Almodóvar torna a confermare la forza della propria poetica e la capacità di intrecciare relazioni umane in percorsi emotivi convulsi, dove i personaggi sembrano muoversi sospinti più da impressioni improvvise e pulsioni interiori che da decisioni realmente meditate. In “Amarga Navidad” questa dimensione tipicamente almodovariana si accompagna però a una riflessione più esplicita sulla natura stessa della creazione artistica e sulla legittimità di attingere alla vita reale per costruire un’opera.
La storia si sviluppa tra la Spagna e una splendida Formentera ed è attraversata da una costante tonalità depressiva che permea praticamente ogni personaggio. Si tratta di una depressione che assume forme diverse: dal lutto irrisolto alla perdita di significato della propria esistenza, dai sensi di colpa alla sofferenza coniugale. Ancora una volta Almodóvar costruisce soprattutto un universo femminile: donne che si incontrano, si sostengono, litigano, si separano e si ritrovano in relazioni intense e profondamente passionali. Parallelamente emerge anche una dimensione più delicata e sommessa dell’omosessualità maschile, altro tema ricorrente nel cinema del regista.
La protagonista Elsa ha abbandonato il cinema d’autore per dedicarsi alla regia pubblicitaria, economicamente più redditizia, ma decide di tornare a realizzare opere di maggiore valore artistico. È una donna segnata da emicranie e attacchi di panico, sintomi che sembrano collegarsi ai sensi di colpa per non essere stata accanto alla madre nei suoi ultimi istanti di vita. Dopo avere consultato una psichiatra, che le suggerisce di interrompere per qualche tempo il ritmo incessante del lavoro, parte per Lanzarote invitando con sé, una dopo l’altra, due amiche: Patricia, intrappolata in un matrimonio frustrante, e Natalia, ancora devastata dalla morte del figlio avvenuta anni prima.
La convivenza si rivela però più difficile del previsto. La sofferenza accomuna tutte e tre, ma il vero conflitto nasce dal fatto che Elsa ritrova energia creativa proprio attingendo alle vite delle amiche, fino a utilizzare i loro vissuti per scrivere il soggetto del suo nuovo film. Patricia la accusa allora di mettere in scena il dolore altrui e di trasformare in spettacolo le loro fragilità. È a questo punto che il film introduce il suo livello più sorprendente: Elsa, Patricia e Natalia scopriamo essere personaggi di una sceneggiatura scritta da Raul, regista celebre ma ormai paralizzato da una lunga crisi creativa.
Raul vive con il giovane compagno Santi e, a sua volta, sta costruendo un film prendendo spunto dalla vita della propria amica e consigliera Monica. Anche qui il conflitto si ripete: Monica reagisce con rabbia, accusandolo di esporre pubblicamente aspetti intimi della propria vita, soffermandosi in particolare sul tentativo suicidario di un’amica. L’intera struttura narrativa assume così una forma apertamente pirandelliana: personaggi che rimandano ai vissuti del loro autore, il quale finisce a sua volta per apparire come alter ego dello stesso Pedro Almodóvar.
Il film si sviluppa quindi su più livelli. Al primo troviamo le donne protagoniste, figure ricche di emozioni, solidarietà, sofferenze e desideri incompiuti, capaci però anche di una comunicazione autentica e intensa. Sono “personaggi in cerca d’autore”, come suggerisce la bella scena finale in cui sembrano attendere da Raul istruzioni sul proprio destino. Al secondo livello vi è Raul, regista incapace di creare se non appropriandosi delle storie degli altri, quasi svuotato di una vita propria e confinato in una sterile immobilità domestica. Anche qui la figura più intensa rimane una donna, Monica che incarna nuovamente il dolore e la rabbia per essere stata trasformata in materiale narrativo. Il terzo livello è naturalmente quello di Almodóvar stesso, che attraverso Raul esprime autobiograficamente la propria crisi creativa e riflette allo stesso tempo sui limiti etici dell’arte e sulla inevitabilità del rapporto tra vita e creazione. Più volte nel film viene affermato infatti che il finale di una storia “si impone da solo” all’autore, quasi che il regista non possa fare altro che seguire ciò che i personaggi e la vita stessa gli suggeriscono.
Dopo l’excursus anglosassone de “La stanza accanto”, Almodóvar torna quindi a raccontare la Spagna e soprattutto il suo universo femminile, vitale, sfumato, eccessivo e malinconico, che richiama inevitabilmente “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”. A confronto, le figure maschili appaiono volutamente più opache e uniformi.
La straordinaria capacità figurativa del regista compensa in larga parte la scarsa originalità del tema, che egli stesso riconosce essere debitore tanto a Pirandello quanto alla tradizione del cinema sul “regista in crisi creativa”, con riferimento inevitabile al felliniano “8½”. Resta però intatta la capacità di Almodóvar di esplorare gli stati emotivi, soprattutto femminili. In “Amarga Navidad” le donne esprimono con grande efficacia l’ansia, la depressione, il lutto irrisolto, i sensi di colpa e la sofferenza legata alla mediocrità delle proprie relazioni affettive. A completare il tutto contribuisce la musica struggente che accompagna molte scene: il titolo del film richiama infatti una celebre canzone di Chavela Vargas, cantante scomparsa grande amica del regista e figura simbolica della malinconia latinoamericana. Ancora una volta, la vitalità emotiva delle donne rappresentate si rivela la vera forza del film e conferma Pedro Almodóvar come uno dei grandi narratori contemporanei degli affetti e delle fragilità umane.
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