Sette domande a Christoffer Johansen

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17 settembre, 2012 - 17:28

 

Christoffer Johansen è figura di spicco della psico-oncologia a livello internazionale sul versante epidemiologico clinico. Christorffer Johansen è l’attuale Presidente della International Psycho-Oncology Society (IPOS) (www.ipos-society.org) ed è Direttore del Dipartimento di Ricerca in Oncologia Psicosociale presso l'Institute of Cancer Epidemiology, Danish Cancer Society a Copenhagen. Ha ottenuto il Ph.D. in oncologia psicosociale nel 1992 valutando gli aspetti relativi al cancro del colon-retto. Christoffer Johansen ha pubblicato studi significativi su importanti riviste quali il New England Journal of Medicine e European Journal of Cancer, in settori specifici, dalla oncologia psicosociale alla farmaco-epidemiologia. È presidente del prossimo World Congress of Psycho-Oncology che si terrà a Copenhagen in Agosto 2004 (www.ipos2004.dk). Importanti sono i contatti che la IPOS, sotto la sua presidenza, sta concretizzando con la World Health Organziation (WHO), con la quale è stato approntato un Advocacy Document da inserire nelle linee-guida della WHO sul versante oncologico.

 

L’INTERVISTA

 

Domanda - A partire dagli anni ’70 e inizi anni ’80 la psicon-oncologia si è svilupata sopratttto negli Stati Uniti e in Europa. Qual’è, sulla base dei dati della IPOS, la situazione della psic-oncologia in altri paesi?

Risposta - La situazione della psico-oncologia riguarda di fondo l’oncologia letta in un’ottica psicosociale. Io credo infatti che dobbiamo affrontare gli aspetti relativi non solo alla dimensione psicologica ma anche alla dimensione sociale del cancro, visto che i due aspetti sono complementari. Nessuno di noi vive in una condizione di vuoto sociale o relazionale ed ogni aspetto del comportamento e del pensiero si manifestano e sono strettamente correlati al contesto sociale. Di fatto, la situazione nei Paesi in via di sviluppo sono molto più legate alle condizioni sociali in particolare la mancanza di risorse, la pressoché assenza di interventi basilari ed elementari di trattamento, la mancanza di un approccio globale al trattamento del dolore e alla scarsezza di protocolli di intervento di tipo chemioterapico, radioterapico e chirurgico. Ritengo che gli aspetti psicosociali siano di enorme importanza anche in queste specifiche circostanze, anche se non ho profonde conoscenze degli aspetti transculturali della psico-oncologia per quanto riguarda i Paesi in via di sviluppo. Inoltre credo che, nelle diverse parti del mondo, le situazioni differiscano grandemente da regione a regione e da paese a paese.

 

D. - Quali sono i più importanti obiettivi della IPOS per il presnte e il prossimo futuro?

R - Gli obiettivi più importanti della IPOS sono molteplici che è difficile riassumerli in una lista breve. Innanzitutto è necessario rendere vitale ed allargare la nostra società oal fine di avere un potere organizzativo che ci sostenga quando si trata di prendere parte alla stesura delle linee-guida in psicologia clinica, formazione delle diverse figure professionali nei vari aspetti della "cura" posicosociale in oncologia e l’integrazione della dimensione psicosociale nel trattamento del cancro, nel counselling e nella riabilitazione. Questi sono solo alcuni degli aspetti su cuii si è impegnata e si impegna la IPOS e la mia speranza è che nei prossimi cinque anni possiamo raggiungere questi obiettivi in molte società industrializzate.

 

D. - Le tematiche collegate agli aspetti psicosociali del cancro devono essere riconsociuti a livello istituzionale. All’interno dell’OMS esistono politiche di diffusione di tali tematiche nei programmi specifci che l’OMS sviluppa?

R.- La mia opinione è che vi siano politiche per disseminare la cultura psiconcologica — la domanda però è quanto tali politiche di fatto raggiungano i loro obiettivi. I meccanismi attraverso i quali la OMS diffonde le proprie politiche sono spesso lenti e i governi delle diverse nazioni sono spesso esitanti nel dare implementazione concreta a tali politiche.

 

D.- Secondo la sua opinione qual’è il ruolo delle Società Scientifiche, inclusa l’IPOS, nel favorire l’istituzione della psico-oncologia come professione e dello psico-oncolgo come figura professiomale riconosciuta?

R. - Certamente, credo che le organizzazioni internazionali svolgano un ruolo importante e che le iniziative intraprese dalla IPOS per diventare una Organizzazione a carattere non governativo (NGO) in rapporto alla OMS avrà sicuramente un impatto in questo senso. Quando le linee-guida saranno disponibili il problema successivo sarà la formazione e in questo campo le figure psico-oncologiche hanno molto da offrire.

 

D. - Talvolta le indiagini epidemiologiche e gli studi cloinici sembra parlino linguaggi diversi. Nell’ambito della psiocterpaia individuale e del contatto interperonsale con chi soffre quanto emerge dalle indagini cliniche controllate (RCT) o da ricerche condotte su vaste fasce della poplazioen sembra assumere un signifciato relativo. Allo stesso tempo, i pazienti desiderano avere risposte chiare e si deve fare riferimento ag quanto gli studi epidemiolgici hanno dimostrato. Come riconciliare queste diverse posizioni?

R. - Le osservazioni cliniche sono influenzate da una seirie di fattori quali processi cognitivi, i bias della memoria, i bias legati all’inserimento dei pazienti in bracci come accade negli studi controllati, ad esempio per valutare l’efficacia di diverse modlaità di trattamento. La ricerca è uno strumento che può valutare quanto viene effettuati nella pratica quotidiana e, a mio avviso, molti clinici dimenticano l’importanza dei dati che derivano da trials ben condotti. Non intravvedo un antagonismo tra pratica lcinica e ricerca ma penso tuttavia che molto lavoro clinico venga condotto senza poggiare su rigorose basi scientifiche. Tutti sappiamo che il supporto è "supportivo" ma ciò che dobbiamo comprendere è quale tipo o modalità di questo supporto dia maggior beneficio alle perosne con cancro, come questo supporto debba essere organizzato, quale contenuto debba avere, con quale cadenza temporale debba essere fornito, e così via. In un certo senso ritengo che non sia possibile agire nella pratica clinica senza collegare tale pratica alla attività scientifica. L’epidemiologia, gli studi clinici randomizzati e la pratica clinica debbono essere visti come ingredienti necessari nel programma globale di trattamento del cancro.

 

D. — Quali sono le aree cliniche della psico-oncologia che maggiormente possono essere influenzate ins enos positivo dagli studi epidemiolgici?

R. — L’epidemiologia può essere usata in tutte le aree della oncologia psicosociale, non vi è alcun limite all’utilizzo della epidemiologia.

 

D. — Dare un signifciato all’esistenza è uno dei temi più profondi che emergono nel conttato diretto con le persone affette da cancro, così come, peraltro avviene , nel cntatto con persone affette da altre patolgie a minaccia per la vita o affette da gravi disturbi psichatrici. A questo proposito il tema della spiritualità è stata invesigata con particolare enfasi in anmbito psioc-oncologico impigenado anche strumenti psicometrici o scalae analogiche visive. Qual è l’opinione di un epidemiologo, e allo stesso tempo di un medico, come Lei, riguardo alla quantificazione e obiettivazione di questa dimensione così individsuale e soggettiva?

R. — Il tema della spiritualità ha un valore enorme. In funzione dell’aumento della sopravvivenza le tematiche esistenziali assumono una rilevanza sempre maggiore. La sopravvivenza dei pazienti coincide con la necessitò di riprendere il proprio percorso all’interno della coppia, di ritornare al lavoro, e di ristabilire i rapporti interpersonali eventualmente interrotti. Abbiamo qualche informazione rispetto a quest’area ma mancano dati più precisi ottenibili attraverso studi prospettivi condotti su larga scala. D’altra parte la chiesa, come istituzione, ha rappresentato e rappresenta il punto di riferimento che direttamente si occupa della dimensione spirituale. La religione tuttavia può esistere anche senza la chiesa e la spiritualità può esistere anche senza la religione. Le persone atee hanno una propria spiritualità e, sulla base delle osservazioni di alcuni studi, questa dimensione sta assumendo un ruolo determinante. Kierkegaard, il noto filosofo danese, affermava che lo spirito o la mente sono le dimensioni che si occupano della relazione tra psiche e soma. Indipendentemente dalla fede che un paziente può avere o non avere, questa è sicuramente una nuova area di ricerca. In collaborazione con un filosofo cattolico che ha relazioni con l’università Gregoriana a Roma, ho appena curato un volume dal titolo "Mente, Convinzioni e Malattia" che uscirà nel Gennaio prossimo, in lingua danese.

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