
C’è un momento, nel lavoro clinico, in cui una diagnosi è necessaria. Serve per orientare, per comunicare, per scegliere un trattamento, per non perdere il filo. Eppure chiunque abbia frequentato sul serio la psichiatria sa che esiste anche un altro momento, più silenzioso, più decisivo, in cui la diagnosi non basta più per capire, per incontrare, per restituire senso a ciò che una persona sta vivendo.
È in quel punto che la letteratura diventa una risorsa sorprendentemente concreta, quasi “tecnica” nel significato migliore del termine: perché riporta in primo piano l’essere umano nella sua complessità, la storia di una vita, l’irriducibile individualità che sfugge ai protocolli, alle linee guida, alle check-list, perfino alle parole “giuste” della psicopatologia quando rischiano di diventare formule.
La rubrica SCRITTURA E PSICHIATRIA – La vita che non entra nei manuali nasce dalla necessità di recuperare ciò che una psichiatria troppo centrata su procedure, standard e categorie tende a lasciare sullo sfondo. Senza negare il valore dell’approccio scientifico, senza contrapporre romanticamente “narrazione” e “evidenza”, ricorda che la cura, soprattutto in psichiatria, non avviene in un vuoto metodologico, ma si sviluppa dentro relazioni, biografie, contesti, contraddizioni, desideri, paure, fragilità e risorse che non stanno mai tutte dentro un manuale.
Un allargamento dello sguardo
L’obiettivo della rubrica è semplice e ambizioso: ampliare lo sguardo, uscire dalla clinica intesa come recinto. La scrittura letteraria, quando è autentica, non riduce, non semplifica, permette di tornare a una visione più larga e profondamente umana della sofferenza psichica.. Tiene aperte le domande, conserva le sfumature, dà dignità ai dettagli apparentemente inutili, che invece spesso sono il cuore di una persona.
La scrittura nobilita e arricchisce l’esperienza psichiatrica perché costringe chi scrive (e chi legge) a una forma di attenzione diversa, un’attenzione che non cerca subito una risposta, ma prima di tutto cerca una comprensione. In un’epoca in cui tutto spinge alla velocità, la letteratura è una palestra di complessità e di ascolto.
Da dove nasce questa rubrica
Questa rubrica si inserisce idealmente nel percorso di riflessione e ricerca stimolato dal laboratorio seminariale “Le scritture della malattia mentale: tra cartella clinica e psicopatografia”, condotto dalla professoressa Marina Riccucci dell’Università di Pisa, che da tempo lavora sul confine, sempre fecondo e sempre problematico, tra narrazione, esperienza di cura, memoria, cartella clinica, e rappresentazione letteraria della sofferenza psichica.
Quel laboratorio ha messo a fuoco un fatto evidente e insieme poco tematizzato: molti operatori della salute mentale scrivono, e quando lo fanno non stanno “evadendo” dalla professione, ma spesso stanno tentando di dire ciò che nel linguaggio professionale resta in ombra. La letteratura, in questi casi, non è un lusso: è un modo di tenere insieme realtà e senso.
Un comitato di redazione: scrittori e curanti
La rubrica sarà curata da un comitato di redazione che unisce esperienza clinica, sguardi diversi e pratiche di scrittura:
Giacinto Buscaglia (psichiatra scrittore)
Giuseppe D’Erba (infermiere scrittore)
Paolo Milone (psichiatra scrittore)
Paola Mori (infermiera scrittrice)
Franca Pezzoni (psichiatra scrittrice)
Mettere insieme psichiatri e infermieri significa riconoscere che la cura non è solo un atto medico, ma un lavoro corale, quotidiano, fatto anche di presenza, corpo, tempo, parole dette e non dette, errori e riparazioni. La scrittura, quando nasce dall’esperienza, può restituire proprio questa coralità, il “dietro le quinte” umano del lavoro in salute mentale.
Cosa troverete qui
In questa rubrica troverete testi e riflessioni che cercheranno di stare sul confine tra psichiatria e letteratura e, spesso, ai confini della parola stessa, dove il linguaggio tenta di esprimere il vissuto e insieme ne incontra i limiti. Non recensioni scolastiche, né esercizi di stile. Piuttosto:
- narrazioni e frammenti che illuminano il vissuto della sofferenza psichica;
- riflessioni sul linguaggio della cura e sui suoi limiti;
- incursioni nella storia della psichiatria, quando serve a capire il presente;
- dialoghi tra clinica, memoria e immaginazione;
- racconti in cui l’esperienza professionale viene trasformata, non “esibita”: perché la letteratura non è una cartella clinica, ma può dire verità che la cartella clinica non riesce a dire.
- voci di scrittori e poeti che si sono misurati con la psichiatria: interviste, dialoghi, testimonianze per inseguire le loro poetiche e il punto esatto in cui la scrittura diventa necessaria.
Se la psichiatria rischia talvolta di diventare un sistema di classificazione e gestione, la letteratura può ricordarle, con ostinazione gentile, che ogni persona è sempre più del suo sintomo, più della sua diagnosi, più del suo protocollo. Questa rubrica si propone di valorizzare il volto umano di una psichiatria che non sia solo “tecnica” e, se possibile, di ritrovarlo ogni volta con parole nuove.
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Grazie per questa nuova rubrica. Ricordo con grande affetto uno specializzando in psichiatria che, alla domanda di una giovane studentessa di medicina del primo anno, con il sogno di diventare psichiatra, su testi da approfondire per iniziare ad avvicinarsi alla nostra disciplina, rispose: “Inizia con la letteratura, ad esempio Trilogia della città di K. di A. Kristóf o Musica di Y. Mishima”.
Come sostiene Coetzee, “è ingenuo pensare che la scrittura sia un semplice processo in due tempi: prima decidi cosa vuoi dire e poi lo dici. Al contrario, scrivi perché non sai cosa vuoi dire. È la scrittura a rivelarti quello che volevi dire…”. Così, scrivendo delle storie dei nostri pazienti, si aprono mondi ed esistenze ai quali altrimenti non saremmo in grado di avvicinarci.