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Le armonie della follia: quello che la psichiatria fa davvero

21 Mar 26

A cura di FRANCA PEZZONI e GIACINTO BUSCAGLIA

Franca Pezzoni e Giacinto Buscaglia (Ino) conversano con Paola Mori e Pino D’Erba sul loro libro “LE ARMONIE DELLA FOLLIA. Due infermieri raccontano”, Erga Edizioni 2025.
Dal dialogo esce una riflessione sulla psichiatria come esperienza umana e narrativa, sul rapporto tra regole e relazione, sulla reciprocità della cura e sulla difficoltà di raccontare un mondo che resiste a ogni semplificazione.

Questo libro offre uno sguardo originale sulla pratica psichiatrica. Due infermieri, impegnati sia nella dimensione domiciliare sia in quella ospedaliera, raccontano la loro esperienza quotidiana a contatto con persone segnate dalla sofferenza, ma anche capaci di inventare modi inattesi di stare al mondo. Attraverso brevi episodi che ritraggono momenti vissuti con i pazienti – tragici, surreali, ironici – i due autori riescono a comporre un quadro fatto apparentemente di frammenti ma che in realtà dà un’immagine unitaria della loro vita professionale.

Il loro è un punto di vista prezioso perché restituisce ciò che accade realmente nella pratica, senza il filtro delle teorie: uno sguardo che raramente trova spazio nei resoconti ufficiali e nella letteratura scientifica più accreditata.
La freschezza e la spontaneità della narrazione rappresentano un valore non solo clinico, ma anche letterario. Con pochi tratti, il libro riesce a evocare persone, luoghi ed emozioni che restano impressi, aprendo interrogativi che continuano a lavorare nella mente di chi legge.
Dalla lettura emerge con chiarezza quanto sia essenziale, in psichiatria, tenere insieme le diverse prospettive coinvolte nella cura: infermieri, medici, pazienti, familiari. Solo in questo intreccio si può avvicinare la complessità reale dell’esperienza psichica.

Ino: Cominciamo dal titolo. Le armonie della follia è un titolo molto bello e anche molto denso. Come ci siete arrivati?

Paola: In realtà ci siamo arrivati dopo molti tentativi. A un certo punto sembrava che tutti i titoli potessero andare bene e, allo stesso tempo, che nessuno fosse davvero quello giusto. Poi è venuto fuori questo. Forse eravamo anche un po’ storditi da tutte le proposte fatte, ma alla fine ci è sembrato il più adatto.
Mi piace perché tiene insieme due cose: qualcosa di armonico e qualcosa di disarmonico. E in fondo è quello che viviamo nel nostro lavoro, nell’ambiente in cui stiamo, e forse anche dentro di noi. Dentro qualcosa che appare quasi incomprensibile come la follia, in realtà puoi trovare grandi armonie.

Pino: Sì. All’inizio pensavamo anche a un’immagine musicale: un coro, o un’orchestra. Tanti strumenti che, presi uno per uno, possono sembrare anche stonati, ma che insieme trovano un’armonia. È un’armonia che esiste solo nell’insieme. Se guardi i singoli elementi, vedi la stonatura; se allarghi lo sguardo, quella stonatura diventa parte del disegno complessivo.

Ino: A me ha colpito proprio questo. Perché è un libro che ha come centro la follia, ma in realtà è fatto di due anime. Non c’è soltanto il vostro lavoro professionale: c’è tutta una storia personale che si intreccia, ed è fondamentale per capire il libro. I luoghi dell’infanzia, la vostra storia, e poi le storie dei pazienti: tutto sta insieme. Come se la follia fosse una delle forme possibili dell’armonia della vita. E in questo senso si riduce anche il confine tra normalità e follia.

Paola: Secondo me, se scegli un certo tipo di lavoro, è perché hai già una predisposizione. C’è qualcosa che si deposita dentro molto presto, probabilmente fin dall’infanzia. Io, per esempio, mi riconosco in una persona che non è mai stata davvero protagonista, ma è sempre rimasta un po’ ai margini. Ero così anche da bambina. Però osservavo tantissimo. E questo oggi mi aiuta nel lavoro, perché continuo a osservare. È una cosa che ti porti dietro nel tempo, che sedimenta.

E infatti lo dico sempre: se dovessi lavorare in un reparto dove non c’è contatto umano, dove fai solo cose tecniche, non lo farei. Non mi interesserebbe proprio.

Il lavoro psichiatrico: relazione, non tecnica

Ino: Questa cosa si sente molto nel libro. A un certo punto viene fuori chiaramente che, per voi, la psichiatria non è mai riducibile a un insieme di tecniche.

Paola: Sì, perché in fondo in questo lavoro di tecnico c’è poco, quasi niente. Devi relazionarti con l’altra persona. E questo vuol dire capirla, osservarla, metterti in discussione, fare delle scelte. È tutto lì. E secondo me questa cosa te la porti dietro da bambino.

Pino: Noi abbiamo voluto raccontarci proprio perché trovare un’armonia nelle relazioni, nella vita, è sempre anche un investimento personale. Abbiamo raccontato i pazienti, ma dentro quello spartito ci abbiamo messo anche le nostre note: i nostri vissuti, a volte anche disarmonici. Ed è da quell’intreccio che nasce l’armonia del racconto.

Ino: E poi c’è anche la capacità di vedere la follia prima ancora di conoscerla. I personaggi dell’infanzia, i mondi eccentrici, i misteri che vi incuriosivano già allora… È come se ci fosse una predisposizione. La tua, Paola, a osservare. La tua, Pino, forse, a difendere le cause perse.

Franca: A me è piaciuta molto anche l’idea di Sampierdarena come “mondo”. Un mondo fatto di luoghi, di persone, di negozi, di scuole. In effetti tutte le persone hanno un mondo e sono un mondo, e se tu non le vedi nel loro ambiente non capisci nulla. Questo vale per i pazienti, ma vale per chiunque.

Pino: Sì, ed è stato proprio uno dei punti di partenza. Abbiamo riconosciuto molte convergenze tra di noi: gli stessi luoghi, le stesse scuole, scelte simili, pur non conoscendoci prima. E allora abbiamo capito che valeva la pena raccontare queste traiettorie parallele. Il microcosmo dell’infanzia, del quartiere, è davvero un mondo a sé.

Il mondo del paziente e il rischio di essere direttivi

Ino: Nel libro si sente molto anche un’altra cosa: la curiosità per mondi molto diversi dai vostri. E si vede bene, per esempio, nella storia della bicicletta, quando capite che ciò di cui il paziente aveva bisogno non era una bicicletta “migliore”, ma proprio la sua.

Pino: Sì, e questo tocca un punto importante. Nel nostro lavoro c’è sempre il rischio di essere direttivi, di partire dal nostro punto di vista e decidere cosa è meglio per l’altro. Invece, con l’esperienza, impari che è fondamentale rispettare il mondo del paziente, anche quando ti sembra bizzarro o distorto rispetto al tuo. Non esiste un modo “corretto” di vivere. Il nostro compito è aiutare la persona a stare meglio nel suo mondo, non trasformarlo perché assomigli al nostro.

Paola: Questo è un tema molto presente anche in ospedale, perché lì ci sono le regole. E io faccio fatica a starci dentro fino in fondo. Se una persona è ricoverata da mesi o anni, non posso impedirle di fumare una sigaretta di notte. Allora andiamo in terrazza insieme. Anche se non fumo, resto lì. C’è sempre una tensione tra chi si sente tutelato dalle regole e chi invece prova a stare più vicino al paziente. È un margine sottile. A volte fai qualcosa che va fuori dalle regole, ma per te è la cosa giusta. Anzi, forse è ancora più giusta.

Franca: Mi viene in mente l’episodio molto bello del taglio dei capelli alla paziente che aveva sulla testa una impalcatura costruita in anni,  che aveva inglobato forcine, fermagli…
L’episodio è significativo perché  è un esempio di un intervento intrusivo e intimo, che va a toccare l’identità della persona e l’immagine di sé.
Come lo ha vissuto la paziente? Cosa rende accettabili per il paziente questi interventi così delicati, senza farli diventare violenti e irrispettosi?

Paola: Un aspetto del lavoro di un infermiere è quello di entrare in contatto con il paziente anche attraverso momenti totalmente privi di filtri: spogliare, lavare, accompagnare in bagno… Siamo preparati a questo e anche i pazienti lo sono. Sono ruoli assimilati.
Altra cosa è intervenire con la forza o comunque senza una richiesta, o un consenso esplicito del paziente. Questo è parte del passato, un retaggio manicomiale che non credo sia più applicato. In SPDC, vent’anni fa, si usava. La paziente del racconto diciamo che “ha lasciato fare” e non so in effetti se l’episodio abbia disturbato più lei, o me. Il confine tra la cura e l’invasione è sottile, labile, non è mai ben identificabile e mette sempre tutti i principi, di cura e personali, in discussione.
Allora si legava, lavava, spogliava con una certa disinvoltura. Perché era una “normalità” acquisita. Ripeto, molto manicomiale.
I pazienti che erano già stati ricoverati sapevano che funzionava così. Lo accettavano e addirittura, a volte,  con una sorta di cameratismo.
Una realtà distorta, tipo quella del carcere, o del manicomio.

Ino: Su questo quanto vi siete scontrati con l’istituzione psichiatrica? E quanto invece vi ha aiutato?

Paola: Io cerco di confrontarmi con chi è in turno con me e con il medico. Però alla fine mi prendo anche le mie responsabilità. Se mi sembra giusto che una madre entri prima o esca dopo, lo faccio. Se c’è un rischio, certo, sto attenta. Con gli anni sviluppi una specie di sesto senso. Ma sulle piccole cose no: se una persona si sente accudita, serena, se percepisce attenzione, sta meglio. E questo è fondamentale.
Ci sono poi aspetti più difficili, come le contenzioni, quando eravamo in reparto per pazienti acuti. Sono interventi pesanti, invasivi. E allora almeno cerchi di non lasciare la persona da sola. Di starle vicino. È un ambiente complesso.

Le regole come riparo

Ino: Eppure, leggendo e ascoltandovi, si capisce anche che il problema non è solo quello che le regole fanno ai pazienti, ma anche quello che fanno agli operatori.

Pino: Sì, secondo me questo è un punto importante. Dietro le regole spesso ci nascondiamo anche noi operatori. Le regole sono anche un nostro riparo. Perché meno rigidità hai, più devi investire nella relazione. Solo attraverso la relazione puoi permetterti di assumerti davvero una responsabilità.
Faccio un esempio molto semplice. Un paziente, dopo il cambio del medico, mi ha detto: “Mi ha dato una terapia nuova. Tu che mi conosci bene, cosa dici, la prendo?”. Non mi stava chiedendo un parere farmacologico. Mi stava chiedendo un parere fondato sulla relazione. Stava spostando il peso della decisione sulla fiducia costruita tra noi. E questo dice molto: la relazione non costruisce solo un rapporto umano, ma anche una fiducia terapeutica che permette al paziente di aderire alla cura.

Franca: A proposito della bicicletta, nel libro si sente molto anche il lavoro d’équipe. Un lavoro quasi senza protocollo, ma con una collaborazione vera. Le infermiere, l’assistente sociale, i colleghi… figure diverse che condividono un obiettivo: capire e aiutare quella persona.

Pino: Sì, è una specie di famiglia vicariante. Per molti pazienti, in certi momenti, diventiamo davvero questo. Soprattutto anni fa forse c’era una maggiore accoglienza. I servizi erano anche un ambiente familiare, sia normativamente sia affettivamente. Dal Covid in poi, invece, siamo diventati più simili a un ambulatorio classico, e il rischio è di perdere proprio questa dimensione affettiva che per la cura a lungo termine è fondamentale.

Il gesto giusto

Ino: Paola, nel tuo modo di lavorare si sente molto l’idea che ogni paziente ti chieda un ruolo diverso.

Paola: Sì. Per come lavoro io, è fondamentale capire che tipo di figura posso incarnare in quel momento. Può sembrare artificioso, ma non lo è. Bisogna capire subito in che ruolo ti devi calare.
Per esempio, in questo periodo abbiamo una ragazza borderline di diciannove anni, con una storia terribile alle spalle. È una ragazza durissima, molto difficile da reggere. La reazione spontanea, anche per noi operatori, è di volerla allontanare. Io invece ho provato a chiedermi: quale approccio può funzionare?
Una sera ero riuscita a ottenere qualcosa da lei, l’ho aiutata a sistemarsi e poi, quando era a letto, l’ho coperta come faceva mia madre con me. Le dicevo: “Adesso fai il morto, tu stai immobile e io ti faccio la risvoltina”. Lei tirava giù il lenzuolo apposta, ma intanto sorrideva. E quella era una cosa stranissima, perché non sorride mai. Per me lì è stato chiarissimo: avevo trovato un varco. Avevo infranto la sua barriera.
E allora ho capito che forse quella ragazza aveva vissuto davvero come un piccolo animale selvatico, senza aver mai ricevuto una cura elementare, un’attenzione semplice e corporea. Forse era proprio questo che l’aveva colpita di più.

Ino: C’è una frase che mi aveva colpito molto: “Gli animali mi avevano insegnato l’attenzione e il rispetto dei margini e delle emozioni”.

Paola: Sì, perché io fin da piccola ero fissata con gli animali, con gli insetti. Stavo ore a guardarli. E secondo me questo ti insegna una cosa decisiva: che l’altro non ha necessariamente bisogno della tua intrusione. Fa la sua vita, con i suoi modi, anche bizzarri. E quella cosa va rispettata, anche se non ti appartiene o non la condividi. Perché quella persona è quella lì.
E poi il nostro non è un lavoro in cui puoi imparare una procedura esatta per tutto. Devi pescare dalla tua esperienza, dalle tue intuizioni. A volte basta un dettaglio minimo, una frase, un gesto, per metterti in allarme o rassicurarti.

Pino: Ogni situazione ti costringe a rovistare dentro di te per trovare gli strumenti giusti. Per questo bisogna portarsi dietro una specie di cassetta degli attrezzi: conoscenze tecniche, certo, ma anche esperienza, sensibilità, strumenti emotivi. E poi saper scegliere, ogni volta, l’attrezzo giusto.

Franca: Due storie di Pino mi hanno colpito. In una si parla di salto di dimensione e in un’altra di salto di barriera. Quando vai a casa di Paride e scopri che ha scritto le formule matematiche in tutta la casa e entri davvero in un’altra dimensione che non è quella normale. L’altra storia è quella del ragazzo suicida e parli di salto di barriera, quando ti accorgi che sei molto vicino alla stessa esperienza che ha il paziente, che la barriera tra te e il paziente non tiene.

Pino: Sì, la prima è stata per me un’esperienza folgorante, perché davvero nel giro di poco tempo mi sono accorto di essere entrato in un mondo parallelo ed era il mondo interessantissimo e divertentissimo di questo paziente, che tra l’altro era un vero genio della matematica. In lui coesistevano davvero genio e follia, perché faceva queste cose ma contemporaneamente andava in giro con la maschera da gorilla, terrorizzando il vicinato. Invece la storia del ragazzo è proprio l’esempio di come per entrare in sintonia con una persona è necessario guardarsi dentro. Io conoscendo questo ragazzo ho visto me ragazzo per tanti aspetti. Poi le risorse individuali di ciascuno sono diverse, le risorse ambientali, le famiglie sono diverse e i destini sono diversi.

La follia come esperienza letteraria

Franca: Nel libro ci sono punti che sono proprio letteratura. Penso alla discesa agli inferi nel Museo di Storia Naturale. È un’immagine fortissima: si entra in un altro mondo, quasi come Alice, dove tutti i riferimenti cambiano. Gli animali, i dinosauri, i gorilla… non sono un’allegoria costruita, ma un’immagine vera che restituisce benissimo l’impressione della follia.

Pino: Sì, perché a volte le situazioni sono già di per sé letterarie. Mi trovo dentro scene surreali e penso che basterebbe prendere appunti: il pezzo di letteratura è già lì. Ti imbatti in personaggi che sembrano già costruiti, senza bisogno di inventare quasi nulla. Poi certo bisogna proteggere le persone, rendere più efficaci certi passaggi, trasformare l’esperienza in forma. Ma per me raccontare quel mondo in chiave ⁸letteraria è stato naturale. In fondo vivere nel mondo della follia è già di per sé un’esperienza letteraria.

Ino: E infatti, a un certo punto, parlando del libro, mi è venuto da chiedervi se aveste dei riferimenti letterari. Anche perché i racconti hanno quasi tutti una lunghezza simile, come se ci fosse una forma di armonia anche lì.

Paola: Direi che è venuta fuori in modo casuale. Io leggo molto, ma in modo discontinuo. Devo avere la mente libera, altrimenti non riesco. Sicuramente tutto quello che ho letto è rimasto da qualche parte. Se devo fare un nome, direi Murakami: mi piace la sua rapidità, il suo essere incisivo, emotivo. Però in generale leggo di tutto, anche il brutto. Il brutto serve a capire il bello.

Pino: Anch’io leggo molto, ma in modo disordinato. Tengo sempre aperti più libri contemporaneamente. E non voglio nominare padri ispiratori, perché non sarebbe onesto. La scrittura, per me, è stata soprattutto un’esperienza personale. Una volta, durante una presentazione, mi chiesero: “Perché scrivi?”. E lì mi è venuto da rispondere: “Scrivo per leggermi”. Perché quando scrivi sei costretto, prima di tutto, a leggere dentro di te. E non è affatto scontato.
Quando scrivo è come se aprissi una porta e mi concedessi di entrare in un’altra dimensione: una dimensione in cui ci sono i miei movimenti interni, le mie angosce, le cose che di solito restano sotto. Al di là di qualsiasi pubblicazione, questo per me è già un valore enorme.

Franca: Quello che mi colpisce, e che noto anche in altri libri scritti da operatori psichiatrici, è la frammentarietà. Non c’è quasi mai un romanzo lineare. Ci sono piuttosto tanti pezzi. Succede in Tobino, succede in Milone, succede con il libro scritto con Ino (CIM Cento Imperfetti Mondi), succede con il vostro. Mi domando se sia un caso, oppure se sia proprio la psichiatria a chiedere questa forma.

Pino: Non so se sia una teoria dello stile. Però mi torna in mente un’immagine che avevo usato anche nell’introduzione del libro: quella del gomitolo. Quando cominci a districarlo, trovi fili di colori diversi: disperazione, morte, gioia, felicità. Per me il mondo della psichiatria è così. Non è facile raccontarlo in una visione compatta e continua, perché un filo tira l’altro e ogni filo cambia colore. In psichiatria non c’è mai un personaggio tutto bianco o tutto nero. Dentro c’è sempre tutto. Forse è anche per questo che mi viene più naturale raccontare dei frammenti.

Chi cura chi

Ino: Vorrei tornare a una cosa che mi aveva colpito molto: il tema del chi cura chi. Vi è mai capitato di avere l’impressione che i pazienti curassero voi?

Pino: Io credo che, come in tutte le relazioni significative, la cura non vada mai in una sola direzione. Qualsiasi persona, anche la più sofferente, qualcosa ti lascia. Nella relazione c’è sempre da imparare. Aiutare l’altro vuol dire anche mobilitare qualcosa in te stesso. E questa, in fondo, è già un’autocura.
A me capita spesso, quando un paziente mi ringrazia, di rispondere: “No, ringrazio io te”. Perché non puoi passare venti o trent’anni accanto a delle persone e pensare di avere solo dato senza aver ricevuto niente. Non è realistico. Ci curiamo continuamente a vicenda.

Paola: Sì, sono d’accordo. Anche se una delle prime cose che ci insegnano è di non farci coinvolgere troppo, la verità è che lavorando a lungo con gli stessi pazienti finisci per conoscerli molto bene, e loro conoscono molto bene te. Colgono perfettamente i momenti in cui non stai bene. E anche senza che tu dica nulla, sanno confortarti.
L’anno scorso ho vissuto un periodo di grande difficoltà personale. E mi sono resa conto che l’unica cosa che nella mia vita era rimasta stabile era proprio il lavoro. Mi sembrava quasi di tornare in famiglia. Perché ritrovavo sempre quelle persone, e spesso erano proprio loro a dirmi la cosa giusta al momento giusto. Anche solo per affetto. Quindi sì: c’è moltissimo scambio.

La psichiatria che c’è e quella che manca

Ino: Voi siete ancora operatori psichiatrici in attività, ma avete anche scritto un libro. Ora che l’avete fatto, vedete l’istituzione psichiatrica in modo diverso?

Paola: “Scrittori” mi sembra ancora una parola troppo altisonante per noi. Per il resto, no: le falle le vedevo prima e le vedo anche adesso. Non è cambiato nulla. Mi piacerebbe che ci fossero molte cose diverse, ma le mancanze che vedevo allora continuo a vederle oggi.

Pino: Per me è uguale. La cosa più bella che ha portato il libro è stata il confronto con tantissime persone, anche addetti ai lavori. Ma il mio sguardo sulla psichiatria, nel bene e nel male, non è cambiato.

Franca: Quando noi abbiamo scritto il nostro libro c’era anche una componente di testimonianza: il desiderio di non lasciare che un certo modo di lavorare finisse senza essere raccontato. Mi chiedo se anche per voi ci sia stata una spinta simile.

Pino: Sì, il nostro libro è senz’altro anche una testimonianza. Perché raccontiamo cose che abbiamo vissuto, e raccontiamo anche noi stessi attraverso i decenni. Siccome però stiamo ancora lavorando, è anche una testimonianza del presente. La psichiatria ha preso una direzione che, per certi aspetti, mi piace meno. Ma non credo di aver scritto il libro con l’idea precisa di lasciare un’eredità. Forse anche perché continuo ancora a stare dentro questo lavoro.

Ino: Il confine tra normalità e follia, nella vostra testa, è rimasto lo stesso dopo aver scritto il libro?

Paola: Per me siamo tutti profondamente imperfetti, e ci incastriamo come possiamo per stare in equilibrio: noi, i pazienti, tutti. Non farei un discorso sulla perfezione degli individui. Parlerei piuttosto della nostra macroscopica imperfezione. Alla fine si tratta sempre di accomodarsi un po’, di trovare un incastro possibile.
La follia esiste, sì. Ma è la normalità che non esiste poi così tanto. E forse è questo che andrebbe riequilibrato.

Pino: Sì, scrivere è sempre raccontarsi. Ma scrivere raccontando la psichiatria significa raccontarsi attraverso esperienze uniche, perché quello della psichiatria è davvero un mondo particolare. E aggiungo: è anche un mondo molto divertente. È una cosa che cerchiamo sempre di dire nelle presentazioni: noi ci divertiamo. Io mi diverto tantissimo. Perché ogni giorno incontri visioni diverse, persone originalissime, attività che coinvolgono anche gli operatori in modo pieno. È un’esperienza che pochi altri lavori possono dare.

Franca: Ed è importante anche questa nota di leggerezza. Non raccontare tutto solo in termini tragici o vittimistici. Bisogna anche far vedere che le persone hanno delle risorse. Magari strane, magari non quelle che ci aspetteremmo da loro, ma ce le hanno. E il nostro compito dovrebbe essere prima di tutto non ostacolarle, e poi, se possibile, valorizzarle.

Pino: Esatto. E quelle risorse non devono necessariamente coincidere con le nostre aspettative.

Scrivere ancora, lavorare ancora

Ino: A questo punto vi chiedo di farvi una domanda da soli.

Pino: La mia domanda è questa: hai intenzione di scrivere ancora? Perché non mi sento ancora uno scrittore. Mi sento uno che ha scritto. Per me lo scrittore è uno che ha dato centralità alla scrittura nella propria vita, e nel mio caso non è ancora così. Però da quando ho scritto ho scoperto un’esigenza nuova, un bisogno. Il bisogno, ogni tanto, di mettermi lì, entrare in una dimensione parallela, aprire un canale tra il dentro e il fuori e tirare fuori qualcosa. Quindi sì: spero di continuare a scrivere.

Paola: Io invece continuo a chiedermi quasi tutti i giorni se mi piace davvero, così com’è oggi, la psichiatria che ho davanti. E la risposta è no, non mi piace. Allora mi domando: perché continuo a farla? E mi rispondo che l’unica cosa che mi piace davvero sono sempre le persone che incontro, i pazienti. Sono loro l’unica risorsa a cui attingo. Come se mi dessero davvero un motivo per continuare.
Perché il posto dove lavoro oggi, la cosiddetta riabilitazione, è un ambiente che ti appiattisce in modo impressionante. A volte sembra quasi un esperimento scientifico fatto sugli operatori. Quindi sì, forse l’unica vera risorsa che ho sono i pazienti. Questo aiuto reciproco che ci diamo per andare avanti.

Tra ciò che si dichiara e ciò che si fa

Ino: Che impressione avete del rapporto, in psichiatria, tra le cose che si fanno realmente e quelle che si dichiarano di fare?

Pino: È tutto lì, il problema. Spesso ho l’impressione di non riuscire a dedicarmi ai pazienti con la dovuta attenzione e per il tempo necessario perché siamo sempre meno infermieri. Essendo pochi restiamo imbrigliati in attività burocratiche che sottraggono centralità alla cura.

Paola: Quando lavoravo in reparto d’urgenza mi era più chiaro cosa stessi facendo: arrivavano pazienti acuti e si interveniva. Adesso che siamo “riabilitazione”, faccio molta più fatica a capire in che senso stiamo riabilitando. Non ci sono vere attività riabilitative. Ci sono colloqui, certo. Ma poi, in fondo, le persone transitano e aspettano. La nostra preoccupazione principale diventa: avranno una casa? dei parenti? dei soldi?
Alla fine passiamo il tempo a cercare un posto dove metterli, una comunità, una sistemazione che spesso non esiste. È come un deposito. Arrivano, stanno lì, e tutti aspettiamo che succeda qualcosa. Io la riabilitazione me la immaginavo diversamente: attività, percorsi, acquisizione di autonomia, persone che escono un po’ più forti di come sono entrate. Invece qui è soprattutto una lunga attesa. Direi quasi che l’unica vera riabilitazione è una riabilitazione alla pazienza. Un esercizio estremo di pazienza.

Anche i pazienti insopportabili

Franca: C’è un’altra cosa che mi aveva colpito: nel libro, in un racconto, compare il punto di vista sull’operatore di Carlo, un paziente paranoico. È raro che ci si chieda davvero come l’operatore venga visto dal paziente. Forse dovremmo farlo più spesso.

Pino: Sì, e quando lo fai scopri anche cose meno consolanti. C’è una paziente da cui andiamo ogni due settimane, da anni, per fare il depot. È collaborativa. Tiene un diario che non fa leggere a nessuno. Un giorno la sorella ci ha detto di aver sbirciato dentro. E sapete cosa scriveva di noi? Che siamo due rompiscatole che continuiamo ad andare lì a tormentarla invece di farci i fatti nostri.

Ino: Ecco, però su questo vi faccio una piccola osservazione. Nel libro questa dimensione si sente meno. I pazienti suscitano quasi sempre tenerezza, simpatia, partecipazione. Ma quelli davvero insopportabili si vedono poco.

Pino: Beh, qualcuno c’è. Per esempio Carlo è davvero insopportabile. Una volta, durante un TSO, ha tirato fuori il telefono e ha iniziato a fare una specie di diretta, come per dire: “Avete visto? Avevo ragione, guardate cosa mi stanno facendo”.

Paola: Da noi il vantaggio è che si lavora in squadra. Se c’è un paziente con cui io proprio non riesco a trovare un accordo, può occuparsene un altro collega. E spesso succede anche il contrario: magari è il paziente stesso che non cerca me e va da un altro. Io comunque, in queste cose, cerco di essere autentica. Se uno mi esaspera, glielo dico. Cerco un rapporto diretto.
Comunque hai ragione, ci sono pazienti difficili. Magari il prossimo lo facciamo solo su quelli insopportabili.

Quello che il libro ha detto, e quello che non ha detto

Ino: Vi faccio un’ultima domanda, molto precisa: qual è la cosa che volevate dire con questo libro e che sentite di essere riusciti a dire davvero? E qual è, invece, la cosa che non siete riusciti a mettere dentro?

Pino: Per quel che mi riguarda, penso di essere riuscito a trasmettere la passione e l’investimento emotivo che il lavoro in psichiatria ha avuto nella mia vita. Questo sì, credo di avercelo messo, ed è l’aspetto più importante.
Quello che invece mi è mancato — e me ne sono accorto soprattutto quando abbiamo presentato il libro davanti ai pazienti — è la loro voce. Mi sarebbe piaciuto che nel libro ci fosse di più la voce dei pazienti.

Paola: Io sono contenta di aver raccontato me stessa, che era una cosa su cui avevo sempre avuto un po’ di inibizione. E sono contenta di aver raccontato anche la vecchia psichiatria, quella più brutale che avevo conosciuto all’inizio.
Per il resto, direi che per lo spazio che ci siamo dati va bene così. Non sento che manchi qualcosa di essenziale.

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Autori

3 Commenti

  1. Giuseppina Tomassini

    compro il libro.Lo ordino domani

    Rispondi
  2. Pino D'Erba

    Grazie Giuseppina !

    Rispondi
  3. Manuela Tempestini

    io sono una paziente psichiatrica a volte leggere qualche parola risolve i nodi buona serata

    Rispondi

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