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Black di Alexandre Dumas: per la prima volta in italiano.

14 Ago 26

A cura di PAOLO MILONE

Paolo Milone dialoga con Emanuela Schiano di Pepe

Oggi presentiamo in questa rubrica un’importante novità editoriale: la prima traduzione italiana di Black, romanzo pubblicato da Alexandre Dumas nel 1858. Tradotto e curato da Emanuela Schiano di Pepe, il romanzo è stato recentemente pubblicato (2025) nella collana Biblioteca del Vascello dall’editore Robin. La curatrice è traduttrice letteraria italiano/francese e francese/italiano. Genovese, vive da molti anni a Parigi. Il suo e il mio percorso si sono incrociati perché Emanuela, che per il suo lavoro aveva già frequentato i territori della salute mentale, nel 2023 ha tradotto magistralmente per l’editore Calmann-Lévy il mio libro L’arte di legare le persone. L’interesse di Emanuela per la psichiatria è emerso in vari modi nel suo lavoro ma di questo parleremo in conclusione della nostra conversazione.

Sono molto contento di avere l’occasione di ospitare Emanuela in questa rubrica e per di più per la traduzione di un romanzo di Alexandre Dumas. Ho molto amato questo autore, come una moltitudine di lettori, e in special modo chi lo ha conosciuto nelle letture giovanili. Devo dire che mi sono stupito molto di non conoscere questo libro, e mi sono stupito ancor di più leggendolo: non è affatto un’opera minore, immeritevole di attenzione. È un bellissimo romanzo dell’ottocento, ovvero un appassionante romanzo d’avventura, d’amore, di psicologia e descrizione sociale. La prima domanda inevitabilmente è: come mai questa perla, questo romanzo è così poco conosciuto in Italia e non è mai stato tradotto in italiano?  

Quando si pensa a Dumas, si pensa al Conte di Montecristo, ai Tre Moschettieri, alla Regina Margot… invece quest’opera non ha conosciuto né la risonanza popolare né la posterità critica dei grandi romanzi d’appendice, ed è poco studiata. Black è un testo tardivo, appartiene a una vena più intimista e sentimentale, quasi aneddotica, lontana dalla grande macchina storica e romanzesca che Dumas padroneggiava a meraviglia, e quindi forse semplicemente non rispondeva all’aspettativa dei suoi lettori.

Cosa intendi per vena più intimistica?

Se Dumas eccelle abitualmente nel respiro epico, nell’avventura collettiva e nella grande storia, in Black racconta invece una relazione affettiva semplice e profonda. Questa scala ridotta, questo sguardo sull’intimità, corrisponde già alla sensibilità romanzesca del XX secolo.

In questo senso il libro dà prova di una certa modernità?

Nel 1858, la Francia è sotto il Secondo Impero di Napoleone III. Il romanzo d’appendice è al suo apogeo, ma il gusto del pubblico comincia a evolversi verso forme più realistiche (Flaubert pubblica Madame Bovary nel 1857, un anno prima di Black). Dumas avverte forse questo scivolamento ed esplora con Black una via più contemporanea, dichiarando l’intenzione di scrivere «un romanzo completamente nuovo», che cominci \dalla fine piuttosto che dall’inizio. Questo gesto metaletterario rivela una lucida consapevolezza delle convenzioni romanzesche del suo tempo e la volontà di sovvertirle non senza una dose di autocritica e di autoironia.

Una dichiarazione di intenti metaletteraria che – mi sembra – trova conferma nei personaggi, nei temi e anche nei toni.

Il protagonista “umano” del libro, il cavaliere de La Graverie, è un antieroe, un borghese afflitto da tristi vicende personali che riesce ad affrontare grazie all’incontro fortuito con il coprotagonista del romanzo: il cane Black. Quest’ultimo spezza il disincanto del cavaliere guidandolo alla riscoperta del mondo e di sé attraverso una successione di avventure rocambolesche. La distanza che separa questo buffo ometto dagli eroi giovani e impetuosi delle grandi saghe è chiaramente proposta da Dumas in una chiave ironica (e autoironica) che convive con un’ispirazione drammatica e a tratti melodrammatica. Mi sembra che questo equilibrio sia uno degli aspetti più intriganti del romanzo, e anche uno dei più spiazzanti.

Hai incontrato particolari difficoltà nella traduzione di Black?

La cosa più difficile in questa traduzione è stata riuscire a conservare intatto l’umorismo di alcuni passaggi. L’ironia di certi dialoghi e di certe descrizioni fonda la sua efficacia su ritmi e tempi ben determinati, che Dumas dimostra di padroneggiare a meraviglia. Se il libro non presenta notevoli ostacoli linguistici e sintattici, dal punto di vista stilistico ho dovuto fare i conti con la restituzione di questa vena caratteristica della commedia.

Dumas è noto per la sua produzione letteraria molto vasta: in che misura il ricorso sistematico a collaboratori “fantasma” ha contribuito alla straordinaria prolificità di Alexandre Dumas?

Dumas, come è noto, è uno dei maestri del feuilleton, modalità di pubblicazione a puntate su riviste e quotidiani basato sulla fidelizzazione dei lettori che all’epoca era in piena espansione. Per sostenere un ritmo molto elevato di produzione (gli scritti di Dumas sono sconfinati) egli si avvaleva dell’aiuto di autori, rimasti per lo più nell’ombra, che avevano l’incarico di effettuare ricerche a monte delle opere o di fornire prime stesure, trame che in seguito Dumas affinava e drammatizzava personalmente. Questo metodo di lavoro che fa pensare ad una vera e propria officina letteraria, o “bottega”, ha suscitato molto interesse per la sua modernità ma ha anche sollevato molti interrogativi, altrettanto moderni, riguardo al riconoscimento dei ruoli autoriali e dei relativi diritti.

Quale è stato il percorso, o l’occasione che ti ha portata a questa traduzione?

Ho proposto il libro alla Biblioteca del Vascello perché è una collana ricca di testi stranieri inediti o dimenticati, gli editori hanno quindi accettato con entusiasmo la mia proposta che corrispondeva alla loro politica e vocazione editoriale. Per motivare le ragioni di questa scelta torno a evocare il carattere inatteso di Black, lo scarto che distanzia questo libro rispetto alla produzione maggiore e più nota di Alexandre Dumas. Questa sottile “eccentricità” il lettore la percepisce pagina dopo pagina, familiarizzando con dei personaggi imperfetti e talvolta malconci, in cui convivono contraddizioni e conflitti estremamente umani. È un universo in cui la complessità delle esistenze si rivela attraverso la semplicità di personaggi ordinari che l’occasione rende straordinari.

Questa nostra rubrica guarda al confine tra letteratura e psichiatria e se ti ho invitata è anche perché, come dicevo all’inizio, da traduttrice frequenti il territorio della psichiatria.

Mi sono avvicinata a questi argomenti con la curiosità di una lettrice, attratta da scritture singolari, poco classificabili, verso le quali ho poi rivolto un interesse anche più propriamente linguistico, come traduttrice. L’inizio di un tragitto anche molto casuale, ma influenzato da un’attenzione verso certi temi, è forse segnato dalla traduzione del Diario di Mireille Havet, pubblicato in Francia da Claire Paulhan e accolto in Italia dalla casa editrice Editoria e Spettacolo. È un esempio di scrittura ibrida tra prosa e poesia, tra cronaca e introspezione, scritto in una lingua mai neutra, mai levigata, espressione di un’esistenza sull’orlo della dannazione; l’edizione francese cita in copertina un estratto: “Il mondo intero ti tira per il ventre”. Alcuni anni dopo questa traduzione, Philippe Aigrain, fondatore della casa editrice francese Publie, ha aderito all’idea di pubblicare una raccolta di poesie di Fabrizia Ramondino (la cui opera letteraria è una risposta in sé a tante domande e tanti silenzi che avvolgono la questione psichiatrica), raccolta che ho tradotto e curato. Quando l’Arte di legare le persone è uscito per Einaudi ne ho proposto alcuni passaggi tradotti ad una rivista d’oltralpe che li ha recepiti con entusiasmo, prima che l’editore Calmann-Lévy che ne aveva acquisito i diritti decidesse di affidarmi la traduzione del testo integrale.

Hai citato Fabrizia Ramondino. Tu leggi e traduci molta poesia e conoscendoti si capisce che la poesia per te non è solo un interesse ma un modo di affrontare il mondo.

Curo da alcuni anni una rubrica di traduzione di poesia italiana contemporanea sulla rivista Remue.net e mi piace selezionare testi che a mio parere hanno un colore comune, una coerenza di toni e paesaggi. La natura occupa un posto centrale in queste poesie, come una dimensione in cui il corpo e lo spirito delle donne e degli uomini esprimono le loro inquietudini e le loro ferite. Una scrittura in versi liberi e un linguaggio concreto, che privilegia un discorso spogliato di artifici retorici.

Nel 2024 hai anche ottenuto in Francia una borsa di residenza dal CNL (Centre National du Livre) che ti ha permesso di trascorrere due mesi presso un ospedale psichiatrico aperto delle Hautes-Alpes. Ce ne parli?

Ho ottenuto questa borsa presentando un progetto ispirato all’Arte di legare le persone che ho chiamato “Conversazione generale”. Tradurre questo libro è stato un lavoro bello e impegnativo, che ha richiesto un lavoro di ricerca piuttosto approfondito. Quando si traduce un testo fortemente ancorato ad un universo specifico ci si costruisce una rete di riferimento composta da “esperti” a cui rivolgere domande tecniche, per fare le scelte opportune dal punto di vista linguistico. Per adoperare un vocabolario il più possibile giusto e centrato è necessario comprendere l’universo nel quale ci si inoltra, godere di una prospettiva d’insieme facendo anche un passo indietro rispetto all’opera in questione. Diciamo che una volta che il libro era uscito in Francia, non ero pronta a chiudere il vasto cantiere che avevo aperto e ho cercato il modo di proseguire il percorso iniziato. Durante il periodo di residenza in ospedale ho lavorato insieme a Benoît Vincent, che è scrittore e naturalista, organizzando laboratori di lettura e scrittura con i pazienti e il personale della struttura e anche diversi incontri con le biblioteche e librerie dei dintorni nell’intento di creare ponti tra l’ospedale e il territorio che lo accoglie; l’interno e l’esterno. Alla fine della residenza abbiamo pubblicato un’opera poetica dal titolo Paramar (Gros Textes, 2026) che è un intreccio di geografia e delle vite fragili che la abitano: una cartografia sensibile che dà voce al luogo di cura. Ad aprile siamo tornati sul posto per “restituire” il libro al territorio, con una serie di incontri all’ospedale, in biblioteche e librerie della regione ed è stato un momento di scambio molto carico di senso nella prospettiva di quella conversazione diffusa avviata mesi prima.

Stante questa tua esperienza sul campo, e il tuo occuparti di realtà psichiatriche sia in Italia che in Francia, c’è qualche differenza che ti ha colpito nell’approccio culturale alle tematiche psichiatriche nei due paesi? E stante la tua attività di traduttrice, dunque di chi si occupa di parole, c’è qualche differenza che ti ha colpito nell’uso delle parole tecniche, nel lessico psichiatrico, tra i due paesi? 

Partendo dalla premessa che la mia è una conoscenza molto frammentaria ed empirica del sistema e dei metodi, il semplice fatto di aver trascorso un periodo di lavoro all’interno di un ospedale psichiatrico mi ha inserita in un contesto privo di analogia con la realtà italiana. Se l’Italia ha abolito per legge gli ospedali psichiatrici, la Francia ha mantenuto le strutture ospedaliere psichiatriche riorganizzandole in “settori” territoriali collegati a un ospedale di riferimento, attuando in un certo senso un processo di deistituzionalizzazione parziale, di trasformazione dall’interno. Le considerazioni culturali e sanitarie relative a questa fondamentale differenza tra i due paesi costituiscono una questione complessissima che non sono ovviamente in misura di approfondire. Se torniamo sul terreno della lingua e del linguaggio premetterei che la lingua francese è una lingua cartesiana,  orientata verso una precisione terminologica che comporta una tendenza di rinnovamento continuo di termini tecnici in campo amministrativo. A differenza che in Italia, direi, la lingua comune si mostra più permeabile a tali evoluzioni, forse per la natura marcatamente centralizzata della macchina amministrativa. Ad esempio la familiarità francese con gli acronimi è un aspetto abbastanza sorprendente. Quando ho tradotto L’arte di legare le persone, questo scarto culturale si è manifestato in modo concreto perché nel libro sono presenti termini generici che fanno riferimento al vocabolario comune utilizzato per indicare per esempio strutture, trattamenti, approcci terapeutici… Quasi un linguaggio “vernacolare”, universale, comune. In francese questo tipo di terminologia sarebbe stato percepito come desueto, impreciso e quindi spiazzante, ma d’altra parte se avessi fatto ricorso all’acronimo più recente e quindi indubbiamente più esatto, questo stesso termine sarebbe risultato “scaduto” nel giro di pochissimo tempo. La scelta, concordata con l’editore, è stata quindi quella di stabilire una sorta di via di mezzo, la cui “stranezza” probabilmente percepita dal lettore francese, rappresenta – almeno nelle mie intenzioni – il richiamo doveroso alla dimensione letteraria e finzionale del libro. Una specie di tempo sospeso che, lo spero, restituisce la forte dimensione poetica del testo originale. 

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Ringrazio Emanuela per la sua disponibilità e grazie per la traduzione di Black che ci fa conoscere un Dumas poco conosciuto.

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