CLINICO CONTEMPORANEO
Attualità clinico teoriche, tra psicoanalisi e psichiatria
di Maurizio Montanari

Edipo ammaccato. I limiti dell'invenzione freudiana alla luce della clinica contemporanea.

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10 giugno, 2017 - 22:14
di Maurizio Montanari

Sono stato invitato al Polo Psicodinamiche di Prato, il 26 Maggio, ad una interessante giornata promossa dalla Scuola di Psicoterapia Erich Fromm.

Il tema, dibattuto assiemea Giuseppe Panella, Carlo Bonomi,  Silverio Zanobetti, Giovanni Spena, Irene Battaglini  ed Ezio Benelli, verteva sulla rilettura del testo di Deleuze e Guattari ‘ L’antiedipo. Capitalismo e schizofrenia’.
Questa parte della relazione.

Ho cercato  di mettere  in tensione le critiche che gli autori in questo testo muovevano  alla struttura fondante dell’apparato psicoanalitico servendomi di osservazioni attuali, scaturite dalla pratica clinica.  E’ stata per me l’occasione di fare alcune considerazioni che partono dal testo, per poi allargarsi a considerazioni piu’ generali .
Essi scrivono ‘Edipo ristretto È la figura del triangolo papà mamma ,  la costellazione familiare in persona,  ma quando la psicoanalisi ne fa il suo dogma non ignora l’esistenza di relazioni dette preedipiche. In pratica questo significa l’influenza simbolica della generazione precedente nella determinazione dell’insorgenza delle psicosi ad esempio. ‘ È questa a fare dell’Edipo una sorta di simbolo cattolico universale’.    

Mi sono domandato quella che D. e G. chiamano ‘l’edipizzazzione forzata cui la psicoanalisi si abbandona, ‘, oggi, a quali frutti porta?
Mi sono interrogato su quali possano esser oggi le conseguenze di un applicazione della struttura classica e rigida del triangolo edipico alla clinica contemporanea.

Dio, da allucinazione ad integrazione.
Il primo elemento che ho toccato toccare riguarda ciò che eccede l’Edipo, i punti esterni, gli elementi che paiono sostenerlo esternamente, marcandone al contempo le lacune a spiegare gran parte della clinica contemporanea.  Il paragrafo in questione  è quello  titolato ‘ La sintesi disgiuntiva di registrazione’. In questo paragrafo D. e G. descrivono e avvallano la triangolazione Edipica, come elemento capace di fornire all’io quelle ‘coordinate che lo differenziano nello stesso tempo quanto alla generazione, quanto al sesso e allo stato’. Un elemento basilare ed invariante,  che trova la sua conferma , ad esempio anche nell’Edipo delle famiglie migranti, i cui figli hanno nome , cognome, territorialità e differenziazione sessuale, prima che si innesti altro nel corso della crescita.  Diciamo, insomma, che la scocca di fabbrica ancora mantiene una sua precisa funzione determinate e forgiante.  Su cosa si soffermano gli autori? L’esempio dello schizofrenico, o dello psicotico che parla con Dio come Schreber, mette in campo un terzo ( Dio), che ha un effetto prevaricante e prevalente  nei confronti dei due assi portanti dello schema: padre e madre. Una funzione tale da metterli in scacco. Essi parlano di un soggetto ‘trans-posizionale- Schreber è uomo e donna, genitore e bambino, morto e vivo.  Ecco perché il Dio dello schizofrenico ha cosi’ poco a che vedere con il Dio della religione’ .Lo schizofrenico ‘libera una materia genealogica greggia, illimitativa, ove può mettere, iscriversi , rintracciarsi in tutte le diramazioni contemporaneamente. Fa saltare la genealogia edipica.’Ecco dunque a cosa voglio arrivare: questo è il solo Dio ammesso in seduta. Quello delle allucinazioni, quello dei fenomeni elementari. Questa è la sola presenza di Dio che, come gli autori indicano, possa vivificare il soggetto, riprenderlo dagli abissi, dargli una forza che nessun analista potrebbe trovare, in nessun luogo. Questo Dio è terapeutico,  risolutivo. Cuce, tiene unito, rammenda, lega, compensa. Sostiene. Il Dio che placa l’angoscia del fobico, il Dio col quale si parla psicoticamante. Il Dio che salva la madre dagli abissi del lutto inelaborabile  allorquando perde un figlio. Il Dio del padre che prega e , pregando, non prende psicofarmaci. Io ricordo bene la preghiera di una donna affetta da crisi di panico, su struttura pre psicotica, la       quale ad ogni crisi ingestibile, si recava in chiesa e , invocando Dio, otteneva  pacificazione.Ma lo faceva lei, cosi’ come Schereber era lui che si sentiva chiamato da Dio. Non, come purtroppo oggi vediamo, il Dio convocato dall’analista che da all’analisi un impronta  confessionale.  Si, perché oggi, a fronte dell’evidente scricchiolio dell’impalcatura edipica, a fronte delle sue evidenti lacune o incapacità a spiegare tutta la psicopatologia corrente, è assai in voga uno strumento pernicioso: l’appello a Dio come elemento esterno capace di rammendare il malfunzionamento dell’apparato  nello spiegare  lo sviluppo del soggetto. In pratica, piuttosto che accettare l’inserzione di altre discipline ( come, ad esempio, le neuroscienze), ammettendo infine che solo prendendo atto dei suoi limiti il ferro edipico può  continuare a funzionare, purché corretto, si preferisce ignorare le sue zone di inapplicabilità, forzando la realtà tutta ad adeguarsi alla sua forma arcaica. Ne risulta una visone distorta del quotidiano, come se qualcuno cercasse, oggi,  di spiegare ii fenomeni atmosferici forzando la natura a sottoporsi al sistema Tolemaico.  
Lo psicoanalista J.A . Miller, scrive  ‘Gli analisti non sono solo analisti. Essi sono anche cattolici, credenti, non credenti, omosessuali, conservatori, progressisti, etc. Possono essere a favore o contro, pensare che devono impegnarsi in o no, che sia meglio mantenere il silenzio prudente di Conrad. Ma, come studiosi di Lacan, non possono, a mio parere, opporsi al matrimonio gay in nome della psicoanalisi’.
 Per alcuni analisti che professano un certo tipo di analisi confessionale  il problema non è tanto il loro retroterra cattolico ( o protestante, o ortodosso), e nemmeno il loro ritrovarsi su un identico sentire. Semmai è il non riuscire a  farne a meno, condizione faticosa ma necessaria per incarnare quella posizione ‘neutra’ che l’analista deve avere.  Nei casi nei quali   è l’humus religioso che traspare e orienta l’agire dell’analista, difficile pensare ad un rettifica. Alle spalle c’è Dio!  Un credo religioso è per sua natura assolutista, e se trasborda non può certo essere lenito o modificato dall’intervento di un supervisore esterno. So, per averci parlato in seduta, cosa sia  lo strazio di malcapitati pazienti omosessuali i quali, in seduta, confessando di voler convolare a nozze con il proprio compagno o compagna, hanno visto l’analista lasciare il posto che gli compete per vestire quelli del sacerdote moralizzatore.  

Il sinthomo come cerotto
L’imposizione triadica dell’Edipo, perde colpi anche alla luce di un altro elemento terzo rispetto a lui. Una putrella esterna, di sostegno, oggi sempre più’ visibile e contabile, nella clinica. In questo caso. E mi riferisco al concetto laciniato  di sinthomo,
Il sinthomo è un elemento dell’ultimo insegnamento  di Lacan. Un sedimento progressivo che il soggetto fa suo nel tempo, per sopperire alle carenze  strutturali del simbolico  sino a farne un punto centrale ed annodante  della sua struttura. Dunque un qualcosa di irridicucibile, un uno per uno, una specificità non trattabile nè guaribile, ma che, come insegna Miller, va affinato e migliorato affinché se ne faccia uso.
Quale è l’elemento ‘nuovo’ di questa invenzione, e che ben si adatta a questa giornata nella quale cerchiamo di validare o meno la tenuta della struttura triangolare edipica?
Il  sinthomo, appare in quanto tale un elemento che permette all’individuo di sostenere la sua struttura, difettosa perché è il simbolico ad esserselo in quanto tale, al di la dell’influenza del duo padre madre. Si tratta di un elemento di sostegno ‘’autofabricato’ che il soggetto è costretto a reperire fuori le mura, al di la, ed indipendentemente, da quello che possono lasciare mamma e papa. E’ ‘eccentrico’ al triangolo’,. Si pone al di fuori, ma lo integra e lo sostiene. La clinica del quotidiano evidenzia quanto sia attuale, reale e veritiera la forza che il sinthomo ha di sostenere soggetti sempre meno desideranti, sempre meno inseriti nella triangolazione edipica e da questa formati. Quegli uomini di desiderio che scarseggiano, come insegnano D . e G.
V. nasce mentre i suoi si separano. Per molti anni porterà sulle spalle la ‘colpa’ da altri additata di essere non solo indesiderata, ma la causa che ha  causato la rottura del il triangolo  mamma , papà,  figlio,  provocando il distacco tra i due. Manca qualsiasi riferimento maschile, non c’è un padre simbolico, o qualcuno che ne faccia le veci.   Per contro la madre appare iperprotettiva, ma agisce  una ‘protezione d’ufficio’, poichè in poco tempo si sbarazza di lui, incontrando un amante col quale se ne va.
Sin da subito V. si appassiona alla pittura, e alla scultura, apparendo un ragazzo prodigio. Famiglia disastrata, ma lui, iperdotato. Diverse e continue sono le crisi che  ha nel corso della sua crescita. Depressioni, senso di depersonalizzazione, passaggi all’atto, ricoveri. Tutto quello che attiene alla psicosi che, però, tuttavia, non si scatena mai. Nel corso del tempo si costruisce, si affina e si definisce quel punto terzo che lui, intravedendo il disfacimento della sua famiglia, aveva sin da piccolissimo già reperito.
Gli scossoni del suo sviluppo, non sono i contraccolpi per la struttura che perde pezzi e va in frantumi, coem sosteneva il locale csm  quanto la progressiva modificazione personale causata dal prendere di volta in volta le misure con un qualcosa che egli aveva già inbdividuato la fuori, consapevole sin dalla tenera età che non aveva assi sui quali poggiare. Dipingere non era un 'passatempo' che lo 'distraeva dalle problematiche familiari' come scriveva lo psichiatra del csm. Quanto il rimedio a tali problematiche, il punto di supplenza che gli permetteva di sostiuire ad un clima ora burrascoso ora desertico un punto fermo divenuto poi pietra d0angolo della sua esistenza.
Per tutta la preadolescenza e l’adolescenza la passione per la pittura e lo studio del disegno ne accompagnano le giornate, mostrando de facto il suo intreccio vitale con questo sinthomo.
Oggi, che la familgia  si è definitivamente dissolta, lui sta bene al mondo, vivendo di arti grafiche, disegno, acquerelli. Nel corso della sua analisi la regressione che si inoltra sin nei momenti della prima infanzia, mostrando la validità dell’assunto di base, tocca temi quali ‘ disegnare era la mia passione sin dai primi anni di vita. I colori erano tutto già da sei anni’. Nessun ricordo di padre, madre Nessuna insegnamento, nessuna figura che lo abbia sostenuto o portato. Nessuna parola che ne abbia preparato la strada. Solo un enorme campo aperto e desolante, con la pittura come margine per non cadere nel nulla.

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