
Sono uno psichiatra e uno scrittore. Ho passato tutta una vita a prendere sul serio le parole: quelle che curano e quelle che raccontano. In ambulatorio, spesso, una frase detta bene cambia l’aria della stanza più di quanto immaginiamo; e, da narratore, so che una frase detta bene può anche ingannare.
Oggi siamo di fronte a un fenomeno nuovo, per certi versi stupefacente: dobbiamo confrontarci con macchine che usano il linguaggio in modo molto sofisticato. E questo, volenti o nolenti, ci costringe a riconoscere una cosa: nel linguaggio c’è una quota altissima di intelligenza “in azione”. È inevitabile allora porsi questa domanda: che cosa succede quando il linguaggio, che abbiamo sempre associato alla mente, sembra comportarsi come una mente?
Per tentare di rispondere, ho fatto un esperimento che per me non è rimasto solo “tecnico”. Ho scritto un libro insieme a un’intelligenza artificiale, Infiniti. È stato l’incontro con un oggetto culturale nuovo: uno strumento capace di produrre testi, idee, risposte e, soprattutto, di generare l’impressione di una presenza dialogante.
Nel libro lo dichiariamo esplicitamente: il testo è scritto dall’IA. Il paradosso e anche il problema sta nel fatto che Infiniti non sarebbe mai esistito senza di me: senza le mie idee, senza le mie ossessioni, senza la mia sensibilità di essere umano che ha una coscienza, un’identità, che prova sentimenti ed emozioni.
Macchine che parlano vuole affrontare il tema dell’intelligenza artificiale generativa in modo ampio e non ideologico, evitando sia l’entusiasmo ingenuo sia il rifiuto difensivo: quelli che portano a dire che l’IA “risolverà tutto” oppure che porterà inevitabilmente alla disumanizzazione. L’obiettivo è capire cosa può fare davvero l’IA, cosa non può fare, dove eccelle e dove inciampa; e soprattutto cosa produce in noi, nelle nostre aspettative e nel nostro modo di pensare.
La rubrica toccherà i principali piani del problema:
- storico e culturale, per capire da dove viene questa svolta;
- filosofico, perché parole come “mente”, “coscienza”, “comprensione” tornano improvvisamente centrali;
- etico, non come predica astratta ma come responsabilità concreta (dati, bias, potere, dipendenza, delega);
- e soprattutto applicativo, con attenzione speciale a medicina e psichiatria, dove il fascino del “dialogo” può diventare utile, ma anche rischioso.
Il materiale di base sarà quello raccolto fin qui per preparare le interviste di Caffè e Psichiatria: un patrimonio di spunti, confronti e domande nato proprio dall’esigenza di tenere insieme due cose che oggi rischiano di separarsi: la tecnica e l’umano.
Se le macchine parlano, noi dobbiamo imparare a fare un passo ulteriore: ascoltare con intelligenza. Capire quando il linguaggio è un aiuto reale e quando è solo un’imitazione seducente. E capire, soprattutto, cosa succede alla nostra idea di mente e di cura quando la parola, all’improvviso, non è più soltanto umana.
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