
Note intorno a “Che cos’è la salute mentale? Genealogie e prospettive critiche”, a cura di Mario Colucci, Einaudi, 2026 (parte I)
Riprende, con quest’articolo, le pubblicazioni la rubrica “Pensieri sparsi. Tra psichiatria, impegno civile e suggestioni culturali”, che le aveva interrotte quasi un anno fa, il 25 agosto 2025, con l’articolo “Tra paranoia e nazismo sarebbe meglio non fare confusione”, a proposito di un numero di “Frontiere della psicoanalisi” sul tema (segui il link). Nel frattempo “Psychiatry on line” è andata incontro a un’evoluzione editoriale importante, e io mi sono dedicato alla revisione finale e alla diffusione di due volumi: “La razza guerriera. Psichiatria, fascismo eugenetica e razzismo”, che conclude la triade dedicata al rapporto tra psichiatria e politica dal Congresso di Vienna alla Liberazione, e “Per la Palestina. Dieci poesie dal massacro di Tell Al-Zataar alla carestia nella Striscia di Gaza. Con un saggio introduttivo”, entrambi editi da Erga. Ci siamo persi di vista per un periodo quindi con la rubrica, e mi fa piacere ritrovarla oggi.
L’occasione è l’uscita di un libro importante, Che cos’è la salute mentale? Genealogie e prospettive critiche, curato da Mario Colucci, recentemente divenuto primario al SPDC di Udine, e pubblicato nella Piccola Biblioteca Einaudi a quasi sessant’anni di distanza da Che cos’è la psichiatria?, curato da Franco Basaglia nella stessa collana nel 1973 e recensito su questa rubrica in occasione del cinquantenario della prima edizione, da parte della Provincia di Parma (segui il link). Alcuni degli autori avevano già collaborato tre anni fa al n. 398 di Aut Aut, recensito anch’esso su questa stessa rubrica (segui il link).
La prima domanda che sorge spontanea è quale relazione sussista tra i due volumi. Il che rimanda a una questione di ordine più generale: quale la relazione tra psichiatria e salute mentale, ed eventualmente quale relazione tra i due termini e quello “psichiatria democratica”, con il quale il movimento antiistituzionale ha scelto di riferirsi a una “buona psichiatria” a venire, della quale in vari passaggi dei suoi scritti Basaglia delinea alcune caratteristiche.
A essere pignoli, si potrebbe osservare che la salute mentale, dei singoli e dei gruppi, è un obiettivo cui tutti si dovrebbe tendere, come lo è in generale la salute; mentre la psichiatria è uno dei mezzi che dovrebbero appunto contribuire al conseguimento dell’obiettivo. Ma è un fatto che, nell’uso che del termine salute mentale si è affermato, anch’esso sembra riferirsi a qualcosa di più complesso di un mero obiettivo e indicare ormai anche l’insieme eterogeneo degli strumenti per raggiungerlo, o almeno una parte di essi.
Infatti, non è infrequente sentire usare da utenti e familiari espressioni come “vado alla Salute Mentale” o “quelli della Salute Mentale”, per riferirsi al CSM e ai suoi operatori; oppure “vado in psichiatria” o “quelli della psichiatria”, per riferirsi al SPDC. Il che suggerisce già una pista di ragionamento perché, con buona pace di Manzoni, a volte la voce del popolo è voce di dio e coglie in modo icastico l’essenza delle questioni. Del resto, ci sarà una ragione per cui un centro si chiama “di salute mentale”, e un servizio si chiama “psichiatrico”.
Parrebbe allora che ciò che è collocato dentro l’ospedale e ha per protagonisti insieme al paziente medici e infermieri e per strumenti principali i farmaci, sia percepito come psichiatria; e ciò che è collocato negli spazi di vita, ha per protagonista un’équipe multidisciplinare e usa strumenti più eterogenei sia più facilmente percepito come salute mentale.
Ma passiamo a confrontare tra loro i due volumi.
Se riprendiamo in mano il testo di Basaglia del ‘67, vediamo che esso si apre con la messa in discussione dei fondamenti epistemologici della psichiatria per concludere che essa è in quel momento la “frattura” (quindi lo scarto, la sproporzione) tra “l’enorme castello di classificazioni, sottoclassificazioni, precisazioni e bizantinismi nosografici”, che costituiscono il “rigoroso livello tecnico delle dissertazioni scientifiche”, e la realtà del malato mentale, in quel momento l’ospedale psichiatrico.
Realtà, questa, della quale viene colto da Basaglia un duplice aspetto: quello “del suo essere un malato, con una problematica psicopatologica”, che forse oggi dovrebbe continuare a costituire prevalentemente l’oggetto della psichiatria; e quello “del suo essere un escluso”, che forse oggi dovrebbe costituire prevalentemente l’oggetto della salute mentale (ma questa è solo un’ipotesi ed è evidente che la distinzione dei due aspetti non può essere così schematica).
Da qui si sposta a chiarire ciò che la psichiatria dovrebbe, nella sua aspettativa, cominciare a essere nella prospettiva della distruzione dell’ospedale psichiatrico: «Il piano in cui la psichiatria attuale si pone è, dunque, prima di tutto un piano umano e sociale. Esso richiede un tipo di approccio al malato che, sempre tenendo conto dell’efficacia dei trattamenti biologici, non dimentichi di trovarsi di fronte a un uomo e non una malattia cui fare aderire i sintomi, una categoria in cui rinchiuderlo, o una mostruosità da allontanare».
Basaglia individua quindi in un approccio critico al modello della comunità terapeutica lo strumento in quel momento più avanzato per avvicinare l’istituzione a un’istituzione che cura, accennando a varie questioni: il controllo a fronte del rischio dell’incidente, il nuovo ruolo che nella nuova situazione è richiesto all’infermiere (né amico, né terapeuta, ma quindi cosa?) e la formazione, non certo scontata, alla relazione umana della quale chi opera in psichiatria necessita. Segue un confronto tra Gorizia e Cologno su questioni concrete che definiscono la realtà di un’istituzione: l’orario di accesso per i familiari, l’organizzazione degli spazi, le modalità di gestione della crisi (legare/non legare) ecc.
Siamo nel 1967, Basaglia è a Gorizia da sei anni e già ragiona anche di come debba essere organizzata la psichiatria nel territorio, alla quale guarda ormai in modo più insistente.
Seguono gli altri capitoli: si discute con i soggetti stessi, in due assemblee, di lavoro e di reddito e tra tecnici di psicoanalisi e di sociologia delle istituzioni, tanto nella prospettiva attuale che in quella storico-psichiatrica. Attraverso la figura di Connolly, si affronta il nodo della contenzione e della possibile alternativa ad essa nella creazione di un ambiente istituzionale sereno, fondato sulla collaborazione di tutto il personale e sul rispetto umano verso il paziente.
Certo, chiedendosi “che cos’è la psichiatria”, Basaglia si chiede in realtà soprattutto che cosa vorrebbe che fosse la psichiatria a venire, quella che prenderà il nome di “psichiatria democratica”: democratica perché fondata su un rapporto di pari dignità tra psichiatri, operatori e persino pazienti; e/o perché il più possibile democratici devono essere i suoi metodi; e/o perché inscritta in un processo di democratizzazione che interessa tutta la società italiana.
Molte cose sono cambiate da allora, molte no. Delle une e delle altre occorre tener conto prima di affrontare il nuovo volume.
L’ospedale psichiatrico è stato chiuso in Italia, e questa è senza dubbio la novità più vistosa e più significativa. Tuttavia, è innegabile che le relazioni istituzionali che quel libro approfondiva a proposito del manicomio sono le stesse che continuano a caratterizzare altre istituzioni (carceri, CIE ecc.) e a tendere a riprodursi, su scala meno appariscente, anche nelle nuove istituzioni della psichiatria. Per questa duplice ragione, quel libro ci riguarda ancora molto da vicino.
La società ha accettato, in qualche caso obtorto collo, di fare spazio alla follia nelle case, i condomini, le scuole, i luoghi di lavoro e di vita e di investire (forse non abbastanza oggi) per offrire la possibilità di una cura della malattia mentale nella vita reale, quella di tutti. Ma chi opera in questo campo sa che allo sforzo che comporta questa scelta, nella programmazione politica e nella vita quotidiana di ciascuno, la società deve essere, nel grande come nel piccolo, continuamente richiamata. La persona che vive l’esperienza della malattia mentale, e coloro che gli vogliono bene, sono costretti a misurarsi quotidianamente, oltre che con le difficoltà che la malattia comporta in sé, anche con questi problemi. Esclusione e povertà sono ancora la realtà con la quale, oggi nella città come ieri nel manicomio, molti di costoro devono fare tutti i giorni i conti.
Ed è forse proprio questo duplice sforzo, quello di dover affrontare la malattia e contestualmente i diversi aspetti dell’esclusione, a rendere per loro difficile, sia dal punto di vista della rappresentatività numerica che da quello della reale autonomia, come approfondisce nel volume Negrogno, costituirsi come soggetti collettivi a tutela del proprio punto di vista e dei propri diritti. Ricostruendo la vicenda internazionale e italiana del coinvolgimento degli utenti nei servizi nelle diverse forme possibili, l’autore affronta infatti senza remore alcune criticità: il fatto che il leader, o facilitatore, del gruppo spesso non sia qualcuno che ha affrontato il problema in prima persona, o almeno non oltre quella che ne è l’esperienza diffusa (a volte operatori o persino psichiatri si propongono come portavoce di gruppi di pazienti); o il ruolo che può essere attribuito ai familiari come portatori degli interessi dei congiunti malati, che spesso non coincidono con i loro; o l’individuazione di criteri di formazione degli ESP tali da evitare rischi di omologazione con gli orientamenti del servizio; o ancora il rischio di coinvolgimento esclusivo dei pazienti complianti (i “bravi pazienti”), che pone evidenti problemi di credibilità e del venir meno di quella “dialettica” tra istituzione e malato che è stato uno degli ingredienti peculiari che ha distinto il lavoro di Basaglia; o ancora rischi di un coinvolgimento solo formale degli utenti e delle realtà associative, utile a migliorare l’immagine del servizio e/o dell’azienda, ma incapace di consentire davvero l’ingresso nella “stanza dei bottoni”.
Mentre non è difficile constatare che, nel setting individuale è ormai quasi scontato l’instaurarsi di situazioni dialettiche nelle quali l’affidamento da parte dell’utente non è più completo e le scelte concrete sono sempre frutto di negoziazione del consenso, mi pare che il coinvolgimento degli utenti nel funzionamento del servizio si scontri con tutte queste questioni, e anche probabilmente con un interesse di molti di essi che mi pare comprensibilmente maggiore per altri ruoli che rivestono nella vita rispetto a quello di utente del servizio, del quale intendono non farsi carico oltre ciò che è loro proprio individualmente indispensabile.
Quanto all’ideologia psichiatrica contro la quale Basaglia scriveva, le accuse che le muoveva allora erano, come ho richiamato, di occuparsi in realtà più di malattie che di persone malate, di coltivare bizantinismi nosografici insieme a una mitologia somatica sulle origini della malattia mentale per la quale pochi erano i riscontri, e insieme bizantinismi farmaceutici spesso altrettanto poveri di fondamento (e non di rado inquinati da vistosi conflitti d’interesse ai quali è ancora elegante non far caso). A guardare i programmi di alcuni congressi nei quali la psichiatria anche oggi si autocelebra, ciascuno può facilmente valutare quanto quella rappresentazione di allora possa essere oggi considerata desueta.
Possiamo allora abbandonare la psichiatria alle sue difficoltà, o le critiche che le muoveva Basaglia in vista di una psichiatria migliore devono continuare a esserle portate? E, se il testo curato da Basaglia sessant’anni fa mantiene gran parte del valore (e se anzi sarebbe auspicabile, come altrove ho argomentato, un “ritorno a Basaglia”), a cosa serve il testo curato oggi da Colucci?
Serve a sottoporre ad analoga critica, io credo, la “salute mentale”, un termine che non designa in modo più moderno, più “politically correct”, la psichiatria, ma designa in qualche misura qualcosa d’altro, non del tutto da essa distinto certo, che accanto – intorno – contro di essa si è sviluppato negli ultimi decenni o, a tener fede alla genealogia ricostruita nel volume da Di Vittorio, anche da qualche decennio prima. Volendo schematizzare, senz’altro eccessivamente, sarei tentato di proporre questa distinzione:
Psichiatria: è una “iatria”, anche se fin dalla sua origine Pinel la pone in rapporto stretto con la filosofia e la politica, e ha quindi per protagonisti il malato e il medico, attorno ai quali hanno trovato negli anni posto altri soggetti (la famiglia e gli attori sociali, su un versante; e l’équipe, sull’altro); ha per oggetto principale la malattia, cioè l’esperienza del soggetto vissuta in termini di sofferenza, disagio, difficoltà (il bicchiere mezzo vuoto); si vale come strumento della presa in carico, un intervento complesso che è fatto di elementi tecnici ed emozioni e che opera a livello relazionale, biologico e sociale prevalentemente a livello dell’incontro e dell’istituzione di cura; ha per fine diretto il miglioramento clinico, o la guarigione.
Salute mentale: ha per protagonisti la società e l’intera popolazione per la misura nella quale è o rischia di essere malata; ha per oggetto principale la salute, cioè le potenzialità di ciascun soggetto (il bicchiere mezzo pieno); si vale principalmente di strumenti di carattere sociale e politico a livello della società; ha per fine diretto un’inclusione basata sull’equità (non la piatta identità) di diritti e doveri, con aspetti positivi ma anche esigenze di adattamento e omologazione che possono porre problemi.
Come scrive Pierangelo Di Vittorio nel volume, è da rigettare lo schema semplicistico in base al quale «la salute mentale sarebbe per principio “buona”, mentre tutti i problemi andrebbero ricondotti al ritorno del manicomio e della psichiatria, per principio “cattiva”». Il che spiega la necessità di questo volume, perché oggi non è più sufficiente chiedersi criticamente “che cos’è la psichiatria?”, ma a un’interrogazione altrettanto severa deve essere sottoposta anche la salute mentale.
Tra i due concetti, quello di “psichiatria democratica” mi pare che continui a costituire una felice intuizione perché include la psichiatria, con le sue interrogazioni ancora aperte, i problemi e le possibilità di evoluzione positiva che non sono venuti meno negli anni; e fonda la salute mentale, collocandola, come nel volume approfondisce con la puntualità che lo caratterizza Daniele Piccione, nella prospettiva della democrazia, cioè dell’insieme di rapporti umani, economici, giuridici, politici che vigono in una società.
È evidente che oggi la questione dalla malattia mentale non può essere ridotta e delegata alla psichiatria, perché con l’uscita dall’ospedale psichiatrico essa si è molto allargata; ma credo che lo sia altrettanto il fatto che della psichiatria, e dell’esercizio critico a suo riguardo, non è possibile fare a meno e quindi ragionare solo di salute mentale non basta.
Ma una volta stabilita l’irriducibilità di una delle due questioni all’altra, credo che ci si debba guardare soprattutto da un rischio, che è quello di una totale divaricazione tra loro. Tra la psichiatria, a rischio di innamorarsi del suo fare dell’esperienza della malattia mentale un oggetto scientifico e conseguentemente di sé stessa una scienza volta ad approfondire, attraverso lo studio delle sue varie possibilità, la conoscenza del corpo e dello spirito dell’uomo e quella degli strumenti capaci di incidere sull’uno e sull’altro. E la salute mentale, innamorata a sua volta dell’immagine di una società generosa e inclusiva così lontana da quella reale, anche quando tale non è o non è abbastanza, correndo il rischio talvolta di autocelebrarsi anch’essa in situazioni-vetrina nelle quali a parole ciascuno che detenga una qualche responsabilità pubblica è pronto a riconoscere certo diritti e proclamare le migliori intenzioni, ma non è detto che le parole trovino rispondenza nei fatti.
O, ancora, tra la salute mentale fatta di statistiche, diritti di carta e buone intenzioni che trovano riscontro in dichiarazioni e documenti che dovrebbero indirizzarne le politiche, la cui esistenza rimane però spesso ignota alla maggioranza di psichiatri, operatori dei servizi, pazienti, familiari, politici oltre che alla popolazione generale, come basterebbe qualsiasi sondaggio a confermare, o viene presto dimenticata. E la psichiatria, a rischio di isolarsi nella torre d’avorio della riduzione clinica dei problemi. E, a una distanza siderale da entrambe, la fatica quotidiana di migliaia di operatori dei servizi nel fare pratica di psichiatria e di salute mentale nella realtà, cercando di tenere insieme cura e richieste di controllo; responsabilità professionale e libertà/autonomia del soggetto; effetti voluti e indesiderati dei farmaci; povertà degli organici e delle risorse e ambizione degli obiettivi; tendenza alla privatizzazione dei bisogni e delle possibilità e aspirazione a un’assunzione di responsabilità collettiva. Un lavoro difficile, che credo meriti grande rispetto. E, talvolta, genera una fatica e una frustrazione che trovano facile sfogo nell’esasperazione che emerge da certe chat di professionisti, che non dovrebbero essere ignorate.
Dal discorso ufficiale dell’una e dell’altra, psichiatria e salute mentale, rischia di rimanere poi escluso il malato “cattivo”, quello che non può, o non vuole, collaborare adattandosi alle regole della psichiatria e a quelle, a volte anche più rigide, della salute mentale. O che mette in difficoltà l’una e l’altra per la complessità dei suoi problemi, perché malato nella mente e nel corpo, non più giovane, tossicodipendente, povero, straniero, detenuto o più di una di queste cose insieme. A rischio di essere dimenticato dalla psichiatria, perché poco rispondente agli schemi e strumenti dei quali va orgogliosa; e dalla salute mentale, perché la risposta che chiede implicherebbe uno sforzo autenticamente trasformativo della società. Uno sforzo che Colucci prova così a descrivere nel volume: «In definitiva, la domanda “Che cos’è la salute mentale?” mantiene il suo senso solo all’interno di pratiche sociali che siano capaci di riconoscere il valore del fare comunità e di credere ancora di trasformare il pezzo di mondo nel quale ci tocca di vivere. Impresa davvero ardua nell’epoca del capitalismo neoliberale, ma forse non impossibile se ostinatamente perseguita». Impresa, questa, destinata comunque a rendere noiosi, importuni come coloro sui quali si cerca di attirare l’attenzione, nella quale, nella società del consenso e dell’immagine di efficienza in cui viviamo, non sono molti a essere disponibili a impegnarsi, pagando il prezzo.
Occorre poi tenere presente che buone pratiche di salute mentale sono possibili anche dove vigono pratiche discutibili di psichiatria, dove contestualmente ad esse si cessa d’interrogarsi su come evitare di legare le persone e dove lo sguardo dell’istituzione psichiatrica verso il malato continua a essere uno sguardo dall’alto in basso. E apparenti buone pratiche di psichiatria sono possibili anche in presenza di pratiche discutibili di salute mentale, dove a consistenti investimenti sull’istituzione psichiatrica e sulla sua qualità può corrispondere una rinuncia a incidere significativamente e criticamente sull’aspirazione a una società che non lasci davvero nessuno indietro.
Per tutte queste ragioni, mi pare necessario che psichiatria e salute mentale, oggetto dei due libri di cui stiamo parlando, che sono per molti aspetti sovrapposte ma non sono proprio la stessa cosa, non si perdano di vista e siano sempre legate tra loro da esercizio critico l’una nei confronti dell’altra.
Per la parte II dell’articolo, segui il link
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