Isabella Tobino, nipote di Mario Tobino e Presidente della Fondazione Mario Tobino, dialoga con Marina Riccucci e Giacinto Buscaglia in una lunga conversazione dedicata alla figura dello zio.
Marina Riccucci, docente universitaria e studiosa di letteratura, e Giacinto Buscaglia (Ino), psichiatra e scrittore, accompagnano Isabella in un percorso che intreccia memoria familiare, storia letteraria e riflessione psichiatrica.
Il vero protagonista dell’intervista è Mario Tobino: medico, psichiatra e scrittore, autore capace di raccontare come pochi altri il mondo del manicomio, le sue sofferenze, le sue contraddizioni e la profonda umanità delle persone che lo abitavano.
Isabella
Il mio rapporto con Mario Tobino, come zio, quindi come fratello di mio padre, è cominciato quando io ero ancora nella pancia di mia madre, perché quello della mia mamma è stato un parto fulmineo. Quando papà gli ha telefonato dicendo: «Guarda che è nata la bimba», lo zio è rimasto sconvolto. È arrivato subito da Maggiano perché non pensava che potesse avvenire un parto così veloce. Oltretutto erano tempi in cui il parto si faceva ancora in casa e quindi mi ha vista proprio appena venuta al mondo.
Dopodiché i nostri rapporti in famiglia sono stati sempre molto, molto stretti, almeno fino al periodo in cui è iniziato il rapporto importante dello zio con Paola Olivetti.
Tutte le feste comandate si svolgevano in casa nostra. Lui veniva sempre a Viareggio. Mio papà era fissato con i filmini in 8 mm. Quando arrivava lo zio solitamente c’era sempre Mario Marcucci, che era un suo grande amico. Avevano fatto le elementari insieme. Mario faceva il pittore a Viareggio. Poi arrivava spesso Cesare Garboli, che era il delfino dello zio. Insomma, lo zio lo aveva allevato, diciamo, quando Garboli era molto giovane. Oppure potevano arrivare Cesare Brandi, Giuseppe Raimondi; insomma, arrivavano grandi personalità che però per noi bambini erano semplicemente amici dello zio.
Per cui io ho dei filmini ancora in 8 mm in cui si vede lo zio, si vede Marcucci, si vede la sottoscritta sulle ginocchia del papà che, con un bel ditino, lecca la panna del dolce, mentre mio fratello, che era più grande di me di cinque anni, ahimè, era costretto a mostrare le sue capacità declamatorie. Gli veniva infatti chiesto di recitare delle poesie, quindi aveva un ruolo un po’ più, diciamo così, complesso. Io invece, che avevo cinque anni meno, ero proprio bambina. Avevo tre anni, piccola piccola, e, essendo ghiottissima come tutti i Tobino, mettevo le mani nella panna del dolce.
Lo zio si annunciava intonando la quinta di Beethoven, anche se era stonato. Lo aveva educato alla musica la nonna Maria, che fin da ragazzino lo aveva portato a sentire il primo Puccini a Viareggio. Poi mi prendeva in braccio, mi buttava in aria, mi riprendeva e così con lo zio iniziava il gioco.
Però in famiglia lo zio non parlava del suo lavoro in manicomio. Forse con mio padre ne avrà parlato, ma con noi no, mai. Così come non parlava neanche dei suoi successi letterari. Arrivava a casa, portava il libro con la dedica e diceva: «Ecco, questa l’ho pubblicata adesso». E subito dopo si passava a parlare di altre cose.
Quando ero un pochino più grandicella, diciamo verso i dieci anni, sono andata anche a Maggiano. Siamo nel ’57-’58, insomma, quindi gli psicofarmaci erano già arrivati; i malati passeggiavano tranquillamente per il viale d’ingresso. Avevamo un contatto molto sereno con loro, non mi facevano nessun particolare effetto, tranne che avevano uno sguardo un pochino vuoto. E cosa chiedevano? Sigarette e mille lire. Per loro era fondamentale poter andare allo spaccio a comprarsi quello di cui avevano necessità.
Dopodiché, arrivavo in casa medici, dove mi accoglieva la Lella, quella Lella di cui appunto lo zio parla ne Le libere donne di Magliano, come della donna che nei primi vent’anni della sua vita in manicomio lo ha accudito con maggior amore e maggiore cura. La Lella ci forniva dei biscotti dal sapore un po’ stranetto. Mi ricordo quel particolare sapore e anche quello delle caramelle. Però la Lella era sempre molto dolce con noi. Lo zio ci portava sempre i suoi saluti, mentre lui doveva portare i nostri saluti alla Lella quando tornava a Maggiano.
Crescendo, andando avanti ancora nel tempo, i rapporti si sono un po’ diradati dal punto di vista familiare. Lui ha iniziato ad avere un legame più stabile con Paola Olivetti e quindi, verso gli anni Sessanta, ha cominciato a frequentare più la casa di Paola che la nostra. Ho capito le motivazioni solo dopo che ho conosciuto Michele Soavi, il regista della fiction. Michele mi ha raccontato che in quel periodo lui, che era figlio di una figlia della Paola, – quindi Paola Olivetti era sua nonna -, frequentava spessissimo la casa di Fiesole di Paola e anche quella del Forte dei Marmi. Tobino era suo nonno adottivo e giocava con lui. Michele è rimasto sempre molto legato alla persona di Tobino, perché dice che gli doveva tanto e mi ha fatto scoprire anche un’immagine dello zio che io non conoscevo: quella di un uomo sempre sorridente e capace di affrontare la vita con tanto ottimismo.
Io questo non l’avevo riscontrato in mio zio, francamente, e anche leggendo i diari avevo l’immagine di un uomo tormentato. Però Michele dice che riusciva sempre a uscire anche dal momento più triste con un sorriso e con grande ottimismo. Quindi ho scoperto qualcosa che io non conoscevo.
Siamo verso gli anni ’60-’65. Per giunta in quegli anni, particolarmente proprio in quegli anni, ma poi anche successivamente, ho avuto varie vicissitudini dovute al fatto di chiamarmi Tobino. In quel periodo è uscito Il clandestino, in cui appunto lo zio racconta la nascita della partigianeria a Viareggio: proprio la nascita, il momento in cui è ancora clandestina, nascosta. Lo fa con la sua solita tecnica di descrizione, prettamente e inconfondibilmente tobiniana. Descrive personaggi fascisti di Viareggio in una maniera estremamente chiara, rappresentando le loro caratteristiche in una maniera così limpida che, anche se i nomi sono cambiati, i personaggi sono molto riconoscibili.
Di alcune descrizioni, devo dire, quando ero più grande, rileggendo Il clandestino e riconoscendo le persone, mi sono un po’ scandalizzata. Sono rimasta male io per come era stata trattata quella persona che conoscevo molto bene e che era stata poi il pediatra dei miei figli, quindi sapevo benissimo che persona fosse.
Però fra questi personaggi del fascismo viareggino, guarda caso, c’era anche il professore che mi esaminava in quinta ginnasio. Come tutte le ragazzine a quell’età, insomma nell’età adolescenziale, ero una farfallina distratta. Non è che lo studio fosse il principale scopo della mia vita, però sono stata bocciata in maniera pesantissima all’esame di quinta ginnasio. Così ho studiato tutta l’estate latino, greco e storia con uno dei maggiori latinisti e grecisti che c’erano nella zona, il professor Grassi. Sono andata a dare l’esame di settembre e il preside ha telefonato a mio padre e gli ha detto: «Guarda, sarebbe sufficiente, ma non sarà promossa e la devi portare via di qua, perché qui non avrà più vita».
Il motivo era questo: il mio esaminatore era il professor N., che aveva avuto un passato da fascista a Viareggio. Ma la cosa buffa, perché nella vita ci sono tante avventure che poi si trasformano in momenti diversi, è che tutta l’Università l’ho fatta insieme con Marco N., che era il figlio del professor N., e abbiamo studiato insieme per tutti gli anni dell’Università!
Però, quella bocciatura mi costrinse ad allontanarmi da Viareggio. Ma quella esperienza, che poteva essere profondamente negativa, si è trasformata per me invece in qualcosa di molto positivo, perché, nella scelta tra andare a Massa e quindi alzarmi tutte le mattine alle cinque, cosa che non mi piaceva molto, e andare in collegio, io ho scelto di andare in collegio, col beneplacito dei miei genitori.
Il collegio scelto era la Santissima Annunziata a Firenze, a Poggio Imperiale. Per me è stata un’esperienza di quattro anni duri, intensi, lontani dalla famiglia, ma molto formativi, perché mi sono dovuta abituare a difendermi. Ero sola, non avevo nessuno accanto, quindi ho dovuto imparare a destreggiarmi anche nel rapporto con le altre collegiali. Insomma, non era così facile in un istituto tutto femminile. Ho avuto degli insegnanti bravissimi. In classe eravamo in otto e quindi si doveva studiare a tutti i costi e sempre. Di sicuro quella parentesi mi ha dato un’apertura culturale che sicuramente a Viareggio non avrei avuto.
Voglio raccontare un altro aneddoto. Negli anni successivi, quando sono andata all’Università, detti Letteratura Italiana Contemporanea col professor Silvio Guarnieri e gli chiesi la tesi, ma lui non me la dette semplicemente perché aveva litigato due giorni prima con mio zio. Un altro esempio del peso di portare il nome Tobino, un nome importante, ma che nel periodo di maggior formazione della mia giovinezza mi ha anche abbastanza bastonato. Non so perché abbia bastonato più me che mio fratello. Probabilmente mio fratello era in un periodo della vita in cui certi libri dello zio non erano ancora usciti e quindi le nostre esperienze sono state diverse. Inoltre, lui ha fatto farmacia, che non c’entrava niente con lo zio: mentre io ho fatto Lettere.
Marina
In linea, in un certo senso, con l’altro volto, quello dello scrittore, dello zio.
Isabella
Esatto. Facendo Lettere mi sono trovata, chiaramente, non di rado a contatto con personaggi che conoscevano benissimo lo zio. Racconto questo: quando, con la riforma, potevamo ridare i complementari, io sono tornata a dare Letteratura Italiana Contemporanea, con Guarnieri, che aveva tenuto, quell’anno, un corso monografico su Carlo Emilio Gadda. Quella volta fu Guarnieri a offrirmi la tesi. Ma io l’avevo già presa da un’altra parte, perché mi dovevo sposare. A quei tempi ci si sposava presto perché almeno uscivamo da casa e acquistavamo la libertà: molto diversamente da oggi.
Ino
La via preferenziale era quella.
Isabella
Sì, era quella. E quindi va bene, insomma: poi la storia del peso del nome è finita.
Lo zio nel 1966 ha avuto un infarto terribile. È stato curato a Viareggio. Mio padre era un uomo moderno, così come la mia famiglia, però su certe visioni era ancora legato a una certa tradizione, per cui non è che condividesse troppo che lo zio si fosse unito a questa donna straordinaria, Paola Olivetti, che è stata importantissima per la sua vita, però sposata, separata. Devo dire però che nella malattia dello zio questi angoli, col tempo, si sono smussati e quindi abbiamo cominciato a frequentarci anche con Paola. Insomma, i legami si sono ricomposti, sono ripresi. Questo è il periodo fino al ’67, il periodo in cui Michele Soavi ha avuto maggiori rapporti con lo zio.
Marina
A quel tempo non era ancora uscito Per le antiche scale.
Isabella
Sì, Per le antiche scale non era ancora uscito, però Il clandestino era già stato stampato e da quel libro era arrivato il grande successo del Premio Strega, che indubbiamente ha portato Tobino alla ribalta della scena letteraria italiana e anche a un benessere pecuniario importante: lui lo dice sempre, nei suoi diari, che gli psichiatri erano pagati meno degli altri medici. Tobino, insomma, lamenta sempre carenza di denari: forse perché amava fare una vita pienamente vissuta. Amava l’eleganza, le cravatte. Ne aveva una quantità enorme… Quando ha avuto a disposizione un po’ di soldi, per lui è stato veramente innalzarsi, non dal punto di vista sociale, ma puramente economico: e questo lo dice sempre Michele Soavi, quando racconta che con Tobino lui parlava di vino, di macchine, di mare e di barche.
Ino
Hai avuto occasione di conoscere l’ambiente psichiatrico in quegli anni?
Isabella
In quegli anni molto poco, perché lo zio, quando si recava da noi, non parlava mai del suo lavoro. Il suo lavoro era una cosa a parte. Quello che ho potuto conoscere era ciò che vedevo con i miei occhi quando lo andavo a trovare a Maggiano. Però, per esempio, a me lo zio non ha mai portato in corsia; ci ha portato solo mio cugino Zappella. Nel momento in cui lui si è iscritto alla Facoltà di Medicina, allora lo zio l’ha portato in corsia.
Ino
Hai un’idea di come il mondo psichiatrico abbia vissuto il suo successo come scrittore?
Isabella
Il mondo psichiatrico? Quando ha pubblicato Le libere donne, sono stati tutti per lo più contrari a lui. Quel libro gli ha causato moltissimi attacchi da parte dei medici, delle suore e degli infermieri.
Ino
Lì a Maggiano anche?
Isabella
A Maggiano, proprio dentro Maggiano, gli ha provocato questa reazione ostile, perché lo zio aveva osato portare fuori quello che accadeva all’interno del manicomio.
Marina
Perché Le libere donne sono di per sé un libro legato, legatissimo a Maggiano, nel senso che per chi viveva in quell’ambiente, che era una specie di isola, era facilissimo riconoscere le pazienti che Tobino, a frammenti (frammenti di cartelle cliniche), racconta.
Isabella
Il problema non era tanto quello che il libro diceva sulle malate, quanto quello che lo zio aveva riferito sugli infermieri, sulle suore e sui colleghi. Perché insomma, anche le suore… alcune le tratta bene, ma alcune le tratta malino. Di quella che dice che rubava i garofani appena sbocciati alla Lella racconta che era una suora a cui negli anni era maturato un sedere che «gli spampanava tutte le sette sottane». Insomma, non è che sia il massimo, no? Una suora che si ritrova descritta così, insomma, non credo che possa trovarlo molto piacevole.
Ino
Anche se alla fine il suo giudizio complessivo sul lavoro fatto dalle suore e dagli infermieri, se si leggono i suoi libri, è stato positivo.
Isabella
Ma sì, a poco a poco si è capita l’importanza di quel libro, che sta nel fatto che ha portato fuori, alla conoscenza di tutti, quello che accadeva dentro il manicomio. Perché, fino a quel momento, poco c’era stato: giusto I tetti rossi di Corrado Tumiati e Tra malati di mente di Rosario Ruggeri, ma ancora tanto attendeva di essere detto della realtà di un manicomio, con i suoi deliri, i suoi dolori, le sue sofferenze. Tanto che, dopo le descrizioni più forti, che ti colpiscono come un pugno allo stomaco, Tobino sente la necessità di dare respiro al lettore con le descrizioni bellissime del paesaggio, della natura, della serenità delle notti d’estate, quasi volesse far capire che anche in quel mondo nascosto la vita scorreva serena e la natura si manifestava in tutto il suo splendore. Sembra che lui cerchi di rendere sereno anche quel mondo lì, anche il mondo di Maggiano. Comunque… Pensate che circa vent’anni fa, in una trasmissione televisiva, su Canale 50, mi è stato chiesto: «Ma è vero che Tobino ha scritto Le libere donne di Magliano per fare soldi?».
Marina
Cosa che non successe, fra l’altro, perché la storia ci racconta che da questa pubblicazione, che pure ebbe un successo enorme di pubblico, Tobino ricavò pochissimo. Succede un po’ a Tobino quello che successe a Manzoni. Manzoni pensava di guadagnare un sacco di soldi pubblicando I promessi sposi. Se non avesse avuto la tenuta di Brusuglio, Manzoni sarebbe morto di fame. Ecco, eppure sono I promessi sposi.
Le libere donne escono nel 1953. Sì, è vero, c’era stato Corrado Tumiati nel ’31, c’era stato Ruggeri nel ’49 per Garzanti e, nello stesso anno in cui esce Tobino, Girone pubblica Io e i pazzi. Però fondamentalmente quei testi rimasero lettera morta, cioè non arrivarono mai al grande pubblico. Invece Le libere donne, grazie anche all’editore, cioè a Vallecchi, che fu molto abile a pubblicizzarlo, anche se Tobino ne contestò la modalità, perché non gli dette i soldi che Tobino si aspettava di ricevere, portò il manicomio nelle case degli Italiani. Vallecchi deve avere guadagnato moltissimo con Le libere donne: purtroppo non siamo in grado di accedere agli archivi, perché sono stati perduti in un incendio.
Isabella
Il libro fu tradotto in tutte le lingue. Diciamo che il compenso effettivo, economico, è arrivato da Il clandestino, con il Premio Strega.
Marina
Arrivarono gli anni Settanta, il libro Per le antiche scale, anche Biondo era e bello, che è oggi uno dei libri di Tobino più letti.
Isabella
Sì, è il più venduto di tutti.
Marina
Perché è stato adottato nelle scuole?
Isabella
Sì, ma anche perché presenta un Dante diverso, un Dante un po’ meno accademico, quindi anche per i giovani studenti, un Dante più accessibile, più vicino a loro, un Dante ribelle.
Marina
Un’opera tutt’altro che improvvisata, peraltro…
Isabella
Vero. Lo zio leggeva il bollettino dantesco addirittura a letto, la sera. Ha letto la Cronica di Dino Compagni. Figuratevi che è venuto uno studente dell’Università di Parma, che aveva fatto la tesi proprio su Biondo era e bello, e mi ha chiesto: «Ma senta, io, analizzando gli scritti di Tobino, ho trovato che lui aveva due copie della Cronica di Dino Compagni, una a casa e una a Maggiano, e una di queste è chiosata. Io sono andato alla Fondazione Ragghianti, dove c’è il fondo dei libri privati di Tobino, quelli che aveva proprio a casa, e ho trovato la Cronica di Dino Compagni, ma non c’era neanche un segno: quindi l’altra deve essere qui a Maggiano». Eravamo in camera, nella cameretta dello zio. Ho guardato tutta la roba che c’era e ho trovato davvero la Cronica di Dino Compagni. L’ho tirata fuori ed è veramente tutta chiosata.
Avvicinarsi al mondo dello zio Mario e a Maggiano porta sempre a nuove scoperte, perché l’uomo, il poeta e medico, come lui amava farsi chiamare, aveva un’infinità di rapporti, di conoscenze, mentre la storia del manicomio non è ancora stata pienamente approfondita, perché i documenti che ne testimoniano le trasformazioni non sono stati ancora compiutamente analizzati.
L’epistolario tobiniano, per esempio, è ricchissimo. C’è tutta una serie di lettere fra Tobino e Cesare Brandi, che è fantastica. Da giovani erano molto amici e si scambiavano queste lettere, cosa che noi oggi non facciamo più assolutamente, purtroppo. Si scambiavano le idee, ossia si scrivevano. Brandi, prima di essere un critico d’arte, voleva scrivere poesie e le mandava a Tobino. Il quale gli diceva: \«Ma questo non mi piace, guarda, questo lo lascerei perdere».
Poi c’è la corrispondenza con Cesare Garboli… Con Garboli il rapporto era molto diretto. Garboli ha amato Tobino, lo ha amato, lo ha odiato, così come avviene spesso tra due grosse personalità, perché erano tutti e due istrionici e quindi si scontravano. Garboli era attore ovunque, ovunque andasse era lui al centro della scena. Lo zio anche. Però Garboli ha fatto un’orazione funebre su Tobino che è un capolavoro. Ho la registrazione.
Marina
Ma non è pubblicata, questa orazione…
Isabella
No, non è pubblicata. Non è pubblicata. È bellissima.
Quando era più anziano, diciamo dopo la morte della Paola nell’ottantasei, la sera lo zio cominciava a raccontare, dopo quel bicchiere di vino che i medici gli avevano concesso di bere dopo le 18.00 – dopo l’infarto che l’aveva colpito nel ’66. I racconti di quel periodo riguardavano soprattutto la Libia, che gli tornava sempre in mente. La Libia, quello che aveva vissuto in quel periodo, il contatto con i giovani soldati che tornavano feriti alla tenda medica. Finivamo sempre a parlare della Libia.
Pensa le cose strane della vita… Nel 2007 io sono stata in Libia quando c’era ancora Gheddafi, in una gita organizzata con degli amici del Club della Bohème di Viareggio e, a un certo punto, andando con l’autobus, ho visto il cartello con su scritto Oasi di Sorman. Ho pensato: «Ma non è possibile, l’Oasi di Sorman…». La mattina dopo siamo andati a visitare l’oasi che lo zio descrive nel libro. Mi ero portata dietro il libro perché i partecipanti alla gita mi avevano chiesto di parlare un po’ del deserto della Libia e ho letto la descrizione dell’Oasi di Sorman. Uguale! Impressionante, veramente. Commovente da una parte, impressionante dall’altra, perché non era cambiato nulla: anche le spighe di grano che si muovevano al vento, il casottino che lui descriveva, uguale alla descrizione. Una descrizione fatta tanti anni prima e che, nel 2007, risultava ancora attualissima.
Ino
E dei novatori, Tobino che cosa diceva?
Isabella
Quando sono diventata Presidente della Fondazione Tobino, nel 2016-2017, mi sono vista costretta a informarmi, a cercare di capire. Il compito della Fondazione è portare avanti l’eredità culturale tobiniana, ma per portarla avanti io dovevo anche capire come aveva funzionato tutto il discorso. Quindi ho cominciato a leggere i libri di Basaglia e a cercare di capire cosa fosse accaduto. Lo zio aveva vissuto quel periodo con una grande tristezza, specialmente dopo l’accusa di Basaglia contro quelle che Basaglia definì le “false donne” di Magliano. Basaglia, lo si ricorderà, attaccò Tobino in un’intervista pubblicata su Paese Sera, nel maggio del 1978. L’intervista, rilasciata a Lorenzo Castelli, a Pisa, è intitolata “Tobino: le false donne”.
Ino
Un pezzo famoso.
Isabella
Quello fu per lo zio un momento terribile. Tobino aveva già scritto sulla Nazione, istigato dall’infermiere Scipioni, che io ho conosciuto, un articolo intitolato Lasciateli in pace, è la loro casa. Questo articolo a Maggiano fu accolto malissimo. Nessuno lo salutava, nessuno lo guardava.
Ino
Chiunque abbia un approccio umano, centrato sulla soggettività, inevitabilmente è destinato a scontrarsi con l’istituzione psichiatrica, qualsiasi sia il modello psichiatrico del momento. La soggettività è dirompente, perché talvolta confligge con le regole su cui si fonda l’istituzione, regole che vanno in qualche modo rispettate. Probabilmente l’istituzione psichiatrica di Maggiano, in quel momento, si chiuse in una posizione difensiva rispetto al fatto che venivano divulgate dinamiche interne. Tobino, tra l’altro, non è mai stato legato ad alcuna scuola teorica. È un’altra cosa che, a mio avviso, lo ha penalizzato.
Isabella
Tobino non volle mai essere ‘iscritto’, inquadrato, in nessuna corrente letteraria, in nessuna scuola, neanche psichiatrica, perché voleva essere libero di dire quello che sentiva di dover dire. E questa sua scelta l’ha pagata, indubbiamente l’ha pagata duramente, anche con l’esplodere di una querelle che ha travalicato quella che doveva essere un normale confronto fra le parti. Io faccio vedere sempre una foto di Tobino con una malata accanto a una foto di Basaglia con una malata. Le immagini sono uguali. Dimostrano che i rapporti che l’uno e l’altro ebbero con i malati erano identici: cioè con il malato al primo posto.
Ino
Poi sono arrivate l’ideologia e la politica. Purtroppo anche Tobino ha dovuto entrare su quel piano lì.
Isabella
Esatto. Basaglia accusò Tobino di non capire che il problema era politico. Mio zio non lo voleva trattare politicamente e glielo disse apertamente: «Non ci voglio entrare nel piano politico». Mio zio in quel periodo ha sofferto tantissimo perché ha visto distrutto tutto quello in cui aveva creduto. Maggiano conobbe una tragica decadenza e il momento più buio della sua realtà di ospedale psichiatrico.
Marina
Ricordi tuo zio parlare, nello spazio familiare, di quello che stava succedendo, dell’approssimarsi della legge 180?
Isabella
Sì, questo me lo ricordo precisamente: lui in famiglia ci disse che c’era un convegno a Gorizia in cui era stato invitato ad andare. Andò. Fece la sua relazione, relazione che fece leggere a suo fratello. Purtroppo non sono ancora riuscita a trovare, o almeno non ho la certezza di aver trovato, tra le sue carte, il testo di quel suo intervento… So con certezza che Paola partecipò alla stesura di quel suo intervento. Lo zio era preoccupato, preoccupatissimo. Era un uomo già in su con gli anni, che aveva avuto un grande successo letterario, tanti riconoscimenti pubblici. Aveva paura di non riuscire a farsi capire. Il suo obiettivo era cambiare l’opinione che il mondo esterno si andava formando su di lui: lui non voleva essere considerato un conservatore, ma uno psichiatra che voleva difendere i suoi malati. Pensava soprattutto ai malati cronici, quelli che stavano in manicomio da tanti anni. Temeva che, una volta chiuso il manicomio, quei malati non avrebbero avuto un posto in cui andare.
Ino
Passare dalla gloria al disincanto più completo, dalle stelle alle stalle. Ma chi è che lo ha difeso? Chi è che gli è stato vicino? I familiari e basta? Nessuno?
Isabella
Franco Bellato gli è stato molto vicino e infatti Franco ha scritto un libriccino, I miei dieci anni con Mario Tobino, in cui ha pubblicato tutte le lettere che lo zio gli scriveva. Sono lettere piene di amarezza, sempre. Bellato però lo andava a trovare, lo portava fuori, andavano a fare delle passeggiate, lo portava sul mare, andavano a mangiare, tanto per continuare nella tradizione. Dopo la pensione, lo zio veniva molto spesso da noi a Viareggio, meno dagli altri parenti, perché erano semplicemente più lontani.
Devo dire, poi, gli è stata vicina anche la figlia di Guarnieri, che ha collaborato con lo zio nella stesura dell’ultima sua opera, pubblicata postuma, Vacanze romane. La Guarnieri ha scritto anche un libro su questi anni passati con lo zio, ma è un libro che io non amo. Non lo amo perché presenta l’uomo sconfitto dalla vita e lo zio non era così. Non era così, anche se questa amarezza c’era. Ecco, però così come è descritto, no, non lo posso accettare. Un uomo con tutte le sue fragilità. Non mi sembra neanche giusto che questo sia reso pubblico.
Marina
A questo punto ci tengo a fare un annuncio. Non l’ho ancora detto a Isabella, non l’ho ancora detto a nessuno. Ho cominciato a scrivere una biografia di Tobino. Credo che ci sia tantissimo da dire, da ricostruire e da raccontare nella vita di quest’uomo, di questo medico e naturalmente di questo scrittore. Conto, ovviamente, sul tuo aiuto, Isabella.
Isabella
Sempre pronta, lo sai. Sono in pubblicazione i diari. Non sono tutti i diari, è una cernita.
Marina
Quindi non ancora il testo completo.
Isabella
Il testo completo non sarà mai pubblicato, perché sono diari e quindi contengono anche passi personali che non hanno nessun interesse.
Marina
Perché non hanno nessuna attinenza né con la professione di medico né con il mestiere di scrittore?
Isabella
I diari, una volta dattiloscritti, constano di ben 1.600.000 battute. Quindi è impossibile pubblicare 1.600.000 battute, perché diventa una cosa pesante. È stata fatta una scelta di passi ben precisa, eliminando le parti che sono già state pubblicate sul Meridiano di Mondadori.
Ino
Una domanda prima di concludere. Da questo legame familiare, Isabella, nasce il ruolo che hai nella Fondazione. Come ci sei arrivata?
Isabella
Sono in Fondazione fin dalla sua nascita. È nata nel 2006 per volere di Tagliasacchi, Presidente della Provincia. La Fondazione aveva un piccolo spazio in Provincia. Grande intuizione di Tagliasacchi è stata quella di portarla a Maggiano e di intercettare anche i fondi. Io fin dall’inizio sono stata nel Consiglio della Fondazione. La Fondazione è nata come fondazione pubblica, quindi tutti i soci fondatori erano istituzionali: c’era il Comune di Viareggio, la Provincia di Lucca, la ASL, che inizialmente è stata importantissima perché ha anche investito denari, quando era direttore Tavanti, che ha avuto questa grande percezione, un grande amore anche per Maggiano e per Tobino, e che quindi ci ha sempre aiutato.
Andando avanti nel tempo, con le trasformazioni politiche che ci sono state, i contributi sono scemati, tanto che la Fondazione rischiava di chiudere. Allora ci ha preso in carico la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, che ci ha permesso di sopravvivere. Però a quel punto la Fondazione è diventata pubblica e privata, perché la Fondazione CRL ha voluto la maggioranza all’interno del consiglio d’amministrazione, con tre consiglieri nominati dalla Fondazione stessa, tra cui si doveva scegliere il Presidente. Isabella Tobino è stata una nomina della Fondazione Cassa di Risparmio, quindi io dentro la Fondazione, dal 2017, non sono più solo come erede di Tobino, perché come erede di Tobino c’è un mio cugino. Io sono Presidente, espressione della Fondazione Cassa di Risparmio.
Nel frattempo era entrato il Comune di Lucca, che inizialmente non voleva far parte della Fondazione, quindi non è socio fondatore, perché il sindaco del tempo non era d’accordo con la posizione di Tobino e quindi si è rifiutato di farne parte.
Quando sono diventata Presidente della Fondazione, mi sono impegnata a portare avanti l’eredità culturale tobiniana. Una cosa avevo chiara: non si poteva portare avanti Tobino se non si portava avanti anche Maggiano. Erano due entità che dovevano vivere insieme. Quindi ecco il desiderio e l’impegno di cercare di salvare anche questa grande struttura, questo baluardo medievale, perché, insomma, il manicomio sta dentro un convento del Trecento. Da allora cerco di fare conoscere Maggiano, coinvolgere il maggior numero possibile di persone e soprattutto di sensibilizzare le istituzioni.
Al termine di questa lunga conversazione in compagnia di Giacinto e Marina, li ringrazio per avermi permesso, fra un sorriso e una battuta, di ripercorrere gran parte della mia vita da tempo racchiusa in un cassetto, riportando alla luce gli affetti più semplici e puri dell’infanzia, le difficoltà dell’adolescenza, le scelte della maturità sempre intrecciate con la vita del medico e poeta Mario Tobino, fratello del mio straordinario papà. E’ grazie a lui, infatti se, alla soglia della pensione come insegnante di lettere alle superiori, per aiutarlo a riscoprire il fratello scomparso nel 1991 ad Agrigento, ho cominciato ad addentrarmi, non più come nipote, ma come ricercatrice negli infiniti percorsi tobiniani. La nascita della Fondazione Mario Tobino così, mi ha visto sempre accolta nel suo CdA finché non mi è stato chiesto di prenderne la presidenza nel 2017. Ed ora, grazie a questi amici, posso anche, in chiusura di questa mattinata trascorsa insieme, dichiarare apertamente a quale sogno spero di poter dare inizio prima di lasciare il mio posto a qualche giovane leva: vorrei che il grande parco e i fantastici chiostri dell’ex manicomio dove ancora ci vengono incontro i volti e le storie di tanta umanità che qui ha sofferto, ma ha anche trovato accoglienza, cura e riparo dall’indifferenza esterna, vorrei, dicevo, che finalmente fossero salvati dall’inarrestabile distruzione del tempo e restituiti al territorio di cui furono parte integrante sia socialmente che economicamente, testimoniando ai giovani quanto conoscere la storia del territorio sia importante per costruire un futuro dove cultura, umanità e cura siano il punto di riferimento della loro vita.
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Grazie, Giacinto.
Luigi F.