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“Nella casa” di Ozon, figlio minore di “Morte a Venezia”

25 Feb 26

A cura di Matteo Balestrieri

Una lettura psico-cinematografica di Nella casa (2012) di François Ozon permette di mettere a fuoco un intreccio complesso di seduzione intellettuale, omosessualità latente, voyeurismo e invidia sociale. Il film, pluripremiato ma poco noto in Italia, non è soltanto un gioco metanarrativo sulla scrittura: è soprattutto un dispositivo che mette in scena il desiderio maschile nelle sue forme più ambigue e meno confessate.

Al centro del film vi è il rapporto tra il professore Germain (Fabrice Luchini) e il suo allievo Claude (Ernst Umhauer). Non si tratta di una semplice relazione pedagogica: è un legame fondato su una forma di seduzione che non passa attraverso il corpo ma attraverso l’intelligenza.

Claude seduce scrivendo. Ogni suo tema è costruito come una promessa, un frammento che chiede di essere continuato. Germain, frustrato insegnante con ambizioni letterarie mai realizzate, riconosce nel ragazzo un talento autentico. Ma ciò che lo attrae non è soltanto la qualità stilistica: è la vitalità creativa che lui sente di aver perduto.

Qui si attiva un meccanismo narcisistico evidente. Germain non ama Claude in quanto individuo autonomo; ama in lui ciò che avrebbe voluto essere. L’allievo diventa lo specchio dell’io ideale del maestro. La seduzione è quindi reciproca ma asimmetrica: Claude offre talento e mistero; Germain offre legittimazione e complicità. Il loro rapporto si fonda su un patto implicito: io ti ammiro, tu mi autorizzi.

È innegabile il parallelismo di questo rapporto con quello vissuto tra l’anziano Gustav von Aschenbach e il giovane efebo Tadzio nel racconto di Thomas Mann e in particolare nella trasposizione cinematografica di Luchino Visconti nel suo magistrale Morte a Venezia (1971). Con alcune differenze fondamentali, essendo il film viscontiano intriso di un’atmosfera crepuscolare, decadente e mortifera che manca invece nel film di Ozon. Le affinità delle storie non possono certo mettere sullo stesso piano qualitativo i due film, tuttavia l’idealizzazione autodistruttiva dei due anziani per Tadzio/Claude presenta simili elementi di tragicità, così come il rimando omosessuale, più eroticizzato comunque in Luchino Visconti.

Certo, le caratteristiche emotive delle due trame sono diverse. Il desiderio di Gustav von Aschenbach resta unilaterale e contemplativo, e Tadzio rimane silenzioso pur se è consapevole dell’attrazione di cui è oggetto, e un po’ ci gioca anche, mentre in Ozon il giovane partecipa attivamente al gioco e il confronto tra i due protagonisti è costante e vivace, fino a far sospettare alla moglie di Germain (Kristin Scott Thomas) un’attrazione omosessuale.

Nel film questa attrazione non è in effetti mai dichiarata apertamente, ma attraversa sottilmente la relazione tra maestro e allievo. Non si tratta di attrazione fisica esplicita; piuttosto di un’intimità esclusiva, di una complicità che esclude il mondo esterno.

Germain condivide con Claude ciò che non condivide con la moglie: entusiasmo, eccitazione, segreti. L’energia emotiva è investita nel rapporto con il giovane. La scrittura diventa il luogo di un’intimità che ha qualcosa di amoroso, sebbene sublimato. È una forma di eros intellettuale: il desiderio si sposta dal corpo alla mente, ma conserva una carica di tensione e di esclusività. Germain diventa progressivamente sempre più esigente, non ammette le cadute di stile di Claude, quelle cadute che lui stesso ha avuto nello scrivere il suo romanzo.

Claude, dal canto suo, sembra consapevole di questa tensione. Sa che il professore dipende dai suoi racconti; sa che ogni nuova puntata rafforza il legame. La sua seduzione è calcolata. In questo senso la relazione non è mai innocente: è un gioco di potere in cui il giovane manipola l’adulto sfruttandone il bisogno di sentirsi ancora vivo, ancora necessario.

L’omosessualità è dunque “latente” non perché repressa in senso moralistico, ma perché spostata su un piano simbolico: ciò che circola è un desiderio di esclusività e di fusione che prende la forma della complicità letteraria.

Un secondo grande tema si inserisce poi nel racconto: il voyeurismo. Claude si introduce nella casa del compagno di classe con il pretesto dell’amicizia e comincia a osservare la sua famiglia dall’interno. La madre diventa oggetto di attenzione, ma ciò che realmente interessa è il microcosmo domestico: abitudini, conflitti, fragilità.

Il voyeurismo di Claude non è soltanto erotico. È un modo per esercitare controllo. Guardare significa possedere simbolicamente. Trasformare in racconto significa appropriarsi. Ogni dettaglio osservato diventa materiale narrativo; ogni gesto intimo viene convertito in parola scritta.

Il film coinvolge anche lo spettatore in questo meccanismo. La macchina da presa visualizza ciò che Claude scrive, cancellando il confine tra realtà e finzione. Si crea così una catena voyeuristica: Claude guarda la famiglia; Germain guarda attraverso Claude; lo spettatore guarda attraverso entrambi. Il cinema stesso si rivela come dispositivo di intrusione.

Ma il voyeurismo è anche compensazione. Claude proviene da un ambiente familiare povero, segnato dall’assenza materna e dalla figura di un padre invalido. La casa borghese dell’amico rappresenta ciò che gli manca: stabilità, calore, ordine. Guardare quella famiglia significa avvicinarsi a un modello desiderato.

Qui emerge un altro dei nodi di ambivalenza del film: l’invidia verso la famiglia borghese. Claude ironizza sulla mediocrità di quella casa, ne sottolinea le banalità e le debolezze. Ma, al tempo stesso, ne è attratto. Vuole farne parte. Il suo sguardo è doppio: critico e desiderante.

L’invidia non resta però contemplativa. Si trasforma in infiltrazione e, infine, in distruzione. Entrando nel sistema familiare, Claude ne altera gli equilibri, cerca di sedurre la madre, destabilizza il padre, sfrutta l’amico. La famiglia che desiderava viene corrotta dall’interno.

Questo movimento — desiderare e distruggere — è tipico dell’invidia profonda: ciò che non si possiede viene prima idealizzato e poi annientato, perché la sua esistenza stessa ricorda la propria mancanza. Claude non può semplicemente entrare nella borghesia; deve smontarla, riscriverla, dominarla.

Parallelamente, Germain perde progressivamente tutto: il lavoro, la credibilità, la moglie. L’alleanza con Claude lo isola. L’energia psichica investita nell’allievo svuota gli altri legami. Alla fine restano solo loro due, davanti alle finestre illuminate di un palazzo. La scena conclusiva è emblematica: altre vite, altre storie da osservare attraverso le finestre aperte di fronte a loro, con il beffardo richiamo cinematografico di un omicidio in diretta come nella Finestra sul cortile di Hitchcock. Il voyeurismo non si esaurisce; si rinnova. La seduzione intellettuale diventa destino.

In conclusione, Dentro la casa di Ozon mette in scena un intreccio di desideri che non trovano mai pacificazione. La seduzione intellettuale sostituisce l’eros esplicito ma ne conserva la tensione; l’omosessualità latente si esprime come complicità esclusiva; il voyeurismo diventa forma di possesso simbolico; l’invidia sociale si trasforma in infiltrazione distruttiva.

Sono forse troppi i temi esplorati, tuttavia il film suggerisce pure che la scrittura non è neutrale: nasce da una mancanza, da un desiderio di appropriazione. Raccontare significa entrare nella vita degli altri, manipolarla, riscriverla. E chi si lascia sedurre dal racconto — come Germain — rischia di perdere se stesso.

In questo senso, l’opera di Ozon non è soltanto una riflessione sul potere della narrazione, ma un’indagine sulle zone più ambigue del desiderio maschile: il bisogno di specchiarsi nel giovane, di possedere attraverso lo sguardo, di distruggere ciò che si invidia. Non c’è redenzione finale né morte, solo la promessa di nuove finestre da osservare.

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