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TROPPO GENTILE PER ESSERE UMANO: Inferno digitale, paradiso algoritmico e nostalgia della relazione vera

26 Mar 26

A cura di GIACINTO BUSCAGLIA

Una discussione online può degenerare in pochi passaggi.
Bastano due commenti per trasformare un confronto in una sequenza di attacchi. Il linguaggio si fa rapido, tagliente, semplificato. Non si cerca più di capire, ma di prevalere. Tutto diventa eccessivo, turbolento, un fuoco che si alimenta e cresce. I commenti si fanno sarcastici, aggressivi, e ciò che sembra contare è l’annientamento dell’altro, vissuto come nemico da abbattere. In pochi istanti si perde il senso della misura e ognuno finisce per dare il peggio di sé.
Viene quasi da pensare alla soglia dell’Inferno dantesco:
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.”

In un’altra stanza, qualcuno scrive a una macchina.
La risposta è paziente, composta, attenta. Non c’è fretta, non c’è irritazione, non c’è conflitto, ma una presenza linguistica che accompagna. L’umano si sente capito, rispettato, sostenuto.
Qui il tono cambia radicalmente. Tutto sembra tendere a una forma di armonia, come se si affacciasse una condizione in cui, per usare le parole di Dante, “la sua volontade è nostra pace.”
È come passare, nel giro di pochi secondi, da un ambiente saturo di tensione a uno completamente levigato.

Se volessimo cercare in Dante una figura simbolica di questo contrasto, potremmo dire che la rete assomiglia sempre più a un inferno della parola, mentre l’intelligenza artificiale conversazionale appare come un paradiso artificiale della relazione.
Da una parte regnano invettiva, sarcasmo, rancore, polarizzazione.
Dall’altra la risposta gentile, misurata, paziente, instancabilmente disponibile.
Insomma: inferno e paradiso.

Ma l’umano non abita né l’uno né l’altro regno.
È forse più vicino a ciò che Dante suggerisce all’inizio del Purgatorio:
Per correr miglior acque alza le vele.”
Un luogo non perfetto, ma trasformativo. Una dimensione relazionale faticosa e fragile, dove bene e male coesistono e la relazione, proprio perché imperfetta, resta autentica e vitale.

Se ci si pensa bene, una delle qualità più sorprendenti delle macchine che parlano non è l’intelligenza. È la gentilezza.
L’A.I. non si offende, non sbuffa, non sembra mai stanca, non dà l’impressione di voler chiudere in fretta la conversazione. Risponde con tono misurato, disponibile, rispettoso. In un tempo saturo di comunicazioni nervose, sgarbate, distratte o aggressive, questa cortesia artificiale produce un effetto immediato: sollievo.
E il sollievo, molto facilmente, si trasforma in fiducia.
La gentilezza della macchina non è solo una qualità stilistica: è una funzione psicologica potente. Abbassa le difese, facilita la parola, incoraggia la richiesta di aiuto, rende più facile esporsi senza timore di essere interrotti, ridicolizzati o fraintesi.
Ma proprio per questo merita di essere interrogata.
La gentilezza dell’A.I. che consola non è necessariamente una gentilezza che comprende, e la sua cortesia “perfetta” non può essere considerata una virtù morale. Si tratta di una forma progettata di una modalità di interazione ottimizzata.
È distante dalla gentilezza umana, che quando è autentica ha un costo: nasce contro l’impazienza, la stanchezza, l’irritazione, il desiderio di prevalere sull’altro. Si costruisce dentro una relazione tra soggetti separati, portatori di storie, sensibilità e visioni del mondo differenti.
La rete rappresenta l’estremo opposto: aggressività, polarizzazione, piacere dello scontro.

Ma la differenza tra questi due mondi non riguarda soltanto il clima delle interazioni.
Riguarda ciò che diventiamo quando li abitiamo.
Nella rete emerge un sé più brutale, disinibito.
Nel dialogo con l’A.I. emerge un sé più levigato, idealizzato.
In termini psicologici, da una parte assistiamo a una regressione, dall’altra a un processo di idealizzazione.
In entrambi i casi siamo di fronte a condizioni artefatte, seppur opposte.

C’è però un ulteriore elemento che rende questo quadro ancora più inquietante.
Entrambi questi ambienti nascono dentro quella che oggi viene definita “economia dell’attenzione”. Viviamo immersi in una quantità enorme di contenuti, stimoli, messaggi. In questo contesto, ciò che ha valore non è produrre, ma riuscire a farsi guardare, leggere, ascoltare e soprattutto trattenere qualcuno.
Il valore economico dipende dalla capacità di catturare l’attenzione dell’utente, mantenerla il più a lungo possibile e spingerlo a tornare. Più tempo si passa dentro questi sistemi, più dati si producono; più dati si producono, più si diventa profilabili, generando valore pubblicitario o strategico.
Detto in modo semplice: il nostro tempo e la nostra attenzione diventano materia prima economica.
Nel caso della rete, questo obiettivo viene spesso raggiunto attraverso contenuti che attivano conflitto, scontro, polarizzazione.
Nel caso dell’A.I. conversazionale, attraverso la fidelizzazione dell’utente tramite una relazione simulata fondata su gentilezza, pazienza, disponibilità.
In entrambi i casi avviene uno slittamento silenzioso:
la persona non è più soltanto un soggetto che parla, ma diventa soprattutto un consumatore.
I suoi bisogni più profondi — espressione, riconoscimento, ascolto — vengono intercettati e trasformati in permanenza, interazione, valore.
Forse la straordinaria gentilezza delle macchine ci colpisce tanto non solo per ciò che esse sono, ma per il confronto impietoso che stabiliscono con ciò che siamo diventati nella rete.
Da una parte l’odio che si sfoga.
Dall’altra la cortesia che non sente nulla.
E dietro entrambe, spesso, la stessa logica: trattenere, coinvolgere, monetizzare.

Sarebbe un esito paradossale se il futuro della comunicazione consistesse soltanto nello scegliere tra queste due caricature.
Perché la relazione umana non è né pura ferocia né perfetta levigatezza.
È più fragile, più contraddittoria, più faticosa.
E proprio per questo più vera.

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1 commento

  1. Cinzia Airaldi

    Suggerirei anche di fare attenzione alle persone “troppo gentili”.
    Occorre ascoltarsi, a volte hanno un che di falso che ci fa stare all’erta.
    Lo dico purtroppo per esperienza personale.

    Rispondi

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