PSICHIATRIA E RAZZISMI
Storie e documenti
di Luigi Benevelli

Carl Gustav Jung negli Stati Uniti d'America

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31 marzo, 2018 - 12:27
di Luigi Benevelli
Carl Gustav Jung, (1875-1961), psichiatra, psicoanalista, antropologo svizzero, fondatore della “psicologia analitica”, visitò Asia e Africa e si occupò dello studio dei popoli  di colore. Negli  anni ’20  del secolo scorso visitò  gli USA, interrogandosi circa il come gli Americani, discendenti da stirpi europee, fossero arrivati ad aver acquisito caratteristiche proprie  così sorprendenti[1]. Nel 1930 pubblicò sul numero 4 della rivista «The Forum» di New York, pp. 193-199,  l’articolo Your Negro and Indian behaviour in cui discusse del modo di stare al mondo, dei caratteri della personalità dei bianchi che popolano il Nord America[2].
L’interesse del testo sta nel fatto che uno dei più importanti psicologi dell’Occidente, abbia ragionato e scritto sulla questione infilando tranquillamente uno dietro l’altro stereotipi, banali assunti di “senso comune”, pregiudizi, senza mai porsi problemi e interrogativi.
Ne propongo di seguito alcuni passi:
“Un europeo dall’occhio esperto trova nella fisionomia di chi è nato in America qualcosa di indefinibile, eppure di innegabile che lo distingue dall’europeo di nascita. Non si tratta tanto di fattezze anatomiche, quanto di una generale maniera di atteggiarsi fisica e mentale. Lo si ravvisa nel modo di parlare, nei gesti, nella mentalità, nei movimenti del corpo e in certi aspetti più sottili ancora di questi. […]
La risata americana è impressionante. Il riso è un’importante espressione emotiva e, osservando con attenzione il modo in cui una persona ride, si può imparare una grande quantità di cose sul suo carattere. Ci sono persone che soffrono di una risata contratta. È proprio penoso vederle ridere e il suono di questa raganella stridula malevola e soffocata fa quasi star male. L’America può ridere in quanto nazione e questo è molto importante. Significa che c’è ancora capacità di tornare bambini, solidità emotiva, capacità di rapporto immediato col prossimo. Questa risata si accompagna a una notevole vivacità e a una grossa naturalezza nell’espressione. […]
La maniera di muoversi degli americani mostra una forte tendenza alla nonchalance. Se esaminiamo il modo con cui camminano, portano il cappello, tengono il sigaro e parlano, scopriamo una spiccata noncuranza. Nella conversazione che si svolge attorno a una persona, si ode interloquire in modo insolitamente indisciplinato. Nella maniera in cui stanno seduti manca ogni forma di autocontrollo -  a volte ne fanno le spese i loro mobili! – e la domenica si vedono le strade punteggiate di piedi che sporgono dai davanzali delle finestre, c’è la tendenza a muoversi in modo dinoccolato e con un minimo di innervazione. Anche nel parlare si constata questa medesima rilassatezza in una innervazione insufficiente del palato molle, che determina l’intonazione nasale così tipica degli americani. L’ancheggiare che si può osservare nelle donne primitive, in particolare nelle negre, si incontra di frequente anche nelle americane, e pure tra gli uomini è molto diffusa l’andatura dondolante. […]
In questo campo (del problema sessuale) esiste una pronunciata tendenza alla promiscuità, che si manifesta non soltanto nella frequenza dei divorzi, bensì in modo del tutto particolare nel vistoso superamento dei pregiudizi sessuali che presenta quest’ultima generazione. […] Ma quanto più prevale la cosiddetta libertà spregiudicata e la promiscuità a buon mercato, tanto più l’amore perde ogni profondità e degenera in fugaci interludi sessuali. I più recenti sviluppi  nel campo della moralità sessuale tendono a una primitività sessuale, analoga all’instabilità dei costumi morali propria dei popoli primitivi, dove tutti i tabù sessuali scompaiono improvvisamente sotto l’influsso di un’eccitazione collettiva. […]
Conosco abbastanza bene le nazioni madri dell’America Settentrionale, ma mi troverei in grosso imbarazzo se dovessi spiegare esclusivamente in base alla teoria dell’ereditarietà, come gli americani che discendono da queste nazioni abbiano acquisito i loro caratteri peculiari. […]
È il fatto che gli Stati Uniti sono pervasi dal carattere negro, vale a dire da questa figura tanto straordinaria e suggestiva. Alcuni Stati sono particolarmente “neri”, fatto questo che può sospendere l’europeo ingenuo il quale ritiene che l’America sia una nazione bianca. Non è completamente bianca – consentitemi il gioco di parole – ma pezzata. Non v’è nulla da fare, è proprio così. Che cosa vi può essere di più contagioso del vivere fianco a fianco con un popolo piuttosto primitivo? […]
L’uomo “inferiore” esercita un’enorme attrattiva, perché affascina gli strati inferiori della nostra psiche che hanno vissuto per un periodo indicibilmente lungo in condizioni analoghe: on revient toujours à ses premiers amours. Egli ricorda più alla nostra mente inconscia che non a quella conscia, non solo la nostra infanzia, ma anche la nostra preistoria. […] Il barbaro che è in noi continua pur sempre a mantenere una vitalità strabiliante e cede facilmente alle lusinghe dei suoi ricordi di gioventù. Perciò egli necessita di difese ben solide. I popoli latini, che sono più antichi, non hanno bisogno di stare così in guardia, e quindi anche il loro rapporto con i popoli di colore si struttura in modo diverso. […]
Come ogni ebreo ha il complesso del Cristo, così ogni negro ha il complesso dell’uomo bianco e ogni americano il complesso del negro. Di solito l’uomo di colore darebbe qualsiasi cosa per cambiare la tinta della propria pelle e l’uomo bianco odia ammettere di essere contagiato dal nero.
E ora torniamo a noi. Da dove spunta questa risata americana? E la smisurata e chiassosa voglia di socialità? Il piacere di muovere il corpo e le smargiassate di ogni sorta? La camminata dinoccolata e la musica e i balli negroidi ? Il jazz ha il medesimo ritmo dello n’goma, la danza africana.  […] La musica americana è chiaramente permeata dai ritmi e dalle melodie dell’Africa. Difficile sarebbe non accorgersi di come l’uomo di colore, con la sua motilità primitiva, la sua emotività espressiva, l’immediatezza infantile, il senso della musica e del ritmo, il linguaggio comico e pittoresco, abbia influenzato il “comportamento” degli americani. […]
Il negro con la sua pura e semplice presenza esercita sul temperamento e sull’istinto imitativo un influsso che l’europeo non può fare a meno di notare, proprio come non gli sfugge l’incolmabile divario che separa i negri americani da quelli africani. La contaminazione tra le razze è un problema intellettuale e morale molto grave, là dove il primitivo è superiore numericamente al bianco. […]
È un dato di fatto riscontrabile altrettanto bene in altri paesi. È possibile che l’uomo venga assorbito da un paese. Nell’aria e nel suolo di ogni paese esistono delle variabili che a poco a poco lo compenetrano e lo rendono simile al tipo dell’abitante autoctono, sino al punto che le sue fattezze vengono a riceverne una nuova impronta. […] Certe tribù molto primitive sono convinte che sia impossibile conquistare una terra straniera, perché i figli che vi nascerebbero erediterebbero gli spiriti di falsi antenati che dimorano negli alberi, nelle rocce e nelle acque di quella terra. In questa intuizione “primitiva” pare dunque celarsi una certa profonda verità. Ciò starebbe a significare che gli americani ricevono lo spirito degli indiani, sia esternamente che dall’interno. […]
L’antica eredità europea pare alquanto sbiadire accanto a questi vigorosi influssi primitivi. […]
I fatti non sono né vantaggiosi né infausti; al massimo possono essere interessanti. E il più interessante di tutti  è che questa America così infantile, impetuosa e “ingenua” presenta probabilmente una psicologia più complicata di qualsiasi altra nazione”.
 

P.S. Buona Pasqua a tutti 
 
 
 

 

[1] v. Suman Fernando, Institutional racism in psychiatry and clinical psychologyrace matters in mental health, Palgrave Mac Millan, 2017, pp. 52-53.
[2] Il testo in italiano, tradotto da Maria Anna Massimello, si trova nel volume 10, Tomo I delle Opere, Bollati Boringhieri, Torino 1985, pp. 131-148.
 
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