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Mentium fragmenta. Paolo Milone dialoga con Marina Riccucci su letteratura e psichiatria

3 Feb 26

A cura di PAOLO MILONE

Inauguriamo oggi la rubrica su Letteratura e Psichiatria con una intervista alla Professoressa Marina Riccucci, docente di letteratura italiana presso l’Università di Pisa. Da alcuni anni studia le opere degli psichiatri scrittori italiani e forma anche, su questi temi, studenti e dottorandi.  

Nel 2023 Marina ha  curato il Convegno Internazionale “Le parole per dirlo”, svoltosi a Pisa, di cui sono stati pubblicati gli atti e al quale ho avuto l’onore di partecipare. Uno dei suoi ultimi contributi è un libro densissimo e prezioso libro, Gli psichiatri scrittori italiani, uscito per i tipi della Pisa University Press nel 2025 (vi compare anche un saggio di Stefano Redaelli). Marina Riccucci è quindi un concentrato di passione e competenza sul tema dei rapporti, infiniti, tra letteratura e psichiatria. Chi meglio di lei, dunque, per inaugurare la rubrica?

Tu da anni porti avanti ricerche e formi studenti universitari e dottorandi  anche sul campo specifico degli psichiatri scrittori. Da dove nasce questo interesse? È un interesse puramente letterario o riguarda anche la materia psichiatrica di cui si tratta?

Tutto è nato in funzione di un corso di didattica della letteratura italiana, quattro anni fa. Un corso di didattica della letteratura italiana è diverso da un corso di letteratura italiana tout court: occorre scegliere un tema complesso con l’obiettivo di indicare metodologie adatte a trasferire i contenuti attraverso la letteratura. 

Allora è nata in me l’idea che avrei potuto insegnare a “insegnare” facendo un percorso dentro la malattia mentale e dentro la letteratura che di malattia mentale parla. Quello della salute mentale è un tema focale, delicatissimo e complesso, che può essere introdotto e trattato sin dalla scuola primaria. 

Che cosa ho fatto quattro anni fa? Sono partita con un’opera dello psichiatra-scrittore Mario Tobino, Le libere donne di Magliano, poi sono tornata indietro e ho analizzato l’episodio della follia nell’Orlando Furioso; quindi ho proposto un libro di fine Cinquecento, L’Ospedale dei pazzi incurabili di Tomaso Garzoni che nessuno studia a scuola, ma che è un testo imprescindibile. Quindi sono entrata nella contemporaneità: con L’arte di legare le persone di Paolo Milone e con CIM. Cento imperfetti mondi, di Giacinto Buscaglia e Franca Pezzoni. La letteratura è il mezzo attraverso il quale si parla del mondo e chi insegna ha una fortuna: ha a disposizione le parole altrui, quelle delle autrici e degli autori, per ragionare e per far ragionare.

Mi chiedi da dove sia nato l’interesse verso la psicopatologia e, di rimando, verso la psicopatografia: di sicuro non si è trattato di un interesse solo letterario (tante sollecitazioni, tante tracce incontrate in me e negli altri, anche nel privato). Ho cominciato a documentarmi  e la prima cosa che ho scoperto è stata che si è parlato tanto di letteratura e psicanalisi, ma molto, molto meno di letteratura e psichiatria. Ho sentito che quella era una strada da percorrere e in particolare mi sono concentrata sugli psichiatri scrittori, cioè su quel piccolo gruppo di medici scrittori che produce letteratura scrivendo della disciplina clinica di cui, da professionista, si occupa.

Quali sono secondo te le opere più significative di psichiatri scrittori del Novecento?

Ti rispondo con tre titoli: Tetti rossi di Corrado Tumiati, uscito nel 1931, Le libere donne di Magliano, pubblicato nel 1953, e Per le antiche scale, edito nel 1974, il secondo e il terzo entrambi di Mario Tobino. 

Tobino è riuscito a raggiungere il grande pubblico, mentre Tumiati è poco noto, anche se è uno scrittore che merita di essere incontrato, perché in lui c’è la magnanimità di un medico illuminato.  

Nel 1953 l’Italia era pronta ad accogliere Le libere donne, nel 1931, in pieno fascismo, I tetti rossi rimasero opera di nicchia. Ogni libro ha la sua sua storia e il suo destino. Si pensi a Se questo è un uomo: quando esce, nel 1947, per la prima volta, circola poco. Primo Levi ha dovuto aspettare undici anni, fino al 1958, perché l’Italia tutta fosse pronta ad ascoltare il suo libro. 

Si consideri poi che nel 1949, quando dagli Stati Uniti arriva il film La fossa dei serpenti, tratto dall’omonimo romanzo di Mary Jane Ward e che racconta di donne ricoverate in manicomio, una grande fetta della psichiatria italiana non volle che il film circolasse nelle sale cinematografiche d’Italia: perché considerava scandaloso e inopportuno che gli Italiani vedessero e sapessero. In quello stesso 1949 esce Tra malati di mente, un bel libro dello psichiatra-scrittore Rosario Ruggeri: da allora non è mai stato ristampato, e sarebbe l’ora di farlo. 

Quattro anni dopo, nel 1953, il mondo è diverso: già circolano gli psicofarmaci e Le libere donne di Magliano hanno un effetto dirompente: prima di tutto per la sua scrittura, apparentemente lineare – ma che poi si rivela sempre più complessa ogni volta che la si rilegge – e nello stesso tempo dotata di un’immediatezza che travolge anche il lettore “psichiatricamente non alfabetizzato”. La forza e la potenza delle Libere donne sta tutta nella incisività del frammento del vissuto: in quel libro c’è la cartella clinica che pulsa. 

D’altra parte, non bisogna però omettere di ricordare che lo stesso Tobino ebbe non pochi problemi: fu accusato di avere violato la privacy delle sue pazienti; non dimentichiamo che ritirò spontaneamente il libro dal Premio Viareggio. Oggi le Libere Donne è indiscutibilmente un libro famoso, un classico, quasi: tant’è vero che a Pisa stiamo lavorando a un’edizione digitale commentata.

Perché formare gli studenti di letteratura anche su questo campo?  Cosa dona occuparsi di questi temi? Qual è l’oro che se ne guadagna?  E quali sono gli interessi degli studenti in merito?

L’interesse per la malattia mentale è indiscutibile e diffuso in ogni fascia d’età. 

La scuola deve fornire i contenuti – perché solo i contenuti conferiscono competenza – e nel fornire i contenuti essa adempie anche all’altro suo dovere: aprire le menti giovani al mondo, cioè spiegare il mondo nei limiti in cui il mondo è spiegabile. 

Nel caso specifico, la letteratura è lo strumento (forse per eccellenza) che consente di tradurre quelle che si chiamano le evenienze: cioè tutto ciò che può capitare a un essere umano, le circostanze di cui l’individuo e la collettività possono essere oggetto o soggetto: quindi anche la malattia e la malattia mentale. Sarebbe interessante fare un’indagine per vedere se e quanto la scuola nel passato si sia occupata di salute mentale. Oggi senz’altro l’argomento è entrato nella scuola, se ne parla e questo non può che essere un bene. 

Mi domandi che cosa sia l’oro che se ne guadagna? Io credo che l’oro sia dato dal privilegio e nello stesso tempo dall’onere che ricade su noi docenti (di ogni materia) di trasferire il patrimonio della conoscenza nelle intelligenze delle classi e di consegnare alle allieve e agli allievi le informazioni necessarie e sufficienti perché ai loro occhi si disveli il mondo e quindi, anche, la malattia mentale. Quando e se riusciamo a fare questo – ma ci dobbiamo lavorare tantissimo, soprattutto nel chiuso nelle nostre stanze, prima di entrare in aula – allora, avremo volato e avremo fatto volare gli studenti che ci seguiranno affascinati, commossi, invitati a conoscere, coinvolti. 

Quello della malattia mentale è un micro-cosmo, diciamo così. Tutti i micro-cosmi hanno una loro parte di ignoto, ma quello della malattia mentale è sicuramente uno degli ignoti più profondi. La grande scommessa che il docente ha con sé stesso e con la propria aula sta nel cercare e nel trovare e nel leggere in classe le pagine letterarie attraverso le quali la malattia mentale è stata rappresentata, narrata, riferita; quindi, nello spiegare quelle pagine. La spiegazione o analisi che dir si voglia è oro: perché elargisce informazioni e le informazioni sono sempre strumento di crescita individuale.

Poi c’è ancora un altro fatto. La malattia mentale è una palestra meravigliosa di formazione, perché gli studenti vengono condotti nello spazio di due fronti: il mondo che percepiscono come scienza e il mondo umanistico della letteratura.  Questo binomio li esalta. 

Voglio fare una precisazione. In aula ci sarà sempre uno studente o una studentessa che vive, direttamente o indirettamente, nel proprio privato, l’esperienza della malattia mentale: sarò categorica. Nessuno di quei privati deve risuonare nella classe: l’insegnante non è un medico, non è uno psicologo, non è un assistente sociale, non è un educatore, non è un infermiere e la scuola non è un confessionale. Deve essere il docente a consegnare il contenuto e il contenuto lo portano i testi, le pagine dei libri: l’unica educazione libera e vera che la scuola deve fornire è quella alla comprensione delle parole ordinate in un testo e alla decifrazione del messaggio che esse veicolano. 

Tu sei tra l’altro presidente della Società Scientifica per la Scrittura Professionale e nel 2025 è stato attivato, su tua richiesta, dal Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica di Pisa, un Laboratorio Seminariale di Ricerca dedicato alle scritture della malattia mentale, tra cartella clinica e letteratura: tu sei la responsabile scientifica e insieme a te lavorano studiosi di diverse discipline. C’è tangenza tra questi due campi di interesse e di ricerca? 

Lavorare sulla scrittura professionale è un lavoro affascinante. Si lavora sui documenti scritti da figure professionali (soprattutto di ambito socio-sanitario) e se ne valuta, per esempio, la funzionalità, cioè se sono efficaci relativamente allo scopo per il quale vengono scritti. La documentazione professionale entra nella vita delle persone ed è strumento di intervento: può incidere nel bene o nel male sulla vita della persona di cui parla. 

Faccio un esempio: una relazione di un professionista di area socio-sanitaria orienta il giudice di un Tribunale per i Minorenni e lo porta a dare o meno un mandato di allontanamento di un bambino dalla famiglia. Se il testo è scritto male, può indurre il giudice a prendere una decisione sbagliata o a chiedere chiarimenti (il che determina una perdita inevitabile di tempo e un prolungamento della sofferenza). Il problema è che nessuno ha insegnato a quel professionista a scrivere ed è così che spesso nascono testi non funzionali: con inconvenienti a cascata sulle persone della vita dei quali viene scritto. 

La Sossp nasce nel 2023 per iniziativa di un gruppo di professionisti (medici, avvocati, linguisti, operatori socio-sanitari): si rivolge alle istituzioni, agli enti pubblici, alle categorie professionali offrendo corsi di formazione/educazione alla scrittura coesa e coerente. Lavoriamo in tutta Italia: il 15 maggio ci sarà un convegno a Trento, sulla scrittura d’emergenza. È una sfida enorme: bisognerebbe che un corso di scrittura professionale entrasse dentro ogni Corso di Studio, a dare crediti (CFU). A Pisa ho l’onore di avere la titolarità di un Laboratorio di questo tipo, l’unico in Italia, mi risulta.

Come si lega il discorso sulla scrittura professionale con le ricerche condotte nello spazio del laboratorio? Nel nostro LSR stiamo studiando le cartelle cliniche dell’ex-manicomio di Maggiano: esse sono, a tutti gli effetti, documentazione professionale (anche se datata) e moltissimo ci dicono su come si viveva negli ospedali psichiatrici, delle persone ricoverate e della loro vita da pazienti, del sistema terapeutico. Quelle cartelle cliniche condividono con la documentazione professionale contemporanea la vocazione narrativa: nel senso che raccontano, narrano. Quando poi la cartella clinica viene redatta da uno scrittore psichiatra come Mario Tobino, allora letteratura e documento si fondono. 

È possibile individuare una cifra, delle caratteristiche comuni nelle opere degli psichiatri scrittori?

La risposta è sì. 

Quello che sorprende è che fino a oggi – e mi chiedo se il tempo cambierà le cose – la scrittura degli psichiatri scrittori è la voce del frammento. Questo è un tratto identificativo, distintivo. Dovessi trovare un termine di paragone, chiamerei in causa Francesco Petrarca, che ha intitolato il suo libro di rime Rerum vulgarium fragmenta. Ecco: nel caso della scrittura degli psichiatri scrittori si potrebbe, secondo me, parlare di mentium fragmenta, perché la cifra peculiare è la narrazione per frammenti, per segmenti brevi che circoscrivono in un spazio testuale contenuto una storia di vita: sono gli excerpta di un caso clinico. Gli psichiatri scrittori, poi, raccontano di menti ‘frammentate’ dalla malattia: quindi siamo di fronte a mentium fragmenta al quadrato.

C’è poi da dire un’altra cosa: lo psichiatra che scrive parla in prima persona esattamente come il poeta che parla della sua storia d’amore; ma la liricità del primo è condizionata dal fatto che costui non scrive di sé stesso se non nella misura in cui fa quasi da mediatore tra la persona che racconta e la malattia. Nell’io lirico non c’è questo vincolo, non c’è mediazione, in un certo senso è tutto più semplice. 

Io sento che la  letteratura e la psichiatria sono sorelle nel continuo sforzo quotidiano di confrontarsi con i limiti della parola nel descrivere la realtà e i vissuti. Entrambe sperimentano mezzi per andare oltre l’indescrivibile. Mi è caro pensare che una disponibilità poetica sia un atteggiamento emotivo utile per resistere in un lavoro usurante come fare lo psichiatra. Qual è la tua opinione in proposito? E quali sono le tue metafore preferite?

Questa è una domanda di una densità disarmante. Condivido l’assunto di base che la letteratura e la psichiatria siano sorelle, ma sono anche compagne di viaggio. Entrambe si nutrono, si alimentano, si appoggiano alle parole come a un’ancora, come all’unico mezzo di comunicazione.

La parola serve a tradurre, a decodificare, a guarire, a risanare, a sostenere, a supportare tutto ciò che ogni persona di fatto è: un sistema complesso, raramente attingibile, frequentemente molto oscuro. La letteratura (sinonimo sempre di poesia) racconta quel sistema complesso al suo grado zero. La letteratura che parla di malattia mentale racconta il sistema complesso elevato a potenza dall’affezione morbosa della psicosi.

Se dovessi rappresentare, in modo visibile – per parafrasare un verso del poeta Guido Cavalcanti – lo psichiatra scrittore, gli darei il volto di un funambolo. Non so se voi avete mai visto le figure del pittore Francesco Tomassi…: sì, un funambolo, i cui piedi poggiano su un filo trasparente ma di tenuta, dove il filo è la scienza medica, ma le cui mani gesticolano alla ricerca delle parole diffuse nell’etere, nel tentativo di dire la malattia mentale che lui, da funambolo, tenta di curare, anche scrivendo. 

Quindi se la medicina sostiene, la poesia cosa fa? La poesia centellina, non elargisce che parcamente. Permette la composizione di frammenti, appunto, e nello stesso tempo dà voce, sottrae al silenzio, alla censura, alla discriminazione.

C’è una sola cosa che lo psichiatra scrittore non può fare: dare giudizi. Ed è bellissima, questa condizione. Ci stanno l’empatia, la dignità, la decriptazione dei messaggi che la mente invia. Questa è poesia, in sé e per sé.

Ai letterati tutti è concesso raccontare il grado zero dell’individuo, al funambolo no: perché il paziente psichiatrico non è un grado zero, è il sistema complesso alterato. 

Lo psichiatra e lo scrittore si trovano tutte e due a dover affrontare il momento in cui il loro strumento principale, che è il linguaggio verbale, non funziona più. Ma non è che si fermano, nessuno dei due si ferma di fronte al fatto che il linguaggio va in pezzi o non c’è.

Scrivere è un imperativo categorico. Chi scrive vive questa realtà, che del resto lo rappresenta. A un certo punto, ecco che la barriera della lingua si fa densa, ostile, invalicabile. Ma chi scrive non ha scelta: le parole si sgretolano e si sottraggono, ma bisogna andare avanti, trovare l’anello sillabico o semantico che unisce, che rappresenta. Allora il cammino viene ripreso, non si sa come, destinato ineludibilmente a interrompersi di nuovo. 

Lo psichiatra scrittore vive tutto questo in quanto scrittore: in quanto psichiatra, poi, è privato anche del vantaggio canonico dell’intreccio e della catastrofe. Dov’è l’intreccio in una patologia mentale? Come si scioglie? Il più delle volte è tutta un’assenza e l’assenza è determinata dalla malattia. 

Infatti siete funamboli. E infatti siete pochi, perché fate letteratura con i contenuti del vostro lavoro: siete un manipolo sparuto dentro i tanti nomi dell’Associazione Medici Scrittori. Si è mai sentito dire: l’oculista scrittore? Il cardiologo scrittore? Gli altri medici scrivono di tutt’altro, si distraggono. 

 

C’è un criterio di fedeltà alla realtà, secondo te, che lo psichiatra scrittore deve seguire?

Essere fedeli alla realtà è fare testimonianza e lo psichiatra scrittore non è un testimone: lo psichiatra scrittore non rende testimonianza di una mente malata e sofferente, prova a essere la soluzione di quella sofferenza e racconta i tentativi, gli sforzi tesi a ridurre il perimetro del disturbo. Le frasi che lo psichiatra scrittore compone contengono linguaggio tecnico, che conferisce autorevolezza al dettato, ma nello stesso tempo da quel linguaggio tecnico si emancipano e si fanno parole emotive, passaggi di cura. 

Dichiarate sempre che nelle vostre opere si legge di fatti e di persone reali, di volti incontrati, di sofferenze conosciute e combattute e che spesso in un frammento confluiscono più casi, ma che comunque la trama è sempre storica. 

Esistono regole, criteri? Non lo so, confesso che non lo so.

Di sicuro il lettore che sa che ciò che legge è vero si sente, come dire, al sicuro: anche quando legge dolore e sofferenza. Ma prova un sentimento di fiducia.

Come vedi questi temi in prospettiva futura? Anche dal punto di vista dei lettori.

Posso sbagliarmi, ma la sensazione è che il lettore abbia bisogno di leggere di qualcosa di cui, mi pare, ancora non è stato scritto o comunque non ancora scritto abbastanza. C’è bisogno – e questo bisogno solo da voi psichiatri-scrittori può essere appagato – di libri che non solo fotografino la malattia nelle sue plurime manifestazioni, in brevi segmenti che dicono il caso, ma di libri che dimostrino la condivisione, che dicano: “questa cosa che succede a te succede anche ad altre persone, non sei solo”, “questi sintomi fanno un quadro e io posso dirti che cosa senti, che cosa provi”, “tu hai queste sensazioni, vivi questi dolori e io posso spiegarteli”.  

Credo che questa sia la parte ancora da esplorare, da narrare, la parte della letteratura che ancora non c’è, che aspetta di farsi parola, frase, racconto, appunto. Le pagine di questi libri a venire comporranno un unico volume in potenza dentro il quale vivrà una collettività intera e ed eterogenea: alla quale le pagine di letteratura offriranno, se non la guarigione, almeno un po’ di quiete, nonché un senso confortante di appartenenza che può salvarla. 

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