Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

La psicoanalisi e la crisi della qualità

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31 ottobre, 2016 - 14:19
di Sarantis Thanopulos

In un recente convegno sulla crisi del lavoro e le sue ripercussioni nel campo della cura psichica, organizzato dal Centro Napoletano di Psicoanalisi, lo psicoanalista francese Christophe Dejours ha descritto il declino di un ospedale psichiatrico  parigino per via del neoliberismo. Il lavoro psicoterapeutico che aveva dato prestigio all’ospedale, è stato sostituito dal trattamento farmacologico, più economico e sbrigativo. La mentalità neoliberista che ha espugnato il luogo di cura, può essere sintetizzata nella risposta di un dirigente alle proteste del personale: “Noi abbiamo a che fare con persone rozze, a cui i farmaci vanno bene, e voi volete offrire sovra-qualità”.
Come se la passa la psicoanalisi in questi tempi di grande incertezza lavorativa e di marginalizzazione sociale di vasti strati della popolazione? In realtà la domanda di trattamento analitico resta alta (anche per la crescente difficoltà delle strutture pubbliche di offrire un sostegno adeguato), ma è più generica e meno consapevole. Il lavoro degli psicoanalisti è più faticoso perché si svolge in condizioni lontane da quelle ottimali e controcorrente. L’adesione collettiva a modelli “pratici” dell’esistenza, la prevalenza del supporto materiale sulla “carne viva” dell’esistenza, la ricerca ossessiva della stabilità e della sicurezza come valori in sé, conferiscono al lavoro analitico il carattere di un’(auto)educazione “sentimentale” dell’analizzando verso la riappropriazione della sua capacità di esposizione alla vita, del piacere di perdere i confini prestabiliti tra sé e l’altro da sé. L’uso dell’analisi da parte di chi soffre, è insieme più “spietato” e più distratto, più difficile da gestire per l’analista preso tra due richieste contraddittorie: reggere la pressione, senza respingere il desiderio che la sottende, e combattere la distrazione e il disimpegno.
La difficoltà cresciuta del lavoro con i pazienti, non si traduce in crisi degli psicoanalisti, almeno per coloro sufficientemente preparati a lavorare in condizioni avverse, dalle quali traggono maggiore ispirazione. La psicoanalisi stenta, invece,  nell’evoluzione del suo paradigma. A un’espansione dei campi della sua applicazione e a un consolidamento e affinamento dei suoi strumenti teorico-clinici, corrisponde un rallentamento evidente del loro rinnovamento. Tuttavia, questo rallentamento non è un dato specifico del campo psicoanalitico: andrebbe ascritto a una crisi del campo della cura, e più in generale della scienza, che ha la sua causa in una involuzione del nostro modo di vedere, interpretare e rappresentare il mondo.
La produzione di una costante agitazione in superficie che contrasta lo sviluppo di un movimento di cambiamento in profondità, tiene  il pensiero e i sentimenti nel campo del già saputo e sperimentato, lontano dall’incertezza e dal presentimento del non ancora pensato. Ne consegue un dominio della tecnologia -la sempre più sofisticata applicazione di quello che si sa- su quello che si potrebbe sapere.
Einstein ha rivoluzionato la fisica usando carta e penna. Oggi costruiamo dispositivi cattura-particelle che allargano il campo della visibilità, ma smarriamo ciò che non si vede. Nel creare una prova di “verità”, produciamo anche una cecità iper-vedente. La qualità, legata all’intuizione e alla potenzialità, è fagocitata dalla quantità, legata alla concretezza. La psicoanalisi ha il suo bel da fare in una società in cui dietro l’idea che la qualità sia roba per palati fini - e non per una moltitudine di persone rozze - si produce, in realtà, solo quantità, “fine” o “rozza”, per tutti.

 

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Commenti

Alcuni ricordi personali a commento dell’articolo. Forse un poco OT.
‘Lei fa sedute a meno di 50 euro?!!?’ fu la frase con la quale, molti, molti anni fa, una psicoanalista che reggeva un centro per la clinica analitica mi fulminò in corso di equipè.
A poco valse suggerire che i tempi di crisi, che ora stanno travolgendo tutto erano agli albori , e che se un analista voleva adattarsi al mondo la fuori, uno sforzo di revisione dei paradigmi teorici, ed economici, doveva pur metterli in conto.
Non servi’ a nulla. Eravamo in fasi assai diverse .
Quell’atteggiamento mostrava con chiarezza che anche nel mondo della psicoanalisi c’è una radicale differenza tra vescovi e parroci, non nella fede sentita, ma nel modo di operare.
Per me l’urgenza di portare la psicoanalisi nel quotidiano è sempre stata una necessità non procrastinabile. Motrare urbi et orbi, che esiste un altra possibiltà.
Si pativano le scomuniche di alcuni scriba : ‘volgarizzare la psicoanalisi’ era una delle accuse piu’ frequenti, rivolta da due tipologie di colleghi. Coloro i quali, in assoluta buona fede, continuavano a credere che la disciplina di Freud e Lacan dovesse continuare ad essere una esclusiva di un ceto borghese, confondendo inconscio con classe di appartenenza, capacità di introspezione con cultura acquisita. E chi invece aveva necessità di convincersi di esser depositario di un verbo non divulgabile, per il solo motivo che l’impatto con il mondo la fuori ( psicofarmacologia vieppiù invasiva , crisi del lavoro, creazione di nuove patologie del dsm) non era in grado di reggerlo. Dunque, diceva l’amico, verranno a me. Sarà segno di desiderio.
Confondendo la capacità di suscitare transfert, la competenza, con la volgarizzazione.

Piu’ procedevo con il mio intento, piu’ trovavo conferme che la psicoanalisi non aveva altra strada che farsi interprete del presente, restando saldamente ancorata alle propri basi teoriche. Le quali, però, non potevano esimersi di un redde rationem con le nuove domande, le nuove forme di richiesta di aiuto. La progressiva caduta della classe media.
Dunque nevrosi e psicosi, ma anche perversione, sempre piu’ alla luce del sole, sempre piu’ alle porte degli analisti (http://www.psychiatryonline.it/node/4647 ).
Una nuova frontiera, difficile, impegnativa. Superare e attualizzare l’antico adagio che il perverso non va in seduta.

Forte il richiamo del solo sontuoso congresso tra colleghi, ai quali ho avuto l’onore di partecipare in italia, e anche in Europa. Per molti, fascinosa sirena che prometteva caldo e protezione.

Uscire da questi consessi, e aprire la porta al disagio attuale. Accettare che il mondo cambiava.
(http://www.psychiatryonline.it/node/4591)

Le difficoltà erano enormi, la fuori.
Portare la psicoanalisi, il suo linguaggio, il suo approccio, suscitava l’irrigidimento die altre istanze già presenti. La psichiatria, ma anche la politica. Ricordo che agi albori dell’apertura del nostro centro di psicoanalisi applicata, venimmo convocati in Regione, laddove, per farla breve, la domanda che ci venne rivota fu: ‘ ma voi, chi siete? Cosa volete? ‘. Ecco li il marchio di infamia: professionisti per ricchi, con le loro interminabili analisi e le parcelle stratosferiche.

Non semplice portare questioni quali sintomo, supplenza, scompenso, la fuori.
Nelle scuole, nella città. Tra i medici.
I quali, però, furono i primi a stupirci.
Furono loro a domandare corsi di formazione su tematiche prettamente analitiche, forse non del tutto soddisfatti del loro sapere sulle questioni della mente umana.

Ma altro ci attendeva: i tempi classici della seduta, le cifre immodificabili. Gli analizzanti provenienti da altre culture, di terza generazione, con le loro domande diverse nella manifestazione esteriore, ma riconducibili tutte alla tripartizione freudiana. Tutto doveva esser rivisto. L’inconscio c’era, eccome se c’era. I desideri pure. Ma erano ostacolati da un mare di rimedi prono uso, che permetteva di rimandare sine die l’incontro con le proprie miniere di carbone. ( http://rolandociofi.blogspot.it/2012/10/la-neolingua-di-big-pharma-di-ma...)

Gli analizzanti, non sono piu quelli di Freud, tutti coloro che fanno questo mestiere se ne sono resi ben conto.La vita e le possibilità sono cambiate.
I soldi che sono venuti a mancare, il che comporta accantonare l’idea che si dovesse mantenere ad ogni costo la seduta a prezzi elevati. La resistenza ad accedere all’inconscio, visto coem un privilegio per ricchi, dovendosi fare bastare le pillole.

Tuttavia, con tanto lavoro, non è poi difficile coniugare la clinica al contemporaneo.
E portare l’approccio psicoanalitico all’attenzione della gente.
Non solo facendo il mestiere dell’analista. Scrivendo, promuovendo tavoli, e organizzando conferenza a tema.

Ma anche agendo nel sociale, fuori dallo studio col lettino e Brahms in sala di attesa.

E’ stata la crisi economica, con le sue mille malefiche diramazioni , a dare un’opportunità.
Come si sa, la fine del lavoro ha determinato un aumento delle depressioni, passaggi all’atto violenti, impulsi suicidari. Tanto che viene considerata per la prima volta non co fattore, ma causa diretta di questa impennata.
Quello che abbiamo cercato di fare, parlo della mia modesta esperienza, è coniugare un concetto chiave, non semplicissimo, dell’insegnamento di Lacan, col tempo attuale.
Leggere il lavoro come sinthomo, rendersi conto che perderlo significa smarrire quell’insieme di lacci e lacciuoli che sovente tengo assieme la struttura del soggetto, debilitata dal deficit di legami sociali e d’impoverimento dell’ordine simbolici.
Poi proporre ad alcune amministrazioni locali un progetto di ascolto e trattamento, analitico, per tutti coloro che vivono questo delicato momento nel quale pensano che , tutto sommato, farla finita sia la migliore delle soluzioni, trovandosi nell’impossibilità di ritessere una vita lavorativa e sociale a 50 anni. Se tempo fa molte amministrazioni, associazioni culturali, avrebbero irriso alla proposta di portare la psicoanalisi a sostegno di queste persone sofferenti, oggi la mobilitazione pare non mancare, e i nasi sono sempre meno storti.
Non sarà facile.

Breve considerazione da freudiano non eterodosso ma neppure ortodosso. Oggi gli analizzanti – benvenuto questo neologismo lacaniano – ci impongono una revisione del paradigma freudiano, nel senso che ci obbligano a demedicalizzare la nostro posizione di "curatori d'anime". Allo psicanalista non tocca più "regredire" a prima della rimozione o a prima del trauma (immaginario o reale) subito dall'analizzante. Il suo compito non è più soltanto restituire un mitico stato precedente la nevrosi, portando alla luce ricordi obliati o deformati (di copertura). Si tratta sempre più di portare alla luce qualcosa di nuovo, che viveva una vita latente nella rimozione originaria (Urverdrängung, poco utilizzata da Freud) e che può oggi passare a una vita manifesta grazie al lavoro analitico. A questo passaggio di consegne molti di noi non sembrano preparati, tanto meno attrezzati per gestirlo. Qualcosa di simile ha detto Freud nelle "Costruzioni in analisi" del 1937, segnalando che certe costruzione hanno valore terapeutico anche se a loro non corrisponde nessun ricordo effettivo nella vita del paziente.
Mi sembra che il testo di Sarantis si muova in questa direzione, per molti di noi sorprendente.

Concordo con le interessanti considerazioni del Collega. Le condivido, eccetto che in un punto: quando attribuisce il passaggio da un'impostazione psicoterapica ad una esclusivamente farmacoterapica al "neoliberismo". A mio avviso, esiste una tendenza ad un'impostazione "obbiettivista" trasversale rispetto alle varie posizioni politico-economiche. Si tende a privilegiare, nella valutazione dei risultati, il comportamento oggettivamente rilevabile e il dato biologico ed a trascurare il valore dell'esperienza vissuta, della dimensione soggettiva del paziente. In un'occasione, quando ancora esercitavo il mio lavoro di primario ospedaliero, mi sentii muovere una critica da parte di un dirigente amministrativo che tutto era fuorché "liberista" o "liberale". A suo avviso, era criticabile che io cercassi di praticare la "psichiatria dei ricchi" su chi ricco non era. Secondo il suo modo di vedere, solo i ricchi possono "perdere tempo" dedicandosi al proprio mondo interno e all'introspezione. I poveri, invece, secondo lui, vogliono risultati "concreti": la scomparsa dei sintomi, il recupero dell'abilità al lavoro. A nulla è servito fargli presente che un comportamento "normale", quando uno ha l'inferno dentro, non è salute mentale, sia che si sia poveri, sia che si sia ricchi.


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