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Eugenio Borgna: uno psichiatra in dialogo con gli scrittori

21 Lug 26

A cura di GIACINTO BUSCAGLIA

Ospitiamo con piacere il contributo di Stefano Redaelli:

Molto si è scritto di Borgna sulle pagine di questa rivista. E molto si scriverà: di uno dei più grandi psichiatri italiani del XX (e XXI) secolo, ci sarà sempre da dire, da mettere in luce.
È ben nota la vasta cultura letteraria di Borgna, la rilevanza di essa nel suo lavoro di psichiatra. Non lo è altrettanto un aspetto apparentemente meno rilevante: il suo rapporto con gli scrittori.
Eugenio Borgna leggeva. Leggeva di tutto: psichiatria, filosofia, spiritualità, letteratura (soprattutto). Leggeva i grandi scrittori (Sylvia Plath, Antonia Pozzi, Giacomo Leopardi, Alda Merini, Emily Dickinson, Rainer Maria Rilke, Clemens Brentano, Hermann Hesse, Mario Tobino…), li citava con la medesima frequenza e rilevanza dei grandi psichiatri (Jaspers, Binswanger, Basaglia…). E leggeva i piccoli: autori meno conosciuti, che avevano il coraggio, la fiducia, la sfacciataggine, di mandargli i propri lavori; sempre scritti legati alla salute mentale, alla psichiatria in senso lato (lato come la sua intelligenza, sensibilità, cultura).
Leggeva e riscriveva agli autori, offriva i suoi commenti, parole di apprezzamento, illuminava i nessi tra letteratura e cura: una specie di benedizione per chi li riceveva.
(Chi, oggi, risponde alle mail di sconosciuti, dedica il suo tempo a manoscritti senza raccomandazioni? Chi tratta con la stessa gentilezza e attenzione – attributi eminentemente borgnani – grandi e piccoli? La lista, temo, sarebbe esigua.)
Chi ha avuto la fortuna di essere letto da Borgna (e aver ricevuto una sua lettera) gli è particolarmente grato. Giacinto Buscaglia e Franca Pezzoni, psichiatri scrittori, autori della raccolta di racconti: CIM Cento imperfetti mondi, lo sono. Così come il giovane poeta Marco Zungri, alla cui raccolta di poesie, Quadernino blu, Borgna regala la prefazione. Gli sono grato anche io, per la lettura di Beati gli inquieti e Ombra mai più, per quello che mi ha scritto.
Con il consenso degli autori vorrei riportare alcuni frammenti delle mail di Borgna, per evidenziare cosa lo psichiatra maggiormente apprezzasse: non tanto nello specifico autore o testo, ma nell’atto stesso di voler scrivere letterariamente di sofferenza psichica e cura.

Inizio da Giacinto Buscaglia e Franca Pezzoni:

Caro Giacinto e cara Franca Pezzoni, un libro straordinario che ho letto con tanta emozione, anche per il suo grande fascino letterario di una ampiezza tematica estesa non solo ai libri, ma anche ad altre forme di espressione. La psichiatria che riemerge è affascinante, umana e gentile: come la definisco da sempre, una psichiatria dell’ascolto, dell’accoglienza, della gentilezza, della umanità che contribuiscono a contrassegnare la sua fisionomia a questo libro. Un testo che si legge anche per questa felicità narrativa; anche editorialmente è bellissimo. Quando lo si è letto fino in fondo, chiudendolo, si è assaliti da una nostalgia degli incontri e dei temi, che lo stesso fa nascere.

Continuo con uno stralcio dell’introduzione alle poesie di Marco Zungri:

Gentile Marco Zungri, le sue poesie sono bellissime. Le ho lette con interesse non solo, anche con entusiasmo. Le parole, che sono creature viventi, come lei sa, nascono luminosissime e coloratissime dalle sue poesie intessute di pensieri, di immagini, di metafore, di sogni, di silenzi, di carezze che mi hanno affascinato. […] Ci sono anche i temi che sono stati e sono tuttora anche i miei, come quelli della fragilità, del silenzio del cuore, del sorriso e dei trasalimenti dell’anima, che anche nei miei libri, molto descrittivi, ho sempre cercato di raggiungere, ma che lei raccoglie fulmineamente. Questi sguardi, queste parole, questi sorrisi: che luce in queste parole […] Le mie parole cercano di commentare le sue, ma le sue hanno questa impronta lirica che le mie non hanno mai avuto.

Concludo con lo stralcio di una mail che custodisco con commozione:

Caro Professore, ho letto il suo ultimo libro che ha ridestato in me risonanze emozionali non diverse da quelle che erano state le mie nel leggere “Beati gli inquieti” […] Non sono molti, come lei sa, gli psichiatri che, almeno in Italia, nonostante questa legge straordinaria, sappiano cogliere fino in fondo la stremata umanità della follia. Il suo libro è la testimonianza della sensibilità e della fragilità che sono legate non alla psichiatria clinica dominante, ma a quello che Basaglia ha rifondato genialmente. Il suo libro riesce a fare riemergere dalla prima all’ultima pagina la sua capacità di immedesimarsi nel mistero della follia e nella importanza radicale che ha il linguaggio non solo nella delimitazione tematica della psichiatria, ma dalle ferite dell’anima che si presentano continuamente. 

Queste sono solo alcune delle mail di Borgna agli scrittori che gli sottoponevano i loro testi, ma sono sufficienti per identificare tre idee chiave sul rapporto tra scrittura e psichiatria:

          la scrittura come “nostalgia di incontri”;
          la necessità di una “impronta lirica” per dire “la stremata umanità della follia”;
          la scrittura come “immedesimazione”.

Mi limito a un breve commento di ogni punto.

La scrittura come nostalgia. 

Scriviamo per raccontare incontri: decisivi, mancati, desiderati, impossibili. Come quelli tra paziente e psichiatra, tra chi soffre l’indicibile strazio di smarrire se stesso e chi dovrebbe aiutarlo, porre rimedio. Borgna credeva che la parola letteraria, il racconto, la poesia, fossero strumenti preziosi di incontro e relazione.

La necessità di un’impronta lirica. 

Di questo era assolutamente convinto e ne aveva scritto in più di un saggio: la letteratura consente alla psichiatria di dilatare la conoscenza dell’anima, la aiuta ad avvicinarsi al mistero delle soggettività ferite dal dolore dell’angoscia, dalle inquietudini. La parola poetica lambisce l’emozione, il dolore indicibile, un attimo prima di farsi silenzio.

La scrittura come immedesimazione. 

Scrivere ci costringe ad assumere punti di vista. Un punto di vista vuol dire tre cose: uno sguardo, una conoscenza, una convinzione. Per questo in narratologia si parla di punto di vista percettivo: quello che vedo, ascolto, sento. Cognitivo: quello che so, le mie conoscenze pregresse. Epistemico: quello che credo, le mie convinzioni, il mio sistema di valori. Assumere un punto di vista vuol dire assumere questo spazio (almeno) tridimensionale dell’esperienza, della percezione, delle convinzioni dell’altro, sia esso un personaggio fittizio sia essa una persona vivente: sia esso un paziente psichiatrico.

Scrivere e leggere per imparare a immedesimarsi: uno dei pilastri della psichiatria fenomenologica di Borgna, che trova nella letteratura il suo alleato naturale: “Non c’è psichiatria fenomenologica che non abbia bisogno di nutrirsi della grande poesia, e delle grandi narrazioni” (Borgna, La follia che è anche in noi). Ma anche delle piccole poesie e narrazioni. 

NOTA BIOGRAFICA
Stefano Redaelli è professore associato di letteratura italiana presso la Facoltà Artes Liberales dell’Università di Varsavia. Addottorato in Fisica e in Letteratura, s’interessa dei rapporti tra letteratura, medicina, scienza. Tra le sue pubblicazioni scientifiche: Psicopatografie. Il racconto della malattia mentale nella narrativa italiana del XXI secolo (Peter Lang, 2023), Critica e cura. La follia prima e dopo Basaglia (con Ivan Dimitrijević, Paolo Loffredo Editore, 2022), A 40 anni dalla legge Basaglia: la follia, tra immaginario letterario e realtà psichiatrica (DiG, 2020), Nel varco tra le due culture. Letteratura e scienza in Italia (Bulzoni, 2016). Per la narrativa ha pubblicato la raccolta di racconti Spirabole (Città Nuova, 2008) e i romanzi Chilometrotrenta (San Paolo, 2011), Beati gli inquieti (Neo Edizioni 2021 – Selezione Ufficiale Premio Campiello 2021), Ombra mai più (Neo Edizioni 2022 – Premio Girifalco 2023 Sezione Follia, Premio Letteraria 2023, Premio Città Cava dei Tirreni 2023, Premio Città di Leonforte 2023). Il suo ultimo saggio s’intitola: Esercizi di squilibrio. Per imparare a prendersi cura di sé e dell’altro (2024), edito da Edizioni Città Nuova, per le quali dirige la collana di narrativa “Narrazioni”.

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