Percorso: Home 9 Le Rubriche 9 Father Mother Brother Sister: il lutto di restare figli nonostante i genitori

Father Mother Brother Sister: il lutto di restare figli nonostante i genitori

12 Gen 26

A cura di Matteo Balestrieri

Con Father Mother Sister Brother Jim Jarmusch torna consapevolmente su territori che gli sono propri, riaffermando una poetica ormai riconoscibile e coerente. Il film, vincitore non senza contrasti del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 2025, sembra nascere dalla convinzione che il cinema non debba necessariamente raccontare eventi eccezionali, ma possa invece soffermarsi sull’ordinario, sulla ripetizione, sui dettagli minimi che normalmente sfuggono allo sguardo. È uno sguardo lento, anti-spettacolare, radicalmente anti-hollywoodiano, che rifiuta il conflitto esplicito e preferisce l’accumulo silenzioso di piccoli gesti, pause e imbarazzi. Jarmusch continua così a incarnare il prototipo del regista indipendente che non cerca il consenso immediato, ma costruisce mondi fatti di personaggi comuni, spesso anonimi, apparentemente banali nella loro ripetitività quotidiana.

Non è azzardato pensare che in questo film confluiscano elementi autobiografici, legati al rapporto complesso di Jarmusch con la figura paterna, percepita come importante ma al tempo stesso distante e inafferrabile. Senza mai scivolare nella confessione diretta, il regista trasforma l’esperienza personale in una meditazione universale sulle famiglie divise, non necessariamente conflittuali, ma segnate da silenzi, omissioni e difese emotive. La sua fedeltà a un cinema fatto di episodi, di ripetizioni e di minime variazioni conferma una coerenza artistica che attraversa tutta la sua filmografia, dai lavori più recenti fino alle collaborazioni passate, tra le quali ricordiamo quella con Roberto Benigni in Daunbailò, esperienza in cui Jarmusch aveva già dimostrato di apprezzare una comicità e una poesia capaci di nascere dall’ordinario.

La struttura episodica del film non è un semplice espediente narrativo, ma una vera dichiarazione di poetica. Le tre storie, ambientate in contesti geografici e sociali differenti, sono autonome ma dialogano tra loro per risonanze sotterranee, come variazioni minime su uno stesso tema. In Father, ambientato nel New Jersey rurale, due fratelli adulti tornano a far visita al padre (Tom Waits) dopo molto tempo. L’uomo, anziano e sfuggente, mette in scena una sorta di rappresentazione di sé: nasconde la propria precarietà dietro piccoli inganni, come lavori domestici mai fatti o oggetti che ostentano un benessere forse fittizio. Non c’è uno scontro diretto, ma una tensione costante che nasce dall’impossibilità di dirsi la verità. La frase pronunciata dal figlio (Adam Driver) – l’idea che amici e amori possano essere scelti, ma non la famiglia – diventa una chiave di lettura dell’intero film: il legame familiare è dato, non negoziabile, e proprio per questo spesso irrisolto.

Nel secondo episodio, Mother, la distanza emotiva assume una forma ancora più rigida e formalizzata. Una madre colta, elegante e algida (Charlotte Rampling) accoglie le figlie nella sua casa lussuosa dopo aver chiesto suggerimenti al proprio analista su come abbreviare l’incontro, trasformando la visita in un rituale carico di tensione. Le figlie cercano di adeguarsi alle aspettative materne, fingendo di essere persone “all’altezza” dei suoi codici, mentre la madre sembra tollerarne la presenza solo entro confini temporali ed emotivi rigidissimi. Qui la comunicazione è soffocata dal formalismo: il dialogo è fatto di frasi neutre, apparentemente educate, ma svuotate di autenticità. I silenzi diventano lunghi e pesanti, e proprio la loro durata rivela quanto poco spazio ci sia per un contatto reale. In entrambi i primi episodi emerge un modello di famiglia tipicamente anglosassone e borghese, in cui i figli se ne vanno presto, il calore affettivo è ridotto al minimo e la relazione si regge più sull’etichetta che sulla conoscenza reciproca.

È significativo che in questi due racconti i genitori siano figure respingenti: nel primo caso attraverso l’inganno e la reticenza, nel secondo attraverso il controllo e l’insopportazione. Tuttavia, in filigrana, Jarmusch lascia intravedere un possibile spazio di resistenza: il legame tra fratelli. Anche quando è fragile o appena accennato, esso emerge nei brevi scambi, negli sguardi, in una complicità silenziosa che sembra offrire un appoggio minimo ma essenziale per reggere il peso del rapporto con i genitori.

Il terzo episodio, Sister Brother, introduce una variazione decisiva. Qui i protagonisti sono due gemelli, figli di una coppia multietnica che si è amata profondamente, ma che ha comunque mantenuto zone d’ombra nella propria vita. Dopo la morte dei genitori, i due fratelli tornano nella casa in cui avevano vissuto e scoprono aspetti sconosciuti del passato familiare. A differenza dei primi due episodi, il clima emotivo è radicalmente diverso: tra i fratelli c’è un calore autentico, una vicinanza fisica e psicologica che non ha bisogno di essere continuamente mediata dal linguaggio. La scoperta delle verità nascoste non distrugge il legame, ma lo rafforza, perché viene attraversata insieme. Qui Jarmusch sembra suggerire che la sopravvivenza al lutto e alla disillusione passa attraverso la condivisione, non attraverso la difesa o la chiusura.

In una prospettiva più psicologica che cinematografica, il film può essere letto come una riflessione sugli obblighi che rimangono ai figli nonostante i genitori. Jim Jarmusch sembra spingersi oltre il tema, più ovvio, della difficoltà di separarsi dai propri genitori, per mettere in scena qualcosa di più doloroso e meno riconosciuto: l’obbligo implicito, quasi morale, che i figli avvertono di doversi prendere cura dei genitori, anche quando questi li hanno respinti, trascurati o emotivamente abbandonati. I protagonisti del film non cercano tanto un riavvicinamento affettivo quanto un modo di fare il loro dovere, di essere presenti, di tentare ancora una forma di collegamento con figure genitoriali che, per prime, non hanno saputo o voluto occuparsi di loro. È come se i figli continuassero a muoversi all’interno di un legame asimmetrico, in cui la responsabilità relazionale grava sempre e solo su di loro.

Nei primi due episodi questa dinamica appare con particolare evidenza. I figli tornano, fanno visita, accettano regole implicite, sopportano silenzi e umiliazioni sottili, non perché nutrano reali aspettative di cambiamento, ma perché sentono che devono farlo. Parlano, pensano, cercano strategie minime per mantenere un contatto, mentre i genitori appaiono chiusi, difensivi, disinteressati o apertamente respingenti. È un movimento unidirezionale: i figli vanno verso il genitore, il genitore non va mai davvero verso il figlio. In questo senso il film racconta una forma di lutto particolarmente crudele, perché non riguarda la perdita di un genitore idealizzato, ma la perdita di ciò che non è mai esistito: una cura autentica, una disponibilità affettiva, un interesse reale per la vita dei figli.

Letto attraverso la lente della teoria dell’attaccamento, questo dolore appare insanabile. I figli continuano a cercare una base sicura che non c’è mai stata, e proprio questa ricerca prolungata li espone a una sofferenza ripetuta. Jarmusch non mostra figli che si ribellano o che interrompono drasticamente il rapporto; mostra piuttosto figli che restano intrappolati in un tentativo incessante di regolazione emotiva, cercando di adattarsi a genitori emotivamente inaccessibili. È qui che il silenzio, la ripetitività e la banalità dei dialoghi assumono un valore centrale: non sono semplici scelte stilistiche, ma il riflesso di relazioni in cui nulla di nuovo può accadere, perché il copione è già scritto.

Il terzo episodio introduce una variazione significativa non tanto nel rapporto con i genitori — che restano comunque opachi e parzialmente sconosciuti — quanto nella possibilità di elaborare il lutto. La differenza non sta nel fatto che quei genitori fossero migliori, ma nel fatto che i figli non sono soli nel tentativo di dare un senso a ciò che è mancato. Il legame tra fratello e sorella gemelli funziona come uno spazio di co-regolazione emotiva, un luogo in cui il dolore può essere condiviso e quindi, almeno in parte, contenuto. Non c’è idealizzazione, non c’è perdono, ma c’è una presenza reciproca che rende meno devastante l’assenza genitoriale.

Il film sembra allora suggerire una conclusione amara ma lucida: quando il genitore non è stato capace di prendersi cura del figlio, il figlio può sopravvivere solo rinunciando all’illusione di riparare quel legame. L’allontanamento — fisico o emotivo — non è una fuga, ma una forma di protezione psichica. Il lutto non si risolve, non si supera; al massimo si lenisce, riducendo l’esposizione a una ferita che continua a riattivarsi ogni volta che si tenta un contatto. In questo senso, Father Mother Sister Brother non è un film sulla riconciliazione, ma sulla necessità di riconoscere i limiti dei legami familiari e di spostare altrove, spesso nei rapporti fraterni, la possibilità di una continuità affettiva.

Parole chiave: genitori, figli, fratelli, lutto, famiglie divise, legami mancati, riparazione, base sicura, distanza, formalismo, rapporti asimmetrici

 

Loading

Autore

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Caffè & Psichiatria

Ogni mattina alle 8 e 30, in collaborazione con la Società Italiana di Psichiatria in diretta sul Canale Tematico YouTube di Psychiatry on line Italia