QUANDO INCONTRAI FRANCO BASAGLIA

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7 giugno, 2018 - 17:55
1.
            Ho frequentato Franco Basaglia per un paio di mesi – oltre altri incontri occasionali – dopo che, studente di psicologia a Parigi nel 1971, gli chiesi di compiere lo stage psichiatrico all’Ospedale psichiatrico di Trieste, di cui era già direttore. Stage che mi concesse.
Quell’anno avevo saputo che Basaglia era venuto a Parigi a tenere una conferenza e mi precipitai a invitarlo a parlare alla Maison d’Italie della Città universitaria, di cui ero responsabile per le iniziative culturali. Venne, e molta gente era là ad ascoltarlo; evidentemente Basaglia era noto in Francia; la traduzione francese del suo libro L’istituzione negata aveva fatto impressione. Ci fu qualche imbarazzo del traduttore perché Basaglia non evitava parolacce per esprimere quel che voleva dire, anche se citava Nietzsche e Artaud. Ma soprattutto ci fu molto imbarazzo da parte del direttore della fondazione italiana, Aldo Vitale, presente all’incontro, dopo che una nostra co-inquilina della Maison parlò. Questa donna si imbarcò in un lungo discorso un po’ scucito, ma in quegli anni i discorsi scuciti non erano rari. Quando Basaglia replicò, disse: «Per esempio, se facessimo un’indagine clinica alla Maison d’Italie, scopriremmo certamente una certa percentuale di schizofrenici». Il direttore sbiancò.
            In effetti la signora aveva passato mesi alla Clinique de La Borde vicino Blois curata per crisi psicotiche. La Borde, diretta da Jean Oury e animata da Félix Guattari, era il santuario della “psicoterapia istituzionale”; allora tutti in Francia la conoscevano come paradigma di una psichiatria altra. Fu lei stessa poi a portarmi a visitare La Borde, che trovai un posto incantevole a dispetto della sofferenza umana che là albergava. Un castello immerso in un bellissimo bosco dove scorrazzavano cavalli. Per Basaglia La Borde andava invece distrutta, proprio perché era un’istituzione. Il suo progetto si voleva appunto assolutamente anti-istituzionale.
            Approfittai dell’occasione per chiedere a Basaglia se potessi fare uno stage nell’ospedale psichiatrico di Trieste, di cui lui da poco era direttore. Mi invitò in uno dei migliori ristoranti di Parigi e mi presentò Michele Zanetti, allora presidente della provincia di Trieste. Zanetti a Trieste gli aveva dato carta bianca: poteva cambiare completamente il sistema psichiatrico della provincia. Senza Zanetti, democristiano doroteo, Basaglia non sarebbe riuscito a essere Basaglia. Ed è un paradosso che la “distruzione” – come diceva lui – dell’ospedale di Trieste sia stata possibile grazie alla lungimiranza di un politico DC. Zanetti dette l’assenso alla mia venuta a Trieste.

2.
            Rimasi un paio di mesi all’ospedale San Giovanni di Trieste nella primavera del 1971 (poi chiuso dal successore di Basaglia, Franco Rotelli). Partecipai intensamente alla vita di quello che era ancora un manicomio tradizionale, come ormai non esistono più in Italia (lo spero). Alcuni reparti erano sconvolgenti: i pazienti si aggiravano come spettri o larve nella loro grezza divisa manicomiale, e, come gli zombi, si avventavano famelici di curiosità e anche di libidine su chi, come me, veniva da Fuori. Le donne dei reparti dei più regrediti avevano il cranio rasato o capelli cortissimi, come nei Lager nazisti. Mi impressionò una donna che non riusciva a parlare, un animaletto agitato che mi volteggiava attorno per toccarmi: il primario mi disse che era così perché uno psichiatra le aveva fatto una lobotomia quando aveva quattro anni!
            Benché anch’io fossi abbacinato dalla crescente celebrità di Basaglia, già allora però non aderivo al suo pensiero. Gli avevo detto chiaro e tondo che puntavo sulla psicoanalisi, e che apprezzavo la psicoterapia istituzionale di La Borde. Secondo lui, invece, non aveva senso sostituire le istituzioni psichiatriche tradizionali con istituzioni migliori, più aperte, più democratiche, meno repressive: un’istituzione curativa per lui era una contraddizione in termini. Eppure, benché io non fossi sulla sua stessa lunghezza d’onda, rimasi impressionato dall’uomo. Apprezzai in particolare la sua capacità di entrare in contatto in modo fresco e competente con i malati. Si capiva che aveva un’ottima conoscenza della psichiatria classica, nosografica: quando vennero ammessi malati ambigui, di cui si poteva dubitare anche che fossero psicotici, era Basaglia di solito a dare la diagnosi che poi si sarebbe dimostrata giusta.
            La sua stanza di direttore era sempre aperta, e io ne approfittavo per parlargli spesso. Mi fece partecipare a incontri in case private riservati ai “cospiratori”, ovvero a quegli psichiatri che lui aveva fatto venire a Trieste proprio per smantellare l’ospedale. Parlava con disprezzo e irritazione di alcuni vecchi psichiatri dell’ospedale che cercavano di salire sul treno del nuovo corso. Lui e la sua équipe vivevano per l’ospedale anche quando fisicamente non vi stavano: si pasteggiava parlando dell’ospedale, si andava al cinema pensando all’ospedale… La giornata era scandita da continue assemblee: con i pazienti, con gli infermieri, tra gli psichiatri dei reparti, tra gli psichiatri di tutto l’ospedale… Queste assemblee non erano tanto per prendere decisioni, direi che esse stesse erano decisione… Il lavoro degli operatori era massiccio, perché tutti o quasi si sentivano protagonisti di una evento storico, di una trasformazione epocale.
Il primo giorno mi disse: «lei qui si troverà male! perché qui non funzioniamo in modo psicoanalitico». Di fatto mi trovai male o bene? Diciamo che fui troppo occupato a fare esperienze e a imparare per realizzare che mi “trovavo male”. Così capii quello che i basagliani volevano fare.
Il loro intento, fondamentalmente etico-politico, partiva da una sorta di assunto filosofico basilare: contestare La Tecnica in psichiatria. Anche se ammettevano che lo psichiatra dovesse far ricorso a delle tecniche. Questa demonizzazione della Tecnica – dietro cui si profilava una diffidenza nei confronti della scienza – derivava dalla cultura squisitamente fenomenologica di Basaglia. Husserl, Binswanger, Minkowski, Szilasi, ecc., erano l’orizzonte entro cui lui pensava la malattia mentale. La psicoanalisi veniva anch’essa esclusa in quanto tecnica. Come proclamò un basagliano coram populo: «Noi rifiutiamo tutto il Sistema tecnico della psichiatria: dal miserabile degente che marcisce nel manicomio più fetido, fino al giovane bello, ricco, biondo e con gli occhi azzurri che va da uno psicoanalista tre volte a settimana». La psicoanalisi, per loro, è una pratica per benestanti, ma sempre tecnica oggettivante è. Eppure certe tecniche psichiatriche venivano utilizzate a Trieste. Da qui la contraddizione propulsiva del basaglismo: come degli psichiatri, dei tecnici, possono curare al di là della Tecnica?
Un giorno Basaglia mi disse: «Sono convinto che l’elettroshock in molti casi è efficace; per esempio nelle crisi di malinconia. Ma qui non lo usiamo per la sua connotazione violenta e repressiva». Biasimava il fatto che anche a La Borde si facessero elettroshock. Non era quindi l’efficacia dell’elettroshock in questione. Eppure a Trieste si usavano molti psicofarmaci, all’epoca ancora alla loro alba, e allora io con impertinenza gli chiesi: «lei è contrario a ogni tecnica? ma non a quella farmaceutica». Mi rispose che gli psicofarmaci erano un aiuto per superare la segregazione manicomiale. E ribattei: «ma forse anche altre tecniche, psicoanalisi inclusa, possono aiutare a superare la segregazione manicomiale». Non ricordo che cosa mi rispose. Oggi credo che Basaglia accettasse di usare le tecniche farmacologiche perché gli apparivano meri strumenti, oggetti, mentre altre “tecniche”, come la psicoanalisi, erano intrise di aloni “ideologici”, come avrebbe detto lui. La psicoanalisi gli appariva incompatibile col suo lavoro proprio perché essa non vuole essere semplicemente “una tecnica”.
A Trieste mi resi conto quanto l’eliminazione progressiva degli ospedali psichiatrici – e non solo in Italia – dovesse all’invenzione di psicofarmaci un tantino efficaci. Si poteva evitare di mettere ai malati la camicia di forza, o rinchiuderli in una stanza imbottita, perché una pillola “contiene” quanto e meglio di una camicia di forza e di una stanza imbottita. La storia della psicofarmacologia e quella della de-manicomializzazione sono tra loro indissolubili. Il manicomio chimico si è sostituito al manicomio fisico.
Alcuni basagliani di Trieste erano persone simpatiche e notevoli, e divenni loro amico. Ma alcuni di loro erano marxisti un po’ saccenti. In quegli anni post-68 un certo schematismo rivoluzionario era di rigore. A tutti era chiara comunque una cosa: la loro non era anti-psichiatria! Né da parte loro c’era alcuna intenzione di inventare una “nuova psichiatria”, una nuova scienza: la loro azione si voleva puramente anti-istituzionale. Spesso a Trieste arrivavano in visita frotte di militanti della Rivoluzione il cui Leit Motiv era: «contro la vecchia psichiatria, qui a Trieste si fa vera scienza psichiatrica, quella nuova!». Costoro venivano subito sconfessati e spesso apertamente derisi dall’équipe di Trieste. Negli anni successivi, ho potuto constatare quanto il progetto di Basaglia, malgrado la sua grande popolarità anche dopo la sua morte, sia poco capito, soprattutto da tanti che dicono di ammirarlo. Ad esempio, molti credono che Basaglia fosse promotore di una teoria sociogenetica della malattia mentale, secondo cui insomma usciamo fuori di matto perché la società in cui viviamo è malata. Basaglia non ha mai detto queste banalità; sapeva che i matti ci sono sempre stati, in qualsiasi cultura e società.
La sua idea di fondo è che si dovesse rispondere ai veri bisogni dei malati. Ma quali erano questi veri bisogni? All’epoca gli intellettuali di sinistra francesi parlavano sempre di desiderio – liberare il desiderio, macchine desideranti. Gli intellettuali di sinistra italiani invece parlavano sempre di bisogni, che apparivano meno eterei dei desideri. Basaglia mi disse una volta che un vero bisogno dei malati era di disporre di carta igienica, non di carta igienica patinata o di color rosa; questi ultimi erano “bisogni ideologici”, non veri bisogni. Certo che il desiderio di carta igienica raffinata può portare a disturbi intestinali, diceva, «anche una diarrea può essere ideologica». Questa faccenda della diarrea ideologica mi impressionò. Dopo tutto, qualsiasi sintomo nevrotico, per un fenomenologo marxista quale lui era, esprime un bisogno ideologico. Ma perché quello di carta igienica basic sarebbe un bisogno vero? Perché non usare l’acqua, rinunciando anche alla carta igienica? Per i taoisti e per i filosofi cinici greci, il bisogno di qualsiasi oggetto era inessenziale, “ideologico”. Salvo per la ciotola, l’unica cosa che usassero – ma Diogene gettò via anche quella. Insomma, a partire da quale momento un manufatto soddisfa un vero bisogno oppure crea desideri, ovvero bisogni ideologici? Il limite tra bisogno – come desiderio che è legittimo soddisfare – e desideri è sempre storicamente fluttuante. Oggi il comfort hi-tech – cellulari, auto, computer, internet, ecc. – è la nostra indispensabile ciotola. Mi colpisce il fatto che oggi i più giovani si chiedano come i più anziani, anche solo 10 o 20 anni fa, potessero sopportare di passare l’estate senza aria condizionata! Per loro l’air conditioning è ormai un bisogno quasi primario. (lo è stato sempre anche per me, devo confessare).
Basaglia era come divorato dalla necessità di agire, e certo era una persona irritabile. Anche con me una volta montò su tutte le furie perché gli avevo fatto non so più quale obiezione sulla strategia di de-manicomializzazione. I suoi stessi tic oculari esprimevano la sua impazienza, la sua fretta… Ma in fondo Basaglia era soprattutto un intellettuale di grande cultura, appassionato di arte, che si era forzato a essere grande riformatore. Parafrasando Marx, è come se si fosse detto “Finora i grandi psichiatri fenomenologi hanno descritto la follia, ora bisogna trasformarla”.
La legge Basaglia è stata la declinazione italiana di un processo di de-manicomializzazione che dagli anni 70 in poi ha marcato tutto l’Occidente. Puntare sul community care, sulle cure entro la comunità. E ogni cultura ha avuto i suoi de-manicomializzatori di grido: Thomas Szasz in America, Ronald Laing e David Cooper in Gran Bretagna, Félix Guattari in Francia… Noi abbiamo avuto Basaglia, tra i migliori.
Sono stato sempre amico di Sergio Piro, napoletano come me, detto il Basaglia del Sud perché dirigeva l’associazione Psichiatria democratica nel Mezzogiorno. Sergio non aveva certe asperità ideologiche e caratteriali di Basaglia, era un intellettuale elegante appassionato soprattutto di linguistica, e non gettava l’anatema sulla psicoanalisi. Il suo libro più importante è Il linguaggio schizofrenico. Poco prima che morisse, nel 2009, mi disse che la riforma della 180 era fallita. Applicata magari alla lettera, ma tradita profondamente nello spirito. In un solo posto in Italia era stato recepito il senso della 180, diceva: in una ASL di Pordenone. Diretta da uno psichiatra lacaniano, Francesco Stoppa.
 
3.
            Paradossalmente Basaglia è celebre per una riforma che appare estremamente semplice: eliminare le lungodegenze psichiatriche, curare i malati mentali “nel territorio”, come si diceva allora. Eppure il senso della sua azione era lo sviluppo di un pensiero estremamente sofisticato, che di fatto risulta poco comprensibile non solo a tanti psichiatri, ma anche a tanti che si dicono basagliani. Come ho detto, la sua era in sostanza una critica della Tecnica (e sullo sfondo della scienza) in nome di quella che i filosofi fenomenologi chiamano Lebenswelt, mondo-della-vita.
            Quel che al fenomenologo rivoluzionario fa orrore della tecnica – e della scienza nella misura in cui è una tecnica del sapere - è il suo potere di separazione. Tecnica, essenzialmente, è separazione - in genere, separazione dell’agente dal prodotto della sua azione. Ora, questa denuncia della tecnica risale per lo meno a Platone: Socrate aborrisce lasciare libri dietro di sé proprio perché il libro sopravvive al suo autore, è prodotto inerte, artificioso di un soggetto vivo. “Se si fa una domanda a un libro, questo non risponde”. L’augurio, da Platone a Husserl fino a certi autori post-moderni (come Deleuze), è vedere l’avvento di produzioni che non si separino dal loro produttore o autore. Ora, se il mondo-della-vita viene pensato fenomenologicamente come tensione, movimento, dinamica, la tecnica sarà al contrario l’operazione che divide, incapsula in una stasi, isola un prodotto esso stesso alienato. Contro la poiesis, la produzione di cose o istituzioni, esaltare la praxis, il puro agire fine a se stesso, che esprime l’agente. Così, il manicomio viene pensato da Basaglia sia come prodotto della tecnica che come macchina (tecnica quindi) per separare. Questa separazione si consuma a vari livelli: il manicomio non solo separa il malato dal consorzio sociale vivo, integro, ma separa i suoi abitanti tra loro. Separa nettamente il medico psichiatra dai malati; al suo interno, il mondo dei curanti è gerarchicamente organizzato, e la gerarchia è forma di separazione. Inoltre, i reparti sono separati tra loro. Interpretava radicalmente il mondo ospedaliero come l’applicazione della forma di vita tecnocratica a ciò che, in quanto vitale ed eccentrico, vi sfugge.
            Perciò la pratica dell’équipe di Basaglia si basava sulla promozione di una agitazione liberatoria: “creare il movimento”. Si facevano comunicare i reparti tra loro, quindi si aprivano le porte dell’ospedale, si favoriva un’osmosi crescente tra ospedale, quartiere e città. Si “aprivano spazi”: non solo fisici, ma anche di iniziativa sociale e di animazione. In seguito, attratti dalla popolarità dell’esperimento, sono venuti a collaborare a Trieste anche artisti e teatranti di grido. Da qui la famosa epopea di Marco Cavallo, statua ambulante. “Far circolare la gente”. Insomma, si opponeva al vecchio ospedale la libera circolazione del mondo-della-vita come temporalità e fluidità.
In effetti, Basaglia negava che l’istituzione ospedaliera – qualsiasi istituzione – potesse avere una storia. L’O.P., in quanto prodotto della psichiatria intesa come scienza-tecnica, è estraniante ed espropriante – senza storia. In effetti, all’epoca tutti gli orologi del San Giovanni erano fermi, non ce ne era uno che funzionasse: come se l’istituzione fermasse il tempo astronomico. Per lui quindi l’O.P. era un’istituzione esemplare dell’universo tecnico: i pazienti, relitti umani, erano la follia che la società aveva separato da sé, messo fuori di sé, in un luogo rimosso dalla propria vi(s)ta. Il manicomio era un prodotto che essa società tecnica si rifiutava di riconoscere come proprio: sotto-prodotto vergognoso di una cultura tecnoscientifica.  Ma non era questo un modo di far rientrare dalla finestra quella teoria sociogenetica della follia che sembrava cacciata dalla porta? Non propriamente, perché in fondo Basaglia pensava che la causa della follia fosse proprio la Tecnica come separazione del mondo-della-vita, e quindi una tecnica a sua volta non ne poteva essere la cura.
 
4.
            Per un verso Basaglia denunciava l’ospedale psichiatrico e la vecchia psichiatria come “non curativi”. All’epoca egli convinse gli italiani che un malato nei manicomi di fatto non viene curato, ma solo depositato, controllato e custodito (cosa sostanzialmente vera, all’epoca). Ora, i più interpretavano questa denuncia nel senso che Basaglia proponesse invece una vera cura. Ma, come abbiamo visto, per un altro verso egli contestava le varie cure – dalle terapie di shock fino alle psicoterapie interpersonaliste – come figure più o meno camuffate della Tecnica. Eppure Basaglia pensava che i malati mentali andassero veramente curati. Curati nel senso inglese di care o di cure? Se ogni cure si rivela un’alienazione tecnocratica, quale care offrire allora a chi soffre? Come uscire da questa contraddizione?
Basaglia sembrava contare sul fatto che curare i malati dal manicomio – distruggendo così non solo il manicomio, ma qualsiasi istituzione ne avesse preso il posto – fosse anche ipso facto una cura della psicosi. Ma questo non implicava affatto una teoria assurda del tipo “i malati mentali vengono resi tali dal manicomio”. Basaglia ovviamente sapevas che si diventa matti anche al di fuori del manicomio. Ma lui pensava che, proprio nella misura in cui egli rinunciava a ogni tecnica di cura (a parte gli psicofarmaci), potesse arrivare al nocciolo della cura, cioè a curare il soggetto da quella separazione in cui, almeno in parte, consiste la sua malattia. Egli pensava insomma che le malattie mentali fossero doppie: da una parte c’è la malattia vera e propria – sulla cui origine e natura si guardava bene dal pronunciarsi – dall’altra il “doppio” di essa. Il tema del Doppio gli veniva certamente da Antonin Artaud, poeta e psicotico. Basaglia vedeva quindi la malattia mentale come da una parte un prodotto della divisione tecnica della soggettività, e dall’altra il doppio che la tecnica ha fatto della follia stessa. La follia con cui egli si confrontava era quel doppio che la società tecnocratica ha fatto di essa, segregandola non solo fisicamente in qualche ospedale, ma anche scientificamente – in qualche DSM ad esempio, oggi - separandola concettualmente dal flusso della vita. Per lui la priorità era la cura del doppio della malattia, prima che della malattia stessa.
Abbiamo detto che la pluralità e la frammentazione erano per Basaglia il doppio. Doppio di ciò che per un fenomenologo rivoluzionario è la realtà vissuta, l’esperienza della vita come Erlebnis. La separazione tecnocratica, duplicativa, della vita da se stessa – che priva di senso la vita e la sofferenza nella vita - produce qualcosa che possiamo vivere solo come merda.
Nel discorso di Basaglia proliferavano le metafore scatologiche. Per esempio, si riferiva ai degenti dell’O.P. come a rifiuti o escrementi sociali; il suo insulto preferito era “merda”. In effetti, il sapere-potere tecnocratico, nella misura in cui crea forme frammentate, inevitabilmente esclude, rigetta, segrega qualcosa che quindi scade a reale escremenziale. La tecnoscienza è chiamata continuamente a gestire ciò che essa ha rimosso e quindi per ciò stesso prodotto, come l’O.P.
Ma il punto è: ogni atto de-separante e de-tecnicizzante a sua volta, nella misura in cui si “realizza”, non produce esso stesso effetti-rigetti, non tende a ricadere come esso stesso doppio, forma inerte? Raggiungere il senso pieno – il flusso della vita indivisa – è in effetti sempre una prospettiva al meglio asintotica: ogni atto tende ad arrestarsi alle soglie della vera vita. La Rivoluzione è sempre al di là, dopo, di là da venire, insomma escatologica. Nel presente, in fondo, abbiamo sempre e solo a che fare con quella merda del doppio. Potremmo dire che fuori della scatologia sociale c’è solo l’escatologia. Questo è il tarlo che rode ogni filosofia fenomenologica della vita (anche degli psicoanalisti sedotti dalla fenomenologia): hai voglia di distruggere le istituzioni, esse si ricostituiscono sempre spontaneamente, come se la vita stessa avesse una particolare predisposizione ad alienarsi, a frammentarsi in separazioni, a de-vitalizzarsi insomma. E questo vale anche se si tratta di manicomi: essi tendono diabolicamente a ricostituirsi, non appena l’entusiasmo e la febbre libertari dei liberatori si afflosciano. Come abbiamo visto in Italia negli ultimi decenni: le cliniche psichiatriche pullulano, come solidificazioni scultoree della lava quando questa, raffreddandosi, cessa di colare.
 
5.
Basaglia e i suoi seguaci aborrivano l’idea stessa di psichiatra privato. Tutte le cliniche psichiatriche private, soprattutto quelle con una vasta clientela e lauti profitti, erano oggetto di totale disprezzo: “industriali della follia” li si chiamava. Ma perché questa ripulsa etica profonda non valeva per l’intera medicina? Un famoso chirurgo che opera migliaia di pazienti agli occhi, non è anche lui un “industriale della cataratta”? Di fatto, ogni medico vive grazie ai malanni della gente. Ogni terapeuta, anche se umanitario, deve per altri versi augurarsi che molta gente stia male, altrimenti come potrebbe vivere? Basaglia e i basagliani avevano preso molto sul serio questa contraddizione: per loro, la medicina privata era implicitamente immorale.
Ma allora, come impedire che anche lo psichiatra pagato dallo stato diventi uno che viva della sofferenza altrui? Basaglia citava la norma che vigeva un tempo in Cina, dove il medico era pagato tanto più quanto più la gente era sana: per ogni malato, lo stipendio diminuiva. Insomma, il vero lavoro psichiatrico avrebbe dovuto essere preventivo: una sorta di bonifica ecologica per prevenire la malattia. Ma con quali strumenti, quali tecniche? Di fatto Basaglia stesso non ne aveva un’idea precisa. I suoi eredi, poi, hanno cercato di dare delle risposte pratiche.
 
In conclusione, possiamo concludere che il basaglismo è gesta del passato? Che esso è stato fin troppo espressione di quell’epoca che chiamiamo “68”, e che di fatto è proseguita fino alla fine degli anni 70, includendo quindi la 180? Dobbiamo leggere lo spirito basagliano con le stesse riserve con cui oggi leggiamo quel che chiamerei il Sessantotto-pensiero?
Eppure, malgrado tutte le riserve che non ho nascosto in questo scritto, credo che Basaglia non sia solo una reliquia dei nostri anni ruggenti pieni di sogni e illusioni. In effetti, la sua sfida al primato delle tecniche ha una particolare attualità oggi: a differenza dell’epoca di Basaglia, la tecnica psichiatrica oggi davvero trionfa. Il consumo di psicofarmaci è divenuto fatto di massa, le tecniche psichiatriche sono molto più pervasive nella vita di oggi di quanto non lo fossero all’epoca. La psichiatria del DSM si propone come scienza rigorosa del malessere umano, e le nuove tecniche neuroscientifiche promettono una soluzione tecnica dei problemi spirituali. Anche se la ripulsa della scienza e della tecnica da parte di Basaglia non è certo la risposta, indubbiamente però, anche se in altre forme, bolle un’insofferenza allo stesso tempo etica e filosofica per le pretese crescenti della scienza di risolvere tecnologicamente i nostri problemi e sofferenze spirituali. C’è di nuovo un bisogno di riconsiderare eticamente, prima ancora che scientificamente e tecnicamente, il nostro rapporto alla sofferenza della mente.

 


 

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