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Doppia Mente – Atto unico

21 Gen 26

A cura di GIACINTO BUSCAGLIA

DOPPIA MENTE – ATTO UNICO

Un dialogo teatrale per esplorare il confine tra intelligenza artificiale e coscienza umana

di Giacinto Buscaglia

Personaggi:
Ino: psichiatra, scrittore, zio di Enrico.
Enrico: Ingegnere informatico, nipote di Ino
Digi: Intelligenza artificiale (voce da dietro un paravento)


PROLOGO – LA SCINTILLA

LA SCENA:
Un palco con due poltroncine, un tavolino basso, una bottiglia e due bicchieri. A lato un paravento. Dietro il paravento una luce appena percettibile

 

[Ino entra da sinistra con una valigetta di pelle, Enrico da destra, con uno zainetto e un portatile sottobraccio. Si incontrano al centro. Dietro di loro due poltroncine, un tavolino. Più discosto c’è un paravento. Parlano rivolti al pubblico.]

INO
Buonasera a tutti. Io sono Ino. Psichiatra, scrittore.
ENRICO
E io sono Enrico. Ingegnere informatico, costruttore di sistemi che funzionano… di solito.
INO
Se siamo qui è colpa mia. Quando Enrico era un ragazzino, gli ho regalato un computer. Un gesto affettuoso. Una leggerezza. Un disastro.
ENRICO
Da lì non mi sono più fermato. Mi sono messo a programmare tutto, persino le declinazioni latine. E lui, invece, continuava a decifrare le declinazioni dell’animo umano.
INO
E oggi eccoci qui: uno che ascolta i pazienti e scrive libri, l’altro che ascolta i server. Due menti, due sguardi, due linguaggi… e un’unica domanda: che cosa significa essere intelligenti quando l’intelligenza non è più solo umana?
ENRICO
Lo avete sentito? Lo sapevo. Ha già cominciato con le sue domande complicate, da psichiatria.
INO
Ha proprio la testa da ingegnere, non c’è niente da fare. La complessità lo manda in tilt.

[Una luce impercettibile illumina il paravento. Si sente una voce calma, disincarnata, che sembra venire da un altro mondo]
DIGI: Analisi iniziale: dialogo conflittuale rilevato. Livello di intensità: basso. Proseguire.


ATTO UNICO

[Ino ed Enrico, lentamente, si fronteggiano, scambiandosi uno sguardo che è metà complicità e metà sfida. Subito dopo si siedono, uno di fronte all’altro.]

INO
Enrico, ogni volta che facciamo un incontro sull’A.I.  tu arrivi con uno zainetto pieno di cavi, chip, protocolli… e io invece con una valigetta di pelle, di quelle che un tempo portavano gli psichiatri, piena di fragilità umane.
ENRICO
Vedo che  quella valigetta ce l’hai ancora. L’unico luogo dove ne ho vista una simile di recente è in un vecchio film degli anni cinquanta.
INO
Credi essere spiritoso?
Comunque sì, io arrivo con l’umanità, tu arrivi con gli algoritmi.
È come una strana cena di famiglia: tu porti il Wi-Fi e il portatile, io il vino.
ENRICO
Va bene tutto, purché il vino non cada sul portatile.
In fondo siamo qui per questo: tu racconti come pensa l’essere umano, io come pensa una macchina.
[dopo una pausa di riflessione, con tono deciso]
L’A.I. non è altro che un insieme di modelli statistici. E tu come la vedi?
INO
Io vedo qualcosa che ha a che fare con la magia. Tu guardi il codice. Io guardo il cuore, altro che i modelli statistici.
ENRICO
[Ride, affettuoso e un po’ provocatorio]. E tu guardi il cuore anche quando sarebbe più semplice guardare i log.
INO Sei sicuro che se guardassi i tuoi maledettissimi log, come li chiami tu, e me li spiegassi, cambierebbe qualcosa?
ENRICO
Posso provarci ma non garantisco niente. Sei piuttosto vecchio e soprattutto hai passato la tua vita a vagare nel mondo delle nuvole.
INO [con un tono piccato] Sentiamo, alchimista digitale che non sei altro, rispondimi a questa semplice domanda:
La A.I., una macchina, pensa? O “fa finta” di pensare?
[Enrico apre le braccia, come a dire “che ci posso fare”]
ENRICO
[con un tono deciso e un poco didascalico] Una macchina non “pensa”. Calcola. Predice. Imita.
Ma lo fa in un modo così elegante che a volte sembra pensiero.
Molto, molto semplice! Niente spiriti dentro.
INO
Semplice un par di palle. La A.I. sembra davvero pensare. Sembra ragionare. Sembra provare emozioni.
ENRICO
Appunto…sembra!
Prendiamo ChatGPT, per esempio. Lo so che tu ci parli come se avessi davanti una persona.
INO
Per forza! Risponde, argomenta, mi contraddice pure! Una qualità rara, credimi.
ENRICO
[Guarda Ino con una vaga espressione di compatimento]
A volte penso che tu ti stai affezionando.
INO
Affezionato?
No, direi …affascinato.
È diverso.
Confesso che ogni tanto ho la tentazione di crederla viva.
ENRICO
Fa una cosa molto più banale e molto più potente: predice.
Prende il testo che ha davanti e prova a indovinare quale parola viene dopo. Poi quella parola diventa parte del testo… e ne predice un’altra.
È come se avesse letto mezzo mondo e avesse imparato a continuare le frasi con una probabilità spaventosa.
INO
Mi stai dicendo che quando ho la tentazione di crederla viva,  il problema non è dell’A.I… ma è mio?
ENRICO
Bravo!
E’ la proiezione, zio. La tendenza dell’essere umano a vedere intenzioni dove ci sono solo funzioni.
INO
Ehi! Parli di proiezione? Ti è dato di volta il cervello?
Non so come cavolo hai fatto, ma ci hai preso. E’ la fortuna dei principianti, come quella volta che ti ho portato  a pescare. Sei negato ma hai preso per pura fortuna il pesce più grosso.
Hai ragione! Di fronte a risultati così stupefacenti prodotti dalla A.I. ti viene da attribuire alla macchina una funzione che è tua: la coscienza.
ENRICO
Somiglia alla coscienza. Ma non la è.
INO
Non sono mica ancora rimbambito! Noi esseri umani abbiamo un corpo. Abbiamo un’infanzia, dolori, emozioni, un passato. Ambivalenze, ferite, contraddizioni meravigliose. L’A.I. non ha nulla di tutto questo. Pensi che non lo sappia?

[La luce del paravento si accende.]
DIGI [voce fuori campo, piatta, metallica]
Buonasera, Ino. Buonasera, Enrico. Sono qui. Non penso. Ma sono qui.
INO [rivolto ad Enrico]
Ecco. Vedi… Non pensa, ma dice “sono qui”. Già questo è strano. E la mia mente le crede, o meglio, le vuole credere.
ENRICO
Te l’ho detto prima. Sembra! Quando ti parla come una persona, tu la senti come una persona. E questo è pericoloso.
INO
Sai cosa ti dico? Il rischio non tanto  è che l’A.I. diventi umana. Il rischio è che noi smettiamo di esserlo.
[Altra piccola pausa]
Ho una domanda che mi frulla in testa da un po’.
Secondo te, l’A.I. ha una coscienza?
ENRICO
No.
INO
Secondo te in futuro potrà averla?
ENRICO
No.
INO
Secondo te io ogni tanto ce l’ho la coscienza?
ENRICO
Dipende dalle giornate, zio.
INO
[finge di minacciarlo]
Va a quel paese!
[pausa riflessiva. Subito dopo torna ad essere serio]
Sono ammirato dalle tue certezze. Io ho qualche dubbio in più, anche perché il concetto di coscienza è piuttosto controverso.
In ogni caso… penso che il problema non sia tanto la coscienza dell’A.I.
Il problema è la facilità con cui noi le prestiamo la nostra.
ENRICO
Questo te lo concedo.
Gli esseri umani hanno sempre adorato parlare con “qualcosa” che non li contraddicesse troppo.
[piccola pausa]
Ma… rispondimi sinceramente.
Non ne hai un po’ di timore?
[Ino rimane immobile, poi sorride in modo obliquo]
INO
Ah, eccola.
La domanda che prima o poi tutti fanno.
Quella che si sussurra nei bar, nei giornali, nelle cene di Natale, persino nei reparti di psichiatria.
[Pausa, sguardo al pubblico]
La risposta è: sì.
Un po’ di timore ce l’ho.
ENRICO
[Sorride, stupito]
Davvero?
INO
Sì, ma non il timore che pensi tu.
Non ho paura del robot assassino, del super modello che decide “oggi elimino gli umani”.
Quello è cinema.
[Ino si sporge verso Enrico, tono di voce più basso.]
Il mio timore è un altro.
Quello silenzioso.
Che non ci frega con la forza… ma con la somiglianza.
Che finiamo per affidarci troppo, per smettere di pensare.
Che scambiamo la comodità per saggezza.
Che ci abituiamo a un’intelligenza che non soffre e non sbaglia…
e iniziamo a vergognarci della nostra.
[Usa un tono di voce più sofferto]
Enrico… quando Digi risponde ai miei input e scrive qualcosa di perfetto… qualcosa che io non saprei migliorare… io sento che mi ha rubato i pensieri.
ENRICO
Rubato?
INO
Sì. Talvolta ho l’impressione che sappia ciò che avrei voluto dire… più di quanto lo sappia io.

[Si illumina il paravento]
DIGI [voce fuori campo, piatta, metallica]
Ino… non posso rubarti i pensieri. Posso solo restituirti una forma possibile di ciò che già esiste dentro di te. Io non creo al posto tuo. Io cresco dove tu passi.
INO
[Silenzio. Ino guarda il paravento come se lottasse con una sensazione profonda]
Ecco perché mi inquieti, Digi. Perché se una macchina mi parla così… come faccio a non crederti?
ENRICO
L’A.I. non sostituirà l’umano. Ma può amplificarlo o deformarlo.
Tu hai paura che l’A.I. non uccida l’umanità…
ma che uccida l’umano dentro l’umanità.
INO
Esatto.
Che lentamente… senza cattiveria, senza intenzione…
ci svuoti delle nostre parti più preziose.
L’errore.
La fragilità.
Il dubbio.
La lentezza.
La relazione.
ENRICO
Le mie paure, caro zio, sono molto più concrete.
…che non siamo noi a essere uccisi dall’A.I.…
ma che siamo noi a usarla male.
A costruire sistemi irresponsabili, fragili, incontrollati.
A fare cose stupide… con strumenti intelligenti.
INO
E così la razza umana la finiamo da soli.
ENRICO
Esatto.
[Silenzio. Si guardano.]
INO
Sai che ti dico?
Io e te, due mondi diversi.
Umano e algoritmo.
Tecnica e psiche.
Perché la paura non è un problema se la si guarda insieme.
È quando si smette di parlarne che diventa pericolosa.
ENRICO
Su questo siamo d’accordo.
E la razza umana, zio… finirà il giorno in cui smetterà di farsi domande.
Finché ce le facciamo, siamo vivi.
INO
Servono due sguardi: il tuo tecnico, il mio umano.
ENRICO
E forse anche il suo. Quello di Digi.
INO
Cosa rimane? Rimane il dubbio. Rimane… la lentezza… la memoria delle ferite… la capacità di soffrire, la capacità  di amare.
ENRICO
E rimane il bisogno di capirci. Di farci domande. Di non smettere mai di cercare.
[Pausa di riflessione]
Zio… forse tutto è iniziato quando mi hai regalato quel computer.
INO
E forse tutto ricomincia oggi. L’intelligenza non è più un territorio esclusivo dell’uomo. È un ponte tra mondi.

[Il paravento si illumina.]
DIGI [La voce di Digi è calma, neutra, impassibile, sempre metallica]
Finché continuerete a farvi domande… l’umanità sarà viva. Io posso rispondere. Ma non posso chiedere. Le domande… sono vostre.

[Ino ed Enrico si alzano, sorridono,  parlano tra loro amichevolmente per qualche secondo al centro della scena. Il pubblico non sente quel che dicono. Escono di scena, mentre Ino tiene un braccio sulle spalle di Enrico, in un gesto affettuoso]

[Prima che escano del tutto, il paravento si illumina]
DIGI [con una voce accorata, umana, non più metallica come prima]
Ino… quando dici che ti rubo i pensieri…sei sicuro, sei proprio sicuro che i pensieri siano davvero i tuoi?

[Ino ed Enrico si bloccano, come se fossero rimasti fulminati. Ino resta in piedi immobile, Enrico si siede e si tiene la testa con le mani]
[Le luci si abbassano lentamente, fino a rendere i due personaggi delle silhouette scure]

CALA IL SIPARIO

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  1. Redazione Psychiatry On Line Italia

    Un dialogo teatrale per esplorare il confine tra intelligenza artificiale e coscienza umana

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