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Psichiatria e letteratura: tornare alle storie delle persone

14 Set 26

A cura di GIACINTO BUSCAGLIA

Il 2 ottobre a Genova un convegno nato dall’incontro tra ricerca, pratica clinica e scrittura

Venerdì 2 ottobre 2026, negli spazi di Santa Maria di Castello a Genova, si svolgerà il convegno Psichiatria e letteratura. Il programma comprenderà relazioni, dialoghi, poesia e letture dal vivo.

L’iniziativa non nasce dal semplice accostamento di due discipline. Alla sua origine vi è una domanda che riguarda direttamente il modo in cui la psichiatria osserva, incontra e cerca di comprendere la sofferenza umana: che cosa può offrire la letteratura a chi si occupa della cura dei disturbi psichiatrici?
La psichiatria ha costruito, nel corso del tempo, strumenti scientifici e clinici indispensabili. Le diagnosi, le classificazioni, le conoscenze psicopatologiche, gli studi sull’efficacia delle terapie e le evidenze epidemiologiche hanno reso possibile riconoscere e trattare condizioni che in passato erano incomprese, trascurate o abbandonate.
Eppure nessuna diagnosi coincide interamente con una persona, nessun elenco di sintomi può contenere una biografia. Nessuna valutazione clinica, per quanto accurata, riesce da sola a restituire il modo irripetibile in cui ciascun individuo attraversa la malattia, attribuisce un significato a ciò che gli accade e cerca di mantenere una continuità nella propria esistenza.
È precisamente in questo spazio che la letteratura può incontrare la psichiatria.

La letteratura non sostituisce il sapere scientifico e non rappresenta una terapia per definizione. Non offre protocolli né soluzioni immediatamente applicabili. Ci abitua, però a sostare nelle contraddizioni, a riconoscere la pluralità dei punti di vista, ad ascoltare ciò che non può essere ricondotto rapidamente a una spiegazione. Ci ricorda che ogni comportamento, anche quello apparentemente più incomprensibile, si colloca all’interno di una storia.
In questo senso non va vista come un ornamento umanistico da aggiungere a una psichiatria già compiuta. Può diventare uno strumento di conoscenza e, soprattutto, un esercizio dello sguardo e dell’ascolto.

Il laboratorio di Pisa e gli psichiatri scrittori

Una delle radici culturali del convegno è rappresentata dal Laboratorio sugli psichiatri scrittori condotto a Pisa da Marina Riccucci.

Il laboratorio ha esplorato una storia lunga almeno due secoli, quella degli psichiatri che, accanto all’attività scientifica e clinica, hanno sentito la necessità di utilizzare la scrittura letteraria. Non si tratta soltanto di una curiosità biografica o di un capitolo marginale della storia della medicina. La presenza, in epoche e contesti differenti, di tanti medici della mente che hanno scritto romanzi, racconti, poesie e testi teatrali solleva una questione più profonda.

Perché chi incontra quotidianamente la sofferenza psichica può avvertire il bisogno di cercare un’altra lingua?
Forse perché il linguaggio clinico, pur necessario, non è sempre sufficiente. La psicopatologia descrive, distingue e ordina. La letteratura entra invece nell’esperienza, ne mette in scena le ambivalenze, le zone d’ombra, le fratture e le trasformazioni. Non domanda soltanto quale disturbo abbia una persona, ma che cosa significhi per quella persona vivere nel mondo, convivere con la propria vulnerabilità e cercare un rapporto con gli altri.
Il lavoro di Marina Riccucci permette quindi di interrogare la figura dello psichiatra scrittore non come un’eccezione, ma come il punto di incontro tra due differenti forme di conoscenza dell’essere umano.

La pratica nei servizi e l’esperienza della scrittura

La seconda radice del convegno si trova nell’esperienza clinica dei suoi promotori.
Gli psichiatri e gli infermieri che fanno parte del Comitato scientifico hanno lavorato a lungo nei servizi di salute mentale. Hanno incontrato le persone nelle loro case, nei centri di salute mentale, nei reparti, nelle comunità, nei momenti di crisi e nei lunghi percorsi di cura.
A questa esperienza professionale hanno affiancato un’attività letteraria. Da tale percorso sono nati dei libri dedicati al rapporto tra pratica psichiatrica, narrazione e scrittura.
La pratica territoriale insegna che la sofferenza psichica non può essere separata dai contesti affettivi, familiari, sociali e culturali nei quali prende forma. Curare non significa soltanto ridurre i sintomi, ma accompagnare nel tempo, costruire relazioni affidabili, riconoscere le risorse che continuano a esistere anche nelle condizioni più difficili e aiutare una persona a conservare o ricostruire un posto nel mondo.
In questa esperienza la scrittura non è stata un’attività estranea al lavoro clinico, né una semplice occupazione privata svolta al termine della giornata. È diventata un altro modo di interrogare ciò che accade nell’incontro con l’altro.
Scrivere impone di scegliere un punto di vista, di dare un tempo agli avvenimenti, di interrogarsi sulle parole e sui silenzi. Costringe a domandarsi che cosa si è realmente compreso di una persona e quanto, invece, sia stato interpretato attraverso le proprie categorie professionali. In questo senso, la letteratura può anche rappresentare un esercizio critico nei confronti del potere implicito nello sguardo di chi cura.

Naturalmente, il rapporto tra esperienza clinica e scrittura pone problemi delicati. Le persone incontrate nei servizi non possono diventare materiale narrativo a disposizione del curante. Sono necessari rispetto, discrezione e una continua riflessione sui confini tra testimonianza, memoria, invenzione e tutela dell’altro. Anche questi interrogativi appartengono pienamente al rapporto tra psichiatria e letteratura.

Un convegno come luogo di confronto

Il convegno di Genova non intende celebrare semplicemente gli psichiatri che scrivono. Vuole piuttosto aprire un confronto tra differenti modi di avvicinarsi alla sofferenza umana.

Accanto agli psichiatri scrittori troveranno spazio studiosi di letteratura, operatori della salute mentale, scrittori, poeti e attori. Le relazioni saranno accompagnate da momenti di dialogo, poesia e lettura, perché la letteratura non venga soltanto descritta, ma possa essere direttamente ascoltata.

Uno degli obiettivi è interrogarsi su ciò che la scrittura può fare per chi cura: ampliare lo sguardo, contrastare le semplificazioni, rendere percepibile la dimensione soggettiva della sofferenza. Ma sarà altrettanto importante domandarsi che cosa l’esperienza psichiatrica possa offrire alla letteratura, senza ridurre la follia a metafora, spettacolo o fascinazione romantica.

Il convegno si rivolge quindi non soltanto agli psichiatri, ma anche a infermieri, psicologi, educatori, studenti, studiosi di letteratura, scrittori, lettori e cittadini interessati al rapporto tra cura, narrazione e condizione umana.

In una fase storica nella quale la medicina è sempre più attraversata da procedure standardizzate, indicatori, algoritmi e strumenti di intelligenza artificiale, tornare alle storie non significa rifiutare la scienza o la tecnologia. Significa ricordare che ogni dato riguarda qualcuno e che ogni decisione clinica entra nella vita concreta di una persona.

La psichiatria ha bisogno delle evidenze scientifiche, ma ha anche bisogno di parole capaci di mantenere aperta la complessità. Ha bisogno di riconoscere che, dietro ogni diagnosi, continua a esserci una storia che non è stata ancora interamente raccontata.

È da questa convinzione che nasce il convegno Psichiatria e letteratura.

Comitato scientifico: Giacinto Buscaglia, Pino D’Erba, Paolo Milone, Paola Mori, Franca Pezzoni, Marina Riccucci

La pagina web dell’iniziativa contiene il programma aggiornato, le informazioni sui partecipanti e tutte le indicazioni organizzative:

Il sito del convegno

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