Il Poppante Saggio
Blog ferencziano
di Gianni Guasto

LE ROTAIE DELLA PSICOANALISI

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5 settembre, 2015 - 23:14
di Gianni Guasto

E deragliar m’è dolce, in questo mare. O anche delirar.
Il mio passato e il mio presente si confrontano: ciò che ho imparato dai maestri, e ciò che penso oggi. Un arco di vita.
In principio erano le regole. La prima delle quali: l’analista non deve fare nessun’altra cosa che interpretare. Regola numero due: l’unica interpretazione che va a segno è quella di transfert. Ogni altro intervento è inutile. Anzi: è dannoso.
Bisogna stare nelle regole. Lo stare dentro le regole definisce l’identità dell’analista. Chi sta dentro le regole fa della psicoanalisi, quindi è uno psicoanalista. Chi sta fuori delle regole, fa qualcosa “che non si può definire psicoanalisi”, e questa non può facilmente essere considerata una gita domenicale fuori porta, ma piuttosto una migrazione non autorizzata. E una perdita d’identità.
Perché chi abbandona le regole, al di là delle colonne d’Ercole del setting canonico, entra nel mare Oceano, dove non ci sono punti di riferimento. Nemmeno l’Ulisse dantesco osò tanto:
 
e volta nostra poppa nel mattino,
dei remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
(Inferno, XXVI, 124-126)
 
Cioè, virando a manca per tener d’occhio la costa africana, per non perdere l’ultimo punto di riferimento. Quello a ridosso della costa, Winnicott lo chiamerebbe uno “spazio transizionale” fra mondo conosciuto e regno del Caos. Il mare Oceano, appunto.
 
Ma fra l’analitico e l’extra, fra il “puro oro” e il “rame” (Freud, 1918) una mappa degli spazi transizionali, ai tempi della mia formazione, nessuno l’aveva ancora scritta: o si era di qua, o di là. E non eravamo noi a decidere. Quindi, crescemmo senza.
 
“Lasciare le regole, valicare i confini del setting, significa abbandonarsi ai venti e ai marosi delle pulsioni che avrai rinunciato a governare: non dimenticarlo, ragazzo. Non credere di poter inventare nulla di nuovo: non sarai per caso un maniacale? un onnipotente? Non ti crederai mica Freud?”
 
“Questa non si può definire propriamente psicoanalisi”. “Ha pensato di tornare in analisi?”. Ad portas Inferi.
 
Con l’analista del fidanzato di M. ho condiviso, da giovane, tante cose: viaggi, studi, speranze, ore e ore di macchina e di treno, per raggiungere quella maledetta conoscenza iniziatica.  Abbiamo condiviso persino il suo analista, che è stato mio supervisore. “Ha una marcia in più”, mi diceva lui, colmo di piacere e di orgoglio. Era vero: aveva qualcosa che altri non avevano. Qualcosa che, allora, mi servì parecchio, anche se mi tolse non poco.
 
M. è preoccupata per il suo fidanzato. Sembra che voglia lasciare l’analisi. Il giovanotto vorrebbe tornare a prendere farmaci, ma l’analista gli ha imposto un aut-aut: o soltanto con lui, o niente. Si può fare un’analisi prendendo contemporaneamente farmaci prescritti da qualcun altro? Ah, saperlo! Di certo, le regole non ne parlano, e se non ne parlano, o non si fa assolutamente nulla, oppure c’è in agguato l’agire. L’agire, ovvero l’eterno pericolo incombente, il Grande Seduttore, il Maligno. Quindi, per mantenere la Grazia, è necessario non fare niente. Astenersi.
 
M. confronta la propria analisi (la “nostra”, usiamo dire) con quella del fidanzato. Ci conosciamo da tanto tempo, e M. ha assistito alla mia metamorfosi. Gregor Samsa è diventato uno scarafaggio (o forse ha semplicemente rivelato ciò che non aveva mai cessato d’essere?); niente paura: se ne assume la piena responsabilità. Tutt’al più è un po’ colpa di quell’Ungherese paranoico che si fece analizzare da una sua paziente, e di tutta la compagnia di Americani (i soliti superficiali) che lo sostengono a gran voce.
Dalle loro parti, avevano iniziato quelli di Boston, sempre alla ricerca di “something more than interpretation”. Quindi, non soltanto l’interpretazione non è più sola, passa addirittura in secondo piano. Poi arrivano quelli della Renaissance Ferencziana: molto più dell’interpretazione può la relazione. Incredibile. E giù a proclamare che è venuto il momento di pensare a setting differenziati (improvvisati? Certo: come fare altrimenti?), elastici e governati dal tatto, alla rivelazione al paziente dei più segreti pensieri dell’analista, persino (udite: questa è recente) alla co-costruzione del metodo di lavoro. Così le regole si negoziano direttamente con il paziente; e a mettere in discussione il complesso d’Edipo e quello di castrazione. E persino a prendere sul serio chi ti racconta d’esser stato violentato da piccolo, riscoprendo così la teoria della seduzione, roba dell’Ottocento. Peccato non avere un Gadda o un Arbasino a raccontarle, se no, si vedrebbe che tempi, signora mia.
 
Con M. si co-costruisce: pure il metodo, sissignori. Con M. si procede alla “giudiziosa” autorivelazione. Giudiziosa nel senso che non sia un’invasione della mente di qualcuno che ha bisogno, con i problemi dell’analista: ci mancano quelli. “Giudiziosa” nel senso che non comporti la perdita del senso originario, che è quella di rispondere a una domanda di cura. Giudiziosa nel senso che non si spinga fino a un’inversione di ruoli. Che si continui a sapere chi cura chi.
 
In questa nuova ed eretica declinazione del metodo, l’analista commenta ad alta voce la propria autoanalisi e la condivide con il paziente ogni volta che si rende conto di aver commesso un errore, piccolo o grande che sia; o anche quando fa fantasie che riguardano il paziente.
E’ fondamentale che quest’ultimo non pensi di trovarsi alla presenza di chi non commette errori, di chi sa sempre il giusto, di chi vede sempre tutto ciò che si cela dietro le apparenze. Oltretutto, certi modelli sono terribilmente difficili da raggiungere, e molto -troppo- indigesti da “introiettare”.
Perché quando così stanno le cose, allora ogni grido non recepito, ogni momento di rabbia lasciato cadere o, peggio, restituito al mittente (come vigili urbani, certi analisti sembrano limitarsi a dirigere il traffico delle identificazioni proiettive), rischiano di essere sepolti dentro il paziente, e di rimanerci per sempre.
“Ho avuto questa impressione negativa su quello che mi ha detto, ma certamente mi sbaglio” pensa fra sé il paziente. E inghiotte il tutto. “Ho protestato, ma non mi ha risposto. Forse non dovevo”. E la protesta è sotterrata. Certi analisti si credono simili a telecamere: nulla di ciò che registrano verrebbe influenzato dalla loro presenza. Vorrei dirgli questo e quest’altro, ma forse sono cose stupide. Certamente le disapproverà. Le Sfingi, di solito, passano molto tempo a disapprovare.
 
E’ inquietante pensare che il chirurgo che in questo momento tiene aperto il mio torace per introdurre una protesi valvolare nel cuore, possa commettere anche un solo errore. Chi ha in mano la mia vita non può (non deve!) commettere il più piccolo errore. E’ impensabile che il mio analista non sappia che cosa fare (e se lo fa, vuol dire che apparteneva a una scuola sbagliata!): gli ho passato la barra del timone, non voglio riprendermela!
Per queste ragioni, e per molte altre, la psicoanalisi ha camminato per tanto tempo su una coppia di rotaie, dalle quali non era possibile deragliare, se non smettendo di correre, se non smettendo di essere treno, per diventare un ammasso di ferraglia (e corpi umani) senza senso. Se non smettendo di essere psicoanalisi.
 
Soltanto il più spaventato di tutti coloro che temevano di uscire dal seminato, soltanto chi si era costretto a dipendere dall’approvazione di Freud fino a morire per il fatto di averla perduta, soltanto Ferenczi ebbe paradossalmente il coraggio di lasciare gli ormeggi alla terraferma, di avventurarsi nell’ignoto, di sperimentare la rotondità della terra tornando al punto di partenza (la teoria della seduzione), soltanto Ferenczi seppe compiere la trasgressione estrema di accettare la richiesta di una paziente di analizzarlo (supremo atto di coraggio e fonte tutt’oggi inesaurita di scoperte, come diranno fra pochi mesi gli editori d’oltreoceano), soltanto lui seppe rivitalizzare quel modo di sentire la psicoanalisi che la voleva immutabile, e quindi morta.
Perché una cosa è certa. L’analista del fidanzato di M. continua da trent’anni a stare nelle regole. E le regole non possono cambiare. Chissà, magari fa bene a fare così: ma io non posso pensare che la psicoanalisi non sia soggetta a movimento e a trasformazione, cioè che abbia smesso di vivere.

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Commenti

' E’ inquietante pensare che il chirurgo che in questo momento tiene aperto il mio torace per introdurre una protesi valvolare nel cuore, possa commettere anche un solo errore. Chi ha in mano la mia vita non può (non deve!) commettere il più piccolo errore. E’ impensabile che il mio analista non sappia che cosa fare (e se lo fa, vuol dire che apparteneva a una scuola sbagliata!): gli ho passato la barra del timone, non voglio riprendermela!'

Parole sante.
La pratica quotidiana, oltrechè l'seperienza personale, conduce direttamente o indirettamente al vulnus dell'analisi, vale a dire il non controllo dell'operato dell'analista.
L'autoreferenzialità.
Un vulnus che si nutre dell'indifferenza delle Scuole canoniche, e della proliferazione di mille neo scuole nate da distacchi, scissioni , liti, quasi sempre lagete a critiche sull'operato di alcuni analisti refrattari alle suddette.

I libri che descrivono errori, svarioni e malecondotte analitiche sono sempre piu' sugli scaffali.
Ma ci vorrà tempo a prenderne atto.


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