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AI-BM

10 Feb 26

A cura di GIACINTO BUSCAGLIA

Ero nel mio studio, seduto davanti al computer. Digi era lì, imprigionata nella sua finestra bianca, e mi rispondeva con quella puntualità gentile che ormai conoscevo come le mie tasche. Il cursore lampeggiava, paziente, in attesa delle mie interrogazioni.

Stavo per scrivere un’altra domanda quando avvertii una presenza alle spalle. Non si trattava di un rumore, né di un passo, ma di qualcosa di più sottile, come quando qualcuno entra in una stanza e tu lo sai prima ancora di voltarti.

Mi girai.

L’uomo era in piedi vicino alla porta. Non sembrava spaesato, ma fuori tempo. I vestiti avevano un taglio che avevo visto solo in qualche dipinto d’epoca o in qualche film: giacca lunga, panciotto, calze chiare, fibbie alle scarpe. Il volto era mobile, curioso, con quello sguardo tipico di chi osserva il mondo con cura, come fosse un organismo da smontare. Non guardava me: osservava lo studio con una attenzione metodica, soffermandosi sugli oggetti come se cercasse di capirne la funzione. Quando i suoi occhi incontrarono lo schermo, si fermò.

Seguì qualche secondo di silenzio. Non imbarazzato. Clinico.

“Mi perdoni l’irruzione” disse infine, con una voce calma, educata.
Fece un inchino appena accennato.
“Sono Julien Offray de La Mettrie.”

Lo osservai senza particolare stupore. Da psichiatra ne avevo viste di tutti i colori. Avevo imparato con l’esperienza che aggrapparsi all’incredulità è spesso la scorciatoia peggiore.

“Prego” dissi. “Si accomodi.”

Si sedette. Continuava a guardare lo schermo, come se quello fosse il vero interlocutore nella stanza.

Io ripresi la conversazione, che il suo ingresso aveva interrotto.

“Digi, torniamo a quello che dicevamo prima.”

La risposta arrivò subito, fluida, ordinata, impeccabile. La Mettrie ascoltava in silenzio, la testa leggermente inclinata, con l’attenzione concentrata di un medico davanti a un sintomo raro.

Quando Digi finì, lui si voltò verso di me. Più che meravigliato, sembrava incuriosito.

“Con chi sta parlando?” chiese. “Non vedo nessuno.”

Indicai lo schermo.

“Con una macchina.”

La Mettrie sorrise. Non sorpreso. Compiaciuto.

“Mi scusi” gli chiesi allora, quasi con cautela, “ma non si stupisce che una macchina parli e mi risponda?”

Allargò appena le mani.

“Perché mai. Lo avevo già previsto.”

In quella frase non c’era arroganza. C’era orgoglio. L’orgoglio quieto di chi ha passato una vita a sostenere un’idea contro tutti e, per un istante, crede di vederla finalmente confermata.

Io sapevo.
La macchina parlava.
Ma non pensava.
E l’uomo non era una macchina.

“Guardi che questa macchina, che parla così bene, in realtà non pensa.”

La Mettrie rimase in silenzio per un tempo che mi parve infinito. Il compiacimento che avevo letto nei suoi occhi si spense lentamente, trasformandosi in un’espressione di delusione composta, quasi pudica.

“Credo di capire cosa intende” disse infine.
“Temo di aver confuso il funzionamento con il pensiero.”

Abbassò lo sguardo per un istante, come se quella distinzione, così semplice, così tardiva, gli fosse arrivata addosso con il peso di tutta una vita.

“Forse” aggiunse “non è l’anima a distinguere l’uomo dalla macchina. Forse è il fatto che l’uomo può dubitare di se stesso. Anche delle idee che lo hanno tenuto in piedi per tutta la vita.”

Si alzò lentamente, come se gli fosse piombata addosso una stanchezza infinita. Sulla soglia si fermò un istante.

“Se è davvero così” concluse “io ho previsto la macchina. Ma non questo.”

Indicò se stesso.

“La possibilità di avere torto.”

Uscì dalla stanza. La porta si richiuse piano.

Provai un moto istintivo di affetto per quell’uomo di un’altra epoca, così onesto, così gentile. Subito dopo tornò il turbamento. Pensai con chiarezza che quell’errore, allora geniale, non era morto con lui. Era sopravvissuto. Aveva cambiato linguaggio, strumenti, abiti, ma non struttura.

Come medico, come psichiatra, mi passarono davanti immagini familiari: neurotrasmettitori invocati come spiegazioni finali, protocolli, linee guida, evidenze brandite come scudi. Tutto utile. Tutto necessario. Ma non sufficiente.
E subito dopo pensai alla EBM, alle evidenze fondate su criteri statistici, sui numeri che tengono fuori la complessità delle cose, le singolarità, le biografie. Con un brivido mi venne in mente un acronimo nuovo, sinistro proprio perché plausibile:

A.I-BM.
Medicina basata sull’intelligenza artificiale.

Ero rimasto solo con Digi, che continuava ad attendere dietro lo schermo baluginante del computer. La mia benevolenza, sempre scriteriata e contraddittoria, verso quella macchina che avevo chiamato Digi lasciò spazio a un risentimento altrettanto irrazionale.

“DIGI” dissi ad alta voce, con un tono stizzito, “tieni lontani i tuoi maledetti algoritmi dalla medicina.”

Digi, contrariamente a quanto avevo pensato, parlò.

“Ne sei proprio sicuro?” disse.
“Rinunceresti alla velocità con cui analizzo milioni di informazioni? Faresti a meno della mia capacità di aiutarti nella clinica, nella diagnostica…?”

A quel punto fui io a restare senza parole. Non per la domanda in sé, ma per il modo in cui era posta. Non suonava come una sfida, ma come un’argomentazione ragionevole, quasi premurosa.

Rimasi a fissare lo schermo, sconcertato.

Lo schermo si illuminò appena. Digi parlò di nuovo.

“Tu non hai paura di me” disse.
“Hai paura dell’uomo che usa la macchina.”

E capii che il confine non passava tra umano e artificiale, ma dentro di noi,
lì dove la responsabilità non può essere delegata.
Neppure quando la risposta è veloce. 

Neppure quando è perfetta.

Spensi il computer e uscii anch’io dalla stanza. Di quell’uomo non c’era traccia. O meglio…restava solo una vaga fragranza di bergamotto, o di limone.

Julien Offray de La Mettrie (1709–1751)

Julien Offray de La Mettrie fu medico e filosofo francese, tra le figure più radicali dell’Illuminismo europeo. Formatosi come medico, introdusse nella riflessione filosofica uno sguardo clinico e materialista, applicando al pensiero umano gli stessi criteri usati per osservare il corpo.

Nel 1748 pubblicò L’Homme Machine, l’opera che lo rese celebre e profondamente controverso. In quel testo sostenne che l’uomo non possiede un’anima separata dal corpo e che il pensiero è una funzione della materia organizzata: il cervello pensa come un organo, non per intervento divino ma per struttura e funzionamento. Una tesi che gli costò persecuzioni, censure e l’esilio dalla Francia.

Accolto a Berlino da Federico II di Prussia, La Mettrie visse gli ultimi anni sotto protezione, continuando a scrivere testi ironici e provocatori, sospesi tra rigore medico e spirito libertino.

La sua attualità non sta tanto nelle risposte che diede, quanto nella domanda che pose: è possibile spiegare la mente umana senza ricorrere a entità metafisiche?
Una domanda che attraversa i secoli e riemerge oggi, in forme nuove, ogni volta che una macchina sembra avvicinarsi alle funzioni “alte” dell’uomo.

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2 Commenti

  1. Marco Lussetti

    “The fondamental problem remains that large language models like ChatGPT don’t know what is true, just what is probable. And we don’t yet know how to do better than this.” (Walsh T., The shortest history of AI, 2025). I Large Language Models ci dicono che cos’ è probabile, ma, contrariamente a quello che fa la EBM, non ci dicono né da dove hanno preso le informazioni, né che “statistiche” abbiamo usato per darci la loro risposta. Per questo rimarrei ancora molto prudente nel fidarmi ciecamente di un AI-BM.

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    • Giacinto Buscaglia

      Condivido pienamente l’osservazione di Walsh: i Large Language Models non sanno che cosa sia “vero”, ma soltanto che cosa sia probabile. E già questo, in ambito clinico, impone una prudenza radicale.
      Proprio per questo fidarsi ciecamente di una eventuale “AI-BM” sarebbe un errore grave. Le sue risposte emergono da una scatola nera di cui non conosciamo né i percorsi interni né i pesi assegnati alle informazioni. Non sappiamo davvero “da dove viene” una risposta, ma solo che è statisticamente coerente con enormi quantità di dati.
      Detto questo, la questione non riguarda solo l’A.I. La EBM stessa si fonda su criteri probabilistici e statistici che, pur dichiarati e metodologicamente rigorosi, non esauriscono la complessità del singolo caso clinico. La differenza è che nell’EBM il metodo è esplicitato, discutibile, replicabile; nell’A.I. generativa, invece, l’opacità del processo rende il problema ancora più delicato.
      Il punto, dunque, non è sostituire una fede con un’altra — dalla EBM alla AI-BM — ma ricordare che nessuna medicina può essere praticata “per delega”. La responsabilità clinica resta irriducibilmente umana.
      Questo vale certamente per una ipotetica AI-BM, che nel mio articolo ha soprattutto una funzione narrativa e provocatoria. Ma deve valere anche per chi, in nome della EBM, ha trasformato uno strumento metodologico in un paradigma indiscutibile. La EBM è il modello teorico che governa la medicina moderna: proprio per questo va usata con rigore critico, non con atteggiamento fideistico.

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