PSICOANALISI AL PRESENTE
Risposte al disagio della contemporaneità
di Alex Pagliardini

L'inconscio è reale?

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21 dicembre, 2017 - 01:32
di Alex Pagliardini

 

le montagne sono pronte, prima del tempo

Emanuel Carnevali

 

L'inconscio non è reale

La domanda al centro di questa riflessione, che devo agli amici e colleghi di ALIpsi e Jonas Livorno ed in particolare a Pier Giorgio Curti, è di quelle scomode1. Per far fronte a questa scomodità andiamo subito al dunque. A mio avviso alla domanda l'inconscio è reale ? è opportuno rispondere affermando che l'inconscio non è reale! Lacan si è posto la questione – non solo - nel corso del Seminario XXIII: «Si tratta di stabilire che cosa ha a che fare il sinthomo con il reale, il reale dell’inconscio, ammesso che l’inconscio sia reale»2.

All'interno della “comunità” lacaniana è andata consolidandosi negli ultimi anni l'idea dell'esistenza di una declinazione reale dell'inconscio, dunque di un inconscio reale, e di una declinazione simbolica dell'inconscio, dunque di un inconscio simbolico. Questa doppia declinazione è per molti versi ineccepibile. Ciò nonostante, alla domanda secca se l'inconscio è reale, ritengo opportuno rispondere no, in quanto inconscio non è un buon modo per intendere reale e reale non è un buon modo per intendere inconscio. Detto altrimenti l'inconscio e il reale sono due “cose” molto diverse, dunque le qualità dell'inconscio – almeno quelle delineate da Lacan - non ci fanno intendere bene di che si tratta quando si ha a che fare con il reale – e viceversa, ossia il reale è fatto in un modo che non fa intendere bene di che pasta è l'inconscio.

Cercherò di argomentare questa mia ipotesi. Premetto che per molti aspetti si tratta di un problema interno al lacanismo – e del resto per intendere qualcosa di questa mia argomentazione occorrerà essere almeno un po' della “parrocchia”. Allo stesso tempo penso che la domanda possa riguardare chiunque pratichi come psicoanalista. In effetti se il maneggiamento dell'inconscio è un buon modo o un cattivo modo per occuparsi del reale – cioè della materialità della vita – è una faccenda che riguarda ogni analista, lacaniano e non. Se, ad esempio, interpretare un sogno, indicando o alludendo a una significazione oscura che vi insiste, è un buon modo o cattivo modo di trattare il reale è una faccenda che riguarda ogni analista. Se, per fare un altro esempio, fare emergere la responsabilità soggettiva rispetto al sintomo di cui un'analizzante soffre è un buon modo o cattivo modo di trattare il reale del sintomo è una faccenda che riguarda ogni analista. Ovviamente gli esempi sarebbero pressoché infiniti.

 

Due versioni del reale

Veniamo così all'argomentazione dell'ipotesi l'inconscio non è reale.

Per farlo propongo subito una suddivisione, ossia l’individuazione di due tesi di Lacan sul reale, una maggioritaria, una minoritaria.

Quella maggioritaria (maggiore) si afferma nel Seminario XI e si sviluppa lungo tutto il seguito del suo insegnamento. Tale tesi afferma che il reale è l’impossibile, ossia che il reale è l’impossibile nel simbolico e del simbolico – tale tesi è del tutto compatibile con l’assioma l’inconscio è strutturato come un linguaggio.

Quella minoritaria (minore) si affaccia nel Seminario XIX e si ripete, in una modalità spesso difficile da decifrare, per tutto il seguito dell’insegnamento di Lacan. Tale tesi afferma che c’è del reale, e dunque che c’è dell’Uno reale. Tale tesi non è compatibile con l’inconscio strutturato come un linguaggio e spinge a prendere sul serio3 l’ipotesi del disabbonamento all’inconscio4. Questa tesi va messa in relazione con quanto annuncia Lacan: «provo a introdurre qualcosa che va più lontano dell’inconscio»5.

 

L’inconscio è strutturato come un linguaggio, dunque è bucato

L’assioma dell’inconscio strutturato come un linguaggio è tra i più noti fra quelli formulati da Lacan – anche se non è dei più semplici.

Come è fatto questo inconscio?

  1. È qualcosa che parla, «argomenta»6.

  2. È una “macchina” che determina l’essere umano come essere diviso, cioè come essere mancante, non coincidente con se stesso e come essere alle prese con una soddisfazione, un’esigenza pulsionale, dalla quale è separato e con la quale non sa che fare.

  3. È un imprevisto, un inciampo, una distorsione, un taglio nello scorrere della vita e della storia, nello sviluppo della propria soggettività e nella progettualità della coscienza.

  4. È un rapporto, ossia il legame che l’essere umano stabilisce con questo inconscio fa parte dell’inconscio – chiamiamo soggetto dell’inconscio questo rapporto con l’inconscio.

  5. È bucato, ossia questo inconscio contiene in posizione di esclusione interna qualcosa che lo eccede, cioè qualcosa che pur essendo determinato dall’inconscio non rientra nelle caratteristiche di questo, ma appunto le eccede, le buca. Dunque alla luce delle quattro caratteristiche dell'inconscio appena indicate dobbiamo dire che questo buco/eccedenza: 1) non parla, è silenzioso, 2) non determina l’essere umano ma lo cancella, 3) non è un inciampo nello scorrere delle cose ma è ripetizione, 4) non implica il rapporto che ci si stabilisce. Per queste ragioni possiamo dire che questo buco/eccedenza è un resto interno all’inconscio strutturato come un linguaggio, è il suo nucleo oscuro, il suo punto ombelicale. Per queste stesse ragioni possiamo dire che questo buco/eccedenza è un non va, una distorsione e una ripetizione all’interno del funzionamento dell’inconscio strutturato come un linguaggio – cioè all’interno delle quattro caratteristiche sopra descritte. Per tutte queste ragioni arriviamo a dire che questo buco/eccedenza è l’impossibile da integrare all’interno dell’inconscio strutturato come un linguaggio. Arriviamo così a sostenere che questo buco/eccedenza è il reale dell’inconscio strutturato come un linguaggio, è il reale nell’inconscio strutturato come un linguaggio – detto altrimenti è il reale del e nel simbolico.

  6. Si istituisce, ossia non è un dato naturale ma si istituisce, cioè l'inconscio istituisce se stesso afferrando l'essere vivente, «si innesta sul corpo»7. Questa presa sul vivente è l'atto con cui l'inconscio si istituisce, cioè il suo fondamento, ed è proprio questo fondamento a non essere integrabile nell'inconscio, a costituire cioè quel buco/eccedenza. Detto altrimenti il buco/eccedenza nell'inconscio è la declinazione del fondamento dell'inconscio. Questo è un punto difficile. Però è fondamentale tenere presenti queste due cose. L'inconscio non è qualcosa di “naturale”, di già dato, ma è qualcosa che si istituisce, che si fonda attraverso un atto – che spesso chiamiamo trauma. Questo atto proprio perché è quel che fonda l'inconscio non può essere incluso nell'inconscio se non come sua eccedenza, suo buco.

 

Conseguenze cliniche

All'interno di questa linea maggioritaria, dove il reale si declina coma eccedenza e buco nel simbolico, cioè come impossibile del simbolico, la pratica analitica, che è, e rimane, una pratica simbolica per trattare il reale della vita, si caratterizza con una logica ben precisa: se il reale è l'impossibile nel simbolico, è maneggiando il simbolico e solo maneggiando il simbolico che si può trattare il reale. Sarà dunque l'associazione libera (ecco il maneggiamento del simbolico), sarà la costruzione di nessi tra gli elementi della propria storia (ecco il maneggiamento del simbolico), sarà quella strana relazione che è il transfert (ecco il maneggiamento del simbolico), sarà dunque la produzione dell'inconscio, a far emergere all’interno di ciò, quelle impasse, quegli urti, quei tagli, cioè a far emergere il reale, e dunque creare le condizioni per un altro rapporto – da parte dell'analizzante - con il reale (altro rapporto rispetto a quello che porta l'analizzante a rivolgersi all'analista). Si maneggia il simbolico per fare emergere quel che lo buca e che non è che un buco nel simbolico, il reale – ecco coma la pratica analitica tocca il reale, «tocca il reale incontrandolo come impossibile»8.

 

Il reale fuori inconscio

Abbiamo dunque visto alcune caratteristiche dell'inconscio e come tra queste ci sia il suo essere bucato, l'essere abitato da un buco che è il reale dell'inconscio, cosa che ci ha permesso di sostenere e di ribadirlo ora che l'inconscio è reale, cosa da intendersi come c'è un reale dell'inconscio – e non c'è altro reale che questo, non c'è altro reale che il buco dell'inconscio: «il reale è il mistero dell'inconscio»9.

Su questa logica Lacan compie una serie di operazioni che determinato la produzione di un'altra versione del reale, che come detto rimarrà sempre minoritaria all'interno del suo insegnamento – nel quale la tesi e la struttura sopra esposta, quella che fa del reale un' eccedenza, un impossibile, rimarrà sempre maggioritaria.

Non posso qui entrare nel merito di tutti i passaggi e le contorsioni che conducono progressivamente alla determinazione di questa linea minoritaria. Mi limito ad indicare uno dei gesti decisivi. Tale gesto si compie sullo statuto dell'eccedenza e del buco ed in particolare sul loro essere una declinazione del fondamento. Insistendo su questo punto, su questo nodo buco/fondamento, Lacan si ritrova costretto a mettere in logica lo statuto del fondamento prima che si declini come buco dell'inconscio. Abbiamo detto che l'inconscio si istituisce, dunque c'è un atto attraverso il quale si fonda e tale atto si declina come buco, eccedenza nell'inconscio fondato. Ma allora che cosa è questo atto – questo trauma – prima che si declini come buco/eccedenza in quel che fonda? Questo atto-trauma prima che si declini come buco/eccedenza nell'inconscio strutturato come un linguaggio, prima di essere il reale impossibile, è il reale fuori simbolico. Cosa possiamo dire di questo reale fuori simbolico? Possiamo dire che è qualcosa che si sente, cioè che sente se stesso come urto, colpo, dunque che è in sé urto, colpo, taglio. Proprio per questo possiamo dire che questo reale fuori simbolico per un verso si ripete come tale, cioè come urto, taglio, colpo separato e indifferente al simbolico, per un altro verso, e simultaneamente, questo stesso reale fuori simbolico è quel taglio che istituisce il simbolico, che fonda il simbolico – cioè la nostra soggettività, cioè l'inconscio strutturato come un linguaggio –, simbolico all’interno del quale questo reale sarà a questo punto buco, impossibile, eccedenza

Messo a fuoco questo reale fuori simbolico occorre senz'altro chiedersi che ne è della pratica psicoanalitica e al contempo, le due questioni sono intimamente connesse, domandarsi se l'inconscio ha ancora qualcosa a che fare con questo reale.

 

Conseguenze cliniche

La pratica analitica rimane una pratica simbolica – non può essere altrimenti. Ma se la pratica analitica è una pratica simbolica che deve trattare il reale e il reale è fuori simbolico allora la pratica analitica non può più consistere nel maneggiamento del simbolico per far emergere e trattare il reale. Se il reale è l'impossibile nel simbolico può essere trattato maneggiando il simbolico mentre se il reale è fuori simbolico non può essere trattato in questo modo.

Una volta postulato il reale fuori simbolico diventa così necessario un cambiamento netto e radicale della pratica, il quale come molti cambiamenti netti e radicali non consiste che in un dettaglio. Il dettaglio sta in questo: solo il reale della pratica psicoanalitica può trattare il reale fuori simbolico. Quale è il reale della pratica psicoanalitica. È l’atto analitico. Atto analitico che non è qualcosa di particolare che l'analista fa, ma il suo stile di presenza, il quale e solo il quale, può dare sostanza al reale fuori simbolico all'interno del transfert e dunque “costringere” l'analizzante ad occuparsene.

Questo stile di presenza è una faccenda complessa, nonché facilmente equivocabile, pertanto meriterebbe una trattazione a parte. Mi limito a dire che stile di presenza non indica affatto il modo in cui si veste l’analista – la persona dell’analista – o il suo modo di essere. Stile di presenza indica il marchio attraverso il quale l’analista si fa analista, cioè il marchio con il quale ha finito la propria analisi e si è autorizzato a farne la causa della propria pratica.

 

Atto analitico

L'atto analitico non è una prerogativa della “clinica del reale fuori simbolico” ma è ben presente anche nella “clinica del reale nel simbolico”. Due cose cambiano però.

La prima. Nella “clinica del reale fuori simbolico” l’atto analitico è l’unico modo per trattare il reale, mentre nella “clinica del reale nel simbolico” l’atto analitico è uno dei modi per trattare il reale.

La seconda. Nella “clinica del reale nel simbolico” l’atto analitico è relativo al discorso dell’analizzante, in relazione a questo discorso l’atto analitico dà corpo a qualcosa di traumatico, a qualcosa che possa incarnare così il reale come impossibile, il buco nel simbolico che è il reale. Nella “clinica del reale fuori simbolico” l’atto analitico è a prescindere dal discorso dell’analizzante, e risiede proprio in questo a prescindere la possibilità di dare corpo al reale fuori simbolico, un reale dunque non relativo a – il reale nel simbolico è invece relativo a e per questo si può incarnare in relazione a il discorso dell’analizzante. Il reale fuori simbolico si può incarnare solo con il proprio stile, con il proprio marchio, il quale è tale a prescindere dal discorso dell’analizzante – marchio che non dimentichiamo è ciò attraverso cui si pratica come analista (non è dunque un marchio qualsiasi).

 

Inconscio vs Reale

L'inconscio è etico, ossia include il rapporto che si ha con lui. L'inconscio è dialettico, ossia è un taglio, una discontinuità rispetto a qualcosa, dunque in relazione a. L'inconscio ha una sua temporalità, da un lato quella retroattiva, dall'altro quella pulsatile del battito. L'inconscio è un funzionamento bucato, mancante, zoppicante.

Il reale fuori simbolico non è etico, non implica alcun rapporto, anzi è senza rapporto. Il reale fuori simbolico è a-dialettico, cioè non è relativo a, non è un taglio relativo a qualcosa, ma è in sé taglio. Il reale fuori simbolico non ha temporalità ma «non cessa un istante»10. Il reale fuori simbolico non è zoppicante ma non manca di niente ed è continuamente in atto.

Abbiamo visto come la messa a fuoco del reale fuori simbolico obblighi la pratica analitica “oltre” la produzione dell'inconscio – sancendo di fatto una disgiunzione secca tra reale e inconscio. Ora se prendiamo in considerazione anche questo breve elenco di “caratteristiche” dell'inconscio e del reale, notiamo una radicalizzazione della disgiunzione tra reale e inconscio, la quale ci induce ad affermare che inconscio non è un buon modo di intendere reale. E non solo di intendere. In effetti la pratica analitica deve continuare ad essere una pratica di produzione dell'inconscio, avvertita però dal fatto che non sarà questo e non sarà nemmeno la determinazione delle impasse di questa produzione a far emergere il reale fuori simbolico. Per far questo occorre che la posizione dell'analista, la posizione che è l'analista, dia solidità, nel transfert, a quell'urto in sé, a quel colpo in sé, a quel trauma in sé, che è il reale fuori simbolico. Occorre dunque che all'interno della produzione dell'inconscio in cui consiste l'analisi prenda consistenza qualcosa di disabbonato all'inconscio, cioè qualcosa che sappia incarnare questo reale fuori simbolico, questo reale disabbonato all'inconscio.

Va dunque presa sul serio la tesi del disabbonamento dall'inconscio, la quale non indica un rifiuto dell'inconscio11, ma la produzione di un punto di consistenza del reale fuori simbolico, di un farsi corpo di questo reale.

 

1Mi riferisco al convegno organizzato da ALIpsi e tenutosi a Livorno il 4 Novembre 2017.

2J. Lacan, Il Seminario. Libro XXIII. Il sinthomo, Astrolabio, Roma, 2006, p. 97.

3«Parlo del reale serio. Il serio non può essere altro che il seriale» (J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora, Einaudi, Torino, 1983, p. 20).

4Si tratta dell’ipotesi formulata da Lacan a proposito della scrittura di Joyce: «Non si tratta solo di Joyce il sintomo ma di Joyce in quanto, se così posso dire, disabbonato all’inconscio» (J. Lacan, Il Seminario. Libro XXIII, cit., p. 161).

5 J. Lacan, Le Séminaire. Livre XXIV. L’insu que sait de l’une-béveu s’aile à mourre, inedito, lezione del 16 novembre 1976.

6J. Lacan, La mispresa del soggetto supposto sapere, in Altri Scritti, Einaudi, Torino, 2013, p. 326.

7 J. Lacan, Televisione, in Altri Scritti, cit., p. 531.

8 J. Lacan, Lo stordito, in Altri Scritti, cit., p. 446.

9J. Lacan, Il Seminario. Libro XX, cit., p. 131. Per questo reale dell’inconscio Lacan usa spesso l’espressione realtà dell’inconscio, declinata a volte come realtà sessuale dell’inconscio: «La realtà dell’inconscio è – verità insostenibile – la realtà sessuale» (J. Lacan, Il Seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 2003, p. 145) mentre altre volte declinata come realismo dell’inconscio: «il realismo dell’inconscio – che l’inconscio non è ambiguità delle condotte, futuro sapere il quale si sa già di non sapersi, ma lacuna, taglio, rottura» (Ibid., p. 149), e ancora: «qualcosa che risponda non già all’elucubrazione dell’inconscio ma alla realtà dell’inconscio» (J. Lacan, Il Seminario. Libro XXIII., cit. p. 135-136). Con questo intreccio tra inconscio e reale dell’inconscio Lacan recupera a modo suo l’intreccio postulato da Freud tra inconscio e Es. (Cfr. S. Freud, L’Io e l’Es, in Opere, vol. IX, pp. 475-524).

10J. Lacan, Le Séminaire. Livre XXIV, cit., inedito, lezione del 17 maggio 1977.

11Non va dunque confusa la tesi del disabbonato all'inconscio con la tesi dell'uomo senza inconscio formulata da Massimo Recalcati. (M. Recalcati, L'uomo senza inconscio, Cortina, Milano, 2010). Questa seconda tesi fotografa in modo molto preciso un tratto fondamentale della clinica contemporanea, quello del rifiuto secco dell'inconscio, in particolare della declinazione etica di questo. Come detto l'ipotesi del disabbonamento all'inconscio – che sarebbe più corretta scrivere disabbonamento dall'inconscio – l'abbiamo qui approcciata e sviluppata da un altro versante, il quale si riferisce alla fine analisi e alla posizione dell'analista. Evidentemente si può prendere la questione del disabbonato all'inconscio anche da un altro versante e svilupparla nella direzione del rifiuto dell'inconscio. Il verso dal quale abbiamo qui preso la questione del disabbonato all'inconscio è, come già affermato, un altro.

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