IL SOGGETTO COLLETTIVO
Il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale
di Antonello Sciacchitano

Si dà il caso, il caso Rina Fort

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27 giugno, 2017 - 13:29
di Antonello Sciacchitano
Avevo compiuto sei anni da cinque mesi. Da poco avevo imparato a leggere. Un’esperienza sconvolgente: entrare in un altro mondo al di là del reale, nel mondo dei simboli scritti, che hanno una vita propria, non meno coinvolgente di quella reale. Fu come imparare a nuotare in mare aperto o diventare padre, qualche anno dopo. Lessi sul “Corriere” del 3 dicembre 1946 l’incipit del famoso articolo di Dino Buzzati, grande scrittore prima che giornalista:

“Una specie di demonio si aggira dunque per la città, invisibile, e sta forse preparandosi a nuovo sangue”. Successe a Milano il 30 novembre 1946 in via san Gregorio. Per me sotto casa. All’oratorio della parrocchia di San Gregorio ci andavo a giocare a pallone, sotto gli occhi dell’assistente spirituale. E ora venivo a sapere di un inenarrabile misfatto pubblico: Rina Fort aveva massacrato a sprangate la moglie incinta del suo amante e i tre figli di lei.
Un caso? Probabilmente per me si configurò come il caso: l’evento che accade nel reale ma non ha coordinate simboliche per leggerlo e capirlo. Più tardi mi cimentai nell’arduo mestiere dell’analista che si confronta con casi clinici. Forse non fu un caso.

Dopo più di 40 anni di “sordido” mestiere (absit iniuria…) la mia diffidenza per i casi clinici non è diminuita; anzi, forse è aumentata. Per giustificarmi, devo premettere qualche dato autobiografico, per cui mi scuso. Non sono entrato nel campo freudiano da giovane medico neolaureato. Ho fatto prima un duro apprendistato scientifico in biometria e statistica medica, dove ho imparato a trattare i casi clinici collettivi prima degli individuali. Ho imparato a fare attenzione alle false correlazione di causa ed effetto in collettivi eterogenei (paradosso di Simpson) e a guardare con sospetto al principio ippocratico di ragion sufficiente. Ciò mi ha portato progressivamente a uscire dal ristretto ambito della clinica medica prima di entrare in quello della clinica psicanalitica, un campo già da Freud pesantemente medicalizzato. Un caso fortunato, il mio. Sono entrato in psicanalisi con una mentalità da subito non medica. Ciò mi ha portato a qualche conflitto con colleghi (anche non medici), che parlavano di guarigione in senso medico. Preferivo e continuo a preferire la Genesung, la convalescenza, secondo Nietzsche, che non presuppone la restituzione dello stato premorboso, perché non esiste. Un discorso inattuale, per la precisione impopolare (absit iniuria…).

Cosa ho appreso dall’esperienza? Dopo 40 anni, nulla. Mi dispiace contraddire Bion: non si apprende nulla dall’esperienza. Si apprende solo dalla rimozione originaria, che è un sapere che non si sapeva di sapere che la psicanalisi arriva talvolta a decodificare e a riacquisire solo in parte. Il resto sono solo fronzoli; servono solo a tranquillizzare l’autorità pubblica e ad autorizzare l’esercizio della professione di psicoterapeuta. L’esperienza si limita a modulare il sapere originario, modificandolo secondo gradi di verosimiglianza suggeriti dall’esperienza (teorema di Bayes o delle probabilità inverse).

Il nocciolo del mio apprendimento è presto detto: il caso clinico è scientificamente (absit iniuria…) inutile; serve solo a confermare la dottrina psicanalitica della scuola di appartenenza; è come un ritualismo che fortifica il credente nel credo della religione in cui è stato battezzato (o circonciso). Allora tutti i casi freudiani hanno il complesso di edipo, gli junghiani l’archetipo dell’ombra, i lacaniani il desiderio dell’altro, ecc. Non emerge mai nulla di nuovo dagli schematismi dottrinari. In ultima analisi i casi clinici servono a non uscire dal recinto dell’ortodossia dove ti sei formato, conformandoti ai dettami del maestro, che il caso clinico corrobora. Se non li corrobora, il caso non è neppure preso in considerazione dalla scuola.

Non solo per conformarmi ai dettami del mio maestro, che lo aveva ben capito dopo aver presentato il caso Aimée nella sua tesi sulla paranoia, sostengo che il caso clinico è funzionale alla conferma dottrinaria. In tale funzione il caso clinico esce dall’ambito scientifico (absit iniuria…), dove non si cercano conferme a tesi precostituite ma solo confutazioni di ipotesi di lavoro proposte come congetture. Stilare casi, che “si leggono come novelle, mancando del marchio dell’autentica scientificità” (absit iniuria…) – è Freud stesso a dirlo (v. S. Freud, “Studien über Hysterie” (Studi sull’isteria, 1892-1895), Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. I, p. 227) – serve solo a mantenere un certo regime di scuola, dove si deve dire che le cose vanno così e non cosà. Non conta il reale, conta ubbidire alle direttive ex cathedra. Gli scolastici cercano casi a conferma della dottrina di scuola esattamente come il paranoico geloso cerca conferme del tradimento della moglie e le trova immancabilmente – non è un caso. Peccato che nella buona logica le conferme non confermino mai del tutto. Se piove, è bagnato per terra (al 100%). Ma se è bagnato per terra non vuol dire che abbia piovuto; è solo più probabile (al 75%).

E se le cose non vanno come prevede la scuola? Semplice, non se ne tiene conto. Fu il caso sciagurato di Rina Fort, ma nessuno ebbe il coraggio di dire che il caso non si conformava a nessuna dottrina corrente, anzi le confutava: da quella di Lombroso, all’epoca vigente in Italia, a quella più recente di Lacan della fuorclusione del Nome del Padre.

L’allieva diretta di Lacan, Muriel Drazien, si è cimentata con il caso di Rina Fort (v. M. Drazien, Il crimine di Rina Fort, in AA.VV., Il sapere che viene dai folli, a c. di N. Dissez e C. Fanelli, DeriveApprodi, Roma 2017, pp. 278-295). Ha letto le carte processuali. È andata al manicomio giudiziario di Aversa per controllare le perizie degli esperti (formulate a due anni di distanza dall’evento!). Ha constatato che per loro non c’era nulla di patologico in Rina Fort, un semplice caso di raptus furiosus. E per Drazien?

Anche per la specialista di lacanismo, il caso Rina Fort rimane un caso chiuso; rimane chiuso nel mutismo del passaggio all’atto. Per la teoria della fuorclusione del Nome del Padre è come se non fosse avvenuto. Non riguarda la dottrina ufficiale; tanto meno diciamo che la confuta. Le dottrine nascono così: inconfutabili e immodificabili. Neanche una strage fa cambiare parere al dottrinario. Se è vero che il caso clinico è muto, per simmetria risulta che la dottrina di chi dovrebbe ascoltarlo è sorda. Chiusa nel proprio dogmatismo, la dottrina non impara niente dalla follia e noi indottrinati rimaniamo ignoranti.

Avevo sei anni e mezzo e avevo appena imparato a leggere… Dovevo ancora farne di strada per aprire l’orecchio alla follia. Ho dovuto bruciare parecchie dottrine “psi”: krapeliniana, bleuleriana, freudiana, lacaniana… Cosa me ne faccio delle loro ceneri? Francamente non so dove smaltirle. Non esiste il sillabario dove imparare a leggere la follia. Per ascoltare il folle non resta che usare un po’ della propria follia o un po’ della follia del collettivo di appartenenza.

Allora diamoci da fare, facendo orecchie da mercante agli insegnamenti magistrali. Io ci provo con un po’ di scientificità (absit iniuria…). In statistica si direbbe che la follia non avviene a caso, anche se non se ne trovano le cause. La follia fa parte del genere Homo: innanzitutto sei folle; talvolta si dà il caso che diventi uomo.

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