L’ALLEANZA TERAPEUTICA IN PSICOANALISI

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8 ottobre, 2012 - 14:41

La psicoanalisi contemporanea sta attraversando un periodo di grande fermento teorico e istituzionale. Scuole e orientamenti diversi sono attivamente impegnati in un confronto che, se da una parte ha messo in discussione certezze consolidate, dall’altra ha fecondato il pensiero psicoanalitico con nuove idee e nuove indicazioni tecniche. Di fronte a questo fenomeno alcuni parlano di crisi della psicoanalisi e di dissoluzione dell’opera freudiana, altri di una proliferazione di teorie e modelli utile a promuovere una ormai necessaria integrazione.

Il concetto di alleanza terapeutica, come altri concetti della psicoanalisi e della psicoterapia psicoanalitica, si presta molto bene ad una riflessione che illustri i movimenti di pensiero cui ho accennato, mostrando come l’acceso dibattito a cui ha dato luogo, soprattutto negli anni cinquanta e sessanta, fosse dovuto a quella che potremmo chiamare l’intransigenza militante delle diverse Scuole. Il che non impedì che fosse di grande utilità e per illustrare con rigore i diversi punti di vista e per segnalare, attraverso l’estremizzazione delle argomentazioni, i rischi impliciti nelle posizioni teoriche avversarie.

Dobbiamo l’espressione "alleanza terapeutica" a una psicoanalista di Boston, Elizabeth Zetzel, la quale, in alcuni lavori della seconda metà degli anni cinquanta (1956 — 1958) formalizzò esplicitamente questo concetto, per altro già presente in Freud (1892-5, 1920, 1937, 1938). Questi aveva sostenuto infatti che era possibile praticare l’analisi solo se paziente e analista avessero collaborato attivamente, condividendo obiettivi e metodo del trattamento, a costituire una sorta di "partito comune contro i nemici": le pretese pulsionali dell’Es e le pretese del Super-Io. In precedenza aveva sostenuto che una tale collaborazione si basava su un transfert positivo irreprensibile, consistente, in buona sostanza, nella fiducia che il paziente riponeva nel medico per essere guarito. Nel 1934 Sterba, in un lavoro che ebbe una notevole risonanza - Il destino dell’Io nella terapia analitica - ampliò la posizione di Freud sull’alleanza terapeutica parlando di una scissione terapeutica dell’Io, basata sulla distinzione tra un Io osservante ed un Io che fa’ esperienza. La descrizione di Sterba, essenzialmente intrapsichica, pone l’accento sul fatto che, col progredire del trattamento analitico il paziente, identificandosi con l’atteggiamento analitico del terapeuta, acquisisce una crescente attitudine ad osservare i suoi processi mentali e quindi a cooperare fattivamente con l’analista.

Zetzel riprendendo il pensiero di Freud e Sterba giunse a parlare dell’alleanza terapeutica all’interno di un discorso mirante a distinguere l’approccio classico da quello derivante dalla teoria delle relazioni oggettuali, affermatosi in Inghilterra, che sosteneva una concezione allargata del transfert, esteso all’intera relazione analitica. Essa ribadì la distinzione freudiana tra relazione transferale, responsabile delle distorsioni della nevrosi di transfert, e transfert positivo irreprensibile, grazie al quale le funzioni dell’Io più mature ed autonome consentono l’instaurarsi dell’alleanza terapeutica. In questo modo si sottraeva alla relazione di transfert nevrotico la relazione reale con l’analista, che veniva così valorizzata. Inoltre, riconducendo il transfert positivo irreprensibile alla fiducia sviluppatasi nel corso della relazione precoce madre—bambino, la Zetzel enfatizzò il fatto che le prime fasi dell’ analisi potessero essere concettualizzate sulla base di quel modello relazionale precoce e che pertanto sul destino del trattamento analitico avessero un peso non irrilevante le qualità reali, umane, dell’analista. Un approccio, quello della Zetzel, che portò a fare un passo decisivo in direzione di una concezione bipersonale della relazione analitica. Essa, come Sterba, ritenne importante che il paziente "prendesse in prestito" dal terapeuta un atteggiamento rivolto al lavoro analitico condiviso ma, mentre nell’impostazione di Sterba l’accento era sul paziente, sulla sua capacità d’identificarsi con le funzioni analitiche dell’analista, con la Zetzel quest’ultimo, affrancato dal dover essere un analista specchio, anonimo e impersonale, si metteva in gioco con la propria "umanità" e partecipazione emotiva.

Dopo alcuni anni Ralph Greenson, uno dei più autorevoli esponenti della psicoanalisi statunitense, ritornò sul tema proponendo di chiamare l’alleanza terapeutica "alleanza di lavoro". Nel complesso le posizioni di Greenson non erano molto diverse da quelle della Zetzel ma con questa nuova definizione egli volle sottolineare gli aspetti razionali, non nevrotici, della relazione che il paziente stabilisce con l’analista. Com’egli stesso dice: "Il nucleo affidabile dell’alleanza di lavoro è costituito dalla motivazione del paziente a superare la malattia, dalla sua volontà razionale e conscia di cooperare, e dall’ abilità nel seguire le istruzioni e gli insights dell’analista" (1967 p. 157. Cit. da Meissner, 1996 p. 13). In seguito egli chiarì che questa componente della relazione analitica bisognava considerarla non transferale, quindi distinta dalla nevrosi di transfert, e propria della relazione reale tra analista e paziente. Come la Zetzel egli enfatizzò l’importanza dell’umanità dell’analista, della sua capacità di comprensione e insight, in un’atmosfera di lavoro fatta di compassione, preoccupazione e rispetto per il paziente.

Le concezioni di Zetzel e Greenson diedero origine ad un vivace dibattito che si protrasse per oltre vent’anni e vide impegnati sia esponenti della stessa psicologia dell’Io sia esponenti di altri orientamenti teorici, come i kleiniani e i lacaniani. Pur muovendo da premesse teoriche molto differenti, questi Autori condivisero, riguardo il concetto d’alleanza terapeutica, un sostanziale scetticismo, ritenendo che il distinguere nettamente tra relazione transferale e relazione reale fosse, in vario grado, inutile, fuorviante o del tutto sbagliato. Va detto che tutti costoro appartenevano ad una concezione della psicoanalisi che è stata definita monopersonale, nel senso che l’analista considera il trattamento analitico come un processo fondamentalmente intrapsichico ch’egli si limita ad accompagnare attraverso il custodire il setting, un atteggiamento analitico anonimo e impersonale e l’accurata interpretazione dei movimenti transferali, tenendo conto delle proprie reazioni controtransferali.

Una critica del tutto diversa venne da quegli Autori che, nel riformulare in termini bipersonali l’esperienza analitica, giunsero a considerare questo nuovo approccio, in termini epistemologici, come un nuovo paradigma, variamente definito relazionale, interpersonale, intersoggettivo. Tra questi, gli intersoggettivisti Stolorow e Atwood, a partire dagli ultimi anni settanta, hanno fortemente insistito sull’importanza per l’analista di riconoscere e tener conto dell’influenza, profonda e inevitabile, che l’osservatore (analista) ha sull’osservato (paziente). Questi Autori contestano radicalmente — come essi stessi dicono - "l’assunto filosofico più o meno indiscusso che fin dai primordi ha influenzato il pensiero psicoanalitico, vale a dire l’esistenza di una "realtà oggettiva" nota all’analista e distorta dal paziente (Atwood e Stolorow, 1984; Stolorow, Brandchaft e Atwood, 1987). Questo assunto è alla base della concezione tradizionale del transfert, con la dicotomia tra l’esperienza dell’analista da parte del paziente (distorta) e l’esperienza di sé stesso da parte dell’analista (reale). Questa dicotomia è una delle pietre angolari su cui tanto la psicologia dell’Io che la teoria delle relazioni oggettuali hanno edificato le loro impalcature teoriche più elaborate e più lontane dall’esperienza." (Stolorow e Atwood, 1995, p.97). Al contrario essi ritengono che "l’unica realtà che attiene e che è accessibile all’indagine psicoanalitica (cioè all’empatia e all’introspezione) è la realtà soggettiva: del paziente, dell’analista e del campo psicologico creato dalla loro interazione." (cit. p. 97). Di conseguenza il loro concetto di alleanza terapeutica è assai diverso. Secondo loro, infatti, gli analisti seguaci d’un approccio monopersonale, che concepiscono l’alleanza terapeutica come dovuta ad una progressiva identificazione del paziente con l’analista e col suo metodo interpretativo, favoriscono l’instaurarsi dell’alleanza terapeutica stessa attraverso modalità che richiedono, da parte del paziente, compiacenza e adesione alle ipotesi che l’analista elabora sui contenuti della sua mente, a partire dalle proprie convinzioni teoriche. Mentre nella loro prospettiva essi ritengono che: "A fondamento di un’alleanza terapeutica sta l’impegno dell’analista a tentare di comprendere il significato delle espressioni e degli stati affettivi del paziente, ponendosi sempre in una prospettiva che sia interna e non esterna alla soggettività del paziente" (cit. p. 98-99) e sottolineano con forza che per il costituirsi dell’alleanza terapeutica è di importanza inestimabile l’accettazione, da parte dell’analista, della validità della realtà percettiva del paziente.

Gli intersoggettivisti hanno avuto il merito di segnalare con forza i rischi iatrogeni presenti nell’applicazione troppo rigida della psicoanalisi classica. Alla luce della loro critica è divenuto evidente che troppo spesso l’interruzione dell’analisi, le reazioni terapeutiche negative, le situazioni d’impasse, sono conseguenza d’un atteggiamento analitico silenzioso, impersonale, eccessivamente frustrante. Purtroppo un utile cambiamento, se interpretato con troppo zelo, rischia di portare all’estremo opposto. Nel nostro caso ciò è avvenuto nelle correnti intersoggettiviste più radicali, dove l’enfasi sulla soggettività dell’analista, gli effetti trasformativi dell’interazione reale col paziente nell’hic et nunc, l’eccessiva fiducia nella self-desclosure, si accompagnano contestualmente ad un inaccettabile smantellamento dei tradizionali punti di riferimento teorici e tecnici della psicoanalisi classica (Riolo, 1999, 2002; Mangini, 2003). Se ci limitiamo tuttavia agli aspetti più costruttivi della critica degli intersoggettivisti, dobbiamo ammettere che la direzione da essi indicata, quella di prendere in attenta considerazione l’influenza dell’analista sul transfert del paziente, così come il contributo specifico della sua soggettività allo sviluppo del processo analitico, è una direzione che la psicoanalisi contemporanea, di qualunque scuola, non può non prendere in attenta considerazione.

Nel contesto di questa evoluzione, da una Psicoanalisi monopersonale a una Psicoanalisi bipersonale, anche la concezione dell’alleanza terapeutica non può non seguire un analogo processo evolutivo. Pur nella diversità degli approcci, essa, in termini generali, può essere considerata il comune impegno, conscio e inconscio, di paziente e analista a collaborare nel lavoro analitico. Impegno che consegue,in buona parte, dal modo di essere dell’analista in seduta e dall’insieme dei suoi interventi per ottimizzare, nell’ambito della relazione analitica, l’efficacia terapeutica dell’analisi e per incrementare, per così dire, "lo spirito di squadra" della coppia al lavoro.

Il fatto che l’alleanza terapeutica si fondi su un’impegno conscio e inconscio richiede un chiarimento. La componente conscia coincide con l’intenzione volontaria e razionale del paziente che accetta il contratto analitico e con quella sua parte matura, di cui ha parlato Meltzer (1967) nell’introduzione a Il Processo Psicoanalitico, disposta ad accogliere le indicazioni e le spiegazioni dell’analista per il progressivo affinamento della loro collaborazione. La parte inconscia fa’ parte del corredo attitudinario del paziente, che ha radici in positive relazioni oggettuali precoci e gli consente d’esprimere una domanda d’aiuto realmente motivata e di stabilire ab inizio un rapporto di sostanziale fiducia con l’analista. Inoltre, poiché da quanto detto sopra scaturisce che, ovviamente, il concetto di alleanza terapeutica è inscindibile dal quadro di riferimento teorico dell’analista, farò precedere ad un discorso più specifico sull’alleanza terapeutica le coordinate teorico-cliniche della cura analitica che io trovo più convincenti, tenuto conto che oggi, nell’epoca delle "molte psicoanalisi" (Wallerstein, 1988), è praticamente impossibile essere un seguace "puro" di un’unica Scuola. Il moltiplicarsi di teorie e modelli ha fatto sì che - come ha detto Sandler — "Col crescere della propria esperienza clinica, l’analista, che diviene sempre più competente, preconsciamente costruirà una varietà di segmenti teorici direttamente collegati al proprio lavoro clinico. Si tratta di teorie parziali, modelli o schemi, che hanno la caratteristica di rimanere disponibili in riserva, pronti per essere richiamati nel caso in cui se ne presenti la necessità." (Sandler, 1983, p.38). Un atteggiamento pragmatico, che rifugge da ogni dogmatismo, e che viene oggi condiviso da analisti appartenenti a diverse tradizioni psicoanalitiche (tra gli altri: Pine, 1988; Busch, 1999; Bolognini, 2002).

Alla luce di questo approccio e riprendendo quanto ho scritto altrove, sostengo che:

"Perché la pratica psicoanalitica, in quanto processo conoscitivo-terapeutico-trasformativo, si configuri come tale, è necessario:

- che l’analista riconosca il fondamentale valore euristico ed operativo del concetto di inconscio.

- Ch’egli attui e tuteli un setting sostanzialmente standardizzato e stabile, inteso come campo operativo temporo-spaziale, definito da regole proposte all’inizio del trattamento dall’analista e accettate dal paziente.

- Che la relazione analitica presenti un’asimmetria funzionale caratterizzata da un lato dal fatto che il paziente è portatore di una sofferenza psichica che egli, almeno consapevolmente, desidera conoscere e curare e, dall’altro, dal fatto che l’analista è dotato di una specifica competenza, istituzionalmente e socialmente legittimata, che si traduce in un adeguato atteggiamento analitico i cui aspetti principali sono: ascolto uniformemente sospeso, astinenza, neutralità, pazienza, empatia ed interpretazione.

- Che l’attività interpretativa dell’analista si esplichi nel contesto del campo intersoggettivo e fantasmatico in cui si gioca la relazione analitica, tenendo conto in primo luogo delle complesse manifestazioni transferali e controtransferali." (Battistini, 1996).

All’interno di questa cornice teorica vanno ulteriormente specificati vari aspetti che costituiscono, per la comunità psicoanalitica, continuo motivo di discussione e disaccordo. Aspetti che possono essere efficacemente rappresentati da una serie di coppie di opposti delle quali le più importanti sono: Intrapsichico/Interpersonale; Interpretazione/Interazione; Relazione transferale/Relazione reale; Ricostruzione/Costruzione. Coppie i cui termini, nel dibattito psicoanalitico, sono stati spesso usati in contrapposizione gli uni agli altri, secondo una logica dell’aut aut che, in una prospettiva d’integrazione, può essere più utilmente sostituita da quella del et et, nel senso che ciascun termine d’ogni coppia può essere considerato come il polo di un continuum dove il passaggio dall’uno all’altro avviene per gradi intermedi, con una diversa rilevanza a seconda dei diversi momenti o aspetti dell’analisi. Rivediamo queste coppie di opposti singolarmente:

Intrapsichico/Interpersonale. Se si ammette che in analisi il genere, la personalità, il carattere, il comportamento dell’analista, costituiscono fattori non irrilevanti per le sorti della cura, si deve ammettere di conseguenza che è importante che l’analista sia capace di tenerne conto. Pertanto egli non potrà limitarsi all’analisi del controtransfert, ma dovrà anche essere in grado di effettuare un continuo monitoraggio dell’esperienza, anche criptica, che il paziente ha di lui in seduta e del modo specifico in cui questa contribuisce ad organizzare il transfert. Al contempo ciò non deve oscurare l’analisi delle caratteristiche strutturali della realtà psichica del paziente, delle relazioni ch’egli intrattiene coi suoi oggetti interni e di come queste si riattualizzino, iterativamente, nella nevrosi di transfert.

Interpretazione/Interazione. Per lungo tempo il verbo "agire" è stato una sorta di bestia nera dell’analista. Il dialogo analitico richiede che in seduta si parli, non che si agisca. Ma, come hanno mostrato gli studi linguistici e quelli sulla comunicazione umana, il linguaggio stesso, con la componente che è stata definita "pragmatica", veicola stati emotivi che influenzano reciprocamente i parlanti e ne determinano le modalità d’interazione (Ponsi, 1997). Sulla base di questo assunto nessuna analisi può essere esente da enactments o micro-enactments, che segnalano l’emergere di dinamiche inconsce operanti tra i membri della coppia analitica, e che richiedono d’essere rilevati e interpretati, il che ha portato, implicitamente, ad una valorizzazione della soggettività dell’analista. In base allo stesso assunto è illusorio pensare che l’influenza terapeutica dell’analista sull’analizzando sia dovuta esclusivamente al contenuto di interpretazioni di transfert miranti a produrre un insight. Queste saranno più o meno efficaci in base a diversi fattori, fra cui tono, timing e tuning hanno un posto importante, così come l’intrinseca componente supportiva in tanti casi così necessaria. Il che relativizza la differenza tra interpretazioni di transfert ed altri interventi dell’analista, tra interventi di qualità squisitamente psicoanalitica e interventi di qualità psicoterapeutica. In altre parole, mostra con chiarezza come sia illusorio il pensare di poter condurre l’analisi accettando solo di spendere l’oro della psicoanalisi.

Relazione transferale/Relazione reale. Innanzitutto va detto che il termine reale è confusivo, perché la relazione analitica, nel suo complesso, è essa stessa una relazione reale caratterizzata da un comune obbiettivo, per cui sarebbe meglio parlare, come ha suggerito Gill, di relazione realistica. Rimanendo comunque alla terminologia ormai entrata nell’uso corrente, abbiamo visto come da parte di Greenson e di altri esponenti della Ego Psychology si distinguesse tra relazione transferale, distorcente, e relazione reale, depositaria dell’alleanza terapeutica. Una distinzione netta, che può essere a volte ingannevole, come nei casi in cui si configura una subdola pseudo-alleanza terapeutica, variamente connotata da aggressività occulta, ipocrisia e compiacenza (Etchegoyen, 1986, p. 288; Battistini 2002). Più utilmente si può sostenere, come fà Etchegoyen, che nel comportamento "c’è sempre un poco di irrealtà (transfert) e un poco di realtà; si utilizza sempre il passato per comprendere il presente (esperienza) e per deformarlo (transfert). Sarà allora una questione da decidere caso per caso, di momento in momento, se porre l’accento sull’uno o sull’altro. (…….) Questi due aspetti coincidono con la nevrosi di transfert e con l’alleanza terapeutica (o di lavoro). A mio avviso è illusorio vedere l’una senza l’altra" (Etchegoyen, 1986, p. 290). La qual cosa richiede che l’analista sappia muoversi con naturalezza tra diversi livelli di realtà, nel senso di riconoscere e tollerare il paradosso della coesistenza di una relazione asimmetrica all’interno del setting e di una relazione paritaria, realistica, all’esterno di esso (Modell, 1990).

Ricostruzione/Costruzione. Nell’analisi classica l’interpretazione di transfert mirava a rendere conscio il paziente di come egli stesse ripetendo, nei confronti dell’analista, qualcosa di già vissuto in passato nelle sue relazioni primarie. Si ambiva a ridurre l’amnesia infantile e a ricostruire la realtà storica dell’esperienza traumatica. In seguito, l’ampliamento della teoria del transfert portò a uno spostamento dell’enfasi interpretativa dal "là ed allora" al "qui e ora". L’analista non si chiedeva più: "cosa rivela del suo passato il materiale del paziente" bensì: "cosa sta succedendo ora tra noi?". In altri termini l’attenzione si rivolse soprattutto al modo in cui, nelle fantasie e nei pensieri inconsci, il paziente faceva uso dell’analista (Sandler, 1983). L’intrinseco ridimensionamento degli aspetti ricostruttivi in questa nuova impostazione portò alla complementare valorizzazione di quelli ermeneutico-costruttivi, fino agli eccessi di una ermeneutica radicale che, rinunciando completamente alla ricerca della realtà storica, sostiene che l’essenza del lavoro analitico consiste nella costruzione di testi narrativi coerenti e plausibili cui cooperano paziente e analista. Al contrario, io credo che: "il riconoscimento d’una componente ermeneutica debba essere compatibile col progetto analitico di ricerca della verità psichica del paziente, purché si ammetta che essa può solo tendere asintoticamente alla ricostruzione di un realtà storica plausibile, per definizione inattingibile, e alla ricostruzione di complesse relazioni causali. Ciò è importante perché la tensione alla ricerca della verità, della coppia analitica, si traduce per il paziente in riconoscimento dell’autenticità e della dignità della sua sofferenza e per l’analista in approfondimento della sua tensione etico-riparativa" (Battistini, 1996).

Questi dunque i referenti teorici della cura analitica cui io mi attengo. All’interno della cornice che essi delineano, l’alleanza terapeutica, come già si è detto, scaturisce, in termini generali, dall’ottimizzazione del lavoro analitico stesso, favorito dalle progressive acquisizioni teorico-tecniche conseguenti allo sviluppo della psicoanalisi e, in termini più particolari, dall’insieme degli interventi tecnici rivolti alla parte matura del paziente, miranti a sollecitarne la collaborazione consapevole.

Riguardo la prima accezione, quella più generale, credo si possa dire che dagli anni cinquanta in poi, i principali sviluppi della psicoanalisi sono stati soprattutto conseguenza dell’approfondimento del ruolo dell’analista nella cura psicoanalitica. I portati tecnici, in tale ambito, sono stati tanti e tali che non è possibile qui farne una rassegna, anche sommaria. Mi limiterò ad accennare ad alcuni punti, relativi al complesso intreccio di scelte tecniche e caratteristiche personologiche dell’analista che indubbiamente favoriscono l’alleanza terapeutica.

E’ molto importante che l’analista si ponga nella situazione analitica con semplicità e coerenza. Che pur mostrando sicurezza e fiducia nella propria competenza ed esperienza, sia pronto ad ammettere gli errori, a riconoscere i propri limiti, anche caratteriali, e a rilevare e interpretare gli enacments. Che acquisisca una consistenza (Battistini, 1998) che gli permetta di non essere troppo turbato dall’aggressività, dai giudizi critici, dalle aspettative del paziente nei suoi confronti e che, anzi, ne favorisca l’esplicitazione e l’interpretazione. Che sia puntuale nell’interpretare il transfert, con tatto e timing, senza per questo assumere atteggiamenti oracolari o apodittici, bensì con attenzione alla "risposta" del paziente, al suo vissuto, al suo modo di reagirvi, tenendone conto per eventuali altre interpretazioni. Che accetti con naturalezza i movimenti di deidealizzazione della sua persona che in fasi avanzate dell’analisi il paziente effettua, eventualmente favorendola con occasionali dosate self-desclosures. Che sappia riconoscere adeguatamente la sofferenza, l’impegno, le realizzazioni del paziente. Che sia capace di lasciarsi transitare da occasionali momenti di condivisione empatica. Che, pur sostenendo l’asimmetria funzionale della relazione analitica, ne riconosca la sostanziale simmetria negli aspetti realistici, mostrandosi disponibile a prendere in considerazione richieste realistiche del paziente e ad ammetterne la legittimità. Naturalmente è altrettanto importante che quanto sopra sia supportato da un costante mantenimento dell’assetto analitico e dall’impegno a recuperarlo ogniqualvolta, per qualunque motivo, vada perduto.

Riguardo la seconda accezione, più specifica, va detto che già Sterba nel 1934 aveva sottolineato l’importanza per l’analista di rivolgersi al paziente, quando possibile, usando il "noi", come modalità di sensibilizzarlo all’impegno comune nel lavoro analitico. Meltzer, in controtendenza rispetto agli altri kleiniani, nell’introduzione a Il processo psicoanalitico, non esita a raccomandare di rivolgersi alla parte adulta del paziente con indicazioni e spiegazioni che stimolino in lui la collaborazione all’analisi, cosa che avrebbe trovato perfettamente d’accordo anche Greenson, il quale aveva sostenuto come parte della relazione analitica fosse da considerarsi regolata dal comportamento razionale dei due membri della coppia, impegnati costruttivamente in un comune obiettivo. Io specificherei che l’alleanza terapeutica può essere incrementata dalla disponibilità dell’analista a fornire sobrie spiegazioni sia riguardo questioni tecniche, ad esempio intorno agli elementi del setting o riguardo il perché l’analista invita il paziente a rispondere alle sue stesse domande, sia riguardo certe circostanze che possono creare una turbativa del setting, ad esempio un ritardo dell’analista stesso o uno spostamento di seduta. Perché, mentre il silenzio mortifica il paziente, il dare una spiegazione, anche sul piano di realtà, non esclude che l’analista possa, al contempo, esplorare le fantasie e le reazioni emotive che il suo intervento ha suscitato, sia raccogliendo indizi tra le associazioni del paziente, sia invitandolo esplicitamente ad esprimerle. Ovviamente il discorso vale per quelle situazioni in cui il paziente risulta ragionevolmente interessato e non invece per quelle in cui è in gioco una componente manipolativa, che richiederebbe di essere adeguatamente interpretata. Mi rendo conto che gli analisti classici, cultori del silenzio e di una rigorosa astinenza come irrinunciabili misure tecniche, non possono che essere scettici e diffidenti. Ma io credo che quanto sopra delineato, lungi dal pervertire la relazione analitica, costituisca di per sé una scelta tecnica mirante a prevenire possibili reazioni terapeutiche negative e a favorire l’alleanza terapeutica.

Negli anni novanta, affievolitosi il dibattito, non sono mancati tuttavia lavori, di diverso orientamento, che hanno messo in luce nuovi aspetti del problema o che hanno ridefinito vecchie questioni. Ponsi (2000), nell’ambito di un approccio che valorizza l’aspetto interattivo della relazione analitica, rifacendosi alla dimensione pragmatica della comunicazione verbale, ha mostrato come, in certi momenti dell’analisi, l’incapacità del paziente di fruire d’interpretazioni mutative, richieda all’analista la duttilità e la pazienza necessarie ad astenersi dal fare interpretazioni di transfert, privilegiando, nel contesto di un’interazione collaborativa, interventi non interpretativi, utili per approfondire l’alleanza terapeutica, in vista di una successiva ripresa del lavoro analitico in cui torni ad essere centrale l’interpretazione. Fred Busch, nell’ambito della teoresi propria della New Ego Psychology, ha suggerito di considerare l’alleanza terapeutica come la capacità del paziente di utilizzare il proprio Io partecipe e osservante o, in altri termini, "di arretrare rispetto alla componente affettiva dei propri pensieri e sentimenti per utilizzare quella parte dell’Io autonomo che è disponibile all’osservazione psicologica" (Busch, 2003, p. 46). Secondo l’autore statunitense, obiettivo principale dell’analisi è quello di produrre un cambiamento, basato su un’espansione dell’Io, che consenta al paziente di pensare e percepire quello che prima non poteva né essere pensato né essere percepito, e di poterlo pensare in modo qualitativamente diverso. La qual cosa si accompagna ad un rimaneggiamento delle resistenze e ad un incremento della capacità d’utilizzare il metodo delle libere associazioni, che pertanto assume un significato assai diverso: da indicazione metodologica da seguire da parte del paziente, a indicatore, al contempo, e del grado di libertà raggiunto dal suo Io e del grado di alleanza terapeutica.

Come si vede, il concetto d’alleanza terapeutica, qualunque sia la cornice teorica in cui si collochi e in qualunque modo lo si definisca, consiste sostanzialmente nel grado di collaborazione cui danno vita paziente e analista nel perseguimento del loro comune obiettivo, ed il suo incremento finisce col coincidere con i progressi del processo analitico. Progressi cui concorrono sia l’intelligenza, l’acume psicologico e il desiderio di cambiamento del paziente, sia la competenza, lo stile personale, la creatività dell’analista.

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