Percorso: Home 9 Le Rubriche 9 CORPO E CITTA’. Corporeità e spazialità dei dispositivi disciplinari in occasione del G8 genovese – Parte IV (nuova)

CORPO E CITTA’. Corporeità e spazialità dei dispositivi disciplinari in occasione del G8 genovese – Parte IV (nuova)

11 Lug 26

A cura di Paolo F. Peloso

Si conclude con questa IV parte, nuova, la riproposta dell’articolo, scritto a caldo dopo i giorni del G8. 

Segui il link per l’inizio dell’articolo

 Another word was possible? 25 years later.

Sono trascorsi altri 5 anni dall’ultima volta che questo articolo è stato aggiornato, 10 da quando è stato pubblicato la prima volta su Pol. it, 25 da quando è stato scritto. è  tempo dunque, di nuovo, di trarre un bilancio e il bilancio è, se possibile, 25 anni dopo ancora più cupo.

Credo che in molti ricordiamo la gioia di essere tanti, diversi, nelle giornate precedenti il G8 ai tavoli tematici e poi alla manifestazione variopinta del 19 luglio per i migranti, con i migranti che sono tra noi, a dire in lingue diverse le stesse parole, a dare espressione ai desideri proibiti: pace, giustizia nelle relazioni tra i popoli. A scandire con gioiosa ironia, come si faceva in quegli anni: “Con la lotta caffelatte / Berlusconi se la batte!”. Ma in questi 5 ultimi anni, le strade delle migrazioni si sono fatte più impervie per chi non appartiene, e non si vuole che possa appartenere, alla parte forte e ricca del mondo. Negli Stati Uniti si è scatenata la caccia all’uomo e alla donna di colore e al migrante latino, trasformando le città in luoghi di terrore. L’Europa non si è limitata a rimanere indifferente ai naufragi del Mediterraneo e alle difficoltà di chi preme per le vie di terra alle sue frontiere: si è adoperata per ostacolare chi cerca di portare soccorso, e ha fatto patti col diavolo perché pensasse lui a gestire il problema, fuori dai suoi confini e dagli sguardi sensibili di parte della sua popolazione. Anche di questo la nostra piccola rubrica ha cercato di occuparsi in questi anni in più occasioni, e continuerà a farlo (segui il link).

Ma già si prevedeva, in quel primo giorno, che non si sarebbe trattato di giornate facili: nei Centri di Salute Mentale della città avevamo ricevuto la consegna di essere presenti il più possibile al lavoro, perché a fronte di problemi di piazza che però ci si aspettava in una dimensione “normale”, si preveva la possibilità di richieste di intervento per crisi d’ansia o episodi di panico tra i manifestanti. Una precauzione che, nella piega che hanno preso gli avvenimenti, si sarebbe dimostrata poi inutile: altre sarebbero state le necessità di interventi urgenti. Nei due giorni successivi la violenza si è scatenata sui corpi in una città ingabbiata, la stessa violenza che oggi incatena il mondo, obbligandolo all’ingiustizia, alla guerra e addirittura al genocidio. Quando manifestavamo contro il G8 per le strade di Genova non avremmo mai pensato che 25 anni dopo la necropolitica che ha ucciso Carlo Giuliani, torturato per le strade, alla scuola Diaz (Pertini) e a Bolzaneto, avrebbe dominato in modo ancora più protervo il mondo, senza provare adesso neppure più imbarazzo o vergogna di fronte al massacro dei bambini di Gaza.

Se guardiamo indietro a questi 25 anni, questo è il mondo che gli otto grandi, riuniti a Genova in quel mese di luglio, hanno saputo costruire.  Questo il mondo che la logica del capitalismo e del privilegio ha saputo dare all’umanità: complimenti davvero! Eppure forse un altro mondo, un mondo migliore, sarebbe stato possibile. Forse, chissà… è ancora possibile.

Dobbiamo continuare a crederlo. Lorenzo Guadagnucci, il giornalista picchiato alla Diaz che da allora non ha mai smesso di interrogarsi sulla democrazia italiana, ha pubblicato per Altraeconomia un nuovo volume: Chiedo scusa se parlo del G8 di Genova. Perché ha ragione: bisogna continuare a parlare di quei tre giorni. Così, grazie alla piccola casa editrice Magdalena oggi, 25 anni dopo, Obbligo di referto, alla cui prima edizione avevamo attinto nella prima parte di questo scritto, ritorna in libreria, questa volta curato da Massimo Costantini e Andrea Liuzzi. Ripropone alcune delle testimonianze di allora e ne aggiunge di nuove, a 25 anni di distanza, vivide e presenti come fosse allora, dei sanitari del Genoa Social Forum. Una per tutte: «Mi ricordo gli occhi, l’incredulità delle persone che venivano sanguinanti e non capivano perché stavano sanguinando. Ci siamo presi cura di manifestanti assolutamente tranquilli. Sono arrivate ragazzine in prendisole con gli infradito (…). Mi ricordo un sacco di sguardi» (Monica, 2026). E leggerlo in questa nuova versione, ascoltare il podcast omonimo che lo accompagna, un  documento orale di straordinario valore testimoniale in 5 episodi il cui link è riportato anche in calce a questo articolo, ha la straordinaria capacità di riportare al clima emotivo di quelle giornate: la paura, la sorpresa, la rabbia, la speranza e ancora la voglia, nonostante tutto, di lottare per un mondo migliore.

Già, dove sono oggi quei sanitari, e dove sono gli altri, sanitari e non, che hanno preso parte a quelle giornate di passione, di lotta e di sgomento? Molti di essi, questa nuova edizione di Obbligo di referto ci racconta con la stessa freschezza e semplicità delle testimonianze dirette di allora, molti di noi che abbiamo preso parte a quelle giornate, hanno continuato a battersi quotidianamente nei posti di lavoro che occupiamo nel sistema sanitario pubblico per un’assistenza sanitaria e sociale civile per tutti. Ad assicurare assistenza sanitaria ai migranti, nei luoghi del servizio pubblico e nell’Ambulatorio Internazionale Città Aperta. Qualcuno è salito sulle navi del soccorso ai naufragi, qualcuno le ha accompagnate con il sostegno e la denuncia. Qualcuno si è recato direttamente nella Striscia di Gaza (segui il link) e in Palestina, per portare soccorso sanitario a chi è costretto a vivere privato di cibo, acqua, medicine, di casa da una ferocia e una complicità che non accennano incredibilmente a placarsi.

In questi ultimi 5 anni qualcosa che non avremmo potuto immaginare si è verificato: un genocidio sulle rive del Mediterraneo e sotto gli occhi del mondo, consumato giorno dopo giorno da oltre 1000 giorni. Non che altri massacri non si siano verificati in questo periodo, nel Sudan in primo luogo, non che non si siano verificate guerre lunghe e sanguinose, come quella russo-ucraina. Ma ciò che distingue questa guerra dalle altre è che l’esercito in campo è uno solo, che esercita una potenza di fuoco impressionante contro una popolazione civile, in gran parte bambini, come un rapporto recente dell’ONU ha documentato (segui il link). E che il campo dove si massacra è chiuso, come lo era il lager: non c’è  possibilità di fuga, da Gaza. Gaza è un confine assoluto, come hanno scritto Costantini e Liuzzi nel volume del quale abbiamo parlato. Le possibilità di uscire o entrare sono esigue e comunque regolate dal nemico a suo arbitrio. E ciò che rende diverso questo genocidio dagli altri recenti è che è documentato giorno per giorno sui media e sui social, raccontato, dopo i primi mesi nei quali menzogna e omertà avevano prevalso, giorno per giorno da oltre mille giorni attraverso libri, giornali, video, film. E che ha mobilitato masse enormi in tutto il mondo, nell’indifferenza, e anzi nella complicità, dei governi che hanno ignorato e represso lo sbigottimento e la protesta.

Contro il genocidio di Gaza questa rubrica ha cercato di fare sentire la sua flebile voce, una prima volta il 4 novembre 2023 (segui il link), e poi di nuovo il 1 gennaio 2024 (segui il link). Nel settembre 2025 ho pubblicato con Erga Per la Palestina. 10 poesie dal massacro di Tell al-Zaatar alla carestia nella striscia di Gaza. Con un saggio introduttivo, raccogliendo le poesie con le quali avevo accompagnato dal 1980 il martirio del popolo palestinese, e cercando per introdurle di risalire alle sue origini dalla nascita del progetto sionista alla fine dell’Ottocento (segui il link). Intanto da Gaza e dal mondo cominciavano a diffondersi saggi, diari, documentari. Ogni giorno che ho scritto e parlato di Gaza dopo il 7 ottobre 2023 mi sono detto: beh, oggi finirà, adesso sarà abbastanza!

Invece no: non è ancora abbastanza neppure oggi. Solo, dall’autunno 2025 procede a un ritmo più lento. Tutto pare inutile. Israele continua 1000 giorni dopo a sparare sulle macerie della Striscia di Gaza, dove i morti accertati direttamente legati a causa bellica hanno superato 73.000, i dispersi 9.500, le vittime attribuibili indirettamente alla guerra hanno superato, secondo diverse stime pubblicate su Lancet, 100 o 200.000 e oltre 170.00 sono i feriti, oltre 40.000 dei quali destinati a rimanere mutilati e in migliaia ancora impediti da Israele a lasciare la Striscia per ricevere altrove le cure. Tra i morti accertati ci sono 21.500 bambini, 520 dei quali erano neonati, 12.500 donne e 1.700 operatori sanitari. Troppi, per essere rubricati come effetti collaterali. Troppi, perché i potenti del mondo continuino a fare come se niente fosse. Un bilancio di ferocia 100 volte più pesante rispetto a quello del 7 ottobre 2023, il giorno nel quale la rabbia e la disperazione di Gaza, quotidianamente compresse da oltre vent’anni, da oltre settant’anni, sono esplose come non avrebbe dovuto avvenire, come il mondo avrebbe dovuto impedire che avvenisse liberando per tempo la Striscia di Gaza da un assedio totale del quale non si vedeva la fine. Una ferocia che sta durando da un tempo più di mille volte più lungo rispetto a quella giornata, decidendo a ogni alba di continuare nella ferocia. Il mondo ha dovuto vedere morire la povera gente di Gaza per la sete, la carestia, la mancanza di presidi medici, oltre che bombardamenti spietati, detenzione arbitraria e tortura sistematica, documentata nelle carceri israeliane.

Visitando la Striscia di Gaza il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha raccontato in questi giorni di intere città rase al suolo, di persone che abitavano quelle case costrette a vivere nelle tende, in mezzo a fogne a cielo aperto, di un odore insopportabile, di bambini morsi dai topi (segui il link). E tutto questo è più impressionante perché non avviene a causa di un’atavica miseria, come probabilmente accade ancora in qualche bidonville del sud del mondo, o di una disgrazia naturale, una frana, un terremoto come quello che ha colpito in questi giorni il Venezuela. Ma invece a causa del progetto lucido e deliberato, dichiarato esplicitamente subito dopo il 7/10, di un’élite politica e militare, quella israeliana con il consenso di quelle dell’Occidente, di costringere quasi due milioni e mezzo di persone a un regresso nella civiltà, nella dignità e nel grado di umanità che è loro concesso, a vivere ammassati nelle tende e nelle fogne perché case, strade, sistema fognario, che prima avevano, erano diventati troppo lusso, troppa dignità per loro: “animali umani”. Di vivere con acqua, cibo, medicine centellinate dal nemico, perché in tutto vuole essere padrone assoluto delle loro vite rese misere. Si tratta di una cupiditas destruendi che il mondo permette a Israele di esercitare a suo capriccio da quasi tre anni, come se lo scacco del 7/10, tragico figlio dell’arroganza dell’assedio della Striscia degli anni precedenti, potesse trovare in questa ferocia riscatto, come se cancellando Gaza la storia potesse riavvolgersi all’indietro e quella data potesse essere cancellata.  Mi chiedo come, al di là dei se e dei ma, delle definizioni, il carattere mostruoso di questi fatti possa non balzare agli occhi come un’evidenza di fronte alla quale, se si è minimamente in buona fede, non è possibile non inorridire e non por mano da subito a riparare il frutto di tanta disumanità… 

Non solo. Dalla Striscia l’impunità di Israele ha fatto sì che il genocidio si è espandesse verso la West Bank palestinese e il Libano meridionale, mentre l’Occidente continua a foraggiarla e non trova il coraggio di dissociarsi né nei fatti né nelle parole da questi fatti sanguinari. Anzi, contro chi osa manifestare per  la Palestina si è scatenato l’apparato repressivo in molti Stati che si dicono democratici e hanno, per nascondere una verità la cui evidenza balza agli occhi, compresso la libertà di espressione come mai prima (Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna ecc.). Qualcuno, purtroppo anche a sinistra, anche in Italia ha pensato a regole assurde che imbavagliassero chi intendeva contestare con la fermezza necessaria la politica di Israele (e chissà perché solo di Israele, allora?) o esprimere dubbi sull’opportunità della sua persistenza come Stato etnico fondato sull’apartheid e l’occupazione.

“Il diritto internazionale vale sì, ma fino a un certo punto”: lo abbiamo sentito increduli, allibiti affermare quando più di diritto internazionale ci sarebbe stato bisogno dal Ministro degli Esteri di un Paese che dovrebbe essere civile, di fronte a un atto di pirateria che colpiva anche alcuni suoi cittadini. In un mondo dove non solo del diritto internazionale ci sarebbe più che mai bisogno oggi, ma la testimonianza di ogni agenzia di terzietà, dall’ONU e le sue agenzie, ad Amnesty International, a Medici senza frontiere, ad Emergency, ad autorevoli esponenti religiosi, alle stesse espressioni umane della società civile israeliana come B’tsalem, Physicians for Human Rights o il quotidiano Haretz, pare avere perso qualsiasi valore. Il mondo vuole rimanere cieco e sordo comunque, di fronte al massacro di un popolo.

Gli Stati Uniti hanno colpito con un atto di pirateria il Venezuela, rapendo il Presidente e  impadronendosi  del Paese e delle sue ricche risorse, hanno tentato di fare lo stesso con l’Iran, scatenando una guerra sanguinosa e stanno strozzando, assediando e affamando, a Cuba, l’ultimo esperimento generoso e orgoglioso di socialismo, eredità delle cultura delle lotte anticoloniali della metà del Novecento. 

In molti ci siamo ritrovati nelle strade a fianco della Palestina, vittima su scala drammaticamente più grande, per un tempo drammaticamente più lungo, dei massacri e della ferocia della quale il mondo dei G8 si era dimostrato capace nelle strade di Genova, alla Diaz e a Bolzaneto. Di nuovo, nelle strade di questa città del nord ricco, dove ci siamo ritrovati in tanti a dire: la guerra contro i civili, contro i bambini, contro i sanitari, la sete e la carestia usate come armi, no, non sono cose che siamo disposti ad accettare! “Bloccheremo tutto!” è esploso dal cuore dei portuali genovesi di fronte allo sterminio per fame dei bambini. Tutto questo non fa parte dell’altro mondo, un mondo migliore per il quale siamo scesi in strada in quelle tre giornate di 25 anni fa. Le strade dove dovremmo continuare a ritrovarci, anche ora che i bambini che muoiono, assassinati da un esercito, non sono più decine ogni giorno, ma sono due, tre, quattro. Fino a quando? A dire no, presidente Trump, il tuo cessate il fuoco che ha causato in meno di 300 giorni più di mille morti palestinesi non ci interessa, non ci basta, non è la pace che pretendiamo per la Striscia di Gaza, per la Palestina e il Libano, per tutti noi. Non possiamo accettare lo stesso il massacro, anche se è più lento e fa meno rumore, perché accettare significa che la legge della Diaz e di Bolzaneto può imporsi sul mondo. E questo è ciò che pare incredibile: che ciò che un tempo il potere certo faceva ma si sforzava di nascondere, può essere fatto ora alla luce del sole. Io non capisco davvero chi di fronte alla strage dei bambini di Gaza, non solo non ha preso iniziative sostanziali ma ha rifiutato perfino di cogliere la possibilità di manifestazioni sportive o canore per fare davvero il minimo, puramente simbolico, per fare capire a Israele che questo no, non può farlo. Non so se questo avrà un peso nell’urna elettorale  ma credo che chi si accinge al voto farebbe a pensare agli atteggiamenti che sono stati presi rispetto alla ferocia più evidente di questi anni. Il conto del massacro di Gaza dovrebbe essere presentato in ogni occasione a coloro che, avendo la possibilità di fare qualcosa per fermarlo, si sono rifiutati di fare anche il minimo, qualunque sia stata la ragione. Credo che la Storia, prima o poi, lo farà.

Rileggere oggi Obbligo di referto, insomma, in questa nuova edizione che sarà presentata il 18 luglio a Palazzo Ducale, porta a questo: a insistere ancora, certo un po’ più attempati, un po’ più acciaccati e un po’ più stanchi di allora, che questo mondo non ci piace per niente e se un altro mondo è possibile, ne abbiamo ancora  urgenza, lo pretendiamo da subito. Insieme ad altri che nel frattempo si aggiungono, e ai giovani che allora non erano ancora nati o erano bambini, come uno dei due curatori della nuova edizione, che si aggiungono anch’essi, forse non quanti vorremmo, ma si aggiungono. Obbligo di referto 25 anni dopo è la traccia aperta di una ferita che, come hanno documentato Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto, al cui intervento su Psicoterapia e Scienze Umane abbiamo già fatto riferimento, a 10 anni dai fatti (Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico, Napoli, Liguori, 2011), non era rimarginata allora e continua a non esserlo oggi, anche perché molto di ciò che si è fatto perché lo fosse se non rimuovere, nascondere, mentire. È ancora l’incubo della consapevolezza di qualcosa che può ritornare a essere, in qualunque momento, in qualunque luogo, e che già oggi è, mille volte più grande, in quel luogo, la Palestina. Ed è la necessità di fare la propria parte perché se un altro mondo forse è ancora possibile, vale la pena di battersi, con modestia ma anche con fermezza, perché un altro mondo, allora, sia. Subito. Per tutti.

Segui il link per il primo episodio del podcast: Obbligo di referto 25 anni dopo

Segui il link per il secondo episodio del podcast: Obbligo di referto 25 anni dopo

Segui il link per il terzo episodio del podcast: Obbligo di referto 25 anni dopo

Segui il link per il quarto episodio del podcast: Obbligo di referto 25 anni dopo

Segui il link per il quinto episodio del podcast: Obbligo di referto 25 anni dopo

Loading

Autore

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Caffè & Psichiatria

Ogni mattina alle 8 e 30, in collaborazione con la Società Italiana di Psichiatria in diretta sul Canale Tematico YouTube di Psychiatry on line Italia