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Due foglie di bietola. Letteratura, psichiatria e abuso

12 Feb 26

A cura di FRANCA PEZZONI e GIACINTO BUSCAGLIA

Era già vestita con i panni dell’Istituto, un abito color topo.
Rapide domande sul nome, la nascita, il luogo di provenienza.

“Perché l’hanno portata qui, in manicomio?”.
“Per via di un sogno”.

“Un giorno dalla finestra vidi un uomo entrare nel nostro orto, un vicino di casa, un  giudice… Colse alcune foglie di bietola.”
“Ebbene?”.
“Due foglie di bietola sono una pochezza, non costano niente. Ma era già un furto?  Quel giudice era nel peccato? Non importava il costo, era la purezza che non c’era  più. Come facevo a credere in lui, che continuava a passare davanti casa con la  borsa sotto il braccio?”.

Poi ci furono le bugie. Mi accorsi che mio zio e anche mio padre spesso dicevano  bugie, piccole, meno piccole. Erano piccole, ma quegli stessi potevano dirle di più  grosse, più grandi. E allora?”.
“Dunque è il sospetto, che se uno commette un piccolo male, è anche capace di uno grande”.

Questo dialogo fa parte di un episodio descritto nel romanzo di Mario Tobino Per le  antiche scale: lo psichiatra insieme con un’infermiera parla per la prima volta con  una ragazza appena arrivata in Ospedale Psichiatrico, per diagnosticare se è affetta  o meno da un disturbo mentale. In un primo tempo la paziente appare molto  adeguata, proviene da un ambiente religioso, si esprime con proprietà. Lo psichiatra, per tutto il corso del colloquio, spera fino all’ultimo di trovarsi davanti  ad una persona sana.

“Allora, posso dire il sogno? E’ per quello che sono qui”.
“Dica. L’ascolto”.
“Lo zio nel sogno mi lusingava”.
“Niente di male. Si può sognare tutto. Non c’è imputabilità. Il sogno è veramente  libero, non lo può arrestare nessuno”.

“Finché una notte avevo sognato che era venuto in camera mia, dentro il mio letto.  Io avevo partecipato e la mattina dopo trovai le macchie… il sangue, ha capito? Le  regole”.
“Un fatto della natura, regolare. Tutte le ragazze ogni mese”.
“Cominciò una furia nella mia testa. Se quel sangue non era del periodo ma perché  ero sottostata, avevo condiviso, avevo partecipato. Se non era un sogno e mio zio  era venuto, davvero era entrato nella mia stanza? Mio zio, quello stesso che diceva  le bugie; di giorno non era onesto, così la notte”.

La ragazza continua ad aggiungere particolari sempre meno verosimili e lo  psichiatra, pur continuando a sperare che non sia pazza, diventa sempre più  perplesso e a disagio.

“Addio, si svela” mormorò dentro di sé il dottore che si era affezionato. “Addio, svela il delirio, le allucinazioni”.

“Se la sente che io parli davvero chiaro?”.

“Sono i bambini che hanno corrotto Gesù”.
“Come?”.
“Li ho visti io” e alla sua voce si aggiunse qualcosa di metallico.
“Li ha visti?”.
“Gesù era sulla croce, non si poteva muovere, era inchiodato. I bambini si  avvicinarono, slacciarono ai fianchi la seta, lo snudarono. Si gettarono avidi”. La  ragazza continuò tranquilla, assoluta, a dare ogni particolare.
La caporeparto abbassò la testa, poi volse gli occhi al medico come dicesse: “E’ il nostro mestiere”.
Lo psichiatra non aveva più voglia di ascoltare, voleva distrarsi, pensare ad altro: “Ma sì! Una matta, una folle come tante altre, una delirante, erotica, allucinata”….Invece rimaneva immobile, privo di ogni iniziativa, vinto da un’angoscia, uno  smarrimento e, contro la sua volontà, si muoveva dentro di lui un’interrogazione,  assurda, avversa ad ogni propria convinzione: “E se fosse proprio così? se fossero i  bambini ad avere annidato il male? ingannandoci con la loro sembianza? Se fossero  loro a spargere i semi delle tristi passioni, delle perversità?”.

Non l’ascoltava più. Adesso era tutto intento a riudire le parole di quel suo amico…  quando una sera… come a farsi perdonare per il suo peccato, disse: ” “Credimi, credimi, non sono io, sono i bambini che mi cercano, sono loro a propormi, a provocarmi, a trascinarmi, sono loro perversi che mi gettano il seme del vizio”. 

Tobino  descrive con rara abilità artistica e competenza tecnica un primo colloquio diagnostico: il suo racconto, di soltanto dieci pagine, affronta il tema dell’abuso  con strumenti letterari e dimostra una grande  capacità di verità e di conoscenza,
È probabile che la paziente di Tobino stia descrivendo un abuso effettivamente avvenuto e che dalla sua esperienza traumatica sia nato successivamente il delirio che, come diceva Freud, contiene comunque un nocciolo di verità storica.

La paziente e il medico nel corso del dialogo sembrano seguire l’iter che la psicoanalisi ha percorso durante la sua storia: la ragazza  passa dal descrivere la perdita di fiducia negli adulti e  l’abuso a  invalidare tutta la credibilità del proprio racconto con evidenti deliri e, infine, ad  incolpare i bambini di essere invece  perversi e seduttori nei confronti degli adulti. Lo psichiatra a sua volta dà credito alla veridicità delle parole della ragazza ma poi, mosso dai contenuti deliranti, passa a considerare le sue parole come prive di contenuto reale e a formulare una diagnosi di pazzia; alla fine del dialogo arriva a dubitare, anche sulla base delle idee di un amico artista e pedofilo, che i bambini siano effettivamente perversi e rischia di arrivare a formulare una teoria che non riguarda la sola paziente ma tutta la realtà: sono i bambini ad essere perversi.

In pratica tutti e due, sia la paziente che lo psichiatra, ritrattano le loro precedenti  credenze, arrivando a rincarare la dose, cioè ad accusare le vittime di essere le vere colpevoli. Sembra che non basti semplicemente  lasciar cadere come non vera l’ipotesi dell’abuso, ma che si debba anche ribaltare la situazione, facendo apparire moralmente riprovevoli i bambini e loro vittime gli adulti.  La diagnosi viene descritta da Tobino come un processo e non con un’azione puntuale, isolata nel tempo: al processo  partecipano entrambi, medico e paziente, interagendo e influenzandosi a vicenda. 

Freud nelle sue formulazioni teoriche sembra aver compiuto lo stesso percorso descritto nel breve racconto, che non a caso si intitola I bambini perversi. Nei suoi primi lavori sull’isteria era arrivato a scoprire che molti pazienti sia uomini che donne erano stati vittime di abusi. Successivamente Freud non si limita a ridimensionare questo dato, ma  compie una vera e propria ritrattazione: i traumi raccontati non sono effettivamente avvenuti ma sono frutto delle fantasie  dei bambini.
Nel 1905 nei Tre saggi sulla teoria sessuale formula la sua teoria: il bambino è un perverso polimorfo. Nei decenni successivi l’inesistenza dell’abuso reale diviene una convinzione condivisa nella psicoanalisi: se i pazienti narrano un trauma, è in realtà un frutto dei loro desideri. Anche quando la realtà del trauma era documentata, la teoria finiva per sostenere che fosse “voluto” dall’inconscio del bambino. Tra fantasia e ricordo non veniva più riconosciuta alcuna differenza clinicamente rilevante. In questo modo non furono messe a tacere solo le rivelazioni del passato, ma anche quelle future, destinate per molto tempo a essere interpretate come invenzioni patologiche. Soltanto l’intervento di un ricercatore esterno, Jeffrey Masson, che ha pubblicato il suo libro Assalto alla verità. La rinuncia di Freud alla teoria della seduzione nel 1984, ha messo in crisi questo assunto che sembrava indiscutibile.

La teoria scientifica a cui si aderisce sembra assolutamente corretta e va perciò applicata coerentemente senza eccezioni: i bambini sono perversi e nelle persone che riferiscono abusi passati vanno modificati sentimenti e convinzioni per adeguarli alla teoria.

A partire dagli anni Ottanta del Novecento è cominciato uno studio sulla sequenza innescata dalla rivelazione dell’abuso nell’individuo e nel suo ambiente (Summit, 1983): lo svelamento rappresenta soltanto l’inizio di ulteriori traversie. L’autore dell’abuso reagisce accusando la vittima di perfidia, promiscuità, inaffidabilità, oppure la accusa di averlo sedotto e incoraggiato: non è successo nulla, la vittima si è inventata tutto, scambia i propri desideri per la realtà, oppure i fatti sono avvenuti ma corrispondono ai reali desideri di chi li ha subiti. L’ambiente e i parenti sentono che tutto il loro mondo è scosso e tentano di sopprimere la verità, o almeno di minimizzare ed esercitano forti pressioni perché la vittima ritratti. Questa è soggetta a una grave perdita di autostima, perché pensa di essere stata in qualche modo parte attiva, perché viene espulsa dalla famiglia,  perché prima ha taciuto e poi ha rivelato. La ritrattazione è molto frequente e rappresenta un trauma ulteriore che si va a sommare al precedente, in quanto comporta disperazione e perdita della fiducia nella possibilità di chiedere aiuto e prima ancora nella propria capacità di discernere la realtà. Le risposte inefficaci o accusatorie alla rivelazione rinforzano la tendenza del bambino a trattare il trauma non come un fatto realmente avvenuto ma come un evento intrapsichico e ad accumulare senso di colpa, dolore e rabbia. 

Come abbiamo già detto, Freud, nell’arco della sua carriera scientifica, sembra aver percorso tutta la sequenza descritta, prima dando ascolto alle pazienti, poi vergognandosi della propria credulità e facendo pubblica ammenda, indi rincarando la dose e costruendo una teoria in cui il bambino è perverso-polimorfo e in pratica si immagina/inventa tutto.
Si possono citare come esempio di ritrattazione le sue parole aggiunte nel 1924 a Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa (1896): “Quest’ultima parte è dominata da un errore che io, in seguito, ho più volte denunciato ed emendato. A quell’epoca non sapevo ancora distinguere le fantasie degli analizzati circa gli anni della loro infanzia dai ricordi reali. Per questo attribuivo al fattore etiologico della seduzione un significato e un’universalità che non ha”.

Per sua natura l’abuso suscita forti e complesse reazioni emotive: l’aspetto che colpisce nel racconto di Tobino è la precisione con cui in poche pagine viene descritto il percorso che gli studiosi sono riusciti a fatica a individuare solo recentemente e che lo stesso Freud ha esemplificato nella sua evoluzione teorica.
L’abuso non riguarda soltanto la vittima e il perpetratore ma la comunità, scientifica e sociale, che viene chiamata a  prendere posizione. Freud riteneva che la teoria della seduzione avrebbe disturbato il sonno del mondo. In effetti l’ammissione della frequenza dell’abuso e della gravità delle sue conseguenze obbligherebbe psichiatri e istituzioni a un lavoro molto impegnativo di revisione teorica e di denuncia.

Viene in mente il terribile racconto La piccola Roque di Maupassant, in cui lo stimatissimo sindaco del paese abusa di una bambina e la uccide, facendo vacillare tutto l’assetto dell’intero circondario. Il romanziere coglie uno degli aspetti fondamentali della violenza, e cioè il fatto che per sua natura coinvolga non solo i diretti interessati, ma tutto l’ambiente, nei ruoli diversi di complice, testimone, salvatore, accusatore, mistificatore..
Nel caso descritto da Tobino è possibile che la paziente, a causa del grave trauma rappresentato dall’abuso, abbia poi sviluppato un delirio connesso all’evento sconvolgente. L’aspetto più grave, magistralmente descritto nel racconto, è la perdita della fiducia di base nel mondo. La ragazza all’inizio del colloquio rivela con estrema chiarezza come abbia perduto per gradi la possibilità di fidarsi, vedendo gli adulti che la circondavano e per primo il vicino giudice commettere scorrettezze apparentemente insignificanti e dire bugie che minavano la loro credibilità. Con parole di assoluta efficacia, la paziente dice di aver perso i legami con tutti, di essere una povera mendicante. Non si fida nemmeno di se stessa, dubita di aver sognato e soprattutto si autoaccusa, si addossa la responsabilità di quanto è accaduto e pensa che lo zio e il padre (forse sono in realtà un’unica persona) la disprezzeranno e non la vorranno più. Intorno a lei si è creato il vuoto.

Il libro di Tobino Per le antiche scale è del 1972, il libro di Masson, Assalto alla verità in cui l’autore critica le teorie di Freud sull’abuso sessuale è del 1984. La letteratura in questo e in altri casi dimostra di essere in anticipo rispetto alle teorie scientifiche, o meglio forse in un’altra dimensione temporale. Lo scrittore da un lato non deve sottostare a stringenti criteri di riproducibilità e di verificabilità, dall’altro non è in realtà libero di dire quello che vuole, ma se è un vero scrittore deve invece seguire la verità emotiva che deriva dall’esperienza umana. In questo senso la pagina letteraria concentra in poche pagine un  iter che la psicoanalisi ha percorso, e non del tutto, in cento anni.

Tobino inoltre dimostra coraggio perché alla fine del racconto descrive quello che avviene in lui stesso: per un momento dubita, come sembra suggerirgli un amico artista e pedofilo e come dice la paziente nel suo delirio, che non siano invece i bambini stessi ad essere perversi e a tentare gli adulti. In questo rivela una grande verità e cioè la contaminazione pervasiva che si sprigiona dall’abuso e che non riguarda soltanto gli avvenimenti ma la corruzione dei criteri di verità e falsità e di bene e male nel più profondo delle persone coinvolte. Piccoli dettagli, come il furto di due foglie di bietola, ad altri sarebbero parsi trascurabili, mentre sono messi in risalto da Tobino con grande finezza e profondità clinica e umana: assistendo al furto da parte del giudice, cioè dell’autorità che dovrebbe garantire la legge, la paziente comincia a dubitare della credibilità e dell’onestà di tutti.

Come dice Calvino, un classico è un libro che non ha mai esaurito ciò che ha da dire ai suoi lettori, un libro al quale non si può rimanere indifferenti. In questo senso questa interpretazione del racconto di Tobino non è che una delle possibili future letture, e la prova della sua fecondità. Mentre le teorie scientifiche per loro natura e loro esplicita ammissione, in un senso sono ‘a perdere’ perché devono essere sostituite da altre nuove, le opere letterarie conservano sempre una carica di conoscenza, quando ovviamente sono costruite sull’esperienza sofferta e sulla storia irripetibile di un vero essere umano.

È in questo senso che la letteratura possiede un valore conoscitivo autonomo: non dimostra, ma mostra. E proprio per questo arriva talvolta dove la scienza si arresta. La psichiatria potrebbe trarne un vantaggio decisivo, se riuscisse, anche solo temporaneamente, ad allentare il vincolo esclusivo con il modello scientifico che la struttura e ad ascoltare ciò che la narrazione rende evidente prima della teoria.

 

 

BIBLIOGRAFIA 

Calvino I. (1991) Perché leggere i classici, Mondadori, Milano
Freud S. (1887-1904) Lettere a Fliess, Bollati Boringhieri, Torino 2008
Freud S. (1892-95) Studi sull’isteria, Opere, vol. I, Boringhieri, Torino, 1967
Freud S. (1896) Etiologia dell’isteria, Opere, vol. II, Boringhieri, Torino, 1968
Freud S. (1896) Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa, Opere, vol. II, 1968
Freud S. (1905) Tre saggi sulla teoria sessuale, Opere, vol. IV, Boringhieri, Torino, 1970 19.  Masson J. M. (1984) Assalto alla verità. La rinuncia di Freud alla teoria della  seduzione, Mondadori editore
Maupassant G., (1885) Tutte le novelle, Mondadori, Milano 1999
Summit R. (1983), “The child sexual abuse accomodation syndrome” In Child Abuse and Neglect, 7, pp. 177-193
Tobino M. (1972) Per le antiche scale, Mondadori, Milano

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