Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

L’Ultima Cena a “Casa Surace”

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13 aprile, 2015 - 08:17
di Sarantis Thanopulos

“Casa Surace” è il nome di un gruppo di giovani videomaker napoletani. Nelle festività pasquali una loro rappresentazione satirica dell’Ultima Cena ha ottenuto milioni di visualizzazioni. Nel video (diretto da Simone Petrella) Gesù è circondato da discepoli che, persi nei loro smartphone, tablet e pc, non prestano attenzione al suo discorso di commiato. Gesù spazientito, li apostrofa: “Ma avete capito che me ne vado? Che dove vado non prende?”
Il video ha creato una divisione netta tra chi lo ha apprezzato e chi l’ha giudicato, invece, blasfemo. In realtà, esso prende di mira l’incapacità di essere in relazione con gli altri e con i propri affetti, perfino nel momento della più solenne delle separazioni. Tuttavia, nonostante la leggerezza, l’assenza di uno stile offensivo e la garbata ironia, il video ha un effetto corrosivo che destabilizza il sentimento religioso. Coglie la trasformazione della sofferenza di fronte a una separazione definitiva, in uno smarrimento, orfano del lutto, che diventa anestesia. Fa vedere l’ossessione di collegamento che sostituisce la paura di “perdersi di vista” (non vedere la persona cara e non essere visti da lei). I giovani videomaker  napoletani hanno toccato, con apparente spensieratezza, ma mettendo a nudo tutta la sua criticità, il fondamento di ogni religione: il rapporto tra la vita e la morte.
Dopo la morte dove si va, “non prende”: nessuna tecnologia ci può mettere in contatto con il defunto, se non la nostra immaginazione, la nostra capacità di sognare. Per giorni, mesi, anni il volto non più in vista appare nelle nostre fantasie ad occhi aperti. Il tono della voce e le parole che mai più ascolteremo (abbandonate con tanta fatica per non vivere in un mondo di allucinazioni), risuonano nei nostri pensieri. I morti tornano a farci visita nei sogni, a ispirare i nostri gesti: il lutto li ha fatti accomodare nel nostro spazio psicocorporeo come oggetti interni.  
Non si possono mettere veramente in discussione le tentazioni totalizzanti che insidiano le religioni -la pretesa di esprimere un modello unico di vita ispirato dalla negazione della morte-  se non rivolgendosi a tutti, nella loro condizione universale di esseri umani che li rende uguali di fronte al dolore della perdita. Nella sua prima apparizione dopo la tragedia che l’ha colpito, Charlie Hebdo si è liberato di colpo dell’errore preterintenzionale di avere preso in giro una religione in quanto religione di “altri”, ritrovando tutta la sua vocazione satirica. Pubblicando in prima pagina una vignetta di Maometto con la scritta “Tutto è perdonato” (perdonati Maometto e i suoi folli seguaci -l’intransigenza religiosa- perdonati i suoi avversari satirici –l’autoreferenzialità intellettuale) ha rimesso in piedi i sentimenti che sottendono ogni autentica espressione di satira: l’amarezza e la tristezza che ci legano alla dolcezza della vita.
L’Ultima Cena è un luogo della “mitologia” cristiana in cui la prospettiva religiosa e quella laica della vita dopo la morte, si incontrano. Si può egualmente viverla come presagio melanconico e incerto di una vita eterna migliore di quella terrestre o come ampliamento dell’orizzonte attraverso una separazione che non annulla ma esalta, proiettandoli nel futuro, un insegnamento e un’esperienza di condivisione fraterna. La sua messa in scena in “Casa Surace”, è ambientata in un mondo in cui le relazioni virtuali colonizzano quelle reali. Non è la vita a oltrepassare la morte (nella fraternità diacronica dell’esperienza umana che mantiene vivo il passato e ci fa presentire il futuro) ma è la morte ad abitare la vita.    

 

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