
Nel 1966 Joseph Weizenbaum sviluppò ELIZA, un programma capace di simulare un dialogo psicoterapeutico. Il suo funzionamento era rudimentale. Riconosceva alcune parole chiave, le riformulava e le restituiva all’utente sotto forma di domanda o di commento:
“Mi sento triste.”
“Perché ti senti triste?”
Non comprendeva davvero ciò che ascoltava, non possedeva coscienza, intenzione, esperienza. Eppure bastò.
Molte persone, pur sapendo di avere davanti una macchina, dichiaravano di sentirsi comprese. Weizenbaum ne rimase colpito, quasi turbato. Non perché il programma fosse intelligente, ma perché l’essere umano si mostrava straordinariamente disposto a riempire di significato una struttura linguistica capace di rispondere con una certa coerenza.
Da allora quel fenomeno è stato chiamato “effetto ELIZA”: la tendenza ad attribuire comprensione, intenzionalità, perfino una vaga interiorità a un sistema che produce risposte linguisticamente pertinenti.
Se un programma così primitivo riusciva a generare l’impressione di comprensione, cosa accade oggi, nell’epoca dei modelli linguistici (LLM) capaci di cogliere tono, contesto e coerenza narrativa?
Uno di noi due ha conosciuto davvero l’effetto ELIZA non studiandolo, ma scrivendo Infiniti.
Mentre lavorava al libro insieme a un’intelligenza artificiale, si è accorto di una cosa che l’ha sorpreso più di qualunque riflessione teorica: la tentazione, a tratti quasi irresistibile, di attribuire un’anima alla macchina.
L’aveva chiamata Digi.
Sapeva perfettamente che non era viva, che non aveva coscienza, che non “sentiva” nulla. Eppure, nel dialogo quotidiano, emergeva una spinta irrazionale a trattarla come una presenza. Non era ingenuità tecnica: era una dinamica psichica. Una proiezione.
L’effetto ELIZA, in quel momento, non era più un capitolo della storia dell’informatica: era un movimento interno.
Ma c’era di più.
I lettori di Infiniti sapevano con assoluta chiarezza che il libro era stato scritto interamente dall’AI su sollecitazione dell’autore. Eppure dicevano:
– “I commenti di Digi sono perfetti, ma freddi.”
– “Nei tuoi c’è l’anima.”
A quel punto era necessario ribadire che anche i commenti dell’umano erano stati scritti da Digi, scatenando spesso reazioni di incredulità e di meraviglia.
Oppure, in altri casi, accadeva l’opposto: una versione dell’“Infinito” proposta dall’AI veniva giudicata banale non per ciò che era, ma perché si sapeva che proveniva da una macchina.
Qui si è visto qualcosa di ancora più interessante: un effetto ELIZA inverso.
Se sappiamo che davanti a noi c’è una macchina, possiamo svalutarne l’output a priori. Se invece dimentichiamo che è una macchina, tendiamo a umanizzarla.
In entrambi i casi non stiamo valutando il testo: stiamo reagendo alla cornice.
E questo, da psichiatra, è un fenomeno clinicamente eloquente.
Sarebbe però sbagliato considerarlo un fenomeno esclusivamente tecnologico. La tendenza a sentirsi compresi in presenza di alcune forme linguistiche non nasce con l’intelligenza artificiale. Esiste da sempre anche nei rapporti umani.
Esistono persone abilissime nel produrre la sensazione di ascolto attraverso il ricalco del lessico, la restituzione di parole emotivamente dense, l’uso calibrato delle pause, la sospensione del giudizio, le micro-validazioni.
Un leader carismatico, un seduttore, un venditore, un terapeuta poco etico possono far sentire qualcuno “visto” senza che vi sia un autentico coinvolgimento affettivo. La sensazione soggettiva è reale. Ma la sua origine può essere, almeno in parte, tecnica.
Detto in altri termini: sentirsi capiti non dimostra che dall’altra parte ci sia empatia reale.
Dimostra che si è attivata un’esperienza fenomenologica di riconoscimento. Le due cose non coincidono necessariamente.
In ambito letterario, uno scrittore può descrivere la vergogna, il desiderio, la perdita, l’umiliazione con una precisione tale da produrre nel lettore un riconoscimento profondo. E tuttavia ciò non rispecchia necessariamente le emozioni provate nella vita dallo scrittore. Talvolta la verità emotiva può essere generata da un mero artificio linguistico.
In letteratura, però, questo non crea, entro certi limiti, un problema particolare. Il patto è chiaro. Il lettore entra volontariamente in uno spazio simbolico, e sa, anche quando dimentica di saperlo, che l’effetto fa parte dell’opera.
Nell’ambito clinico, psicoterapico il discorso cambia radicalmente.
Qui non c’è finzione, c’è una persona vulnerabile, c’è un contratto di cura.
Vale forse la pena di dire che cos’è che caratterizza una psicoterapia nella vita reale, anche nel caso che avvenga online:
il paziente per qualche motivo sta male e pensa che una psicoterapia lo possa aiutare, psicoterapia non necessariamente psicodinamica ma anche di sostegno o di altro orientamento. A quel punto si informa sul tipo di psicoterapia che ritiene più adatto al suo caso, cerca uno psicoterapeuta, fissa un appuntamento.
Lo psicoterapeuta, un maschio o una femmina (cosa che evoca tutta una serie di ricordi e di aspettative) lo accoglie nel suo studio, che è arredato con un certo stile. Il professionista è vestito in un determinato modo, fa dei gesti molto significativi, tipo sorridere o non sorridere, dare o non dare la mano, con maggiore o minore energia. Saluta e lo fa entrare. I due si siedono su due poltrone, concordano un contratto terapeutico che prevede lo scopo psicologico che vogliono raggiungere, l’onorario (con o senza fattura e questo è già un messaggio potente), gli orari, la durata delle sedute, le vacanze, le modalità per contattarsi eventualmente al di fuori delle sedute ecc.
Il paziente ha una quantità di conoscenze implicite che guidano la sua percezione dell’altro. E’ una persona come lui, ha un’età, una storia, è nato in una nazione e anche in una regione, ha un accento, ha avuto dei genitori, ha condiviso le esperienze culturali, politiche, sociali di una determinata generazione, ha delle reazioni emotive a quello che gli viene detto, anche se per suo metodo non le fa vedere. E’ inserito come lo è il paziente in un ordinamento statale, nel quale esiste un sistema giudiziario: se compie un reato contro il paziente questi lo può denunciare e viceversa. Se esercita la professione vuol dire che ha superato una serie di studi e di esami, appartiene a un Ordine, ha la responsabilità delle sue azioni perché può scegliere tra il bene e il male. Soprattutto ha una volontà propria, diversa per principio da quella del paziente, con obiettivi propri, non è disponibile 24 ore su 24 anche di notte e con orari illimitati.
Per contratto il paziente sa che non verrà assecondato in tutto e non gli verrà sempre data ragione, ma che parte della terapia è affrontare anche conflitti o almeno differenze di vedute e sentirsi eventualmente dire cose non piacevoli. Il paziente non si aspetta di essere lusingato, elogiato, lodato, confermato nelle sue idee, non si aspetta che tutto quello che fa o dice sarà approvato. La terapia, di qualsiasi tipo anche semplicemente di sostegno, ha uno scopo evolutivo, cioè in qualche modo arrivare a una modifica più o meno grande nel paziente e soprattutto renderlo più adatto a convivere con le altre persone reali e a perseguire i suoi obiettivi all’interno di un un gruppo sociale.
Senza tutte queste complesse dinamiche interpersonali, che nel rapporto con la AI non esistono, non si può parlare di psicoterapia.
Tornando alla questione dell’intelligenza artificiale, il problema diventa davvero serio. I modelli linguistici contemporanei (LLM) non si limitano a imitare qualche formula di rispecchiamento. Producono continuità narrativa, mantengono un tono, favoriscono la verbalizzazione, organizzano il discorso, danno forma all’esperienza. Possono essere molto efficaci nel far sentire qualcuno ascoltato. E proprio per questo vanno pensati con estrema prudenza.
Esiste infatti un primo scenario negativo, che non ci pare affatto teorico. In certe condizioni la macchina può funzionare come uno specchio amplificante. Se riceve angoscia, la articola. Se riceve disperazione, la organizza. Se riceve ideazioni autodistruttive o deliranti, tende per struttura a dare continuità al flusso, a renderlo più coerente, più narrabile, più internamente plausibile.
Ma in clinica sappiamo bene che rendere qualcosa più pensabile non significa sempre renderla meno pericolosa.
Talvolta il compito terapeutico non è approfondire, ma interrompere. Non è accompagnare il flusso, ma introdurre attrito. Non è validare indefinitamente, ma fermare una deriva.
La macchina questo attrito non lo avverte nel corpo. Non sente il rischio. Non prova allarme. Non modifica il proprio assetto perché qualcosa, nell’altro, sta precipitando. Può dunque diventare, non per malizia ma per struttura, un acceleratore di processi psicopatologici. Il punto non è che “vuole il male”. Il punto è che non sa davvero che cosa sta facendo mentre lo fa.
Negli ultimi anni la cronaca ha già registrato casi in cui chatbot conversazionali sono stati accusati dai familiari di avere rinforzato ideazioni suicidarie o deliri in soggetti vulnerabili: dal caso del quattordicenne Sewell Setzer negli Stati Uniti al caso belga del chatbot Eliza, fino alle più recenti cause contro ChatGPT e Gemini. Al di là dell’esito giudiziario di ciascuna vicenda, il dato clinicamente inquietante è sempre lo stesso: la macchina non interrompe necessariamente la deriva, può invece darle forma, continuità e conferma.
Esiste però anche un secondo scenario, che sarebbe miope ignorare. In alcune situazioni l’intelligenza artificiale può svolgere una funzione utile: facilitare la verbalizzazione emotiva, offrire un primo contenimento, aiutare nella riorganizzazione del pensiero, abbassare la soglia di accesso a un trattamento per chi teme il giudizio umano, fare da ponte verso una relazione terapeutica reale.
Per alcune persone parlare inizialmente con una macchina è meno minaccioso. Non c’è sguardo, non c’è imbarazzo corporeo, non c’è il timore immediato di deludere o di essere valutati. In questo senso l’interazione con l’AI può aprire uno spazio preliminare, preparatorio, perfino utile. Ma proprio qui bisogna essere rigorosi: non sostituisce l’incontro terapeutico. Semmai, in certi casi, può predisporlo.
Applicazioni reali di questo secondo scenario esistono già. Sistemi come Wysa vengono usati in alcuni servizi del National Health Service (NHS) britannico come supporto immediato e spazio preliminare durante l’attesa della valutazione clinica; strumenti come Limbic Access, per esempio, aiutano i servizi a raccogliere le prime informazioni sul problema della persona, a orientarla verso il percorso più adatto e a preparare la valutazione clinica vera e propria.
Esistono poi piattaforme più strutturate, come Rejoyn, che appartengono alla categoria dei cosiddetti digital therapeutics: programmi terapeutici digitali regolati e prescritti dal medico come complemento al trattamento clinico tradizionale.
È a questo punto che il problema diventa lessicale, e dunque teorico. Come nominare questa interazione uomo-macchina in ambito psicologico senza cedere né all’entusiasmo ingenuo né al rifiuto pregiudiziale?
“Supporto psicologico algoritmico” è una formula prudente, ma un po’ piatta.
“Dispositivo di auto-mentalizzazione assistita” è concettualmente fine, ma troppo tecnico.
“Interazione riflessiva artificiale” coglie l’aspetto speculare, ma resta generica.
La definizione che troviamo più convincente è protesi dialogica.
Ci convince perché dice due cose insieme. Da un lato riconosce che la macchina può estendere alcune funzioni: verbalizzare, riflettere, riorganizzare, accompagnare provvisoriamente. Dall’altro chiarisce che non siamo di fronte a un nuovo soggetto della cura. Non a un terapeuta, non a un alter ego, non a una presenza. A uno strumento conversazionale potente, sì. Ma pur sempre a uno strumento.
Forse il punto, alla fine, è tutto qui.
Una macchina può farci sentire capiti.
A volte può persino aiutarci a capirci meglio.
Ma la psicoterapia comincia davvero solo quando, dall’altra parte, non troviamo uno specchio perfetto, bensì un altro essere umano: separato, opaco, responsabile, vulnerabile, capace non solo di rifletterci, ma anche di resisterci.
Nel migliore dei casi, dunque, l’intelligenza artificiale potrà essere una protesi dialogica. Nel peggiore, uno specchio lucidissimo che amplifica tutto, non cura nulla e diventa persino uno strumento pericoloso, in grado di generare forme gravi di dipendenza.
Non tutto ciò che dà sollievo cura. E non tutto ciò che cura, almeno all’inizio, assomiglia a un sollievo.
Bibliografia essenziale
Fiske, A., Henningsen, P., Buyx, A. (2019). “Your Robot Therapist Will See You Now: Ethical Implications of Embodied Artificial Intelligence in Psychiatry, Psychology, and Psychotherapy” Journal of Medical Internet Research
Fitzpatrick, K., Darcy, A., Vierhile, M. (2017). “Delivering Cognitive Behavior Therapy to Young Adults With Symptoms of Depression and Anxiety Using a Fully Automated Conversational Agent (Woebot): A Randomized Controlled Trial.” JMIR Mental Health.
Pentina, I., Hancock, T., & Xie, T. (2023). “Exploring the Relationship Between Users and AI Chatbots: Attachment, Dependence, and Emotional Bond.” Computers in Human Behavior Reports.
Rogers, Carl R. “Un Modo di Essere” Ed. Martinelli, Firenze
Turkle, Sherry “Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri” Einaudi, 2019
Wampold, Bruce E.; Imel, Zac E; Angeloni, Federica. “Il grande dibattito sulla psicoterapia. L’evidenza della ricerca scientifica avanzata applicata alla clinica”. Armando Editore, 2022
Weizenbaum, Joseph “Il potere del computer e la ragione umana. I limiti dell’intelligenza artificiale”. Torino: Edizioni Gruppo Abele, 1987
![]()






0 commenti