IL SOGGETTO COLLETTIVO
Il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale
di Antonello Sciacchitano

Il dopo-Basaglia e il soggetto collettivo

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23 novembre, 2017 - 11:59
di Antonello Sciacchitano

Il mio punto di partenza è un denso paragrafo di “Legge e psichiatria” negli Scritti 1953-1980 di Franco Basaglia, recentemente pubblicati da Il Saggiatore.

Il profilo della sanzione giuridica si proietta sull’intero corpo del sapere psichiatrico, inquinandolo fino alle radici. I confini del corpo da curare, identificati in medicina nel limite fisico del ‘soma’, sui cui si costituisce la specificità e l’autonomia della scienza medica, nel caso della psichiatria sfumano e si dilatano fino a coincidere con il corpo sociale. Ciò che nella psichiatria è malato è infatti tutto ciò che l’organizzazione sociale definisce di volta in volta pericoloso per il suo equilibrio. Curare la malattia significa perciò incidere, devitalizzare, asportare tutto ciò che mette in pericolo il benessere del corpo sociale: il singolo corpo malato diventa puro germe, luogo di infezione, veicolo di contagio, che va riconosciuto, selezionato e sterilizzato nel vuoto sociale del manicomio (p. 883).

Il punto di arrivo è un altro “disperato” paragrafo dell’ultimo scritto in tale antologia: A proposito della nuova legge 180.

Ciò che è interessante, nello spirito della legge [180], è che non si parla più di pericolosità. La diagnosi secondo cui il malato mentale è pericoloso a sé e agli altri e di pubblico scandalo (che è il portato del secolo scorso) non può più essere accettata, perché se una persona è malata non può essere pericolosa e non può essere oscena. È necessario però collocarla dentro la medicina; si decide dunque che il malato mentale non è pericoloso e quindi bisogna metterlo insieme agli altri malati.
Succede dunque che il cosiddetto malato di mente non è una persona che soffre, una persona che si trova in una situazione di disagio, ma appunto è un ‘malato’ di mente. Questo è importante: deve mantenersi questa connotazione di malato. Tenendo [ferma] questa connotazione di malato, l’individuo che soffre di disturbi mentali viene inserito nell’ambito positivistico della medicina, per cui viene omologato il comportamento a un corpo e viene quindi sancito, in maniera nuova, riciclata, il concetto di malattia.
Il disturbo mentale viene quindi medicalizzato, i manicomi devono sparire e tutto deve rientrare nella vasta area della medicina (p. 910).

Quale percorso connette la partenza all’arrivo? In particolare, mi chiedo, è stato utile che il “matto” cessasse di essere definito pericoloso? Basaglia lottò per liberare i “matti” dalla prigione fisica del manicomio. La lotta si è solo recentemente conclusa con la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, che ospitavano matti ufficialmente pericolosi. Alla fine dei conti, però, non si può non riconoscere che Basaglia riuscì a confinare il matto in un carcere psichico ancora più duro – nella medicina – da dove è più difficile evadere che da quello fisico. Un fallimento? Forse era inevitabile.

Comunque, il fallimento obbliga a interrogarsi. Prendere coscienza aiuta a prevenire gli errori – dice lo stesso Basaglia. Lo psicanalista freudiano non può non notare una certa simmetria di percorso. A Basaglia successe come a Freud. Volendo estendere l’esercizio della psicanalisi ai non medici, Freud finì per relegare la psicanalisi nell’ambito della psicoterapia medica; la classe medica, che non voleva farsi espropriare della nuova tecnica psicoterapeutica, riacciuffò la psicanalisi con una sorta di grasp reflex. Il ragionamento è semplice: devono essere i medici a esercitare la psicanalisi, perché è una terapia medica. Che la psicanalisi possa essere una scienza al medico interessa poco; basta che funzioni e che il paziente paghi.

Cosa ebbero in comune questi due spiriti forti, dalla tempra dei conquistadores, più che degli uomini di scienza – avrebbe detto Freud? La mia congettura è che Freud e Basaglia condivisero la stessa fallacia: ritenevano la medicina una scienza. È peraltro una fallacia poco originale; si può dire che è una fallacia collettiva; è infatti un luogo comune dire che il medico deve operare secondo scienza e coscienza o parlare di “scienza medica”, come Basaglia nel primo testo riportato. È un errore. La medicina non è una scienza; quindi è impossibile che il medico operi secondo scienza, ammesso che abbia una coscienza. Non entro in considerazioni epistemologiche. Di fatto la medicina non è una scienza. Perché? Perché è una tecnica che applica acquisizioni scientifiche ottenute altrove e ingegnerizzate in modo opportuno affinché il medico possa applicarle in modo standard. I medici d’antan ne erano consapevoli e dicevano che la medicina è un’arte. Oggi si preferisce parlare di bioingegneria.

La logica è stringente. Se è ingegneria, è meccanica; se è meccanica, ci vuole un organo che controlli la macchina; se ci vuole controllo, deve essere “rigoroso” (è il significante leader del burocratese). Nel caso ci vuole un’istanza di controllo sociale che verifichi se diagnosi, prognosi e terapia procedono a regola d’arte e si applicano in modo conveniente al territorio. Il territorio è il nuovo referente della sanità pubblica; è il modo geopolitico di parlare del soggetto collettivo; lo si controllo controllando il territorio. L’istanza di controllo fa capo per gradini gerarchici al Ministero della Salute (maschera meno medica per Sanità), a partire dal cosiddetto “controllo medico” di base, per esempio sull’abuso degli antibiotici, che seleziona ceppi batterici resistenti e provoca reazioni allergiche pericolose.

Le scienze, che sono attività del libero pensiero, non hanno bisogno di controlli ministeriali. Infatti non c’è il ministero della biologia, della fisica o della chimica, scienze che sanno autoregolarsi. Un ministero ci vuole là dove si pratica una tecnica, la quale a sua volta è funzionale alla conservazione del potere. Più della metà del bilancio della Regione Lombardia è assegnato all’Assessorato alla Sanità. C’è un circolo vizioso difficile da spezzare: il potente controlla il tecnico, che sostiene il potente, al cui servizio opera. Si chiama tecnocrazia e spesso prevale sulla democrazia.

Basaglia era più disincantato di Freud. Fenomenologo di formazione, seppe riconoscere il marchio positivista della medicina del suo tempo, il carattere scientista. Ma sottovalutò la potenza del potere che reggeva le fila dell’ideologia positivista. Il potere è trasformista; si ricicla sotto maschere ideologiche diverse (“riciclare” è il verbo ripetutamente usato da Basaglia negli ultimi scritti), conservando sé stesso. La medicina, nell’antichità un’attività da schiavi, è da sempre stata funzionale al potere, che ha regolarmente manipolato il sapere del medico ai fini della propria stabilità. Nel caso psichiatrico la medicina opera per riciclare pratiche di controllo della devianza, un tempo con la contenzione fisica in manicomio, oggi con la contenzione mentale nel DSM. Aprire i manicomi e liberare i “matti”, in quanto persone non colpevoli di alcun reato, è stato un duro lavoro per il movimento di Basaglia. Aprire il DSM e liberare i malati di mente dalle etichette psichiatriche è dieci volte più duro. Senza contare che, se è vero che le etichette mediche permangono, nel dopo-Basaglia è diventato problematico assistere gli etichettati, mancando le strutture per accoglierli: i manicomi non ci sono più, ma gli ospedali non trattano una malattia non medica come la follia, se non nei casi di crisi acuta. La vita, che per definizione è cronica, non è presa in considerazione dall’attuale biopolitica.

L’istanza di controllo sociale, spinta sino alle rilevazioni più minute del comportamento deviante secondo i codici DSM, è diventata fine a sé stessa: una stigmatizzazione incurante della sofferenza dell’individuo sottoposto a controllo. In realtà, il controllo è sostenuto e rinforzato dall’istanza economica del capitale. Dietro il codice nosologico apparentemente neutrale e ateorico si celano e prosperano gli interessi economici delle grandi industrie del farmaco e l’imponente business delle assicurazioni.
Segnalo una grave forma recente del fenomeno di medicalizzazione della devianza che ha preso piede in tutta Europa. È l’inflazione diagnostica di ADHD giovanile, disattenzione con iperattività motoria (6-7% dei giovani sotto i 18 anni), a supposta base neurologica, con la conseguente farmacologizzazione mediante Ritalin e altri psicofarmaci per disturbi psichiatrici concomitanti (nell’80% dei casi). Il peso del controllo ricade in questo caso non sui medici ma sugli insegnanti.
Chi ci guadagna con la medicalizzazione? Come uscirne? Con una nuova legge 180 più efficiente che metta al bando il DSM come sono stati chiusi i manicomi?

La mia stupidaggine contiene un granellino di verità, che è anche un’opportunità politica. Ovviamente non si può fare un rogo ogni dieci anni dei periodici DSM, ma si può fare qualcosa di più semplice e alla portata di tutti; si può eseguire un’inversione: capovolgere il movimento che va dalla teoria delle idee astratte alla pratica delle cose concrete (nelle varianti platoniche della metessi e della mimesi) e inaugurare un movimento che parte dalla pratica e va alla teoria, cioè praticando la teoria. Non si chiede al singolo operatore di applicare alla propria pratica una teoria concepita altrove, ma si cerca di operare in modo che la pratica collettiva generi la propria teoria come risultato di un lavoro alla portata di tutti. Non è banale empirismo, ma vero e proprio “senso pratico”.

Correlativamente c’è un altro tragitto da percorrere in senso contrario a quello battuto dall’ideologia dominante (la psicanalitica compresa). Si tratta di invertire il movimento che va dal soggetto individuale al soggetto collettivo, avviando il movimento inverso dal collettivo all’individuale. Tutta la psicologia sociale freudiana è un maldestro stiracchiamento, che estende la psicologia individuale al collettivo. La massa si istituisce, secondo Freud, attraverso l’universale identificazione “edipica” dei singoli allo stesso Führer, considerato la reincarnazione del padre primordiale di tutti. Invertire la direzione del vettore della metapsicologia freudiana o della psichiatria fenomenologica dei vissuti, che va dall’individuale al collettivo, per passare dal collettivo all’individuale, può essere un modo fecondo di fare antipsichiatria, promuovendo una ricerca che metta a fuoco il soggetto collettivo prima dell’individuale, la psicopatologia del primo (in primis la paranoia) prima di quella del secondo.

Pensiamo allora l’individuale all’ombra del collettivo, nel contesto dell’altro generalizzato, alla H.G. Mead, più che nelle maglie del Grande Altro simbolico, alla J. Lacan. Curiamo il collettivo, proprio cominciando a formulare collettivamente nuove teorie su di esso e in esso (non fuori di esso!). Ma attenzione a non intendere questa “cura” ancora una volta in senso medico! In questa nuova psichiatria non ci sono agenti morbosi da combattere né stati pre-morbosi da ripristinare. Dimentichiamo Ippocrate, che pure era sensibile alla medicina collettiva. C’è, invece, da “prendersi cura” – nel modo della Sorge heideggeriana, che non esclude l’angoscia – delle molteplici interazioni interne al soggetto collettivo. La cura del Dasein, come ha tentato Binswanger con la sua Daseinanalyse, è necessaria perché le interferenze con l’altro rimangano aperture e non si sclerotizzino nelle varie forme di isolamento autistico, che vanno dalla chiusura delle frontiere nazionali in nome dei diversi sovranismi identitari (nel soggetto collettivo) al vero e proprio autismo psicotico del singolo “malato” (nel soggetto individuale). Populismo collettivo e autismo individuale si corrispondono in doppio modo rispettivamente nei soggetti collettivo e individuale, come l’elemento e l’insieme cui appartiene. Prendere coscienza di questa “insiemistica” è un modo per evitare di cadere in certe trappole ideologiche ormai evidenti. La psichiatria sarà allora diventata una pratica non riservata a tecnici specialisti ma diventerà una forma espansa di attenzione e di benevolenza reciproca diffusa. I primi cristiani la chiamavano agape, intendendo l’amore collettivo di Dio, diverso e più esteso dell’amore del singolo per il singolo, che i filosofi chiamavano eros.

Utopia? Certo, ben venga l’utopia, se no, come si fa a vivere senza? Vivere senza dio, qualcuno ci riesce, ma vivere senza agape è un purgatorio. Sartre avrebbe detto un inferno.

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