Percorso: Home 9 Le Rubriche 9 L’ombra di Stalin, tra il silenzio dei regimi e il rumore dell’Occidente

L’ombra di Stalin, tra il silenzio dei regimi e il rumore dell’Occidente

22 Apr 26

A cura di Matteo Balestrieri

Il recentissimo passaggio televisivo su Rai Movie del film L’ombra di Stalin (2019) offre l’occasione per riscoprire un’opera che si colloca con decisione nel solco del cinema civile europeo. Diretto da Agnieszka Holland – regista di rilievo di una tradizione cinematografica impegnata (è stata candidata a 3 Oscar ed è autrice di un recentissimo film su Franza Kafka), formatasi accanto a nomi come Krzysztof Zanussi, Andrzej Wajda e Krzysztof Kieślowski – il film si propone non solo come ricostruzione storica, ma come riflessione sul rapporto tra verità e potere, tra informazione e propaganda.

Ispirato alla vicenda reale del giornalista gallese Gareth Jones (James Norton) il film segue il suo viaggio nell’Unione Sovietica degli anni Trenta, nel momento in cui il progetto di modernizzazione staliniano viene celebrato in Occidente come un modello alternativo al capitalismo in crisi. La struttura narrativa, apparentemente lineare, si trasforma progressivamente in un percorso di disillusione: dall’entusiasmo iniziale alla scoperta della carestia ucraina, fino allo scontro finale con il sistema mediatico internazionale, incarnato dalla figura del giornalista premio Pulitzer Walter Duranty (schierato decisamente a favore di Stalin), simbolo di una verità manipolata e funzionale al potere. Si deve ricordare che Stalin negli anni’30 operò di fatto un genocidio della popolazione ucraina (ricordato con il nome di Holodomor), che determinò milioni di morti per fame.

La Holland costruisce questo itinerario con uno stile sobrio, evitando enfasi spettacolari e privilegiando una messa in scena che restituisce la durezza materiale dei luoghi e delle condizioni di vita. Le sequenze ambientate in Ucraina, in particolare, rinunciano a qualsiasi estetizzazione della sofferenza: il paesaggio diventa spazio di annientamento, e la macchina da presa insiste su corpi e silenzi, lasciando che sia la realtà stessa a imporsi allo sguardo dello spettatore. In questo senso, il film non si limita a raccontare una storia, ma interroga direttamente la possibilità stessa di rappresentare la verità.

È tuttavia sul piano tematico che l’opera acquista una risonanza che supera il contesto storico. La figura di Gareth Jones, giornalista che non si arresta di fronte alla censura, diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sulle condizioni della comunicazione. Il film mette in scena un momento storico – gli anni Trenta – in cui l’accesso alle informazioni era limitato e fortemente mediato, soprattutto nei regimi totalitari. Eppure, proprio da questa distanza temporale emerge un elemento perturbante: la sensazione che, sotto certi aspetti, quel sistema non sia così lontano dal presente.

Se da un lato è evidente la differenza tra il contesto di allora e quello contemporaneo – oggi siamo consapevoli della natura dei regimi autoritari e dei loro meccanismi di controllo – dall’altro il film suggerisce una continuità più profonda. Nei paesi totalitari, la comunicazione resta sostanzialmente chiusa, filtrata, costruita dall’alto. Ciò che proviene da realtà come Russia, Cina o Corea del Nord continua a essere in larga misura il prodotto di apparati di potere che determinano cosa può essere detto e cosa deve essere nascosto. Ricordiamo d’altra parte che gli stati definibili come democratici sono circa un quarto di quelli esistenti al mondo. In questo senso, il viaggio clandestino di Jones assume un valore emblematico: allora come oggi, accedere a una verità non mediata implica un attraversamento dei limiti imposti dal potere.

Il confronto con il presente diventa ancora più significativo se si considera il paradosso della nostra epoca. Viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni, tra mass media e social media, eppure questa apparente abbondanza riguarda principalmente una porzione limitata del mondo, quella occidentale e democratica. Al di fuori di essa, una parte consistente del pianeta continua a essere sottratta a una reale visibilità. Le notizie che riceviamo sono spesso indirette, mediate, talvolta ridotte a scontro tra narrazioni contrapposte piuttosto che a documentazione dei fatti.

In questo quadro, la vicenda di Gareth Jones acquista un valore quasi paradigmatico. Il suo tentativo di raccontare la carestia ucraina si scontra non solo con la censura sovietica, ma anche con la complicità – attiva o passiva – di una parte del giornalismo occidentale. È un passaggio cruciale: la verità non viene negata soltanto dai regimi, ma può essere oscurata anche da sistemi mediatici che, per interesse o conformismo, scelgono di non vedere. Questo elemento introduce una sfumatura importante rispetto a una lettura semplicemente oppositiva tra mondo libero e mondo totalitario.

L’uccisione stessa di Gareth Jones, avvenuta a 30 anni durante un report giornalistico in Manciuria nel corso dell’invasione giapponese, contribuisce a rafforzare questa dimensione tragica del mestiere giornalistico. Il film non riporta questo epilogo, ma la sua evocazione nella realtà storica suggerisce una continuità inquietante con il presente, in cui non mancano casi di giornalisti e oppositori colpiti anche al di fuori dei confini nazionali.

In definitiva, L’ombra di Stalin si impone come un’opera che utilizza il passato per interrogare il presente. La sua forza non risiede soltanto nella ricostruzione di una vicenda poco conosciuta, ma nella capacità di mettere in crisi una percezione rassicurante del mondo contemporaneo. Il film ci ricorda che la libertà di informazione, spesso data per acquisita nelle società occidentali, è in realtà una condizione parziale e fragile.

Rivederlo oggi significa confrontarsi con una verità scomoda: mentre discutiamo di eccesso di comunicazione e di sovraccarico informativo, esiste ancora una vasta porzione del mondo in cui la comunicazione è semplicemente assente o rigidamente controllata. In questo senso, il film di Holland non è soltanto un racconto storico, ma un invito a ridefinire lo sguardo, a uscire da una prospettiva autoreferenziale che tende a identificare la nostra esperienza con la totalità del reale. Ed è proprio in questa tensione tra visibile e invisibile che il cinema, quando è capace di farsi pensiero, ritrova la sua funzione più necessaria.

 

ARTICOLI CORRELATI

CYBER COMMUNISM: come gli Americani stanno sostituendo il capitalismo nel cyberspazio

La terza guerra mondiale corre sulla battigia del pianeta dal 1945.

L’INTIMITA’ COME REGIME DEL NOI

Loading

Autore

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Caffè & Psichiatria

Ogni mattina alle 8 e 30, in collaborazione con la Società Italiana di Psichiatria in diretta sul Canale Tematico YouTube di Psychiatry on line Italia