Percorso: Home 9 Le Rubriche 9 AI: QUANDO TUTTO È AL POSTO GIUSTO

AI: QUANDO TUTTO È AL POSTO GIUSTO

30 Mar 26

A cura di GIACINTO BUSCAGLIA

L’intelligenza artificiale, il rischio di non trovare più ciò che stavamo cercando e la trappola della velocità

Immagina di avere una colf perfetta.
Arriva quando non ci sei, pulisce, sistema, decide cosa tenere e cosa buttare.
Quando torni, la casa è impeccabile: non una traccia di disordine, non un oggetto fuori posto. Eppure dopo pochi minuti cominci a cercare qualcosa: un foglio, un appunto, un oggetto qualsiasi che usavi spesso.
Non lo trovi, cerchi meglio, ti innervosisci e alla fine ti arrabbi.
L’impressione che hai è precisa: la casa è perfetta, ma non è più esattamente la tua.
Qualcosa è stato spostato, qualcosa è stato deciso al posto tuo, qualcosa è stato messo in ordine… senza di te.

L’intelligenza artificiale fa qualcosa di molto simile con il pensiero.
Prende il materiale grezzo (idee confuse, emozioni poco definite, intuizioni incomplete) e lo organizza, lo rende chiaro, lineare, coerente.
È senza dubbio una funzione potente, in molti casi estremamente efficace. Ti aiuta a vedere meglio, a dire meglio, a capire meglio. Eppure, a volte, dopo aver letto una risposta costruita alla perfezione, emerge la sensazione sottile, difficile da definire, che qualcosa che sia stato leggermente spostato, come se il pensiero fosse diventato più ordinato… ma un po’ meno tuo.

In questi casi l’A.I. non sbaglia, ma mette tutto fin troppo in ordine e, nel farlo, finisce per spostare anche ciò che per noi aveva un senso.
Il disordine mentale non è solo rumore, non è soltanto qualcosa da correggere, è anche traccia, è il modo in cui una persona tiene insieme le cose: ricordi, emozioni, associazioni, contraddizioni.
È una geografia imperfetta, spesso illogica, ma profondamente personale.
In quella confusione ci sono gerarchie implicite, legami invisibili, significati che non sono ancora del tutto formati e proprio per questo sono vivi.
Quando qualcosa interviene dall’esterno e riorganizza tutto in modo efficace, il risultato può essere migliore dal punto di vista logico, ma non è detto che lo sia dal punto di vista esistenziale.
Il disordine non serve solo a conservare tracce personali, ma permette spesso di far accadere incontri imprevisti: un appunto dimenticato accanto a un libro, una frase riletta per caso, un collegamento che nasce da una vicinanza accidentale.
È lì che spesso succede qualcosa di nuovo, quella forma particolare di scoperta che chiamiamo serendipità: trovare qualcosa che non stavamo cercando.
Non è un caso che uno dei testi più celebri della nostra letteratura nasca proprio da un limite. In L’infinito è una siepe a impedire lo sguardo, e proprio per questo a renderlo possibile.
Non è ciò che si vede a generare il pensiero, ma ciò che resta oltre.

Un sistema che mette tutto perfettamente in ordine riduce drasticamente questa possibilità. Ogni cosa è al suo posto, ogni informazione è coerente con la richiesta, ogni risposta è pertinente, ma proprio per questo diventa più difficile imbattersi in ciò che non era previsto.

C’è qualcosa in più. Il lavoro del pensiero, quello vero, non è mai lineare. È fatto di tentativi, di esitazioni, di passaggi a vuoto, di frasi che non funzionano, di idee che si contraddicono, di percorsi che si interrompono e ripartono altrove.
È un lavoro “sporco”, spesso faticoso.
Ed è proprio quella fatica a lasciare traccia.

Quando un testo nasce da questo processo, qualcosa resta, anche se nel risultato finale non se ne vede più nulla: una densità, una familiarità, una memoria interna.
Con l’intelligenza artificiale, tutto questo può essere aggirato.
Il risultato arriva più in fretta, fluido, coerente, spesso convincente.
Risponde alle nostre intenzioni, a volte meglio di quanto sapremmo fare da soli.
Lo rileggiamo e di primo acchito ci piace molto.
Eppure rimane una sensazione sottile, come se quel pensiero non fosse stato attraversato fino in fondo, come se ci appartenesse… ma non completamente, forse perché manca proprio ciò che non si vede: il percorso che lo ha generato.

Nella pratica clinica, questo è evidente.
Ogni persona arriva con un proprio modo di pensare e raccontarsi, che raramente è lineare. Ci sono salti, ripetizioni, contraddizioni, zone opache ed è in questo territorio che si lavora, non per eliminare il disordine, ma per abitarlo, comprenderne il senso, perché in quel disordine c’è la storia della persona.
Se qualcuno lo riordina troppo in fretta, troppo bene, rischia di togliere proprio il materiale su cui il lavoro potrebbe avvenire.
L’intelligenza artificiale non impone, non forza, non decide davvero, ma propone e le sue proposte hanno una caratteristica precisa: tendono all’ordine, alla chiarezza, alla coerenza.
Sono, per loro natura, “messe a posto”.
A lungo andare questa operazione, svolta spesso sotto traccia, può produrre un effetto quasi impercettibile: una normalizzazione del pensiero.
Non lo si può definire un errore, piuttosto una lieve perdita di singolarità, come una casa in cui tutto è al posto giusto, ma qualcosa non si trova più.

E allora, per dirla fino in fondo, resta un’altra domanda.
Se l’intelligenza artificiale ci permette di produrre contenuti in modo sempre più veloce, questa velocità è davvero un pregio o rischia di essere semplicemente un adeguamento ai valori del nostro tempo, fatto di sovrabbondanza di stimoli, di testi, di immagini?
Viviamo in un’epoca in cui tutto scorre, tutto si consuma rapidamente, tutto viene sostituito da qualcos’altro, un ciclo continuo, quasi automatico, quasi inevitabile.
In questo scenario, la velocità non è solo un vantaggio, ma può diventare una perdita. Ciò che nasce troppo in fretta rischia di essere dimenticato altrettanto in fretta e ciò che non richiede tempo, fatica, attraversamento… forse lascia meno traccia.
L’intelligenza artificiale accelera.
Ma non è detto che ciò che accelera resti.

Per tutte queste ragioni, mi viene da pensare che l’uso dell’intelligenza artificiale nella scrittura sia, in fondo, un’arma a doppio taglio.
Da una parte c’è la velocità, l’accuratezza, la fluidità di ciò che produce, dall’altra  il rischio di una “appropriazione indebita” di una parte del nostro pensiero, che può comportare come conseguenza la rinuncia alla fatica di elaborare, di cercare, di sbagliare.
La soluzione non credo sia il rifiuto della A.I., che sarebbe una risposta povera, difensiva, l’equivalente di “gettare il bambino con l’acqua sporca”.
Credo sia ragionevole utilizzarla, ma nello stesso tempo sfidarla. Bisogna avere la forza di conservare un pensiero proprio, di non cedere alla tentazione di lasciarsi trasportare dalla sua nenia melodiosa. Perché quella voce, così fluida, così disponibile, così pronta a soddisfare la nostra richiesta, assomiglia a volte al canto delle sirene: affascinante, utile perfino, ma potenzialmente infido per chi smette di tenere la rotta.

Loading

Autore

1 commento

  1. bb dark

    agli albori dei “computer” avevamo altre paure, che si sono rivelate spesso prive di fondamento fino a quando non siamo riusciti a definire il compuetr “uno stupido che fa le cose molto velocemente”.

    oggi l’IA fa piu’ o meno lo stesso : fa cose molto molto molto velocemente.

    non bisogna rifiutare la IA, così ocme era stupido rifiutare di usare excel e prima ancora “lotus 123” , ma saperla usare e non permettere lo spazio decisionale ultimo ( penso alle decisioni militari) . in fondo sta solo rielaborando molto velocemente quello che è stato “creato” dall’intelligenza umana fino ad oggi.

    gli unici errori possibili , e fatali , che potremo commettere in questa fase. sono permettere all’IA di decidere al nostro posto e rinunciare alla creatività del pensiero

    Rispondi

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Caffè & Psichiatria

Ogni mattina alle 8 e 30, in collaborazione con la Società Italiana di Psichiatria in diretta sul Canale Tematico YouTube di Psychiatry on line Italia