere sul fatto che il comandamento riguardi solo la “donna” e non “l’uomo” d’altri. Occorre, però, considerare che esso comparve nell’epoca del patriarcato più primitivo, che poneva come protagonista della vita unicamente il maschio. Questi, infatti, possiede la forza muscolare necessaria per una sopraffazione violenta. Non essendo considerata la donna, venivano ignorate le capacità seduttive e la malizia tipicamente femminili: capacità, queste, d’impadronirsi del partner altrui non meno pericolose della forza maschile. Tuttavia, essendo il comandamento rivolto a tutti gli esseri umani, non possiamo pensare che esso escludesse le donne.
Decimo: non desiderare la roba d’altri
Qui valgono considerazioni analoghe a quelle espresse nel commento al comandamento precedente: nel tempo in cui essi comparvero, desiderare e prendere erano una cosa sola. Si tratta dello stesso divieto, espresso in modo più forte, che compare nel settimo comandamento. La “roba”, i beni materiali, hanno lo scopo, se non di salvaguardare la sopravvivenza, almeno di garantire un carattere soddisfacente alla vita altrui. Con lo stato di disperazione che si associa alla miseria che questi atti di sopraffazione creano, essi possono contribuire, nelle vittime, al risveglio della pulsione di morte.
Come si vede, questi comandamenti corrispondono sostanzialmente a quelli che l’autorità del genitore impone al bambino nella fase in cui questi non è ancora in grado di ragionare in modo autonomo. Successivamente affiancati ed essenzialmente confermati (sia nell’individuo, sia nelle collettività) da un pensiero razionale, fanno sì che questo imbocchi la direzione di uno sviluppo sano, privo di finalità perverse, e che sia al servizio della vita.
Bibliografia
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- Shengold Leonard (1989) Further thoughts about “Nothing” (Psychoanal. Quart. Vol. 58, pag. 227)
- Shengold Leonard (1991) A variety of narcissistic pathology stemming from parental weakness (Psychoanal. Quart. Vol. 60, N°1, pag. 86)
- Steiner John (2023) Mourning in Hamlet: Turning ancestral ghosts into ancestors (Int. J. Psychoanal. Vol. 104, N° 6, pag. 1025)
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