
In un suo saggio su scrittura e linguaggio, Thomas Ogden racconta che, fin da adolescente, era incuriosito dal modo in cui funzionano le parole: come possono trasmettere o creare un significato, come pure possono distruggerlo. Un giorno cercò di vedere che cosa succedeva se continuava a ripetere una parola dal significato banale ed evidente: “tovagliolo”. Dopo una ventina di ripetizioni il nome dell’oggetto si dissolse in un suono che non era più una parola. L’oggetto non aveva più un nome, c’era solo più un suono che non significava nulla, perché nulla di intrinseco lo collegava all’oggetto. Provò il timore che ogni nome assegnato agli oggetti potesse ridursi ad un suono privo di significato e, come tale, impossibile da ricordare nei tentativi di rapportarsi alla realtà esterna. Se ciò fosse avvenuto, sarebbe divenuto incapace di parlare e di pensare, sarebbe impazzito. Il linguaggio ha il potere di scoprire e creare il mondo (oltre che il soggetto che si pone in contatto con esso), ma ha anche la possibilità di privare il mondo di significato e di distruggerlo.
Mi sono riconosciuto in quel che Ogden racconta. Uno degli esami universitari che preparai meglio fu quello di Patologia medica. Eppure, a distanza di tempo, i termini che allora avevo appreso, e che conservano tuttora il loro significato, si riferiscono soltanto alle patologie con cui ero e sono entrato in contatto nella mia esperienza coi malati. Gli altri termini, appresi solo nella teoria e ripetuti mentalmente innumerevoli volte, sono divenuti vuote parole, suoni privi di senso. Mi pare chiaro che ogni parola conserva il suo significato, e svolge la sua funzione, solo se si ancora all’esperienza; e l’esperienza, per essere tale, deve a sua volta ancorarsi ad oggetti concreti; oppure (e ciò riguarda soprattutto le esperienze interiori) a quelle realtà in gran parte concrete che nascono nell’interfaccia fra mente e corpo: le pulsioni (crude o sublimate) e le emozioni.
In alcuni pazienti psicotici è evidente l’uso difensivo di un pensiero astratto completamente disancorato dall’esperienza della realtà esterna e di quella interiore. Queste infelici persone, trovando la realtà insopportabile, cercano di annientarla attaccando ciò che rischia di rivelarla: la loro mente e, in particolare i processi di pensiero. Nei casi estremi, anche il pensiero astratto viene attaccato, perde la sua struttura logica e, quando espresso, si riduce ad un’accozzaglia di suoni privi di senso: la cosiddetta “insalata di parole”.
Quanto sopra espresso riguarda soltanto i pazienti con patologia psichiatrica conclamata? La risposta è no, se teniamo presente che, in ciascuno di noi, esiste una potenziale psicosi (secondo Bion, una parte psicotica della personalità), ed esiste una possibilità di contagio di questa patologia. Il pensiero astratto disancorato dall’esperienza può esserne il vettore. Può essere il singolo malato che, per trarne un illusorio sollievo, cerca di trasmettere ad altri il suo male. Può essere un uomo di potere che cerca di trarre vantaggio dal far sì che la gente divenga incapace di vivere l’esperienza di realtà per lui scomode.
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