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Che cos’è la psichiatria? Che cos’è la salute mentale?

16 Giu 26

A cura di Paolo F. Peloso

Note intorno a “Che cos’è la salute mentale? Genealogie e prospettive critiche”, a cura di Mario Colucci, Einaudi, 2026 (parte II)

Per la parte I dell’articolo, segui il link.

Procedendo ora a una lettura più sistematica del volume Che cos’è la salute mentale?, l’introduzione si apre con una serie di dati epidemiologici che spingono a pensare che la salute mentale possa avere forse più a che fare con popolazioni che con singole persone: ma il curatore ammonisce che: «è proprio delle statistiche operare una certa riduzione della complessità, un inglobamento del particolare nel generale».

Sante parole, perché non bisognerebbe dimenticare mai che la questione psichiatrica e quella della salute mentale sono certo questioni di grandi scelte di carattere culturale e politico, ma sono anche, lo scriveva Basaglia a Padova sulle orme di Binswanger, in primo luogo questione di incontri, incontri tra due (o poche) persone.

È la trappola dell’epidemiologia, alla quale Thornicroft e Tansella invitavano a sottrarsi attraverso un modello a matrice che sia capace di tenere insieme il grande e il piccolo; la dimensione economica e quella etico-critica, che una male intesa aziendalizzazione è rischia oggi di perdere di vista; la pratica e la teoria il cui reciproco rimando ha costituito l’essenza del lavoro di Basaglia così che, scrive ancora Colucci, incontrandosi hanno potuto dare luogo alla «miscela esplosiva» che ha consentito di fondare la deistituzionalizzazione, e sono oggi a rischio di divaricazione.

Entrando nel merito dei singoli capitoli, tutti di straordinaria ricchezza, sarò costretto a pizzicare, per così dire, come ho fatto per quelli cui ho già accennato, da ciascuno qualche stimolo, perché mi pare non sia consentito in sede di recensione fare di più.

Il primo di essi, di Pierangelo Di Vittorio, cui si è già accennato, si presenta particolarmente ricco e denso di riflessioni che sono sotto molti aspetti decisamente non scontate; non sarà però possibile qui che limitarmi a tre stimoli, rimandando per il resto alla lettura completa, senz’altro consigliata. Il primo è interno alla vicenda basagliana ed è quello della presentazione, frequente, dell’esperienza triestina come epilogo di quella goriziana, una genealogia che parrebbe ovvia ma invece, per l’autore, merita di essere problematizzata. Tra l’una e l’altra stanno un salto generazionale, che nasce dell’immissione tra Parma e Trieste nell’équipe di giovani formatisi nel clima antintellettualistico del ’68; il successo de L’istituzione negata e l’identificazione (in parte forse suo malgrado) di Basaglia come uno degli emblemi del “movimento”; il suo impegno, del quale Slavich scrive già a proposito di Parma, sul terreno politico nazionale in rapporto al varo della legge, che lo sottrae al lavoro sul terreno. Della preoccupazione di Basaglia riguardo alla nuova generazione esistono del resto varie tracce: nel colloquio con Roland Laing pubblicato in Crimini di pace nel ’75, in uno dei tre inediti recentemente proposti da Marica Setaro, in alcuni passaggi di Non ho l’arma che uccide il leone di Dell’Acqua, ad esempio.

A chi soffre di una malattia mentale è necessario che la dimensione dell’incontro, quella dell’istituzione e quella della società siano tenute contestualmente presenti. Padova, Gorizia, Trieste non sono le tappe di un percorso nella vita di Basaglia, ciascuna delle quali supera e consegna alla storia la precedente; ma sono tre dimensioni tutte e tre ancora oggi indispensabili. L’attribuzione a Basaglia di un valore “uno e trino” (Padova, Gorizia, Trieste), non risponde quindi da parte mia a un’esigenza di divinizzazione del personaggio (come qualcuno con facile ironia potrà pensare…), ma allo sforzo di individuare nella sua biografia tre dimensioni che, al nuovo operatore, sono ugualmente necessarie. E il fatto che Basaglia abbia affrontato questi aspetti in successione non significa che a noi non occorra invece tenerli contemporaneamente presenti, e in questo stesso senso mi pare che vadano, nel volume, le riflessioni di Di Vittorio oltre che quelle di Colucci stesso.

Con la chiusura del manicomio, a Trieste alla parte destruente della questione (la critica del manicomio e della psichiatria) si aggiunge quella costitutiva (la nascita dei servizi nel territorio e della salute mentale), nella quale Di Vittorio sottolinea il ruolo di Rotelli, perché i due versanti non possono che procedere da quel momento insieme. Un’esigenza di contrasto all’istituzionalizzazione nelle istituzioni di cura (e di reclusione), che prenderà a partire dal concetto di istituzionalizzazione elaborato da Barton e Martin il nome di “deistituzionalizzazione”, è presente a Gorizia già in fase molto precoce – ne parlano, a proposito della cronicità schizofrenica in manicomio, Bombonato, Slavich e Tesi al XXVIII congresso SIP del ’63 (Atti, vol. II, pp. 409-13) – poi accompagna la trasformazione dell’ospedale psichiatrico già da Gorizia, guida a Trieste la sua distruzione e la costruzione e il funzionamento delle nuove istituzioni, quelle che Rotelli chiama le istituzioni “inventate”, nelle quali il rischio che l’istituzionalizzazione ritorni ad annidare è però inevitabilmente sempre presente.

Anche la salute mentale, ed è un altro stimolo importante  offerto da Di Vittorio, ha genealogie poco rassicuranti a partire dalle sue radici nel degenerazionismo di metà ‘800 come prima aspirazione, in contrasto con l’alienismo, a un governo psichiatrico e antropologico della vita in generale, passando per le violenze collegate alla prospettiva eugenetica, fino al tentativo di proporsi come strumento politico di governo generale della devianza, che Basaglia colse in prospettiva durante l’esperienza di New York maturando perciò diffidenza rispetto a questo concetto.

Un terzo spunto è offerto dall’attribuzione di un carattere mitologico e poco reale all’idea di un “modello italiano” di salute mentale, perché a una legislazione che è patrimonio unitario nazionale corrispondono declinazioni culturali e messe in atto eterogenee.

Gli interventi di Riccardo Ierna, Paolo Migone e Francesco Stoppa entrano con accenti diversi nel vivo delle tumultuose trasformazioni che hanno investito le istituzioni di cura negli ultimi tre decenni, con l’aziendalizzazione (pseudoaziendalizzazione riduzionistica direi) dei servizi pubblici che sconta una difficoltà a individuare non solo gli esiti, ma anche i processi reali da valutare; la delega di una parte significativa del budget e soprattutto dei processi di cura al privato imprenditoriale e al terzo settore, senza che il committente pubblico abbia spesso tempo o capacità di ricondurli a visione unitaria; la sostanziale marginalizzazione, o riduzione a intervento a carattere tecnico, e possibilmente breve, delle psicoterapie in particolare di carattere psicoanalitico o fenomenologico-esistenziale, ivi compreso il disinvestimento dal lavoro di équipe e dal “lusso” della supervisione; la difficoltà ad approcciare in modo critico, senza rifiuti o entusiasmi aprioristici, i nuovi strumenti della telemedicina (se, quando, come).

Si tratta di processi sui quali la riflessione è stata finora insufficiente, che hanno trasformato giorno per giorno i servizi in qualcosa di radicalmente altro rispetto a quelli nei quali gli operatori della mia generazione hanno iniziato a lavorare; e la sensazione è che più di un bambino possa essere stato gettato con la proverbiale acqua sporca. E su tutti questi aspetti della storia recente dei servizi le argomentazioni dei tre autori, alle quali evidentemente posso qui solo accennare in modo sommario, mi paiono davvero preziose e meritevoli di una lettura attenta, in cui molti potranno riconoscere la propria esperienza.

Mauro Bertani affronta in modo originale, e per un autore di tale levatura non potrebbe essere diversamente, tra altre la questione dell’uso della medicalizzazione della sofferenza mentale (“è una malattia come le altre”) come strumento di destigmatizzazione, cogliendo in essa rischi di riduzionismo (perché non è vero che è come le altre, intanto perché la sua stessa definizione di “malattia” appare problematica, e poi perché implica un coinvolgimento del soggetto, delle sue emozioni, di fattori relazionali e sociali di misura e con modalità ben diverse!), e anche di marginalizzare prospettive e approcci estranei alla medicina e alla biologia, che invece sappiamo essere parimenti fondamentali (Zapparoli parlava di “trattamento integrato”, che non significa sommatoria di trattamenti).

Ho trovato poi molto interessante il fatto che nei capitoli di Anne Lovell e Ana Carolina Florence da una parte e Lila Williams e Allen Francis dall’altra, ritorni la questione, già posta da Di Vittorio, dei confini della psichiatria e della salute mentale (che non è detto debbano essere gli stessi), che Basaglia si poneva di ritorno da New York. L’ampliamento cui sono andati incontro pone, come questi autori sottolineano, più di un problema: l’uso della psichiatria per finalità di risposta e di gestione che a partire dalla malattia mentale strettamente intesa tendono a estendersi verso la generica devianza e alla sofferenza umana in generale; la medicalizzazione di questioni che avrebbero invece necessità di risposte sociali e politiche nell’ambito del sociale; e, conseguentemente, il fatto che risorse investite per la cura della malattia mentale, soprattutto severa, vengano invece utilizzate per finalità diverse. E sono questioni importanti, con le quali ci misuriamo quotidianamente nei servizi.

Williams e Francis in particolare affrontano il tema delle “epidemie” di autismo e ADHD che  hanno investito i servizi negli anni più recenti senza un’adeguata riflessione sulle risposte specifiche che queste condizioni necessitano e sul modo nel quale la loro inclusione tra i disturbi oggetto del nostro intervento ne influenza e trasforma l’idea di malattia e i modelli di intervento.

Ancora, ho trovato importante e originale il modo in cui Antonio Luchetti, che i lettori di Pol. it conoscono per alcuni articoli pubblicati sulla rivista, affronta il tema dei trattamenti psicofarmacologici: non chiedendosi solo “cosa prescrivere”, ma ponendosi il problema di “per quanto tempo”; e quindi quando, e come, eventualmente deprescrivere. Sono questioni nelle quali ci imbattiamo ogni giorno, sulle quali la psichiatria riflette in modo in genere insufficiente; col rischio che a volte le prescrizioni crescano in modo esponenziale nei numero di principi attivi, perché ogni prescrittore avverte la necessità di aggiungere qualcosa, senza sentirsela di togliere qualcos’altro.

Non so se, in un’ottica di divisione del lavoro, questo tema debba essere considerato più in capo alla salute mentale o alla psichiatria, ma è decisamente un bene che sia affrontato. E anzi, lo scritto di Luchetti suggerisce analoghe domande su tempi e modi della possibilità di deprescrizione in altri settori del nostro lavoro: i trattamenti psicoterapici, quelli residenziali, o la stessa presa in carico. 

Chiudono il volume due interventi, di Gianluigi Di Cesare e di Roberto Beneduce e Simona Taliani rispettivamente, che affrontano altri due temi di grande attualità per i servizi. Il primo è quello della tossicodipendenza, della sua appartenenza/autonomia rispetto alla salute mentale; del destino della ricchezza di riflessione che, nel mondo dei SerD, è maturata in questi trent’anni; i rischi di riduzionismo e neoistituzionalizzazione, e il modo in cui i problemi finora evocati per la salute mentale, si pongono in questa specifica area dove il rischio di confondere attività di cura e attività disciplinante è almeno altrettanto presente; le soluzioni culturali e organizzative più idonee a rispondere alle esigenze di specificità, ma al contempo di integrazione, degli interventi.  Il secondo è quello della complessità della questione della salute mentale dello straniero: la necessità di considerarne gli aspetti culturali, a volte linguistici, ma anche le pesanti implicazioni storiche, culturali e politiche, che sono fatte di un passato coloniale che non accenna a passare ma lascia pesanti tracce nel cuore su entrambi i versanti, ma anche di un essere accolto (spesso non accolto) del migrante nelle società occidentali di oggi come una, lo scriveva anni fa Alessandro Dal Lago ma la situazione è tristemente la stessa, “non-persona”, e delle implicazioni emotive che questo vissuto di disumanità e di ingiustizia comporta, esitando a volte in un’espressività psicopatologica che non può, evidentemente, essere interpretata e affrontata solo come questione clinica.

Certo sappiamo quanto il campo della salute mentale sia vasto e come sarebbe stato impossibile che tutte le questioni che vi si agitano potessero trovare specifica trattazione in un solo volume. Ciascuno perciò potrebbe facilmente trovarne qualcuna che gli sta a cuore e che  avrebbe voluto vedere fatta oggetto di un capitolo specifico, il che evidentemente non era possibile. Quelle che vengono qui affrontate sono comunque molte, come credo sia stato possibile apprezzare anche solo dai richiami solo sommari e senz’altro soggettivi di questa recensione, e ciò che è più importante è che lo sono con un approccio che non rischia di mai apparire convenzionale, né scontato. Appare evidente, nel curatore e nel gruppo autoriale, l’intenzione di aiutare il mondo composito della salute mentale a ritrovare, sessant’anni dopo il primo testo dei goriziani, il gusto di non smettere di porsi domande: la domanda che intitola questo libro, come anche quella che intitola quello che lo ha preceduto.

Certo ci sono tra le due interrogazioni, che partono da uno stesso fenomeno, campi di sovrapposizione evidenti, tuttavia non credo, come si sarà ormai capito, che l’interrogazione Che cos’è la salute mentale?, da cui nasce questo volume, renda obsoleta quell’altra, Che cos’è la psichiatria?, che ha per oggetto la relazione di chi vive con una malattia mentale con lo psichiatra, gli altri operatori dell’istituzione psichiatrica e l’istituzione stessa, con i suoi vizi antichi e nuovi. Una relazione nella quale la maggior parte di coloro che soffrono di una malattia mentale sono, almeno nella realtà dei Paesi industrializzati, ancora fortemente implicati.

Anzi, la lettura di questo volume può semmai essere, credo, una buona occasione anche per una rilettura dell’altro che, nonostante gli anni trascorsi, ha anch’esso ancora  molte domande utili da porci.

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