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Una battaglia dopo l’altra, l’America violenta di oggi e di sempre

25 Mar 26

A cura di Matteo Balestrieri

Una battaglia dopo l’altra, diretto da Paul Thomas Anderson e interpretato tra gli altri da Leonardo DiCaprio, Sean Penn e Benicio del Toro, si è imposto come il grande protagonista degli Oscar 2026, conquistando sei statuette tra cui miglior film, regia e sceneggiatura non originale. Anderson, autore tra i più importanti del cinema contemporaneo, ha costruito negli anni una filmografia coerente e riconoscibile, caratterizzata da uno sguardo profondo sui rapporti umani, sulle dinamiche di potere e sulle contraddizioni della società americana. Con questo film sembra portare a compimento una riflessione iniziata decenni fa, rendendola più esplicita e politicamente incisiva.

La vicenda si svolge tra il confine tra Stati Uniti e Messico e alcune aree interne del paese, segnate da tensioni sociali, militarizzazione e conflitti identitari. Il protagonista Pat (Leonardo Di Caprio) è un ex rivoluzionario, un uomo che ha attraversato stagioni di lotta ideologica e che ora vive una condizione di disillusione e marginalità. Coinvolto in una rete di traffici illegali e dinamiche violente, si trova costretto a intraprendere una fuga insieme alla figlia avuta dalla compagna Perfidia (Teyana Taylor), rivoluzionaria connotata da forte spirito egoistico. Nel corso del viaggio emergono verità nascoste, mentre il contesto circostante si fa sempre più ostile e instabile. La loro traiettoria attraversa territori segnati da presenze paramilitari, comunità isolate e zone d’ombra dove la distinzione tra legalità e illegalità si dissolve. Il percorso diventa così non solo una lotta per la sopravvivenza, ma anche un confronto con il passato e con ciò che resta delle proprie convinzioni.

Il film costruisce un affresco potente di un’America attraversata da fratture profonde, in cui il conflitto non è generico ma assume una connotazione precisa: quella di uno scontro tra identità “razziali”. In primo piano emerge la contrapposizione tra un’America WASP, chiusa e difensiva — incarnata dalla società segreta dei suprematisti “Pionieri del Natale” a cui ambisce il coprotagonista Lockjaw (un magnifico Sean Penn, a cui è andato un Oscar), colonnello ambiguamente ossessionato dalle ragazze di colore  — e le altre componenti etniche del paese: comunità afroamericane, ispaniche, indigene.

La violenza, in questo contesto, non appare come un elemento episodico, bensì come un linguaggio diffuso, quasi normalizzato. È il modo in cui i rapporti di forza si esprimono e si mantengono, il riflesso di una società in cui le istituzioni appaiono ambigue o insufficienti. Il titolo stesso, Una battaglia dopo l’altra, suggerisce una condizione permanente: non una singola guerra, ma una sequenza continua di conflitti che definiscono la realtà quotidiana. In questa prospettiva, il film sembra richiamare implicitamente una visione del mondo in cui il conflitto è costitutivo, inevitabile, parte integrante della storia e dell’identità. Ovvio e spaventoso il rimando all’attuale presidenza di Donald Trump, uomo profondamente violento e repressivo che avrebbe però voluto essere glorificato con il Nobel per la pace.

La riflessione sulle contraddizioni della società americana è di fatto inevitabile. Se da un lato l’immaginario nazionale e internazionale continua ad associare “l’America” ai valori di libertà, sicurezza e ordine, la realtà dice invece di un conflitto identitario dove la violenza prospera. La presenza di gruppi organizzati, più o meno ufficiali, e di dinamiche paramilitari contribuisce a creare un senso di instabilità che attraversa l’intero racconto. In questo senso, l’opera di Anderson si inserisce in un discorso più ampio sul rapporto tra mito americano e realtà, tra ciò che il Paese racconta di sé e ciò che effettivamente vive.

All’interno di questo scenario duro e frammentato, il rapporto tra il protagonista e sua figlia rappresenta il cuore emotivo del film. È un legame che si costruisce progressivamente, fatto di gesti, silenzi e protezione reciproca. La paternità, qui, non è un dato biologico ma una scelta, un’assunzione di responsabilità. Anche senza una consapevolezza piena del legame che li unisce, il protagonista agisce come un padre, mostrando come la cura possa emergere anche nei contesti più ostili. Questo elemento introduce una dimensione etica che attraversa l’intero film: la possibilità di costruire relazioni autentiche anche all’interno di una realtà segnata dalla diffidenza e dalla violenza.

Dal punto di vista stilistico, il regista conferma la sua capacità di alternare momenti di grande tensione a sequenze più intime e riflessive. I suoi film presentano spesso drammi psicologici di famiglie disfunzionali e di personaggi disadattati e disperati in cerca di redenzione. Rispetto ai film precedenti, Una battaglia dopo l’altra ripresenta il tema delle relazioni non convenzionali, già centrale in Magnolia (1999) e The Master (2012) con una nuova declinazione nel rapporto padre–figlia. Anche la riflessione sull’America come spazio di contraddizioni e conflitti è una costante della sua filmografia, ma in questo caso assume una forma più diretta e contemporanea. Se in opere come Il Petroliere (2007) il conflitto era legato alla nascita del capitalismo e del potere economico all’inizio del’900, qui si manifesta come tensione identitaria e sociale nel presente.

In definitiva, Una battaglia dopo l’altra si configura come un’opera matura e stratificata, capace di tenere insieme dimensione politica e profondità umana. Non è soltanto un film sulla violenza o sul confine, ma una riflessione sulla possibilità di costruire legami significativi all’interno di un mondo segnato dal conflitto. Attraverso la storia di un uomo e di una ragazza, Anderson interroga lo spettatore su cosa significhi davvero appartenere, proteggere e assumersi una responsabilità. E suggerisce, senza retorica, che anche in una realtà fatta di battaglie successive possa esistere uno spazio, fragile ma essenziale, per la relazione e per una forma minima, ma concreta, di umanità.

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1 commento

  1. Redazione Psychiatry On Line Italia

    Il peso dei sogni infranti: la maschera del “Drugo” in Una battaglia dopo l’altra
    La puntuale recensione appena pubblicata esplora le dinamiche dell’ultima opera di Paul Thomas Anderson, lasciando spazio a una riflessione ulteriore su un aspetto solo apparentemente secondario: il massiccio citazionismo del film, a partire dall’evidente ricalco de Il grande Lebowski.
    Il protagonista interpretato da Leonardo DiCaprio incarna in tutto e per tutto il modello esistenziale del “Drugo”. Tuttavia, in una prospettiva clinica e analitica, questa maschera non è un semplice omaggio cinefilo. Il ritirarsi in una condizione di passività slacker, l’uso di sostanze come anestetico e il rifiuto sistematico di ingaggiarsi con il principio di realtà rappresentano una complessa strategia di coping. È la reazione al trauma di una generazione di ex-rivoluzionari che, di fronte al fallimento dei propri ideali e all’aggressività del mondo circostante (incarnata dal colonnello Lockjaw), sceglie la fuga dissociativa.
    Le continue citazioni pop – da Scarface all’invulnerabilità di Tom Cruise – funzionano come meccanismi di difesa: frammenti di cultura di massa usati per riempire il vuoto identitario lasciato dal crollo delle illusioni collettive. Anderson ci mostra come, quando la spinta vitale e politica si esaurisce, la psiche cerchi rifugio in identità prefabbricate per non sentire il dolore di un lutto mai elaborato. Un film che, dietro la patina della commedia grottesca, espone un Disturbo Post-Traumatico da Stress su scala generazionale e l’impossibilità di trovare pace quando si è condannati a vivere “una battaglia dopo l’altra”.

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