CINEMA COME COMUNICAZIONE:ASPETTI TERAPEUTICI

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3 ottobre, 2012 - 17:48

 

Questo intervento fa seguito all'incontro organizzato insieme al Prof. Volterra nel 1998, durante il quale venne presentata l'attività, allora quadriennale, del nostro gruppo di psichiatri, psicoterapeuti ed educatori cinefili.

 

IL CINECLUB "PSYCHO"

La denominazione rappresenta un ovvio riferimento all'interesse, da parte dei partecipanti al gruppo, per la psiche e per il suo buon funzionamento, ma anche un sentito omaggio ad Alfred Hitchcock ed alla sua meritoria opera, pur con tutti i limiti, di divulgazione delle conoscenze psicoanalitiche.

L'esperienza è nata da una serie significativa di circostanze: era evidente già da qualche anno l'importanza crescente del mezzo televisivo rispetto al cinema, e quindi una certa crisi del cinema, o meglio delle modalità più tradizionali e canoniche di fruizione dei film. In realtà era già in corso una sorta di rivincita da parte del cinema ("Graecia capta ferum victorem cepit"!), per via della possibilità di un diverso tipo di fruizione, più simile a quella dei libri, e prima appannaggio di poche istituzioni come le cineteche: era infatti divenuta possibile la scelta a piacimento del titolo, dei tempi, dei luoghi, della compagnia per la proiezione, grazie alla produzione e diffusione su larga scala e sempre più capillari ed economiche delle videocassette. Ciò rendeva maggiormente possibile un uso colto, sempre popolare ma colto, alla pari dei libri, dello strumento film.

Il nostro ha voluto essere anche un modo di superare il concetto più tradizionale di utilizzo didattico dei presidi audiovisivi. All'inizio dell'esperienza infatti il film forniva più che altro gli esempi, i casi da discutere. Si era cominciato a sviluppare un programma di tipo strettamente didattico, seppur condotto con metologia seminariale, aperto a studenti di varie facoltà e a operatori di varia formazione. Al termine di tale ciclo, la cui promozione e conduzione si deve al collega ed amico Giuseppe Ballauri, e che si protrasse per un triennio, si presentò l'opportunità di continuare l'attività sotto un'altra forma, non più a termine, non più strettamente collegata alla didattica teorica formale, ma con il coinvolgimento dei fruitori nella programmazione, e con la riduzione della distanza tra i partecipanti e il conduttore, il quale veniva ad assumere più che altro la funzione di "catalizzatore" di quanto avveniva nel gruppo.

Da questo momento, dal punto di vista cinematografico, ha avuto luogo una alternanza di cicli monografici, di cui qualcuno è stato già più ampliamente svolto, come per esempio "La distruttività umana e il narcisismo attraverso le figure degli assassini seriali", e "L'identità dello psichiatra nella storia del cinema"; altri cicli sono in programma come "Vicende e percorsi di formazione", "La psicopatologia attraverso il cinema", "Guerra e follia", "L'arte della fuga", "Vicende di mobilità sociale e di reclutamento", "Vicende di droga".

Abbiamo cercato sempre di utilizzare film di qualità e di enfatizzare la fruizione dell'opera nella sua compiutezza. A monte di questa iniziativa c'erano anche, da una parte, un periodo di diversi anni dedicato all'utilizzo terapeutico e formativo della musica, dall'altra una esperienza di gruppo, abbastanza informale ma assai significativa, mirata alla formazione psicoterapeutica e condotta negli anni settanta a Milano da Enzo Morpurgo ( il "collettivo di psicoterapia critica").

L'idea nostra è stata quella di allestire una sorta di "spazio stabile", un po' sul modello dei teatri stabili, imperniato sulla fruizione dell'opera filmica e collegato all'attività didattico-formativa della Clinica Universitaria.

Il seminario si è svolto prevalentemente con la partecipazione di un gruppo di medie dimensioni, in realtà abbastanza fluttuante, riunito attorno ad un sottogruppo di piccole dimensioni, più stabile, che ha rappresentato il gruppo trainante, ed era formato da terapeuti a grado diverso di formazione e di esperienza, e di educatori. La partecipazione è stata però aperta anche a qualche paziente giunto ad un certo stadio dell'iter psicoterapeutico, che veniva ad affiancarsi ad operatori giunti ad un certo stadio dell'iter di formazione psicologica, secondo criteri del tutto informali elastici e personalizzati.

Da questo punto di vista, secondo noi, il tipo di situazione si è prestata e si presterebbe particolarmente come area di avvicinamento al mondo della psicoterapia, oltre che come area di allontanamento, di "riemersione", di cordiale presa di distanza, o, come dicono gli operatori di alcune organizzazioni comunitarie, di "rientro" alle attività ed agli impegni più usuali (solo per le nostre categorie l'impegno quotidiano non può che essere arrovellarsi sul funzionamento psichico).

 

SCOPI E METODI

Come abbiamo visto, la nostra iniziativa si è maggiormente configurata, soprattutto agli inizi, come iniziativa integrativa di formazione, dedicata prevalentemente a studenti e specializzandi, e successivamente come strumento di formazione permanente, in gran misura reciproca grazie all'interazione dei partecipanti.

Così come si è svolta, però, trova, secondo noi, grandezze commensurabili anche nel campo delle esperienze maturative in gruppo, e quindi nei gruppi di formazione, di crescita, e "blandemente" terapeutici, oltre che nelle attività propriamente e formalmente didattiche.

Noi abbiamo pensato ad un' "area transizionale", nel senso in cui ne ha parlato anche Ira Konigsberg; inoltre abbiamo immaginato il nostro cineforum anche come una palestra od un circolo, dove ci sono soci che restano a lungo, dove qualcuno è solo di passaggio, dove tutti in qualche misura fruiscono ed in qualche misura contribuiscono, trovando il modo di continuare la loro crescita come individui.

L'ottica è dunque quella di una iniziativa di igiene mentale sostanziale, di una educazione mentale permanente alla vita mentale sana, di una reale "promozione e tutela della salute mentale" (formula che caratterizzava i programmi originari della psichiatria italiana riformata).

E' chiaro che parlare in questi termini nella psichiatria d'oggi vuol dire, piuttosto che aspettare i pazienti "al varco", e puntare prevalentemente sui farmaci, scommettere sulle possibilità preventive, se non primarie, secondarie o terziarie, ed ancora di più scommettere sulla beneficità dell'influenza dell'uomo sull'uomo, sia in senso preventivo-maturativo, sia in senso riparativo-terapeutico.

Il cinema può dunque essere strumento formativo ( e di formazione permanente) ed anche terapeutico, laddove la funzione terapeutica si intreccia con quella formativa e maturativa, cosa nel nostro campo non così rara.

Certamente il concetto si differenzia rispetto a quello di terapia sintomatica ( per esempio la musica come tranquillante) ed anche rispetto all'uso strettamente socio-riabilitativo, che, peraltro, implica pur sempre l'apertura o la riapertura di canali comunicativi, per quanto limitati in certi soggetti.

Il cinema, a nostro parere, può essere utilizzato come strumento di insight, di consapevolizzazione, di introspezione. Ciò è assolutamente coerente sia con il titolo di questo incontro, sia con la nostra scelta di ricercare metodiche dialettiche, e, quindi in primis non violente, di approccio alla sofferenza mentale.

Ci sono anche delle premesse storiche importanti: da una parte, la funzione psico-igienica spontanea, già presente, come aveva sottolineato Aristotele, nella recita della tragedia antica, funzione che può essere, alla luce delle conoscenze attuali, potenziata, finalizzandola, con una conduzione discreta, come può essere quella della levatrice, che "non fa" il bambino, ma lo fa nascere; dall'altra parte la gemellarità, la nascita contemporanea, del cinema e della psicoanalisi, che è stata sicuramente determinata da una temperie storico culturale particolare.

Lo psichiatra, all'interno di questo ragionamento, può rivestire il ruolo di "pontefice" ( concetto forse un po' irrispettoso), in quanto si deve adoperare per gettare dei ponti. In ciò faccio riferimento anche a D. Lopez ( "Simbolo, ponte relazionale", Argonauti 1989), secondo il quale "la psicoanalisi è il suo metodo, e, diversamente dal cognitivismo, è un ponte verso una più alta organizzazione della struttura dell'individuo e della specie", ed anche una "apertura verso nuove introspezioni".

Vorrei ancora citare il caso di una paziente, ricoverata per disturbo schizoaffettivo riacutizzato, che, benchè non cinefila e non inserita in un programma che prevedesse l'utilizzo di materiale cinematografico, comunicava attraverso i "film del figlio" ( commedie all'italiana dei comici sulla cresta dell'onda) ed i "film del marito" ( i grandi classici hollywoodiani), loro sì cinefili, configurando un'altra forma magari banale, ma preziosa, di comunicazione attraverso il cinema.

Anche la condizione oniroide riscontrata a più riprese nella paziente nell'ambito del ricovero aveva qualcosa in comune con la condizione mentale dello spettatore in un film ( che è sempre in uno stato di coscienza particolare).

Un ultimo riferimento lo dedico al regista Abbas Kiarostami ed ai silenzi del suo film " Il vento ci porterà via", di cui si è discusso animatamente tra critici in occasione della recente mostra del cinema di Venezia: tali silenzi si situano idealmente al polo opposto rispetto al concetto pittorico ( oltre che scientifico) dell'horror vacui. Questa dei silenzi comunicativi, dei silenzi espressivi, dei silenzi di attesa, delle "caselle" da riempire eventualmente e con la massima libertà, è una condizione familiare allo psicoterapeuta analitico.

Il cinema, tra l'altro, oltre che "libero spazio" per le proiezioni identificative, è anche un prezioso "serbatoio" ( o "repertorio"), facilmente accessibile, di personaggi e di vicende con cui identificarsi, utilizzabile alla stregua dei sogni e delle associazioni libere; e rispetto alla musica presenta il vantaggio della plurisensorialità.

La potenzialità comunicativa del cinema è anzi per noi tale che potremmo propagandarla con lo slogan: "ditelo con un film".

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