"Le ricamatrici" di Éléonore Faucher

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3 ottobre, 2012 - 12:29

Estraneo alla bellezza — non è nessuno —

poiché la bellezza è l’infinità —

e la capacità di essere finiti cessò

prima che fosse attribuita l’identità

Emily Dickinson, Poesie 1875-1879

Terra scura e rivoltata, fertile, un campo coltivato, due mani che sradicano un cavolo. Dal dettaglio naturalistico alla figura umana parziale e infine intera, Claire. La ragazza raccoglie i frutti del suo orto e torna a casa, una voce fuori campo legge lo scambio epistolare con un’amica lontana, Lucille. Si apprende che Claire è incinta, una gravidanza indesiderata e ormai troppo avanzata per essere interrotta volontariamente.

La prima parte del film racconta la sua solitudine. La ragazza non vive più con i genitori. Una sera il fratellino, appena scappato di casa, bussa alla sua porta. Il bambino ha preso un brutto voto a scuola perché invece di studiare ha dovuto dedicarsi al lavoro nei campi al posto del padre. Claire chiama a casa per rassicurare i genitori, ma la madre si mette ad urlare e la ragazza rinuncia alla comunicazione con fare rassegnato. Nonostante sia solo diciassettenne, Claire ha già imparato a vivere lontano dalla famiglia e a non aspettarsi nulla dai genitori.

A questo punto entra in scena il ricamo a cui la ragazza si dedica per non pensare alle sue frustrazioni. Si tratta di una passione autentica che Claire porta avanti da anni con i soldi guadagnati come commessa in un supermercato o barattando i cavoli del suo orto con pelli di coniglio.

Dopo la presentazione piuttosto desolante della famiglia, l’attenzione si sposta sull’ambiente lavorativo della ragazza. Le colleghe del supermercato notano l’incremento ponderale di Claire che, per mantenere il suo segreto, inventa un tumore a causa del quale è costretta a seguire una terapia cortisonica. Per rendere più verosimile la sua storia si strappa una ciocca di capelli e corre via piangente, ma nessuno la raggiunge per consolarla. Anche il ragazzo che l’ha messa incinta, o almeno così si presume, si allontana da lei.

Quello che colpisce è che Claire non si stupisca mai dell’anaffettivà, dell’indifferenza che la circonda. La famiglia, gli amici e il ragazzo non si accorgono della sua sofferenza, non le offrono alcun supporto e la cosa le sembra assolutamente normale. La deprivazione affettiva che possiamo intuire abbia subito in passato e in cui ancora è immersa la rende particolarmente fragile di fronte alla gravidanza indesiderata e alla scelta di tenere o meno il bambino dopo la nascita.

La sua unica difesa sembra uno spiccato pragmatismo che l’ha resa autonoma dalla famiglia e che ora la porta ad affrontare il suo problema.

Claire infatti decide di farsi visitare da una ginecologa, una figura ancora negativa purtroppo. Si tratta di un medico preparato, ma impone un atteggiamento giudicante verso la ragazza chiaramente debole e confusa. Quando Claire timidamente le chiede se il feto stia bene, la ginecologa lo interpreta come un segnale di interessamento, ma, ottenuta la rassicurazione, la ragazza sembra ancora più sconfortata e ripete la sua richiesta, la ginecologa allora con tono freddo e ostile esclama: "non capisco che cosa voglia sapere da me!". Claire è così costretta ad ammettere il proprio desiderio di abortire. Sperimentare questo spiacevole dialogo con la ginecologa la porta però ad una consapevolezza maggiore di ciò che vuole, un primo passo verso il superamento delle sue difese negatorie. Alla fine si decide per un parto in anonimato e chiede alla ginecologa di scrivere su un foglietto il sesso del feto riconosciuto con l’ecografia. Il foglietto viene inserito in una busta, a mò di lettera, e conservato dalla protagonista fino alla fine del film.

Si tratta di un particolare affascinante dal punto di vista cinematografico e semantico, già sfruttato per esempio da Kieslowski in un episodio del suo decalogo: "Onora il padre e la madre".

Nel film di Kieslowski la protagonista, Anka, trova una lettera scritta dalla madre morta, in cui viene comunicata l’identità del suo vero padre. La ragazza non ha il coraggio di aprirla perché ha instaurato un rapporto quasi incestuoso con l’uomo che l’ha cresciuta e in cuor suo desidera ardentemente che egli non sia il padre biologico.

Nonostante le due trame possano apparire distanti, esistono molti punti in comune tra loro. Del resto alcuni critici hanno definito "Le ricamatrici" un film post kieslowskiano. Questa somiglianza salta all’occhio osservando lo stile (l’importanza degli oggetti simbolici, le corrispondenze, i colori ed i riflessi) ed i contenuti (il delicato racconto dei vissuti, i temi sociali affrontati senza retorica). Ci sono poi dei parallelismi più profondi tra la storia di Claire in "Le ricamatrici" e di Anka in "Onora il padre e la madre".

Innanzitutto sia Claire sia Anka drammatizzano il loro problema: la prima in modo grossolano, con una serie di menzogne; la seconda, essendo un’attrice professionista, con un bluff ben recitato in cui mette alla prova i sentimenti del padre-amante. Da questa messa in scena emerge lo scontro tra verità oggettiva e verità soggettiva. Ovviamente il problema di Claire non è sapere se il nascituro sarà un maschio o una femmina, ma il sesso del bambino rappresenta la presa in carico di una nuova vita. Finchè non conoscerà l’identità del figlio, Claire potrà continuare a fantasticare che non esista. Finchè non conoscerà l’identità del padre biologico, Anka potrà continuare a fantasticare che non sia il suo padre-amante.

In entrambi i casi le figure paterne sono escluse: il ragazzo di Claire non sa nulla del figlio e il padre di Anka non sa se lei sia sua figlia. La conoscenza viene trasmessa dalla madre alla figlia, attraverso una lettera chiusa. Per Anka la trasmissione materna è particolarmente evidente, ma per Claire? E’ la ginecologa a fornire la lettera-chiave, ma, per quanto appartenente al sesso femminile, non si può certo dire che rappresenti una figura materna.

Ed ecco che in "Le ricamatrici" compare la signora Melikian, una ricamatrice esperta che ha appena perso un figlio in un incidente stradale e che accoglie Claire a casa sua durante i suoi ultimi mesi di gravidanza.

Il passaggio di conoscenza per via materna, verrebbe da dire la conoscenza delle origini, è ben tratteggiato in una scena in cui Claire e la sua vice-madre ricamano insieme un vestito molto impegnativo e la signora Melikian le parla di un diario in cui ha descritto minuziosamente i primi mesi del figlio. "Avrei voluto regalarlo a mio figlio per il suo matrimonio, per quando sarebbe diventato padre". Lo sguardo complice rivolto verso Claire suggerisce che quel diario sarà a sua disposizione se la ragazza lo vorrà. Ma siamo ancora a metà film e Claire non risponde, non ha ancora deciso se tenere o meno il bambino.

Dunque in entrambi i film abbiamo un mistero, riguardante le origini e quindi la propria identità, racchiuso in una lettera, abbiamo poi l’esclusione della figura paterna da questo mistero e uno scontro feroce tra verità oggettiva, la realtà che incombe, e verità soggettiva, il piacere a cui non si vuole rinunciare.

Quest’ultimo aspetto viene ben descritto dal rapporto tra Claire e Guillaume, il fratello di Lucille. L’attrazione tra i due è mortificata dai sensi di colpa del ragazzo: in primo luogo era in moto con il figlio della signora Melikian ed è sopravvissuto, in secondo luogo desidera una donna incinta, cosa che risveglia un tabù non trascurabile. Al di là delle classiche dinamiche del corteggiamento che si instaurano tra i due, è interessante notare la sofferenza di Claire a causa del suo corpo deformato, anerotico, e ancor più a causa della sua nuova identità di madre che minaccia la sua vita sessuale, prima così libera e spregiudicata.

Identità è il termine chiave che unisce la storia di Claire a quella di Anka, attraverso la lettera chiusa, o forse a questo punto si potrebbe dire "rubata".

Lacan, nel seminario sulla "Lettera rubata" del 1956 afferma che "è l’ordine simbolico ad essere, per il soggetto, costituente", il soggetto riceve la sua determinazione principale dal percorso di un significante, nella fattispecie del racconto di Poe, dal percorso della lettera rubata. Un percorso che deve portare Claire a sviluppare l’identità di madre e Anka quella di figlia. Ma la lettera-significante ha anche un’altra caratteristica essenziale secondo Lacan, essa "materializza l’istanza della morte". E la morte, guarda caso, è presente sia nella storia di Claire sia di Anka.

Nella prima, la morte del figlio della signora Melikian consente a Claire di trovare un rifugio dalla comunità ostile, ma anche una figura materna dalla quale può apprendere il significato della maternità. Nella signora Melikian Claire proietta se stessa, perciò le dona il suo affetto, la sua complicità incondizionata e immotivata dalla conoscenza inizialmente superficiale tra le due. Quando la signora Melikian tenta il suicidio, Claire la salva e la va a trovare in ospedale tutti i giorni nonostante la signora la respinga.

Le dona amore e ne riceve altrettanto, in più apprende cosa sia un legame filiale, cosa che le permette di superare il desiderio di abortire. Claire inizialmente fantastica di perdere il proprio figlio, come è successo alla signora Melikian, ma alla fine la ripetizione della vita vince.

Cosa che accade anche nella storia di Anka, dove le consonanze con il racconto di Poe sono più evidenti. In questo caso la morte è quella della madre, anche qui una morte fantasticata dalla protagonista, volendo seguire lo schema edipico. In realtà quando Anka si denuda davanti al padre nel tentativo di sedurlo, capisce che l’erotismo è solo un fraintendimento tra i due, una vendetta nei confronti della madre che li aveva voluti separare alla sua morte con quella lettera allusiva, invidiosa del rapporto che avrebbero avuto senza di lei.

La busta è infatti indirizzata ‘a mia figlia Anka’, come a suggerire: tu sei solo mia, questo segreto unisce solo me e te, non importa chi sia tuo padre. Evidentemente il nome del padre non coincide con il Nome-Del-Padre lacaniano. Infatti Anka decide di bruciare la lettera senza leggerla e di vivere con suo padre un normale rapporto filiale: il nome del padre è stato bruciato per interiorizzarne il valore simbolico, il Nome-Del-Padre.

Claire invece non brucia la lettera, ma ormai anche lei ne ha interiorizzato il valore simbolico, il significato della maternità.

Nel frattempo anche la signora Melikian subisce un’importante trasformazione. Grazie a Claire riscopre la possibilità e la bellezza di un rapporto affettivo profondo, la vita in senso lato. Ritorna così a provare piacere per il ricamo, addirittura si mette a cantare durante il lavoro, prende parte ad una festa e porta dei nuovi campioni ad un famoso stilista di Parigi.

Alla fine del film Claire e la signora Melikian si ritrovano davanti allo stesso ricamo della scena del diario. Il vestito che stanno componendo è ormai completato, un’imprevista meraviglia per lo spettatore che ricorda le prime bozze di quel lavoro senza forma: una metafora della crisalide che si trasforma in farfalla molto efficace sul piano visivo.

Questa volta la domanda implicita della signora Melikian sul destino del bambino, e ancora di più della madre, trova una risposta. Claire le confida con un sorriso complice il sesso del nascituro e insieme il suo desiderio di diventare madre: è una femmina.

Un’ultima considerazione sul commento musicale composto da Michael Galasso. Si tratta di un violino solo che compone arpeggi, bicordi, tricordi e altri virtuosismi polifonici, ricordando l’intensa sequenza della più trascinante variazione della Ciaccona di Bach.

Forse la regista ne fa un uso un po’ scontato, associando sempre le stesse note ai momenti prevedibilmente topici, cioè quando la protagonista si avvicina alla Bellezza.

Bellezza intesa come sublimazione della materia: i ricami scintillanti e fragili, la mano del fratellino che sfiora i bottoni variopinti, la natura-rifugio-alcova d’amore, la pioggia sul corpo di Claire.

Come le ricamatrici del titolo che recuperano ogni sorta di materiale per trasfigurarlo in un’immagine effimera e splendente, così i violini di Bach, a cui fa riferimento la colonna sonora, intessono un capolavoro di variazioni sulla base di una semplice linea di basso.

Ed anche qui fa capolino il superamento della morte da parte della vita che ritorna.

Tornando ancora alla Ciaccona forse vale la pena ricordare che una docente di violino, Helga Thoene, ha scoperto che quest’opera è un vero e proprio omaggio funebre di Bach alla moglie Maria Barbara scomparsa poco prima della stesura della Tre Sonate e Tre Partite.

Pare che nella Ciaccona, Bach abbia inserito diverse melodie di corali funebri, non udibili, ma riconoscibili studiando il testo musicale. Christoph Poppen e The Hilliard Ensemble hanno evidenziato questi corali in un’opera intitolata "Morimur, Partita in re minore BWV 1004 e Corali".

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