
Ino
In tutta questa storia che stiamo raccontando, a un certo punto, spunta uno sceneggiato.
Isabella
In realtà quello sceneggiato non è proprio spuntato dal nulla. Lo sceneggiato ha incominciato ad avere vita nel 2017. Perché? Perché lo sceneggiatore, un signore simpaticissimo che si chiama Peter Exacoustos, a quella data aveva già pronta la sceneggiatura e aveva chiesto a Mondadori di acquisire i diritti de Le libere donne per poter realizzare questa produzione. Peter aveva già parlato con mio cugino Michele Zappella che, essendo il più anziano di tutti noi cugini e per giunta psichiatra, era la persona a cui chiedere conferma per qualunque cosa venisse fatta su Mario Tobino. Peter aveva già avuto l’assenso di Michele su questa restituzione, che doveva essere destinata alla televisione. Poi, però, i fondi non si trovavano e quindi la cosa è rimasta ferma fino a tre anni fa, quando è intervenuta Endemol Shine Italia con i finanziamenti. A quel punto la fiction è partita, nonostante persistessero tutte le problematiche legate all’argomento: la Rai aveva grosse remore, temeva che il tema avesse sul pubblico un impatto troppo forte. Exacoustos e il regista Michele Soavi hanno dovuto lottare non poco per fare accettare la sceneggiatura, nonostante essa sia sembrata subito, almeno a me, abbastanza soft. Beninteso: quello che appare nella fiction non è il manicomio di Maggiano degli anni delle Libere donne. La fiction ambienta i fatti nel 1942, in periodo di guerra e prima dell’avvento degli psicofarmaci. Il libro di Tobino è ambientato tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta.
Ino
Immagino che ci fosse di mezzo anche una questione politica, rispetto alla legge 180, che è intoccabile. Tobino è conosciuto come l’oppositore della legge. Adesso in Italia abbiamo un governo di destra. Ho pensato che potesse nascere una polemica su questa cosa.
Isabella
Polemica che per fortuna, almeno per ora, non è uscita assolutamente. Chiaramente anche Peter Exacoustos ha tentato di dare una sua immagine di Tobino, puntando molto su quella che è la sua umanità, coinvolgendo subito Lino Guanciale, già tre anni fa.
Ino
Michele Soavi invece è il regista. So che Soavi ha una curiosa parentela con Tobino.
Isabella
Parentela che io ho scoperto dopo, pensate. Non ne sapevo assolutamente nulla. Per me Michele Soavi era il regista che aveva fatto tante altre fiction: Bianca, Màkari, L’oro di Scampia, Uno bianca…
Ino
Mi sono chiesto, guardando la serie, se il regista e lo sceneggiatore si fossero avvalsi del supporto di un consulente psichiatra.
Isabella
Non c’è stato nessun consulente, almeno che io sappia. Anche quando hanno fatto la conferenza stampa non c’era nessuna figura di questo tipo. No, assolutamente. Credo decisamente di no.
Ino
Tu conoscevi la sceneggiatura?
Isabella
La sceneggiatura ci è stata presentata fin dall’inizio. Sono venuti subito a Maggiano quelli di Endemol Shine e anche Michele Soavi, anche se la prima stesura, come ho già accennato, era già passata al vaglio di mio cugino, Michele Zappella, sette anni fa, nel 2017, e lui aveva dato il consenso. Poi, tre anni fa, la sceneggiatura è stata mandata a tutti noi eredi perché la leggessimo e dicessimo se ci poteva andare bene. Non so, in tutta franchezza, quanti di noi l’abbiano letta. Io l’ho letta, l’ho letta tutta. Non mi sono preoccupata particolarmente del rapporto amoroso, perché all’interno di una sceneggiatura di una fiction la storia d’amore, in qualche modo, era necessaria per avvincere gli spettatori. In una fiction che dura sei episodi, tre puntate, tre settimane, se non ci metti qualcosa del genere non coinvolgi il pubblico fino in fondo. Ho sentito, per esempio, un commento di questo tipo: «Ma Tobino è arrivato troppo tardi, doveva arrivare prima, la doveva salvare». Erano queste le preoccupazioni delle persone, perché c’era bisogno di un lieto fine. Però una cosa, la sola, su cui avevo trovato da ridire era che si evidenziava troppo il fatto che Tobino amasse bere. Tant’è vero che alcuni mi hanno chiesto: «Ma Tobino era alcolizzato? Gli tremavano le mani!». Al che rispondevo: «Non avete capito nulla. Le mani gli tremavano per il ricordo delle atrocità a cui aveva assistito durante la sua permanenza in Libia». Tobino beveva, sì, era un buon bevitore, un fine intenditore di vini, come ha ricordato anche Soavi. Nei suoi soggiorni a Fiesole, a casa di nonna Paola, Soavi spesso, da giovinetto, accompagnava Tobino nella raffinata cantina e ascoltava lo zio che gli raccontava le prelibatezze di questo o quel vino.
Ino
Hai detto che non hai avuto problemi particolari. Però un conto è leggere la sceneggiatura, un conto è vedere lo sceneggiato nel tuo doppio ruolo di nipote di Tobino e di Presidente della Fondazione. Qual è stato il tuo vissuto nei due diversi ruoli?
Isabella
Lino Guanciale è un grande attore, un grande interprete, che ha saputo rappresentare bene la persona di Tobino e la sua umanità nei confronti dei malati e questo si nota subito, fin da una delle prime scene, quella con l’acrobata: Mario si mette al suo livello, gioca con la paziente, parla il suo stesso linguaggio e lei, docilmente, scende dal luogo pericoloso dove si era rifugiata per sottrarsi a una punizione. Gli altri non si interessano davvero a lei: sono solo impegnati a farla scendere. Tobino è appena stato assunto a Maggiano ed entra subito in relazione con la Gabi. Questo è un fatto.
Marina
È molto “tobiniano” questo. Come non ricordare il Tobino di un’intervista che racconta di una donna che stava sugli alberi e a cui lui diceva dolcemente: «Scendi, scendi». Si tratta indiscutibilmente di una scena molto bella e, fra l’altro, in questa scena viene fuori il legame con il testo de Le libere donne, perché questo personaggio, quello della Gabi, è effettivamente presente nel romanzo. La Gabi c’è e ha una storia particolarissima.
Ino
Parliamo di Margherita, che poi è la protagonista. Che ne dici del suo personaggio?
Isabella
Anche Margherita è un personaggio de Le libere donne, la malata che veniva picchiata dal marito, che il marito portava in cucina in modo che la madre non sentisse che la picchiava e la violentava.
Marina
Poi c’è la Lella, di cui ci hai già detto. Noi che leggiamo Tobino siamo molto condizionati dalla lettura de Le libere donne ed è con un po’ di difficoltà che riusciamo a vedere nella Lella della fiction la Lella del libro…
Isabella
La Lella è quella che gli fa la camera con la suora e che restituisce alla fine quello che aveva rubato…
Marina
È quella che nel libro Tobino definisce frenastenica, una persona che aveva un deficit cognitivo. La Lella c’è, la Gabi c’è…
Isabella
C’è anche la Faina, che, come nel libro, cerca di cavare gli occhi con due dita. C’è anche la principessa. A lei è legato anche un episodio della vita di Tobino. Michele Zappella si ricorda sempre questo episodio. Quando Michele era giovane studente di medicina, lo zio lo aveva portato in visita alle malate e a una di loro, che si definiva ‘la principessa’ disse: «Oh principessa, venga, stasera arriverà la carrozza con i cavalli».
Ino
Tornando a Margherita. Subito ho pensato alla paziente del libro di cui Tobino scrive così: «Ogni mattina mi aspetta, mi affaccio allo spioncino della cella, subito i suoi occhi brillanti mi fasciano ogni volta, per un istante mi sembra di essere nello specchio del suo sembiante, un novello sposo che dopo una notte d’amore, allontanandosi per pochi minuti, torna presso di lei, la ritrova ancora tutta calda di lui, mi dà del tu…». È la donna che al marito, che è un brav’uomo e che è ancora innamorato di lei, dice: «Io sono la sposa del dottor Tobino».
Isabella
Sì, senz’altro, forse si può dire che in Margherita si sommano diverse pazienti del libro. D’altra parte, molte malate si consideravano amanti di Tobino, ma era perché lui dava loro questa confidenza e permetteva loro di instaurare con lui un rapporto di questo tipo.
Marina
Del resto, l’erotomania, che è una sindrome molto complessa, è una presenza che attraversa tutto il testo de Le libere donne, ne costituisce una delle voci dirompenti.
Isabella
Sì. Quando la psicosi toglie l’inibizione… l’erotomania esce fuori.
Ino
Adesso non si può non parlare del punto più controverso e nello stesso tempo centrale dello sceneggiato: la storia d’amore tra Tobino e Margherita. Si tratta, di fatto, dell’infrazione di un tabù che in medicina e in psichiatria è inviolabile: quello del medico che instaura una relazione affettiva e sessuale con una paziente. Alcuni colleghi psichiatri sono rimasti indignati e hanno ritenuto quella relazione un affronto alla memoria di Mario Tobino. Mi viene in mente la conversazione che ho fatto su WhatsApp con un mio ex paziente. Ora che sono in pensione siamo restati in contatto. È una persona che adesso sta bene, lavora, ha una famiglia. Gli ho chiesto se fosse rimasto disturbato dal fatto che Tobino, nello sceneggiato, avesse una storia d’amore con Margherita. Mi ha risposto: «Sarebbe stato grave se non l’avesse avuta. Se accetti le differenze, la normalità perde senso. E sul lavoro ci sono spesso coppie; non credo che Tobino se ne sia approfittato. L’amore ha le sue tele, perché dovrebbero rimanere nascoste?».
Isabella
Quanti medici ci sono che si sono sposati con i pazienti.
Ino
Musatti, per esempio. Sì, può succedere, però non puoi continuare ad avere una relazione terapeutica.
Isabella
Vero. Ma nel caso dello sceneggiato c’è anche l’incertezza se lei fosse veramente malata.
Marina
Questo è, infatti, il punto, ciò che dirime la questione.
Ino
Per lui non era malata. Era una donna abusata dal marito, messa in manicomio per motivi economici e per puro sadismo.
Isabella
Alla fine, in effetti, la tesi di Tobino viene dimostrata dal giudice, che si ricrede rispetto alla sua idea iniziale. Il giudice arriva tardi, ma arriva.
Ino
Arriva tardi perché finalmente la sorella del marito si decide a dire la verità. Questa scelta narrativa può risultare discutibile o criticabile, ma è in linea con lo sforzo di far emergere l’umanità di Mario Tobino, che si manifesta anche con le altre pazienti e in altre drammatiche circostanze.
Isabella
Allora, permettetemi di dire: prendiamo il film Per le antiche scale di Bolognini, con Mastroianni e la Bouchet: lì c’è ben di peggio sul versante erotico. Considerate che quel film ha avuto l’avallo di Tobino, che lo vide e non ebbe a muovere obiezioni. Quello rappresentato da quella pellicola non era un manicomio, ma un luogo pornografico… e Tobino non aveva avuto niente da ridire.
Ino
Un altro appunto che è venuto fuori è la questione dell’ago da calza con cui una paziente si trafigge il petto. C’è chi sostiene che, se ci fosse stato un consulente psichiatra, avrebbe fatto notare che non era possibile, in un manicomio, che una paziente avesse a disposizione uno strumento così pericoloso.
Isabella
Mah… questo episodio, che c’è anche nel libro ed è una cosa che è successa veramente.
Ino
In effetti episodi del genere succedono nelle carceri, nei reparti psichiatrici ospedalieri, anche nelle comunità terapeutiche o nei centri diurni. Puoi avere tutte le accortezze possibili, ma un margine di rischio c’è sempre, è inevitabile. Se uno vuole farsi del male o vuole far male, il modo lo trova.
Isabella
In quel caso, probabilmente, ci fu una distrazione.
Marina
L’episodio di cui stiamo parlando è quello della signora Alfonsa. Che si sia trattato di un episodio realmente accaduto lo dimostra il fatto che esiste la cartella clinica della paziente dietro la quale Alfonsa si cela: bene, lì ci sono tutti i passaggi, clinicamente, ma anche, se vogliamo, narrativamente descritti. Alfonsa che si trapassa il petto con il ferro da calza, Alfonsa che incredibilmente sopravvive, che passa da una febbre alta alla guarigione. Ha dell’incredibile: quello che Tobino racconta ne Le libere donne è identico, anche nello stile, a quello che scrive nella cartella clinica.
Isabella
Sì, è la forza della verità dentro un’opera, come Le libere donne di Magliano che necessariamente doveva essere di fiction piuttosto che di testimonianza tout court, ma, nello stesso tempo, anche resoconto del mondo manicomiale. Faccio un esempio: il regista Michele Soavi è stato anche molto bravo nel passare senza soluzione di continuità dalla scena della lobotomia a cui Margherita viene sottoposta a quella in cui Tobino scrive qualcosa sul suo diario: si è di fronte a un salto temporale. La canzone di sottofondo Nel blu dipinto di blu colloca la scena al 1958: nel manicomio sono arrivati gli psicofarmaci e Nel blu dipinto di blu allude alla possibilità di volare, di vedere un manicomio che è cambiato e di immaginare una vita diversa dentro il manicomio. Del resto, quella stessa canzone è un riferimento al ‘Festival della Canzone’ che Maggiano ‘inventò’ e che ebbe dal 1964 al 1969 edizioni strepitose dentro il manicomio, con protagoniste le pazienti e i pazienti. Ricordo che fin dalla prima edizione fu invitato a partecipare il manicomio di Gorizia. Basaglia inizialmente rispose di sì, poi disse di no. Successivamente fu invitato a tutte le edizioni e disse sempre di no. Basaglia ha sempre detto di no, probabilmente non era pronto. Perché anni dopo, a Trieste, ha fatto il Festival del Jazz, era il 1974. A Maggiano nell’ultimo festival c’erano quindici manicomi presenti con i loro malati.
Ino
Siamo tornati a Basaglia. Sapete una cosa curiosa? Quando ho cominciato a occuparmi di intelligenza artificiale, ho provato a far comporre all’A.I. un racconto basato su un ipotetico dialogo tra Mario Tobino e Franco Basaglia. L’intelligenza artificiale ha dipinto una situazione molto più ragionevole di quella che nella realtà si è verificata di tutte le elucubrazioni che il mondo della psichiatria ci ha tirato fuori. Alla fine del dialogo i due si dicono: «Abbiamo idee diverse, ma tutti e due vogliamo l’interesse dei nostri pazienti».
Marina
Questo esperimento ci dice che l’AI nella sua natura di entità neutra riesce a farci vedere la realtà scevra da ogni intervento irrazionale ed emotivo: una realtà che, di fatto, esiste solo virtualmente, perché non contempla e non include le variabili dettate dai profili diversi di personalità diverse.
Isabella
Stefano Redaelli, partecipando al Convegno Tobino e Bologna, nuovi itinerari tra medicina, letteratura e storia svoltosi nel 2021, nel suo intervento dal titolo “Tobino contro Basaglia” approda ad una conclusione molto interessante dopo aver analizzato con attenzione l’annosa polemica fra i due psichiatri. Cito: “Entrambi gli psichiatri, nell’immaginare e realizzare la riforma degli spazi, avevano seguito un comune modello: le ” Comunità terapeutiche” nate in Inghilterra agli inizi degli anni ’50 ad opera di Maxwell Jones, secondo il quale un O.P. moderno doveva assomigliare a un Village .…”.
Cosa accade dunque che li separa?
“Ad un certo punto del loro racconto sulla follia….l’importanza della scena (il manicomio) cresce a dismisura a scapito dell’attore (il malato) che finisce per scomparire in un angolo….”
Conclude Redaelli “Tobino e Basaglia avevano iniziato a combattere la stessa battaglia :per il malato; Finirono a battersi per uno spazio”.
Marina
Però, tornando un attimo alla fiction, sottolineo un dato singolare. Da sempre il tema manicomiale è qualcosa che può attrarre ma anche, e soprattutto, respingere. Il dato singolare è il fatto che all’interno della produzione cinematografica televisiva italiana, questo tipo di argomento conosce ancora poche restituzioni. Del resto, nel 1955, Federico Fellini, dopo essere stato una settimana a Maggiano a fianco di Tobino, con l’intenzione di fare un film su Le libere donne, alla fine decise di non farne di nulla. Fellini disse che il protagonista, Montgomery Clift, che avrebbe dato il volto a Tobino, aveva avuto un incidente al volto.
Isabella
Fellini ha saccheggiato Tobino. Molti dei suoi personaggi Fellini li ha presi da Maggiano.
Marina
Cinematograficamente parlando, Le libere donne ha ‘taciuto’ fino a Soavi. Questo fa molto riflettere.
Ino
Isabella, che rimandi hai avuto sullo sceneggiato?
Isabella
Che devo dire… Una motivazione del grande successo è Lino Guanciale. Lino Guanciale piace, piace, piace. È bravo, è culturalmente preparato, ha fascino, ha idee politicamente ben definite, che non esita a dichiarare, proprio come Tobino: quello che ha da dire lo dice, poi delle conseguenze non si cura, Guanciale arriva fino in fondo e lo dichiara, proprio come lo zio. Poi c’è il libro in sé: Le libere donne è balzato al decimo posto nelle vendite nazionali. Per un libro del 1953 è una cosa incredibile, fuori dal mondo.
Ino
Guarda, io volevo regalarne una copia. Sono andato in libreria per acquistarlo ed era esaurito.
Isabella
Sì, perché Mondadori pubblica sempre in numeri limitati. Vabbè, faranno una nuova edizione, magari una nuova ristampa. La faranno, la faranno. L’avevano appena ripubblicato, però era esaurito. Poi l’hanno ripubblicato con la fascetta, ma non hanno stampato abbastanza copie perché non pensavano alla possibilità di un tale successo.
Ino
Che cosa ci dici della rappresentazione che è stata data di Paola Olivetti?
Isabella
Michele Soavi all’attrice che gli chiedeva come fare per interpretare Paola ha detto: «Guarda, tu devi interpretare mia nonna. Allora: mia nonna era una donna che sapeva affrontare tutte le situazioni che le si potevano presentare davanti senza mai scomporsi. Era una donna elegante, estremamente equilibrata e sempre corretta. Non si lasciava mai andare».
Marina
E per come l’hai conosciuta, Paola era davvero così?
Isabella
Era così. Non era bella, ma era molto elegante.
Marina
Una cosa che non è storicamente vera e che lo sceneggiato mette in scena è l’episodio della lobotomia. Perché a Maggiano, si sa con certezza, la lobotomia non è mai stata praticata.
Isabella
In effetti, in tutti i documenti studiati, non è mai apparsa.
Ino
È vero, ma nella storia, in qualche modo, ci voleva.
Marina
Hai ragione. Ci voleva. Viene inevitabilmente in mente il film Qualcuno volò sul nido del cuculo. Chiedo: l’intervento di lobotomia era proprio come quello che si vede nella fiction?
Isabella
Alcuni psichiatri hanno commentato che l’intervento non si fa così come si vede nello sceneggiato.
Ino
La lobotomia transorbitale era essenzialmente quella. Veniva usato un maglio per permettere al punteruolo di trapassare lo strato osseo appena al di sopra della palpebra. Il punteruolo veniva quindi mosso energicamente in modo da danneggiare, a caso, il lobo frontale. Questa tecnica poteva essere eseguita ambulatorialmente, invece che in sala operatoria, e richiedeva soltanto pochi minuti. Da questo punto di vista ciò che è mostrato nello sceneggiato non è tanto distante dal vero. La lobotomia classica è uscita progressivamente dalla pratica clinica tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta. Esistono però tuttora alcune forme di psicochirurgia moderna. Il discorso comunque è molto complesso.
Isabella
Nel 1957 Tobino, che per un anno è stato direttore di Maggiano, ha portato un gruppo di suoi infermieri a visitare il manicomio di Varese, perché c’era Fiamberti, psichiatra a quel tempo molto famoso, che praticava la lobotomia. Il suo manicomio era pulito, ordinato, i pazienti tutti quieti, tranquilli. Tobino voleva capire come mai lì funzionasse tutto così bene.
Marina
Tobino ne parla ne Il manicomio di Pechino, testo che esce nel 1990, ma che Tobino scrisse tra il 1955 e il 1956.
Ino
È vero. Nel libro Tobino se la prende con una sua infermiera, che stimava moltissimo, perché lei rimase entusiasta di quello che aveva visto a Varese, dimostrando di non aver considerato il modo, per Tobino inaccettabile, con cui si era ottenuto quel risultato.
Marina
In quella pagina Tobino dice di essere stato «qualche settimana», proprio lì, a Varese. Ho trovato un documento datato 1955 nel quale uno dei colleghi di Varese scrive a Tobino queste parole: «Spero che tornerai». Questo testimonierebbe che Tobino era stato a Varese di persona, prima di mandarci in visita i suoi infermieri. Questo è un aspetto della biografia tobiniana che va indagato. Lo faremo.
Isabella
Sì, senz’altro. Rispetto alla Cronologia di Paola Italia, introduttiva al volume Mondadori delle Opere scelte di Tobino e fondamentale per inquadrare i testi dello zio, gli studi sono andati e stanno andando molto avanti. Una biografia di Tobino è oggi un lavoro che va fatto.
Ino
Una cosa ho notato, e probabilmente me lo aspettavo: che il mondo della psichiatria ha totalmente ignorato questo sceneggiato. Mi aspettavo che qualche mio collega si esprimesse…
Isabella
Io invece non sono rimasta sorpresa del silenzio della psichiatria perché su questo argomento è come se ci fosse ancora una sorta di tabù, qualcosa che non può essere toccato nel modo più assoluto.
Ino
Probabilmente quando c’è qualcosa che ti mette in difficoltà, una delle soluzioni è quella di restare in silenzio e ignorare il problema. Certo che la fiction è andata a toccare, seppur indirettamente, la grande e complessa questione della Legge 180 che nel 1978 ha chiuso i manicomi. Io ho fatto lo psichiatra a causa e in seguito alla riforma: il tempo passa, le cose cambiano, tu rifletti, maturi e allora vedi le cose in modo più articolato, meno ideologico.
Isabella
Intendi dire: andare a vedere quello che è successo veramente? Perché una cosa è ‘chiudere’, va bene. Ma che cosa è stato fatto dopo per aiutare? Non sono cresciute tutte quelle strutture pubbliche che avrebbero dovuto curare degnamente i malati.
Ino
Noi abbiamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità nel servizio. Però è indubitabile che proprio in quel periodo sono nate delle strutture private che spesso erano solo ‘parcheggi’ e sulle quali si è lucrato. In alcune zone un po’ di più, in altre zone meno.
Isabella
A Trieste queste strutture ci sono e funzionano molto bene. Il 21 settembre 2024 sono stata invitata a un convegno dal titolo “Foucault, Basaglia e il disagio mentale nella contemporaneità”, che si è tenuto nell’ex-ospedale di Gorizia. Prima di andare ho pensato: «Vabbè, io vado, sarò nella bocca del leone, sarà quel che sarà. Faccio la mia relazione, me l’hanno chiesta e buonanotte ai sognatori». Sono andata. La struttura manicomiale è lì, come monumento del passato, chiusa, ma in piedi. Il parco è bellissimo, tenuto benissimo e all’interno c’è una comunità terapeutica dove ho tenuto la mia relazione. I ragazzi ospiti hanno letto, accompagnati dalla chitarra, brani di Tobino. Mi sono commossa, perché non me l’aspettavo. Ho trovato una grande accoglienza e mi sono meravigliata, perché mi aspettavo tutt’altro. Da questi giovani e dalle loro storie ho avuto la conferma di quello che Tobino diceva, cioè che la follia esiste…
Ino
Tobino ha detto: «Esistono dunque in manicomio personalità e hanno visioni e le visioni sono una parte della loro personalità, come un uovo è fatto di tuorlo e di albume e tanto il tuorlo che l’albume sono un uovo». Per lui la follia esiste, non è soltanto un artefatto. Lo abbiamo visto anche dopo, quando, chiusi i manicomi, incontravamo pazienti che riproducevano la situazione manicomiale fumando montagne di sigarette, prendendo psicofarmaci in eccesso e finendo per cronicizzarsi… senza manicomio. Tobino sosteneva che c’è un nucleo affettivo profondo che non è intaccato dalla psicosi e con il quale bisogna entrare in relazione e che bisogna in qualche modo tenere vivo. È un discorso tecnicamente perfetto di cui si sarebbe dovuto tenere maggiormente conto. Invece la psichiatria ha inchiodato Tobino nel ruolo stereotipato e grottesco di psichiatra conservatore, retrivo. Ora si parla di medicina narrativa, che sostiene cose che Tobino sosteneva già.
Isabella
Nell’ultimo libro che ha pubblicato, Una piccola fine del mondo, anche Paolo Milone dice che il nucleo affettivo profondo del paziente sopravvive alla malattia e che è su quello che dobbiamo lavorare.
Ino
Noi psichiatri abbiamo delle responsabilità da questo punto di vista, perché abbiamo annullato la personalità di tante persone. Nei racconti del libro che ho scritto con Franca Pezzoni, “CIM – Cento imperfetti mondi”, ci sono molte situazioni di questo genere. Capisci che dentro la follia, dentro il delirio, c’è un nucleo di verità che, se non riesci a tirare fuori, se non lo capisci o non lo contieni, porta all’annullamento della persona. La persona diventa socialmente non disturbante, ma si spegne. E che differenza c’è con il paziente che era dentro il manicomio e stava lì e non dava fastidio a nessuno? Tobino, parlando di psicofarmaci, pur non essendo contrario, parlò di “camicia di forza chimica”. Aveva le sue ragioni.
Prima di concludere, Isabella Tobino desidera affidare ai lettori le parole con cui suo zio chiuse l’Appendice Dieci anni dopo, scritta per la ristampa del 1963 de Le libere donne di Magliano. A suo giudizio, rappresentano ancora oggi una sintesi esemplare del suo pensiero sulla cura della malattia mentale e sul dovere della società nei confronti di chi soffre:
«E ora, se un piccolo potere ha la letteratura, questo libro davvero si ripubblica per domandare ai sani se non sia giunto il tempo di aiutare chi è sulla soglia, in bilico se rientrare nel mondo o invece ripiombare nella caverna. Per i sani è giunto il momento di fare il loro dovere verso i folli. E per aiutarli è semplicemente necessario aumentare il numero dei medici, il numero degli infermieri specializzati; è necessario costruire piccoli ospedali, in modo che ogni malato sia una persona e non un numero pressoché anonimo; è necessario e obbligatorio, innanzitutto, non dare soltanto il denaro, ma partecipare, sorvegliare, criticare, appassionarsi a ogni passaggio di questa meravigliosa impresa contro la pazzia, la più misteriosa dea che esista al mondo.»
![]()






0 commenti