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FIGURE DEL MARGINE TRA “GLI UBRIACHI” DI FRANCESCO GUCCINI

16 Ago 26

A cura di Paolo F. Peloso

Ma i miei ubriachi non cambiano,  soltanto ora bevon di più

e “il frate” non certo la smette per fare lo speaker in TV.

                                                 Francesco Guccini, Via Paolo Fabbri 43

Sono un centinaio, credo, le canzoni che Francesco Guccini ci ha donato in un arco temporale di circa cinquant’anni. Molte di esse, soprattutto le prime, le abbiamo sentite e cantate dentro di noi o in gruppo tante volte da conoscerle a memoria. Molte parlano di lui, e ci hanno fatto conoscere in questi anni l’inizio e la fine dei suoi amori, le amicizie, gli incontri fortuiti, rabbie, speranze, delusioni. Molte parlano di noi, dell’esperienza del tempo che a tutti ci è comune. Alcune dell’amore e della morte, i temi più antichi della poesia, e in questi giorni è difficile non pensare che parlassero sempre della propria morte. Alcune, molte, parlano di figure del margine, di vite perdenti alle quali si avvicina con infinita compassione e rispetto, o di tentativi di levarsi eroicamente in volo per poi ricadere presto a terra come il tacchino, che non ci è difficile immaginare nella sala d’attesa di un CSM o di un SerD, mentre aspettano di essere ricevute.

È su queste che vorrei soffermarmi, cogliendo quest’occasione triste per attuare un progetto che ogni tanto mi veniva in mente da qualche anno, a partire da La ballata degli annegati che troviamo nel primo album, Folk Beat n. 1, del 1967. Il fiume racconta leggende, canta Guccini, che gli annegati ascoltano e fanno cantare al vento, ma per sentirle bisogna venirci di sera con l’animo oppresso dal pianto, per sentire la nenia leggera di un triste e lugubre canto. E ancora: non tutti le posson sentire, bisogna esser stanchi del mondo, gettarsi nell’acqua e morire, dormire per sempre sul fondo. Così potrà accadere a chi ha scelto il fiume per un amore interrotto e da quando tu dormi qua sotto hai sognato che mai, mai lui ti ha lasciato; a chi lo ha scelto con animo troppo oppresso dal pianto per riuscire a sopportarlo e una sera, per me era peso il passato e l’acqua sembrava leggera.

L’album successivo, Due anni dopo (1970) ci offre tre quadri delicatissimi dipinti con minuzia di particolari che, all’ascoltare la canzone, ci pare di avere davanti. Il primo ci presenta gli ubriachi, che, Per quanto è tardi, la sera ciondolano stanchi e barcollanti rimpiangendo le rivoluzioni mai vissute, gli amori fatti di bevute e le carriere morte nel bicchiere: la politica, l’amore, il lavoro, fallimenti in tre dei campi fondamentali della vita. Così, li vedi girare lenti strascicando i piedi, un verso reiterato tre volte lungo la canzone a dare il senso dell’incerto incedere di questo percorso, oppure piangere aggrappati ai muri stanchi o addormentati, mentre la tristezza solita o li uccide o se ne va. E dopo l’alba, l’attesa di un’altra sera, mentre attender non sai dove quando il buio tornerà. Il secondo quadro ci presenta un tema classico, quello della dolce pazzia di Ophelia che vediamo incedere dolcissima e scalza recando nelle sue mani ghirlande di fiori e nei suoi capelli riflessi di sogni, nei suoi pensieri mille colori di vita e di morte, di veglia e di sonno. La dolcezza di quel perdersi nei meandri della mente, forse inventare persone e mondi confondendo realtà e fantasia del personaggio shakespeariano non può non richiamarci alla mente, in questa rappresentazione, alcune ragazze che hanno fatto, fanno esperienza dolorosissima ma a volte tenerissima e fragile della trasfigurazione psicotica della realtà e hanno tentato di trasmetterci questa esperienza, a volte con voce certa e disperatamente assertiva, a volte affettuosamente dubbiosa, nei dialoghi che abbiamo con loro. E il contrasto tra la dolcezza che pervade il quadro e la dolorosa tragedia del finale, questo lasciarsi scivolare nell’acqua che ripropone il tema della Ballata degli annegati, non può non riportare alla mente e al cuore, a chi la conosce, la vicenda di Anne R. mirabilmente narrata da Bankenburg. Il terzo quadro è quello, preso da più vicino e quindi in primo piano, più grande nelle dimensioni, di lui, L’ubriaco che, inquadrato da dietro al vetro di un bicchiere in un’osteria minuziosamente descritta, come in un quadro appunto, cerca nel vino la forza e nell’illusione la voce per ritornare, traballante e con gli occhi sbarrati, lì, all’apice del successo e della rovina. È un attimo, e subito si ferma all’improvviso e ricade giù a sedere, torna l’ombra sul suo viso torna il vino nel bicchiere, ad aiutarlo a trovare rifugio e anestesia nell’illusione. Nessuno pare poter essere più solo di lui, in quel levarsi per un attimo in piedi, barcollare, e immancabilmente ricadere che è metafora e sintesi di un’esperienza umana, la sua.

È dello stesso anno L’isola non trovata, la più bella di tutte, quella della quale forse siamo tutti in cerca, l’album nel quale Guccini ci presenta in successione quelle che paiono due esperienze di depersonalizzazione, quella de L’orizzonte di K.D. e quella della traccia successiva, La collina. Ma soprattutto troviamo Il frate, trasfigurazione poetica di un personaggio reale che si aggira per Pavana vestito di stracci e stranezza, esposto alla birichina e crudele malizia dei bimbi che ride della sua saggezza. Come gli stracci che indossa, anche le sue parole sono quello che rimane di due progetti esistenziali falliti, la vocazione religiosa e la relazione con una donna tedesca che lo ha portato per un tempo in Germania. Così, incapace di imboccare una strada alternativa si è perso in quella che forse Binswanger chiamerebbe una forma di esistenza mancata, costretto a parlare incompreso a chi capita con frasi un po’ ironiche e amare, parlava in tedesco e in latino, parlava di Dio e Shopenhauer. Costretto a vivere, tipica figura del margine, di tutto e di niente, di vino che muove i ricordi, di carità della gente, di dei e filosofi sordi, e perdersi in chiacchiere di un ubriaco con salti di tempo e di spazio che non capivano Orazio, chiacchere che sapevano, in uno strano connubio, di vino e di scienza a chi lo stava ad ascoltare, con colta benevolenza. Poi il registro si sposta, a testimoniare un livello di immedesimazione profondo, e quasi di identificazione, con il sentimento dell’altro che abita il margine da parte dell’autore che ritroveremo ad esempio nel caso de Il pensionato o de Le ragazze della notte dalla figura del margine a Guccini stesso: Ma non ho ancora capito fra risa per donne e per Dio se fosse lui il disperato o il disperato son io, o, ancora, chi dei due avesse capito la vita, chi non capisse ancor nulla. Nella prima delle quattro Canzoni di notte troviamo la malinconia che non è uno stato d’animo, o almeno non è solo quello. È qualcosa di più, è un’esperienza complessiva che investe con il soggetto il suo mondo proprio, tutto intorno a lui.

Ancora due anni e nell’album Radici (1972) troviamo La locomotiva, forse la più celebre delle sue canzoni. È la storia di una tragedia e di una sconfitta di quello che oggi sarebbe liquidato senz’altro come un “terrorista”, con disquisizioni tra noi come quelle che ci furono tra gli psichiatri di allora se di follia o meno si tratti (segui il link). Il ferroviere bolognese Pietro Rigosi il 20 luglio 1893 si impadronì di un treno per lanciarsi a tutta velocità contro “un treno di signori” e finì schiantato contro i treni merci in sosta, perdendo una gamba che fu necessario amputargli. Pierpaolo Martucci (segui il link) ha inquadrato mirabilmente su questa stessa rivista l’episodio nell’ambito della serie di attentati anarchici che scosse l’Europa tra le primavere del 1892 e del 1894, della repressione politica alla quale diede luogo e della lettura di quei fatti da parte degli psichiatri di allora con Lombroso, ad esempio che parlò in questo caso, con un misto di condanna e di ammirazione antiborghese che ricorda la sua posizione riguardo ai suicidi per amore, di “delinquenti per passione”, che si stagliano sul piattume di un “secolo banchiere e procaccevole” che in cuor suo, pur in modo contraddittorio, disprezza. La trasfigurazione poetica operata da Guccini, come la storia reale, è in realtà il racconto di una sconfitta terminata in modo tragico, visto che la strage che aveva in animo non ha avuto luogo e anzi a malapena lo raccolsero che ancora respirava, e Rigosi quindi è un perdente come i protagonisti delle altre canzoni che stiamo considerando. Strano destino, tuttavia, quello di questa canzone perché l’enfasi straordinaria posta sulla figura del protagonista, giovane e bello come sono gli eroi, come in quegli anni appariva il Che, e sugli ideali socialisti e anarchici di fine Ottocento nel finale ripetuto tre volte di alcune strofe centrali nonché nell’ultima, ha fatto sì che la misera fine del povero ferroviere rimanesse nell’ombra. Tutto all’opposto, La locomotiva fu recepita da chi è appartenuto alla generazione che alla sua uscita stava per affacciarsi all’adolescenza, magari alternata a El pueblo degli Inti-Illimani composta da Sergio Ortega nel 1970 e diffusa in Europa dopo il golpe cileno, come una spinta fisica e potente a perseguire con passione i propri ideali e opporsi con spavalderia e coraggio alla corruzione e all’ipocrisia della “società borghese”.  Questo almeno essa è stata per me, che l’ho scoperta pochi anni dopo e solo ora mi trovo a riflettere sul suo lato triste, per i miei compagni di allora (e in qualche caso ancora di oggi) e certamente per molti altri.

Troviamo anche, nello stesso album, su tutt’altro ritmo e atmosfera Il vecchio e il bambino, con la quale Guccini sfiora con una dolcezza e una delicatezza incomparabili il tema della declinazione cognitiva della senescenza, che porta talora a non sapere più distinguere il vero dai sogni, il falso dal vero. Ma anche ad acquisire, in una sorta di evanescenza della traccia mnesica che a guardarla con compassione e pazienza può apparire triste ma dolce al contempo, la capacità di trasformare il ricordo in fiaba che affascina il bambino.

Siamo nel 1976 quando esce Via Paolo Fabbri 43, l’indirizzo della casa dove abita Guccini a Bologna, ma dove abita anche un vicino, Il pensionato. È un ciabattino che si è ridotto a un’esistenza solitaria, ripetitiva, minima, ripiegata su se stessa in attesa della morte, alla luce di una lampadina fioca che diventa metafora della sua vita, del quale ci vengono presentate l’antica cortesia, la solitudine timida e sofferta e la voglia di ricordare con qualcuno una Bologna che è stata e non è più (è lui, tra l’altro, ad avere fornito a Guccini dettagli sulla storia di Rigosi). Considerata accanto a Il vecchio e il bambino, rimette in scena, di nuovo con una delicatezza e un rispetto straordinari, il tema dell’invecchiamento con la dolcezza e le difficoltà che lo accompagnano. Gli occhi rapiti del bambino sono ora quelli, a volte infastiditi a volte commossi, dello stesso cantautore che si interroga sul senso che può avere per un uomo la cui esperienza appare irrimediabilmente conclusa sopravvivere a se stessoMa prima ancora, in apertura del disco, c’è un’altra vicenda di margine più gridata e violenta, è la Piccola storia ignobile della giovane che ha avuto il torto di credere per un attimo nell’amore e nel desiderio e si trova ora sola, presa come un animale macellato, a sentire nella carne tua quei morsi di tua madre, di tuo padre e anche di lui. Cinque anni dopo si sarebbe tenuto in Italia quel momento di aspro contrasto che è stato il referendum sull’aborto, e questa canzone divenne la colonna sonora di quanti si battevano per il mantenimento della Legge 194.

Nel 1978 è la volta di Amerigo, la canzone che parla delle speranze, la fatica, la nostalgia, il ritorno dell’emigrante attraverso la vita di un prozio dell’autore, e il rimpianto di essergli scivolato accanto senza afferrarlo, sprezzante come (spesso) i giovani. È un tema sul quale sarebbe ritornato nel 1983 nell’album Guccini con la canzone dedicata all’Argentina, altro luogo di tanta emigrazione italiana come gli States, e ancora anni dopo, nel 2020, con la canzone dedicata con “I musici”, il gruppo di amici che da anni lo accompagnava nelle registrazioni e nei concerti, a I migranti, che affrontano il viaggio con la miseria attaccata alla pelle come una scabbia, noi partiti per caso o per sorte su quei gusci di noce affollati, di morte, con un sogno tra i denti che qualcuno ci accolga, ci tenda una mano a noi supplicanti, a noi meno di niente, nessuno, noi diversi di pelle e cultura, a noi immigranti. Sono passati quasi cinquant’anni da La ballata degli annegati, ma troviamo Guccini ancora lì, con gli ultimi, fino all’ultimo.

In Metropolis, album del 1981, sono due le canzoni sulle quali ci soffermiamo. Una è Antenòr, assassino per caso, come talora ci si può trovare a essere per un solo gesto involontario, o almeno preterintenzionale, cui non è possibile porre rimedio, che lascia tutti perplessi a partire dal soggetto, che sente come proprio quel gesto ma non sa che fare delle conseguenze che non ha voluto ma esso ha avuto, e a seguire con la giustizia, che perché regga il suo gioco vorrebbe tutti innocenti o colpevoli. E troviamo pure Bologna, nella quale la città dove ormai vive e canta nelle osterie viene ritratta nelle sue mille sfaccettature, senza omettere di evocare i morti per sogni davanti al tuo Santo Petronio, reduci dai sogni delusi e dalle sconfitte degli anni ’70 che si sono lasciati irretire dalla trappola dell’alcool o dell’eroina, che tanti ne avrebbe ucciso nel decennio che allora si apriva.

Nel 1987 l’album Signora Bovary ci offre la trasfigurazione artistica, scritta a quattro mani con Claudio Lolli che ne avrebbe creato una sua versione l’anno successivo,  di un altro personaggio, quel Keaton che ha condiviso con l’autore la passione giovanile per la musica e il talento artistico, ma negli anni successivi non ha incontrato il suo stesso successo. È una grande dote, credo, per un artista ormai famoso preoccuparsi di chi è partito con il suo stesso entusiasmo, ma non ce l’ha fatta. Keaton che non sorrideva mai, Keaton dalla vita distratta, disperata, piena di guai. Keaton che forse è andato in malora, che tra le tastiere preferiva quelle un poco usate, un po’ scordate, dove tutti mettono le mani, perché nei quadri che Guccini dipinge l’interiorità di ciascuno si riflette nel mondo proprio che gli è intorno. Keaton di cui ormai nessuno sa più niente. E poi Keaton finalmente ritrovato in una provincia come una sconfitta, ma cambiato: ora è ingrassato, ha perso la passione per la musica, ride tanto e giura che non sta poi male, ci son parole, tempi, ritmi anche dentro un ospedale, dice, ed è quello dove, evidentemente, ora vive. I due amici di un tempo hanno ormai poco da dirsi dei loro destini così diversi, si lasciano in silenzio e a uno di loro, tornato alla vita normale dopo che si è imbattuto in un’altra storia di sconfitta e nell’ingiustizia dei destini differenti, ora dà fastidio anche il rumore della gente

È il 1990 e in Quello che non… troviamo Le ragazze della notte, con il loro trucco e le toilette che si spampanano piano, nell’atmosfera di bar gonfi di alcoolici e fiati, a ripetere le vecchie canzoni d’amore che le avevano un giorno illuse, eroine piene dei rimorsi di avere forse detto troppi sì, che cercano come possono di tenere, finché possono, lontano il rimpianto delle occasioni perse, così simili in qualcosa all’autore che confessa di amarle in qualche modo, ma, in fondo, da lui anche irrimediabilmente così diverse. E troviamo anche Cencio, ed è un segno in più della straordinaria sensibilità di questo artista per le vicende del margine che un uomo dalla corporatura gigante come lui abbia l’attenzione di chinarsi a riflettere su come possa vedere il mondo una persona affetta da nanismo ipofisario, come questo ragazzo frequentato al Pallario in gioventù. A come la vita debba sembrare diversa vista sempre dal basso, a come si possa vivere e soffrire il fatto di non poter essere anche lui come gli altri un normale adolescente ottuso, come possano essere ingiustamente più difficili per lui la corsa, il nuoto, le feste, gli amori e mille altre cose impossibili o difficilissime da avere, alle quali vede i coetanei accedere senza difficoltà. E a come la realtà capovolta del circo possa essere divenuta, forse, per lui l’unico luogo dove aver ritrovato la sua vera altezza e poter vivere la diversità come cosa che, tra diversi, è normale.

Nel 1996, 2000, 2004 e 2012 con D’amore, di morte e di altre sciocchezze, Stagioni, Ritratti e L’ultima Thule troviamo cinque testi dedicati a perdenti della letteratura, della cronaca e della storia che Guccini, nel suo cuore, pare non riuscire proprio a rassegnarsi a veder perdere, e ai quali nel finale della canzone non può non concedere una rivincita: Cirano, cuore di poeta che per l’imperfezione del corpo si rassegna a non poter aspirare all’amore di Rossana; Don Chisciotte, il folle cavaliere dell’ideale puro deciso a combattere l’ingiustizia, costi quel che costi, giorno e notte; le due canzoni per il Che, il guerrillero eroico trionfatore della rivoluzione cubana assassinato mentre combatteva nella foresta boliviana nel 1967 (segui il link); Piazza Alimonda, dedicata al ragazzo Carlo Giuliani, ucciso da un carabiniere mentre manifestava durante il G8 di Genova in una moltitudine, per un altro mondo possibile (segui il link); Su in collina, traduzione di una poesia dialettale di Gastone Vandelli dedicata alla memoria del partigiano figlio del Biondo, detto “Il Brutto”, massacrato di botte  mentre trasportava la stampa clandestina. Sono canzoni romantiche, tragiche, solenni ed epiche che ripropongono ad anni di distanza il tema e il ritmo de La locomotiva, perché ci giunga ancora, nonostante tutto, la notizia di una locomotiva, come una cosa viva, lanciata bomba contro l’ingiustizia, sia essa quella della vita, più difficile da eradicare, o della politica, che potrebbe essere forse più facile da vincere, come accadde ai partigiani. Chisciotte, Guevara, Giuliani, il Brutto hanno perso, perché sono stati uccisi, ma avrebbero potuto anche vincere. Per Cirano invece è più difficile perché l’ingiustizia che patisce, lo stesso vale per Cianco, è quella della leopardiana natura matrigna, che fa nascere uno sano e l’altro malato, uno alto e l’altro basso, uno bello e l’altro brutto nel corpo, e difficilmente potrebbe trovare soluzione se non in una progettazione genetica dell’umano che, se fino a un certo punto (ma quale?) viviamo come speranza, oltre quel punto viviamo come incubo.

Ricordo che durante un concerto al Palasport di Genova, era la metà degli anni ’90, al termine corremmo all’uscita sperando di potergli carpire una parola o un gesto. Una delle ultime canzoni, forse l’ultima, era stata Don Chisciotte, che aveva cantato con uno dei musici in controcanto a fare la parte di Sancho, con una passione e una potenza vocale straordinarie, per coinvolgere. Ci trovammo di fronte un uomo condotto quasi fuori a spinta dagli inservienti, ansimante, paonazzo in viso, che colava vistosamente sudore a fiumi dalla fronte e inutilmente tentava di tergersi con un asciugamano. Un’immagine da Via Crucis. Da lontano, non ci eravamo resi conto che la passione che aveva messo in quell’interpretazione, lo sforzo vocale che aveva compiuto per noi, fossero costati al suo corpo così tanto. Che quello che aveva dato di sé a noi, il suo pubblico, per trasmetterci la sua stessa passione, fosse un simile sforzo fisico oltre che la straordinaria potenza delle sue parole.

Ne L’ultima Thule troviamo ancora Il testamento di un pagliaccio, con il quale si ritorna alle piccole storie ignobili dell’antieroe, a una vita ridicola e insipiente, in questo caso quella di un bontempone abituato a vivere passando da uno scherzo e una risata all’altro, un inutile coglione, un pagliaccio appunto, che si trova coinvolto in una cosa maledettamente seria, la guerra, e muore in modo sciocco, vittima di uno scherzo che i commilitoni gli hanno reso senza aspettarsi la tragica conseguenza. Il corteo funebre del pagliaccio offre l’occasione per una nuova impietosa e realistica satira, dopo quelle di Cirano Don Chisciotte, del costume italiano per come è cambiato  dagli anni ’80-’90 in poi, rispetto al quale l’autore, dal suo eremo di Pavana sull’amato Appennino, non nasconde una sincera e radicale distanza, e un avvilito disprezzo.

Non so se Guccini sarebbe contento di questo mio avere spizzicato arbitrariamente qua e là nel suo repertorio seguendo le tracce di uno solo dei tanti rivoli che lo attraversano, ma credo che questa sua sensibilità, attenzione, rispetto per chi non ce l’ha fatta a correre al ritmo che la vita impone, questo suo chinarsi da gigante di statura sul nano, da gigante del mondo musicale sul collega meno fortunato sia ciò che più può interessare chi scrive e legge on line di psichiatria e quotidianamente incontra esistenze mancate, fallite, rese complesse dal corpo, dalla malattia, dalla biografia o dall’ingiustizia sociale, sforzandosi di condividere con loro la speranza di ritrovare, ciascuno per ciò che gli è possibile, la strada per essere sufficientemente felice.

In ogni caso, cerco forse complicità a quanto mi è venuto da scrivere nelle parole del post di un’amica di Facebook che, dopo che qualche anno fa ci siamo incontrati alla presentazione di un mio libro a Senigallia, credo amica davvero: Anita Eusebi. Tra esse e il progetto che avevo in animo e oggi realizzo ho avvertito una grande consonanza e mi paiono perciò la sintesi migliore di ciò che entrambi abbiamo sentito di dover scrivere per ringraziare col cuore, oggi che da qualche giorno non c’è più, un uomo che è stato il protagonista forse principale, e credo che con la sua voce continuerà a esserlo, della colonna sonora della mia vita, come di quella di Anita e certo di molti altri. Anita ha scritto, e citando il suo post concludo con ammirazione sincera per la sua capacità di dire tanto in poche parole:

«Sono personaggi all’apparenza anonimi – piccole storie ignobili, così solite e banali come tante si direbbe – quelli che abitano le sue canzoni, eppure emergono con forza da protagonisti: in un soprannome, in un gesto, in uno sguardo, in un vestito fatto di stracci e stranezza, in una nostalgia segreta o in goffi voli d’azione o di parola è raccontata la storia personalissima e intensa di ognuno. Sono anime smarrite, nascoste dietro il vetro d’un bicchiere, o talora perse nella crudele solitudine del diverso. Frugando dentro alle nostre miserie Guccini racconta così di esistenze spese in tanti giorni uguali e duri, accarezzando con estrema poesia il farsi d’ombra delle cose, l’angoscia e la noia di minuti lunghi come il sudore e ore che tagliano come falci e il dolore di coloro che, stanchi del mondo, si arrendono e si lasciano scivolare nell’acqua leggera. L’altro da me diventa spesso nelle sue canzoni il mio volto, il mio specchio, in una lezione di vita e di saggezza senza pari. Una tela affascinante, ma un po’ troppo delicata è allora un giro di parole meraviglioso, di quelle parole che comprendono e accolgono i labirinti oscuri del vivere quotidiano. “Ma le ho scritte io queste?”, e ride».

Per un ricordo di Fabrizio De André su questa rubrica, segui il link

Clicca il link per la canzone di Guccini L’uomo.

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