Riflessioni a partire da uno scritto di Massimo Recalcati.
Ho letto con curiosità e aspettative l’articolo di Massimo Recalcati Paranoia e melanconia: la lezione di Hitler, uscito sul primo numero di quest’anno della rivista “Frontiere della psicoanalisi”, dedicato alla paranoia, dopo averne ascoltato una recensione radiofonica.
Nel numero è possibile trovare articoli di grande interesse come quelli nei quali si spazia dalla tragedia, al cinema, alla pittura, al romanzo, o quello di Lucia Simona Bonifati su un caso di folie à deux con dupice omicidio, o quello di Tommaso Gazzolo sulla natura della legge, o di Angelo Villa su Stalin. Ma proprio le tesi sostenute in quest’ultimo, come nel saggio che lo segue di Recalcati, hanno risvegliato in me sopiti timori sui rischi di equivoco ai quali può prestarsi l’utilizzo di categorie cliniche nell’analisi di figure ed eventi di natura politica, e mi ha spinto quindi a scrivere quest’articolo.
Dei due saggi, mi concentrerò su quello di Recalcati, perché la relazione della figura di Hitler col nazismo (lo stesso si potrebbe dire di quello di Mussolini col fascismo) mi pare più lineare. Loro ne sono stati gli inventori, mentre invece, come ricorda Alessandro Barbero in una recente lezione di rara chiarezza, quello di Stalin, che si è trovato come loro solo al comando, con il movimento comunista, che nasce ben prima dell’emergere della sua figura alla ribalta della storia e soprattutto origina da istanze di segno opposto, perché egualitarie, mi pare un rapporto caratterizzato da elementi di torsione e contraddittorietà che lo rendono più difficile da affrontare. Mi pare più facile, insomma, comprendere come possa accadere che tutto il potere in una nazione possa venirsi a concentrare nelle mani di uno solo a partire da dottrine che teorizzano il dominio del forte sul debole e la soppressione della libertà del singolo in favore del gruppo, rispetto a comprendere come ciò possa accadere, come certo è indubbiamente accaduto, a partire da dottrine che teorizzano la giustizia sociale e la distribuzione della possibilità di esercitare materialmente la libertà in parti uguali. Questo richiederebbe un ragionamento più ampio, e forse Dostoevskij, acuto conoscitore dell’animo umano e degli ambienti rivoluzionare (russi in particolare) potrebbe essere d’aiuto.
Ma per queste ragioni qui mi limiterò al caso del Führer e quindi all’articolo di Recalcati.
La questione della mente di Hitler è stata oggetto di grande interesse per le discipline “psi” e non cessa di esserlo, come ha recentemente testimoniato il volume ben documentato Adolf Hitler. Analisi di una mente criminale. Psicologias e psicopatologia del nazismo di Riccardo Dalle Luche e Luca Petrini (Mimesis, 2020), citato anche da Recalcati, che propone un’antologia degli interventi e delle testimonianze al riguardo e al quale credo di dover senz’altro rimandare chi sia interessato a un approfondimento del tema.
Come ho già avuto modo di scrivere nella postfazione al volume, nonché in una recensione pubblicata su questa rivista poco dopo l’uscita (vai al link), personalmente sono piuttosto scettico verso la diagnosi di psicosi nei riguardi di Hiter e propenso all’opposto a considerare la sua mente sostanzialmente normale; criminale, molto cattiva certo, ma normale. Ovviamente, nazista.
Del saggio di Recalcati, in particolare, ho apprezzato perciò molto il legame che individua tra melanconia e paranoia, un legame del quale sono divenuto, sulla base dell’esperienza clinica personale, negli anni sempre più convinto. L’idea della paranoia, cioè, come una delle uscite possibili dalla malinconia.
Meno convinto sono invece del fatto che questo possa essere applicato al caso di Hitler, in quanto la fase melanconica che Recalcati individua nel periodo giovanile della sua vita, e questo è il primo punto sul quale avrei più dubbi di lui, potrebbe corrispondere invece piuttosto a una fase sfortunata, senz’altro obiettivamente infelice, che non presenti però le caratteristiche della melanconia. Un Hitler comprensibilmente triste per ragioni obiettive, insomma (la frustrazione di essere un fallito e un marginale), mi pare quello degli anni giovanili, ma non per questo melanconico.
Giustamente, poi, Recalcati come molti prima di lui si sofferma sull’episodio di Pasewalk, che riveste importanza nel ragionamento e brevemente devo a mia volta richiamare. Hitler era entrato con entusiasmo, dopo essersi trasferito da Vienna a Monaco, nell’esercito tedesco e aveva combattuto, ma alla fine del 1918 aveva dovuto essere ricoverato a causa di una cecità transitoria causata dai gas. Mentre stava uscendone, ha avuto notizia della sconfitta della Germania, e disperato è ricaduto in una cecità, questa volta funzionale. In tale stato, riferisce nelle sue memorie di avere udito una voce allucinatoria che gli affidava il compito di riscattare la patria.
Ora io credo che tutti coloro che hanno dimestichezza con la clinica delle allucinazioni sappiano come sia spesso difficile per il paziente che le riferisce distinguere tra vere allucinazioni, pseudoallucinazioni e pensieri inclusivi o insistenti avvertiti o riferiti come voci, e perciò non attribuirei troppa importanza a questo sintomo, che del resto non parrebbe essersi poi ripetuto. Sarei anzi propenso a considerare tutto il quadro della seconda cecità come un episodio isterico, più cche come un esordio psicotico, tanto più che l’allusione a una voce della provvidenza che lo avrebbe investito della missione potrebbe corrispondere a un vissuto mitico ed esaltato del proprio esordio politico.
Non mi pare strano che, dalla sconfitta della patria, Hitler tragga l’idea che essa meriti un riscatto, non sarà certo stato l’unico a pensarlo in quel momento; e neppure che, in questa situazione, egli avverta il dovere di giocare un ruolo da protagonista e, una volta ottenuto questo risultato, lo possa interpretare come il disegno provvidenziale del destino.
Mi pare poi fuori discussione il fatto che tra paranoia e ideologia nazista (o fascista) ci siano importanti meccanismi comuni: soprattutto il vissuto, spesso privo di basi oggettive, dell’altro come minaccia e ingiusta persecuzione.
Tuttavia, mi pare che sarebbe sbagliato operare il salto dal fatto che in Hitler siano presenti meccanismi comuni con la paranoia, intesa come quadro clinico psicotico che si stacca dalla personalità paranoica o dalla presenza di meccanismi di funzionamento mentale propri anche della paranoia, al fatto che egli sia clinicamente definibile paranoico e le sue idee persecutorie, certamente incombenti, tendano a strutturarsi in un delirio.
Recalcati arriva a parlare di “delirio antisemita” a proposito di Hitler, ma è proprio l’idea che le sue idee feroci costituiscano deliri, e lo qualifichino quindi come paranoico, a convincermi poco.
Certo una lunga riflessione della psichiatria a orientamento fenomenologico, penso in particolare per l’Italia a Mario Rossi Monti, ci insegna quanto sfumato sia il confine tra l’idea prevalente, comune a tutti e magari anche estremamente intensa nell’adesione o feroce nel contenuto, e il delirio che qualifica la diagnosi di psicosi, paranoica nel nostro caso. E tuttavia credo che stabilire questo limite, consapevoli certo di quanto inevitabilmente grossolano esso sia sempre, sia necessario per non precipitare a nostra volta nella confusione tra delirio e realtà.
Dei tre elementi classicamente caratterizzanti il delirio secondo Jaspers (ma prima di lui secondo una lunga tradizione psichiatrica), infatti, mi pare che in Hitler (e nei nazisti e fascisti in generale) ne siano certamente presenti due: l’assoluta certezza soggettiva (“credere” in primo luogo… e solo dopo obbedire e combattere) e l’inaccessibilità alla critica (che si manifesta in questi casi molto concretamente con l’eliminazione attraverso il pestaggio, il carcere, l’esilio o l’assassinio, di chi avanza la critica) – quell’atteggiamento cioè tipico del fascista (e credo anche del nazista) che altrove (Peloso, La guerra dentro, Ombre Corte, 2008; Erga, 2025) ho definito appunto la “guerra dentro” – ma manchi il primo, cioè l’assurdità di contenuto rispetto al contesto culturale di appartenenza, che nel nostro caso è l’Europa uscita dall’Ottocento e dalla Grande Guerra.
Lo slittamento in cui Recalcati mi pare incorrere tra l’uno e l’altro di questi piani (la presenza nel pensiero e negli atti di Hitler di meccanismi paranoici e la presenza in lui di una psicoso paranoica clinicamente intesa, comprovata dalla presenza del delirio) stupisca tanto più perché nello stesso numero della rivista troviamo chiaramente esplicitata la necessità di tenerli separati all’inizio dell’articolo, che trovo del resto totalmente sottoscrivibile non solo per questo, dedicato dalla psicoanalista slovena Alenka Zupančič a Trump (e forse si potrebbe estendere la sua analisi anche alla destra italiana, che ne ha in parte anticipato stile e contenuti di almeno vent’anni).
Non abbiamo a che fare, in primo luogo, in nessun caso di idee o di azioni originali, né nel caso di Mussolini né in quello di Hitler. L’omicidio politico e la guerra sono antichi come la storia dell’uomo. L’idea che un popolo potesse sottometterne un altro, cacciarlo dalla sua terra o anche sterminarlo è anch’essa antica quanto il mondo. L’idea che individui considerati tarati o inutili potessero essere soppressi era discussa ai massimi vertici della scienza daanni e quella che per evitare che si riproducessero dovessero essere sterilizzati era già legge negli Stati Uniti. L’idea razzista che una razza possa essere superiore alle altre aveva retto l’Europa almeno dalla scoperta delle Americhe e si era ammantata di scienza nel secolo delle conquiste coloniali. All’interno del razzismo, anche l’antisemitismo era parte della cultura europea dalla Spagna e dal Portogallo del XV secolo, ai pogrom dell’Impero Russo, al fastidio più o meno evidente nel resto del continente verso gli ebrei. La stessa idea di genocidio non fu certo originale di Hitler: la civile Europa ne aveva commessi in America e Africa, e semmai le due novità da lui introdotte sono state l’organizzazione industriale della produzione di morte e lo spostamento della sua possibilità dal mondo coloniale al cuore dell’Europa, come hanno osservato Du Bois o Césaire.
Sulle radici delle pratiche eugenetiche e razziste del nazismo, e di quelle razziste del fascismo, nella storia europea sono ritornato in un volume di prossima pubblicazione, e ad esso mi permetto di rimandare (La razza guerriera, Erga, in stampa).
Nel caso di Hitler possiamo notare dunque che queste idee, corrispondenti al peggio della storia europea, sono state da lui sposate certo con particolare intensità e determinazione, ma non con quel carattere di originalità e distonia rispetto al gruppo di appartenenza che caratterizzerebbe il delirio.
E neppure, in secondo luogo (e questo è ancora più incredibile), si può dire che si tratti di idee che non abbiano trovato ampio consenso. Tutti clinicamente psicotici? Tutti paranoici? Milioni di paranoici, una vera epidemia in Germania e altrove? Io non credo.
Anzi mi pare che la facilità con la quale le proposte di Hitler (e Mussolini per l’Italia) hanno attecchito nei rispettivi gruppi abbia da un lato a che fare con il fatto di non scontare l’isolamento che per lo più caratterizza il paranoico delirante. E dall’altro lato ci ponga davanti al dubbio se siano stati i due capi a inventare l’uno il nazismo o l’altro il fascismo, o non sia piuttosto accaduto che il bisogno di nazismo e di fascismo che caratterizzava i rispettivi gruppi nazionali in quel momento abbia trovato in loro i soggetti adatti a farsene carico e interpretarlo al meglio. Se, cioè, sia stato Hitler a creare il nazismo, o il nazismo a creare Hitler (o forse un po’ l’una e l’altra cosa insieme). Un meccanismo analogo a quello che Zupančič nel suo articolo ipotizza come possibile per il rapporto tra Trump e il trumpismo.
Ci sono dottrine e pratiche politiche, insomma, che condividono i meccanismi mentali che le sostengono con la paranoia, ma credo che la confusione tra psicosi paranoica e dottrine politiche anche criminali e pericolose, perché funzionano utilizzando senza delirare i suoi stessi meccanismi, sia una tentazione nella quale è facile cadere ma che vada evitata, in primo luogo perché rischia di occultare le radici storiche, economiche e ideologiche dei fenomeni politici, che è utile invece conoscere per contrastarli.
Di più, come ebbe a dire Franco Basaglia in una delle Conferenze brasiliane, l’attribuire la follia a Hitler ha altri due effetti nefasti. Il primo è che assegnare gli aspetti più cattivi della normalità alla psicosi evita ai più di interrogarsi su quanto, appunto, di cattivo anche alla loro “normalità”, cioè potenzialmente a noi stessi, appartiene. Il secondo che, se si attribuisce tutto ciò che di cattivo è nella storia umana alla follia, non ci si dovrà poi stupire se la follia (la paranoia) sarà percepita esageratamente come pericolosa, e perciò fatta più facilmente oggetto di stigma.
Le dottrine politiche, anche quelle che senz’altro condividono alcuni meccanismi di funzionamento mentale con la paranoia, non dovrebbero mai essere confuse quindi con la paranoia come fenomeno clinico, perché le risposte necessarie nei due casi sono opposte. Le prime, dovrebbero essere contrastate in primo luogo con la lotta politica; e poi semmai, di fronte a una richiesta di aiuto di chi le segue, questi potrà essere aiutato dal clinico della mente a superare i meccanismi che lo spingono ad avvertire, a prescindere, nell’altro un persecutore e un nemico. L’altra dovrebbe essere affrontata con la cura, e semmai quando il rischio di passaggio all’atto divenga concreto essere fermata con gli strumenti della sicurezza.
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Gloria, potere e perversione: dal mito alla storia dei totalitarismi
I regimi totalitari hanno costellato la storia dell’umanità. Già nei miti e negli archetipi antichi troviamo esempi di distruzione e annientamento che prefigurano le logiche genocidarie moderne: basti pensare alla caduta di Troia, descritta come una città rasa al suolo in tre giorni, con la sopravvivenza di pochi superstiti come Enea e Anchise. Non per questo gli eroi achei – Ulisse, Agamennone, Achille – possono essere considerati psicotici: essi incarnavano piuttosto la sete di gloria e potere, fino all’annientamento dell’altro.
Nella mitologia greca, Crono divora i propri figli temendo la destituzione, ma finirà a sua volta sconfitto da Zeus. Anche qui il motivo della gloria e del potere si accompagna a un terrore di essere spodestati, riproponendo il tema dell’annientamento come modalità di difesa.
Dalla mitologia alla storia antica, le imprese belliche persiane da Ciro a Serse, così come l’eroismo spartano, testimoniano quanto la gloria politica e militare fosse un fondamento dell’identità collettiva. Roma stessa si costituisce su simboli di sacrificio eroico – da Muzio Scevola che si brucia la mano pur di non cedere al nemico, al motto secondo cui Roma non si difende con l’oro ma con la spada.
Se passiamo alla modernità, la figura di Hitler si distingue non solo per la distruttività storica, ma anche per la struttura psichica che l’ha sorretta. Gli aspetti proiettivi e fusionale-simbiotici rimandano a una ricerca impossibile di ricongiungimento con il corpo materno assoluto. Già nel 1925-1926, con Il sogno della grande Germania, Hitler mostra il bisogno di identificarsi con una madre onnipotente, una totalità senza fratture. L’impossibilità di realizzare questa fusione lo condanna a sentirsi fallito: il riscatto viene perseguito attraverso la costruzione di un’onnipotenza monumentale, che si esprime sia nei progetti architettonici di una nuova Berlino capace di rivaleggiare con l’immortalità di Roma, sia nella visione di una Germania destinata a dominare.
Qui il nesso tra gloria, riscatto e impossibilità si trasforma in un godimento necrofilo perverso: se non è possibile ottenere la grandezza assoluta, resta l’illusione megalomaniaca di aver sterminato tutti gli ostacoli al compimento di quel desiderio.
Caro Armando, certo tutti gli autori di genocidio, di ieri come di oggi, hanno le loro ragioni che li portano a comportarsi così. io credo però che sia importante tenere sempre presente che la violenza, anche estrema, non può essere consegnata alla follia. essa fa parte, drammaticamente parte, della nostra normalità. ne facevano parte i genocidi di ieri, come ne fa parte anche il genocidio che si sta consumando in questi mesi, sotto gli occhi attoniti ma paralizzati del mondo.