La <<franchezza sorridente>> di Elvio Fachinelli. Conversazione con Sergio Benvenuto

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18 ottobre, 2018 - 15:50
Sergio Benvenuto, certamente una delle figure più originali della psicoanalisi italiana, è psicoanalista e filosofo, direttore e fondatore dell’European Journal of Psychanalysis e ricercatore in Psicologia Sociale al CNR di Roma, nonché allievo di Elvio Fachinelli.
In questa breve conversazione, ho avuto il piacere di porgli alcune domande sul suo apprendistato con Fachinelli, così come sull’eredità culturale del suo maestro.
 
Gioele P. Cima: Nei tuoi scritti su Fachinelli ti riferisci spesso al fatto che le vostre origini culturali erano del tutto diverse. Le sue letture si concentravano principalmente sugli autori francofortesi, tu provenivi dal fervente clima culturale del post-strutturalismo francese. Questo non vi ha comunque impedito di entrare in sintonia e, nel tempo, si direbbe che i vostri punti di dissonanza si siano rivelati produttivi, anziché limitanti. Eppure, a me sembra che questa vostra alchimia, più che all’origine del vostro rapporto, sia una sua conferma. Insomma, cosa è stato in quel periodo a portarti da Fachinelli, e non da altri?


 
Sergio Benvenuto: Quando da Parigi venni a stare a Milano, mi presentai a Fachinelli nel corso di uno dei mastodontici convegni di Verdiglione chiedendo di collaborare con lui. Dopo pochi minuti di conversazione mi invitò a partecipare a un gruppo “di auto-formazione”, così lo chiamava, che era da poco partito. Un gruppo che si riuniva settimanalmente a casa di Lea Melandri. Avevo già letto alcune cose sue, anche il libro corale sugli esperimenti di asilo anti-autoritario. Ecco, mi attraeva la sua sfida anti-autoritaria. All’epoca, 1974, non mi dicevo più marxista, pensavo di votare per i radicali di Pannella, ma del crogiuolo del 68 mi era rimasto certamente il tropismo anti-autoritario, l’allergia per gerarchie e burocrazie, il rigetto insomma del mondo di Fantozzi. Sentivo in lui una vocazione libertaria che era anche la mia. Non parlava, non scriveva da marxista, ma da anarchico, come Foucault.
Certamente Elvio era stato marcato da Adorno e Benjamin, mentre io ho nutrito sempre una certa irritazione nei confronti del pensiero francofortese, anche quando pensavo di essere marxista. Con gli anni, la mia considerazione dei francofortesi non è migliorata, direi piuttosto il contrario. Per quanto ammiri il genio di Benjamin, non sono mai stato un benjaminiano. Anzi, ho scritto un saggio contro “L’opera d’arte all’epoca della sua riproducibilità tecnica” dicendo che si tratta di un classico sopravvalutato. Mi chiedo da dove nasca questa indigeribilità francofortese per me. È che non ho mai digerito un pensiero totalmente critico. La critica della società in cui siamo va fatta, ma direi tra le righe, sullo sfondo di analisi oggettive. La critica non deve essere il focus, ma un corollario che vada da sé. L’anatema permanente contro l’oggi, “mala tempora currunt”, mi ricorda una certa lagnosità senile, per i vecchi si stava bene sempre prima, ovvero quando erano giovani. Ma Elvio temperava la sua matrice francofortese con quello che sarà poi chiamato il post-strutturalismo francese. Fu lui il primo a propormi di leggere Baudrillard.
GPC: Volendo attuare una grossolana distinzione, potremmo dire che la categoria degli “allievi” si distingua in imitativi ed introiettivi. I primi intraprendono un vero e proprio processo di modellamento rispetto al proprio maestro, passando sostanzialmente la loro vita a divulgare l’opera di chi li ha preceduti e, a volte, pagando il prezzo di questo vincolo con una fondamentale rinuncia alla propria originalità. Mi viene da pensare, ad esempio, a Jacques-Alain Miller e al suo eccellente lavoro di divulgazione dell’opera di Lacan, che però, proprio per rimanere fedele al suo voto, è spesso costretto a sacrificare le proprie mire personali. Al secondo insieme, ascriverei quegli allievi che rientrano nel motto deleuziano per cui si impara “con” e non “da”, inserendovi tutti coloro i quali, senza dover abiurare il pensiero dei propri mentori, sono riusciti ad andare per la loro strada. Mi viene in questo momento in mente Heidegger con Husserl, lo stesso Fachinelli con Musatti, ma anche Badiou con Lacan – tanto per tracciare tre modalità diverse di “imparare con”. In tal senso, si potrebbe dire che la grandezza di un maestro non stia tanto nel plasmare dei suoi cloni, quanto nell’aprire nuovi campi di pensabilità, nell’innescare una forma di pensiero incommensurabile che, però, per quanto qualitativamente differente, preserva le tracce del suo passaggio.
Tu certamente appartieni alla seconda categoria e quindi mi viene da chiederti: tracciando un distinguo, quali credi potrebbero essere i presupposti fondamentali del pensiero di Fachinelli? E quali, di conseguenza, sarebbero i tuoi?
 
SB: Scrissi un saggio su Fachinelli in cui qualificavo la sua concezione di “vitalista”. Qualcuno, che non ama il vitalismo, me l’ha contestata. E forse a ragione, perché in effetti non ho trovato di meglio, a meno di non inventare un neologismo. Questo potrebbe essere “autenticismo” – una visione che inizia con Rousseau, prosegue con un certo Romanticismo, poi con Marx, Nietzsche, via via fino a Marcuse e ai francofortesi. È l’idea secondo cui c’è da una parte una vita autentica, elementare, quasi primitiva, un esprimersi sfrenato della nostra “natura”; e poi, a causa delle costruzioni sociali successive, questa vita primigenia è coartata, repressa, assoggettata, da strutture più o meno ossessive. In Fachinelli, da una parte c’è il tempo storico che è tempo della vita e dello sviluppo, e dall’altra il tempo fermo, congelato, delle istituzioni – “la freccia ferma” - delle burocrazie, della repressione. Il compito etico-politico è quello di diminuire al minimo la rimozione coartante e liberare la Vita. Certamente in Fachinelli questa filosofia è sviluppata in modo raffinato, ma essa resta il fondo del suo pensiero e della sua pratica. Per lui la pratica analitica doveva aiutare la gente a liberarsi delle sovrastrutture sociali. In un certo senso, è una declinazione di das Unbehagen in der Kultur, il disagio nella civiltà o società. Fachinelli sognava una società non più disagiata, o meno disagiata, che desse libero corso all’autentica spontaneità del vivente.
A lungo ho condiviso questa che chiamerei la grande Speranza palingenetica. Oggi sono molto più scettico e disincantato, come lo divenne lo stesso Fachinelli negli ultimi anni. Non credo che esistano forme sociali interamente autentiche, liberate: ogni forma sociale è una coartazione. Una società può liberare certi aspetti, ma allo stesso tempo ne reprime altri. Ad esempio, viviamo in una società edonisticamente permissiva, tutti possono fare sesso, essere omosessuali, cambiare partner, drogarsi se vogliono… Ma d’altra parte la nostra società vede un controllo tecnologico sempre più capillare non solo da parte dello Stato, da parte delle grandi organizzazioni del GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple). Non c’è mai stata una società così controllante, così capillarmente burocratizzata, dove ci proibiamo di mangiare tante cose, fumare, ecc. Non è più lo stato a reprimerci, siamo noi stessi, ovvero ci reprime il nostro Super-Io ormai mastodontico. Una società sempre più ipocondriaca e arrabbiata, livorosa.  Non c’è più alcuna censura nelle espressioni artistiche, ma ci forziamo attraverso diete, procedimenti elettronici, percorsi formativi obbligati.
Non credo però in uno stato autentico della società e della vita.  Non c’è società in sé felice, ma ci possono essere strategie individuali più o meno riuscite di convivere con quel fascismo inevitabile che è parte di ogni organizzazione sociale.
 
GPC: Sebbene fosse un analista SPI, le sue idee circa l’analisi didattica erano molto chiare: la formazione degli analisti è parte dei mezzi attraverso cui la psicoanalisi ortodossa rinsalda le proprie “fortezze”.  Che genere di apprendistato hai svolto con Fachinelli?
 
SB: Come ho detto, ho partecipato per un paio d’anni al suo gruppo di auto-formazione. Poi abbiamo continuato incontri regolari di gruppo nell’ambito della rivista “L’erba voglio”. Devo dire che all’inizio fui accolto abbastanza male. A quell’epoca avevo accettato di tenere un seminario a pagamento sulla psicosi e la teoria di Lacan presso il centro Omega diretto da Diego Napolitani. Fui rimproverato per farmi pagare, avrei dovuto insegnare gratis. Io feci osservare che ero da poco sbarcato a Milano e che dovevo in qualche modo guadagnarmi il pane, quel seminario pagato mi permetteva di vivere. E credo che Elvio capì di essersi sbagliato, poco dopo, per la sua severità gauchiste. È interessante però che non me ne andai dal gruppo sbattendo la porta, dopo queste critiche, ma vi restai fino alla fine.
Il gruppo era, ovviamente, gratuito, e poteva parteciparvi chiunque, non si doveva essere per forza psicologi o aspiranti psicoanalisti. Così vi partecipò per un po’ anche Giorgio Gaber che vi portò anche Ombretta Colli, e un personaggio poco noto in Italia, l’economista Giovanni Arrighi, che diventerà poi una personalità intellettuale di prestigio in America, dove andò a insegnare. All’inizio trovavo il gruppo poco professionale, poco “tecnico”, con lo stile garibaldino del 68, insomma avevo le mie riserve. Era una via di mezzo tra un salotto radicale e un gruppuscolo gauchiste. Ma col tempo la mia stima per Fachinelli crebbe, diciamo che si costruì un transfert tra noi. Fachinelli ufficialmente non era il conduttore del gruppo, eravamo tutti alla pari, ma di fatto Elvio era “l’analista” del gruppo, e Lea la “consorte dell’analista”, molto combattiva. Gli interventi di Elvio erano spesso acutamente analitici. Allo stesso tempo il gruppo aveva la sua dinamica, compresa una dinamica edipica che portò a una “rivoluzione” – capitanata da Giovanni Arrighi – contro l’analista padre… E poi ci fu la separazione personale tra Lea ed Elvio, che coincise con una netta conversione femminista di Lea. Ricordo che, quando il gruppo si spostò a casa di Elvio, Lea venne molto battagliera alla seduta contestando Elvio e il gruppo con argomenti “femministi”. “Secondo me solo le donne oggi sono capaci di fare gruppi interessanti…” disse.
Insomma, ci divertivamo. E allo stesso tempo io imparavo molte cose.
Anche se ebbi, dopo la fine del gruppo, un dispiacere da Elvio. Gli chiesi di farmi da analista, ma lui rifiutò. Mi disse: “Un’analisi è una scelta che si fa in due. E io preferisco averti amico e, spero, collaboratore delle nostre iniziative.” Non mi compiacqui molto di questo, ne rimasi frustrato. Anche perché a Milano trovai un altro analista, ma posso dire che l’esperienza non fu soddisfacente.
Quanto alla contestazione della didattica della SPI, essa coincideva con le critiche lacaniane. Non a caso Lacan elaborò il meccanismo della “passe”, che consente di eliminare il concetto stesso di analisi didattica. L’analisi didattica è un mostro non solo per Fachinelli e i lacaniani, molte teste pensanti sanno che lo è. Usava argomenti molto fachinelliani contro la didattica anche l’amico Mario Trevi, junghiano.
 
GPC: A quanto pare, non esiste ancora un lavoro monografico che riassuma criticamente il lavoro di Fachinelli. La mia impressione è che, a differenza di altri autori mediaticamente “martirizzati” – uno su tutti Pasolini -, la figura di Fachinelli sia sempre riuscita a sfuggire ad una certa presa accademica. Insomma, mi sembra che per quanto si voglia tentare di ammansirlo, vi è qualcosa in lui che rimane irriducibilmente scomodo. Non credi che questa indigestione sia dovuta alla sua ancora influente “attualità inattuale” – per citare un noto testo di Lea Melandri?
SB: Se pubblicherai, come ti auguro, la tua tesi, questo vorrà dire che Fachinelli sarà stato catturato dalla presa accademica… Non lo dico come critica, tutt’altro. Il discorso universitario – come lo chiamava Lacan – è inevitabile, fatale, e non c’è autore, per quanto scomodo, che vi sfugga alla lunga.
Si prendano autori scomodissimi, come il marchese de Sade o Nietzsche. Quanti libri, quante dissertations accademiche, si scrivono su Sade? Quanto a Nietzsche, è entrato nel Pantheon della cultura occidentale, assieme ad autori comodissimi come Hegel e Popper. Eppure, se si legge Nietzsche senza filtri precostituiti, è evidente che Nietzsche ha scritto sempre da pazzo. Pazzo geniale, sicuramente, vedeva lontano – come alcuni psicotici intelligenti che ho conosciuto – ma pazzo. Un linguista direbbe che i discorsi di Sade e Nietzsche sono idioletti. Certo l’appropriazione accademica, e soprattutto da parte dell’Accademia di sinistra, è massiccia, eppure con Nietzsche ci si confronta davvero con quella che chiamerei la singolarità assoluta di un pensiero. Un po’ come si parla di singolarità in fisica.
Anche Elvio era a suo modo singolare, perciò non si può essere fachinelliani al 100%. Io stesso ne accetto alcune cose, ne respingo altre. Ad esempio, il mio razionalismo mi impedisce di prendere sul serio la sua parte “magica”, i fenomeni di telepatia su cui ha scritto. Mentre invece mi piace il suo discorso dell’estasi. In questo senso Elvio è “inattuale” come dicono Rovatti e Melandri. Io direi piuttosto che è “inappropriabile”.
 
 
GPC: Oltre che psicoanalista, Fachinelli era psichiatra. Eppure, il suo pensiero è quanto di meno “psichiatrico” si possa ravvisare in quegli anni. Non ultimo, il fatto che nei suoi lavori i riferimenti alla follia, oltre ad essere esigui, assumano sempre una torsione politica, più che clinica (mi viene da pensare, ad esempio, ad un suo articolo in cui discuteva l’eredità e i limiti di Basaglia). A cosa credi sia dovuta questa carenza di riferimenti?
 
SB: La psichiatria è supposta occuparsi non solo della follia, ma di tutto lo psicopatologico. Certamente Elvio non ragionava da psichiatra istituzionale, ma all’epoca era usuale che gli psichiatri non parlassero da psichiatri… Era certamente il caso di Basaglia, ma anche dei fratelli Fabrizio e Diego Napolitani, di Enzo Morpurgo, di Sergio Piro, di David Cooper, e di tanti altri. Erano gli anni dell’anti-psichiatria, che oggi, credo, non esiste più.
È vero che Elvio non ha dedicato pagine specifiche alla psicosi, eppure so che aveva vari pazienti psicotici, perché me ne parlava. Stabilì un rapporto particolare con un giovane che conobbi bene anche io, figlio di personaggi all’epoca celeberrimi. Il ragazzo, bellissimo, aveva avuto grossi problemi di droga ed era visibilmente psicotico. Dopo poco si suicidò. Fu con lui che Elvio ebbe l’idea di trovare una cascina in Lombardia, affittarla, e farne un centro per giovani problematici, psicotici e non. Si mise alla ricerca di questa cascina, poi la malattia e la morte lo fermarono. Non ha scritto di psicosi, ma questa era in cima ai suoi pensieri.
 
GPC: Al di là dei retroscena sul tentativo di pubblicare le sue Opere, come per Freud e per Jung, credi che il lavoro di Fachinelli si presti ad un’operazione del genere?
 
SB: Raccogliere le opere complete di un autore importante è sempre opera meritoria. Fa risparmiare tempo e fatica al ricercatore. Ma Roberto Calasso, che ha l’esclusiva degli scritti di Elvio, direttore di Adelphi, ha scelto un’altra strada: ripubblicare di volta in volta alcuni scritti di Fachinelli seguendo l’estro dell’editore, per così dire, e il kairos del momento.
 
GPC: Nonostante sia stato allievo di Cesare Musatti, l’araldo della psicoanalisi freudiana in Italia, Fachinelli nei suoi scritti non accenna mai al suo maestro. Come mai?
 
SB: Non ho mai visto Elvio assieme a Musatti, ma me ne parlava con amicizia e stima. Musatti è stato il suo analista, non so dire fino a che punto suo maestro. Se non l’ha citato, credo che sia per una ragione molto semplice: Musatti era uno straordinario divulgatore, quando la TV lo invitava bucava lo schermo, ma non era un pensatore originale. Non ha aggiunto idee nuove, giuste o sbagliate che fossero, al monumento in progress della psicoanalisi.
 
 
GPC: Ora voglio capovolgere la prospettiva: il tuo primo libro, La strategia freudiana, è un lavoro molto denso, che mette insieme situazioni ed argomentazioni di varia provenienza. Sebbene si tratti una rivisitazione di Freud attraverso Wittgenstein e Lacan, il numero di autori che convochi a sostegno delle tue tesi è notevolmente ampio: da Kafka a Popper, fino a Baudrillard e Kuhn. Colpisce che in questo testo, che funge un po’ da attrattore rispetto ai tuoi scritti di formazione, manchi il nome di Fachinelli.
 
SB: È vero che non vi cito Elvio. Considera che, benché pubblicato nel 1984, quel libro fu scritto anni prima, ed è un libro su Freud. A quell’epoca Elvio non aveva ancora articolato le critiche a Freud che scriverà in La mente estatica. Forse non l’ho citato perché Fachinelli faceva parte della mia respirazione, non aveva da me quella giusta distanza che permetteva di farlo entrare in una bibliografia. Ero troppo dentro Fachinelli per vederlo dall’esterno.
Ma allora ero molto ingenuo. Non sapevo che non citare un autore amico che si è occupato di quel tema è quasi offensivo. Chissà, magari Elvio se ne ebbe a male.
 
 
GPC: Nel corso della vostra carriera, vi siete misurati entrambi con la figura di Lacan, intraprendendo spesso un confronto critico con lui, piuttosto che un’adesione cieca e incondizionata. Credi che tu e Fachinelli facevate riferimento allo stesso Lacan? Oppure si può parlare, proprio perché si tratta di un confronto critico e non di una semplice adesione, di due diversi Lacan?
 
SB: Lacan, come ogni altro autore, è unico, è “la cosa” a cui ci si riferisce. Ma è vero che un autore può essere investito da una miriade di sguardi diversi. Conosco tanti lacaniani, e talvolta mi chiedo “chi di loro legge Lacan come lo leggo io?” Forse nessuno. Una lettura non di routine è sempre l’incontro tra due singolarità.
Elvio aveva una grandissima stima di Lacan, ma continuava a pensare secondo le proprie linee. Soprattutto non apprezzava la sua politica, quella di farsi Maître di un’Internazionale psicoanalitica alternativa. Non pensava che la soluzione fosse un’anti-IPA. Alcuni adottano completamente la concettualità lacaniana perché proseguono la propria analisi, la propria auto-analisi, con lo strumentario lacaniano. Credo che Lacan fosse per Elvio lo sfondo del suo pensiero, ma non necessariamente gli oggetti salienti di cui si occupava. Lacan gli era utile per pensare una critica alla teoria freudiana delle difese e dell’Io, Lacan era per lui uno strumento per criticare non solo l’istituzione psicoanalitica, ma anche il pensiero analitico del mainstream, all’epoca l’Ego Psychology.
Il mio confronto con Lacan obbedisce ad altre esigenze: mi interessa l’antropologia di fondo di Lacan, le sue scelte metafisiche a monte, e confrontarle con quelle di Freud e di altri. La grande scommessa di Lacan è stata quella di far entrare il “pensiero negativo”, in senso lato hegeliano, in una disciplina che si vuole “positiva” come la psicoanalisi. Ha cercato di far entrare il pensiero dialettico in una teoria del soggetto. È questa sfida filosofica ed etica di Lacan che mi intriga.
Elvio era interessato soprattutto a questo: dimostrare che noi umani sfuggiamo non all’angoscia, non alle pulsioni, ma alla “gioia eccessiva”. Ma la gioia di Fachinelli è molto simile alla jouissance di Lacan.
 
GPC: Fachinelli è sempre stato piuttosto chiaro sui rischi di congelamento della relazione analitica: la burocrazia eternizza l’analisi – che non ha niente a che vedere con le analisi “infinite” di Freud. Ma d’altro canto, non mi risulta che egli si sia mai pronunciato sulla questione opposta: quando, secondo lui, un’analisi ha fine?
 
SB: Secondo me Fachinelli non dice che le analisi si eternizzano per ragioni burocratiche. Anzi, la burocrazia SPI stabilisce dei tetti di ore di analisi…  Anche se si tratta di analisi di pazienti normali, non didattiche, per lui l’analisi si eternizza perché viene a crearsi un transfert intrappolante, “claustrofilico” come dice lui. Ricordo che un nostro amico disse di essere da quattro anni in analisi – una durata che oggi è considerata minima. Ma Elvio si mise allora a cantare una canzone napoletana sull’eterno amore… Egli non voleva che le analisi si protraessero troppo a lungo. Le pensava come colpi puntuali. L’analisi non doveva essere una ri-educazione su tempi lunghi, ma produrre giusto l’incidente sulla via di Damasco, quello che converte.
Nessuno è mai riuscito a dire quando e perché finisce un’analisi. O meglio, per i lacaniani il criterio c’è: l’analisi veramente finita è quella grazie a cui l’analizzante si trasforma in analista. Ogni analisi che finisce senza che l’analizzante diventi a sua volta analista è un’analisi interrotta. Non era certo questa l’idea di Elvio. Trovava questo criterio auto-referenziale. Egli concepiva la psicoanalisi come uno strumento sociale, come un intervento da ASL, puntuale, e di cui potevano usufruire potenzialmente vaste masse. L’analista è una meteora, o piuttosto un meteorite, non un convivente. Egli credeva davvero che la psicoanalisi, fino ad allora riservata a coppie idilliache avvinghiate per anni, potesse diventare uno strumento di profilassi spirituale per la società.
Se si legge attentamente “Analisi finita e infinita” di Freud si vedrà comunque che, per Freud, ogni analisi è analisi interrotta. Il punto è quando si interrompe. Per Freud l’analisi finisce, si interrompe, quando il soggetto si confronta con l’impossibile: con il desiderio di non essere più… femmina. Sia gli uomini che le donne fuggono la femminilità. E quindi, all’origine di tutti i problemi c’è il rigetto della propria femminilità. Fachinelli dirà che bisogna, finalmente, accettare la propria femminilità, non vederla come castrazione.
In America gli analisti si fanno pagare somme ingenti, e per quattro sedute a settimana! A parte una piccola porzione di ricchi, affrontano analisi così costose solo aspiranti analisti. Insomma, in America gli analisti IPA fanno quasi sempre solo analisi didattiche. E una volta che un allievo diventerà analista… farà a sua volta analisi didattiche. La psicoanalisi si rivela così un mondo chiuso, una bolla che si gonfia, una sorta di monade leibniziana senza porte né finestre. E dà ragione a quel che dice uno dei grandi Inquisitori della psicoanalisi, Frederick Crews: “Una analisi non cura, è vampirismo. Un analista freudiano produce un nuovo freudiano, che se ne andrà in giro producendo altri freudiani…” Ecco, Elvio, da uomo di sinistra, rigettava questa idea vampiresca dell’analisi. Per lui la psicoanalisi doveva guarire, anche se non nel senso della psichiatria corrente. Doveva aiutare gente che non aveva mai sentito parlare di Freud. Io sono eticamente solidale con questa visione.
 
GPC: In quello che è probabilmente il tuo scritto più decisivo su Fachinelli, La <<gioia eccessiva>> di Elvio Fachinelli, affermi che mentre lui vedeva nel destino della psicoanalisi un’irreversibile industrializzazione, “La Fiat dell’anima”, uno “zombi enorme”, tu sei più dell’idea che essa appartenga ancora ad una forma di artigianato, “che a stento resiste all’impatto del Supermercato degli Antidepressivi e delle Nuove Tigri Cogntiviste”. Ti andrebbe di sviluppare questa distinzione?
SB: Fachinelli diceva quella cosa a cavallo degli anni 70 e 80, quando la psicoanalisi raggiunse la sua massima popolarità, e dove quindi si poteva pensare che gli analisti, assediati da un numero enorme di pazienti, fossero ormai delle catene di montaggio psicoanalitiche. Poi la situazione è cambiata. Negli anni 90 da più parti si è decretata la morte della psicoanalisi. La psicoanalisi è stata sempre più emarginata nelle stesse facoltà di psicologia, e cancellata nelle scuole di psichiatria. I professori ordinari psicoanalisti sono stati poco a poco sostituiti da ordinari cognitivisti, neuroscienziati, teorici dell’attaccamento, psicologi evoluzionisti… Elvio non ha avuto il tempo di vedere tutto questo. Oggi gli psicologi e psichiatri accademici considerano la psicoanalisi come noi consideriamo la frenologia dell’Ottocento: una curiosità storica, un primo lodevole tentativo di tematizzare il cervello, ma oggi del tutto inutilizzabile.
Oggi però il vento sta ancora cambiando, sembra che la psicoanalisi stia tornano sul proscenio, ma in abiti diversi. Vedo che i media danno spazio a nuove star psicoanalitiche, in Italia Massimo Recalcati, Vittorio Lingiardi, Luigi Zoia…. E poi ci sono le grandi star internazionali, Žižek, Badiou, Kristeva, Butler, Critchley, Marsha Cavell, Fonagy…. Forse la psicoanalisi potrebbe dire come Mark Twain scrisse dopo che fu annunciata la sua morte su un giornale: “La notizia della mia morte è ampiamente esagerata”.
 
GPC: Un notevole punto di convergenza formale tra te e Fachinelli è ravvisabile, a mio avviso, nella questione della traduzione. Si direbbe che per entrambi il tradurre rappresenti non solamente un mezzo divulgativo, ma anche critico, quasi pedagogico. Tutti e due infatti, pur non manifestandolo apertamente, sembrate voler invalidare quanto più possibile il “binomio tradurre-tradire”. Non a caso, al di là delle vostre traduzioni ufficiali (penso, una su tutte, alla tua traduzione del Seminario XX del 1983 e ai lavori di Fachinelli sulle Opere freudiane), le vostre pubblicazioni sono costellate di approfondite analisi sulla liceità o meno di rendere determinati concetti in un certo modo: la ripetizione kierkegaardiana che in Fachinelli diventa ripresa, il point de capiton lacaniano che correggi “punto di impunitura”, per non parlare dei titoli di alcuni importanti saggi di Freud (Per introdurre il narcisismo, Al di là del principio di desiderio-godimento eccetera). Ti andrebbe di spendere due parole a riguardo?
 
SB: Sia Elvio che io abbia praticato il mestiere di traduttori. Io ho tradotto molto dal francese e dall’inglese, lui dal tedesco.
Credo che la nostra grande attenzione alle parole che si usano, il non lasciar passare con nonchalance le sinonimie, ci venga proprio dalla pratica analitica. E’ questa pratica che acuisce enormemente la sensibilità al significante. Ad esempio, un paziente mi dice “Rischio davvero di avere una promozione sul lavoro”. Perché “rischio”? Per il paziente è un modo di dire, ma la cosa mi mette la pulce all’orecchio. Andando avanti, emerge che, in un certo senso, la promozione era qualcosa che davvero, inconsciamente, rischiava. La parola non era stata scelta arbitrariamente.
Nel mio caso, il grande scrupolo nel maneggiamento del significante mi viene dai libri e seminari di Roland Barthes, che seguii per anni, e dai lavori di Jacques Derrida, instancabile cesellatore dei giochi della scrittura. Comunque, sia Barthes che Derrida si ispiravano alla psicoanalisi.
 
GPC: Prima hai parlato di una inesorabile cattura di Fachinelli nel discorso accademico, come dire: prima o poi toccherà anche a lui. Ma proprio perché non esistono dei cosiddetti “fachinelliani”, questa declinazione del suo pensiero dovrà essere compiuta, presumibilmente, da freudiani o lacaniani. Il pericolo di una tale operazione è quello di una sussunzione di Fachinelli e del suo lavoro ad una delle due “parrocchie”, facendo sì che egli finirà per essere ricordato (accademicamente) come un freudiano o come un lacaniano. E questo perché, per quanto Fachinelli si sia occupato di qualunque cosa (filosofia, politica, persino letteratura), solo un’appropriazione clinica potrà risultare la meno dispendiosa e dispersiva. Volendola vedere in questo modo, dove credi che finirà Fachinelli?
 
SB: Il paradosso della fortuna post mortem di Elvio è che lui è elogiato sia dai suoi colleghi SPI che dai lacaniani. E anche da altri psicoterapeuti, ad esempio da Pietro Barbetta, che dirige il Centro Milanese di Terapia Familiare. Eppure, lui ha criticato sia i suoi colleghi SPI, come è noto, sia i lacaniani.
Lui era del tutto estraneo alla mentalità di scuola, alla venerazione per Sacri Testi su cui esercitare un’esegesi infinita e cavillosa, alle fedeltà alla propria setta. Non a caso, non è mai stato membro di un’organizzazione extra-parlamentare (come si diceva allora) pur piccola. Siccome era un ottimo scrittore, che appassiona giovani come te, tutti cercano di tirarlo un po’ dalla loro parte. Ma Fachinelli resta Fachinelli, non inscrivibile in Altro.
Elvio non ha avuto allievi, a parte qualche rada eccezione come Lamberto Boni, perché non ne ha voluti. Oggi prende molto da lui l’analista SPI Cristiana Cimino. Non ha costruito un Sistema che leghi gli allievi in una sorta di contratto a vita, ha svolto piuttosto il ruolo del Grillo parlante di Pinocchio, e il Grillo parlante non può avere allievi.
 
GPC: Anche tu, a modo tuo, ti ritieni un Grillo parlante?
SB: Certamente sì, anche se - come in Pinocchio – il Grillo parlante fa una brutta fine. Se l’intellettuale non è un grillo parlante, che ci sta a fare? Oggi la maggior parte degli intellettuali sono comprati dai media o da altre istituzioni per dire a Pinocchio “Bravo, vai nel Paese dei Balocchi!” Ma sia chiaro che il Grillo parlante non è più saggio di Pinocchio: gli fa da specchio. È il proprio specchio che Pinocchio non vuol vedere.
 
GPC: Eppure, la prima traduzione in lingua inglese di un libro di Fachinelli (La freccia ferma), è ad opera di Lorenzo Chiesa, che per quanto lacaniano è comunque un filosofo, non un clinico. Quanto credi che questo inciderà sulla divulgazione di Fachinelli all’estero?
 
SB: Lorenzo Chiesa è un filosofo ma conosce benissimo la psicoanalisi. È vero: Fachinelli rischia di essere introdotto nel mondo anglo-americano non da analisti ma da italianisti, in un contesto accademico. Ma questo sembra il destino della psicoanalisi tutta: in passato il suo baricentro erano i medici psichiatri, poi sono divenuti gli psicologi, oggi sono: filosofi, femministi, storici, critici artistici e letterari... È quel che in qualche modo accadde, molto prima, al marxismo. Fino a un secolo fa i grandi pensatori marxisti erano anche e soprattutto dei condottieri politici: Marx, Engels, Turati, Lenin, Gramsci… Poi sempre più sono divenuti professori universitari. Oggi anche la psicoanalisi rischia di essere una disciplina squisitamente universitaria dei dipartimenti umanistici. Mentre la pratica analitica sembra sempre più lasciata in uno stato accademicamente brado.
 
GPC: Una vostra intervista apparsa su L’Espresso fece decisamente scalpore. Si chiamava “Sull’<<impossibile>> formazione degli analisti”, era il 1988. Alcuni analisti SPI rimasero indignati – cosa che, non per caso, Fachinelli accolse come un successo. Dieci anni dopo, nell’introduzione ad un volume da loro curato in cui riappariva l’intervista, Conci e Marchioro tengono a puntualizzare che quel tuo contributo era “ancora troppo critico”. Io credo che anche questo possa dirsi un successo: vuol dire che le vostre parole, a distanza di dieci anni, insistevano su una ferita tutt’altro che rimarginata. Sono ormai passati trent’anni: come credi che andrebbe letta, oggi, quell’intervista?
 
SB: Andrebbe letta così come fu letta all’epoca, dato che la situazione della formazione degli analisti, almeno al di dentro della SPI, è rimasta sostanzialmente invariata. Oggi però non fa più scalpore come allora, perché è subentrata una grande rassegnazione. Anche se, ripeto, la sua critica non si applica ai lacaniani, che già avevano sperimentato modi di cooptazione degli analisti che escludono l’analisi didattica. Ma nemmeno molte loro organizzazioni lacaniane sfuggono alla statuaria gerarchica che denunciava Fachinelli in quella conversazione.
 
GPC: Prima hai accennato al femminismo. Da come mi sembra di aver capito, nei primi anni ’70 Fachinelli salutava nel femminismo (più di altre minoranze in cui rilevava un potere trasformativo) la maggior molla oppositiva alla psicoanalisi. Successivamente, si ha l’impressione che il suo interesse per questa iniziativa si sia ridimensionato. Credi che possiamo attribuire questo retro-front specificatamente al femminismo, oppure ad un più generico ripensamento del potenziale trasformativo delle minoranze?
 
SB: Credo che sia per la seconda ragione. A partire dagli anni 80 aveva percepito chiaramente il “riflusso”, come si chiamò allora, e capì che quella forza rinnovatrice delle minoranze, come le chiami tu, si era esaurita. Direi che allora la via psicoanalitica gli riapparve come più interessante della via politico-giornalistica. E in questo “riflusso” generò la sua unica figlia, Giuditta. Si rese conto che era finita l’epoca di essere giustamente figli in rivolta, e di diventare padri giusti.
Certamente Fachinelli dette molto spazio alle femministe nella sua rivista “L’erba voglio”, ma non apprezzava gli aspetti millenaristici, catastrofisti, settari, di certo femminismo. Ricordo che una volta ci giunse in redazione un articolo firmato da “Le streghe romane”, credo. Era una critica assolutamente radicale al mondo, anche architettonico e tecnologico, come “maschile”. Si rigettava il progetto di eguaglianza professionale, spregiavano il fatto che le donne potessero essere poliziotte, generali, imprenditrici, leader politiche proprio come gli uomini… Volevano ricostruire le città in modo non più “fallico”, in stile femmineo… Erano forme di radicalismo messianico femminista allora diffuse. Elvio respinse subito questo articolo proprio perché messianico. E disse una cosa bella: “Gli utopisti, che vogliono cambiare assolutamente tutto, sono come Prometeo: si mangeranno il fegato per il resto della loro esistenza.”
 
GPC: Finora non abbiamo fatto che parlare “bene” di Fachinelli, concentrandoci sulle somiglianze e sulle differenze che attraversano il vostro pensiero. Ora invece vorrei chiederti qualcosa di più: vi era tra di voi un punto di aperta dissonanza, qualcosa per cui vigeva una insopprimibile non-condivisibilità?
 
SB: A pensarci bene, le non-condivisibilità erano poche. Potevamo avere dei dissensi su cose specifiche, sul modo di valutare un politico ad esempio, o uno psicoanalista, ma nell’insieme ci trovavamo in consonanza. Certo lui si sentiva molto più coinvolto nel mondo militante, in quel mondo giovanile di sinistra che Nanni Moretti ha ben illustrato in “Ecce bombo”, e che io invece percepivo già con l’ironia che sarebbe stata di Moretti. In me il disincanto nei confronti del Movimento (che non era solo politico, ma culturale e morale) era più esteso del suo. Ma poi negli anni 80 mi ha raggiunto, diciamo così.
Avevamo entrambi una franca antipatia per il partito comunista di Berlinguer, che allora monopolizzava l’opinione di sinistra “perbene”, e di cui tanti parlano ancora con nostalgia. Io non l’ho mai votato, e credo che non lo votasse nemmeno lui. Lo chiamava “il partito dei Buoni”. C’era in entrambi una gran voglia di anti-conformismo, anche di anti-conformismo contro le conformità di sinistra. La paterna saggezza berlingueriana ci appariva paludata e nel fondo perdente. C’era in entrambi, credo, un forte desiderio di marginalità, di cantare fuori dal coro.
Mi disse chiaramente, molto prima di Hobsbawm, che il nostro sarebbe stato un secolo breve: “è avvenuta la catastrofe del secolo - mi disse nel 1985 – la fine del comunismo”: Vi vedo un segno simbolico nel fatto che sia morto nel 1989, quasi durante il crollo del muro di Berlino. Ma questo crollo lo aveva già vissuto per suo conto.
 
GPC: Durante una nostra conversazione, mi hai detto una cosa come “tu sei giovane, è normale che credi nella parrhesia”. Eppure, leggendo Fachinelli, a me sembra che in lui questa fede nella parresia sia persistita sino alla fine, come se egli, dopotutto, non fosse mai “invecchiato”. Tu che ne dici?
 
SB: La parrhesia, occorre dirlo, è il parlar franco, dire pane al pane e vino al vino. Certamente Elvio era una persona molto franca, ma non era mai provocatorio né irritante. La parrhesia può essere anche un’arma contundente, è una virtù che può servire a viziosi attacchi all’altro. Più che la franchezza mi colpiva in lui un certo senso dell’humour, uno sguardo un po’ sarcastico sulle cose. La sua franchezza era sorridente.
 
GPC: E tu invece? Ti vedi più come un provocatore o come un umorista?
 
SB: Un provocatore può essere umorista, e un umorista può provocare. Forse puoi rispondere meglio tu a questa domanda.
 
GPC: Alcuni autori avvicinano Fachinelli alle correnti intersoggettiviste, come ad esempio a Sullivan. Altri, rintracciano in alcune sue idee un’affinità junghiana. Quanto credi che queste similitudini siano verosimili e quanto invece, secondo te, sono frutto di una sorta di “febbre associativa”?
 
SB: Escluderei assolutamente l’affinità junghiana, basta leggere quello che Fachinelli ha scritto di Jung. È evidente che non lo apprezzava molto.
Quanto all’intersoggettivismo, se non lo si specifica, esso può essere attribuito a chiunque. Anche Freud, quando elabora il concetto di transfert è intersoggettivista? E quando i kleiniani insistono sul controtransfert o sull’identificazione proiettiva, sono intersoggettivisti? E Lacan era intersoggettivista? Certamente il suo articolo su “Il tempo logico” può essere interpretato in chiave completamente intersoggettivista. In psicoanalisi tutti siamo intersoggettivisti, nel senso che pensiamo tutti che l’analisi sia un processo che coinvolge almeno due persone. “Intersoggettivismo” significa tutto e niente. E non vedo perché Fachinelli debba essere considerato più intersoggettivista di altri.
L’intersoggettivismo è una filosofia, un punto di vista sub specie aeternitatis, quindi incommensurabile con la pratica analitica, che ruba dalle teorie, ma non vi si basa.
 
GPC: Non a caso, Fachinelli ha insistito a più riprese sulla questione del denaro in analisi, intendendo con ciò non il più edulcorante “onorario”, ma molto più realisticamente “i soldi che si rifilano all’analista”, come ebbe modo di rispondere a certi seguaci di Verdiglione. Cosa credi che l’abbia portato a rimarcare con tanta enfasi questo punto caldo della psicoanalisi? Una critica lucida e senza compromessi, oppure il bisogno di esternare un proprio “sintomo” - qualcosa che, magari, lo riguardava in modo personale, oltre che professionale?
 
SB: Come ho detto, fui male accolto nel suo gruppo, in un primo momento, perché mi facevo pagare un seminario che tenevo altrove, critica che allora trovai allucinante. La questione del denaro certamente turbava Elvio. Come turba qualsiasi analista di sinistra. La psicoanalisi è una pratica “liberale”, nel senso di liberal art, “professione libera” come diciamo noi, che si regge su prestazioni contro onorari. Un tempo esisteva anche la “libera docenza”, che un certo truce socialismo ha eliminato dall’università. Quando Basaglia e gli altri marxisti attaccavano la psicoanalisi come “tecnica e scienza borghese” avevano assolutamente ragione, dal loro punto di vista. Perciò di solito la psicoanalisi non decolla in paesi più o meno socialisti. Incontrai dei giovani analisti a Cuba – tutti lacaniani – ma fui guardato con molta diffidenza quando chiesi di essere informato sulla loro pratica.
Una cosa è certa: la psicoanalisi non è “socialista”. Ma Elvio era anche socialista, da qui il dissidio interiore, il suo senso di colpa suppongo. La sua insistenza sul denaro anale, e sul tempo anale che ne consegue, va visto come un’autocritica. Un radical come lui ha scelto di praticare una professione che più “borghese” non si può. Questo andrebbe ricordato ai vari Žižek, Badiou, ecc. ecc., insomma ai freudo-marxisti. Da qui la sua voglia di escogitare una psicoanalisi “per il popolo”. Ma qui è il punto: è essa mai possibile?
Il paradosso è che in alcuni paesi, come Austria e Germania, la psicoanalisi è in parte socialista. Nel senso che 300 sedute sono pagate dallo stato, l’equivalente più o meno di due anni di analisi. Ora, questa intromissione dello stato nel rapporto analitico è condannato e attaccato, guarda caso, proprio dagli analisti di estrema sinistra! Essi rivendicano la libertà dell’analisi da ogni controllo statale – leggi: non un soldo dallo stato! – con gli stessi identici argomenti dei neo-liberali! Un analista può anche avere non dico una maschera, ma dieci maschere socialiste e comuniste: se è analista è de facto un liberale. E devo dire che la cosa fa problemi anche a me, che non mi considero liberale. Anche io ho i miei rimorsi, come tutti.
 
GPC: Alcuni degli autori che hai citato fanno del loro meglio per ristabilire, anzitutto, un presunto potere trasformativo della psicoanalisi. Secondo loro, al di là della sua funzione clinica, la psicoanalisi ha un’inesauribile capacità politica. Tu stesso, poco fa, ti sei pronunciato con parole simili, sebbene meno iperboliche, quando hai detto che in Fachinelli la psicoanalisi costituisce “uno strumento di profilassi spirituale per la società”. Insomma, essa non si limiterebbe alle sue facoltà demistificatorie, a dis-otturare la realtà dai grumi ideologici, ma delineerebbe soprattutto una pratica che, per dirlo alla Žižek, esorta a “chiedere l’impossibile”. Credi che simili programmi rimangano ancora fedeli all’ essenziale dell’agenda psicoanalitica? O pensi che siano già altra cosa?
 
SB: Per usare le tue parole, le facoltà demistificatorie della psicoanalisi coincidono con la sua supposta pratica politica: non c’è una cosa e in più l’altra, le due cose corrispondono. Demistificare è la politica analitica. Questo almeno nella visione dei freudo-marxisti, e Fachinelli è stato – non sempre – freudo-marxista. Io non lo sono, come ben sai.
Sono convinto comunque che la psicoanalisi sia una pratica politica, che interessi la Polis e non solo un certo numero di persone che vanno in analisi, come sono pratiche politiche il culto religioso, la frequentazione di mostre e concerti, gli abbonamenti a palestre e fitness, la partecipazione a chat lines, ecc. ecc. Che cosa NON è politico? Anche cose privatissime come abortire, andare a letto con persone del proprio sesso, fumare canapa indiana, ecc., sono temi politici, come è noto. Tutto lo è, e certo la psicoanalisi non sfugge a questo. Il punto è che politica la psicoanalisi, per lo più inconsciamente, fa. Qui cominciano le divergenze.
Quanto all’idea di Žižek secondo cui l’analisi servirebbe a “chiedere l’impossibile” – suppongo impossibile in senso lacaniano, il Reale – confesso che mi era sfuggita. Bisognerebbe situarla nel contesto. È ben noto che Žižek è un romantico, non a caso riporta Lacan all’idealismo tedesco. Io ho sempre diffidato, invece, dell’idealismo tedesco. Per Freud (“Analisi finita e infinita”) era vero il contrario: la nevrosi esiste perché ciascuno chiede l’impossibile. Soffriamo perché vogliamo la luna (ovvero: cessare di essere quel che tutti siamo, femmine). L’analisi ci aiuta a fare il lutto della luna. Ed è grazie al fatto che ci feriamo narcisisticamente rinunciando a chiedere la luna che possiamo soddisfarci, finalmente, chiedendo – e ottenendo – qualcosa di più terreno. Come vedi, la mia divergenza da Žižek è radicale. Anche se lo ammiro come saggista del cinema.
 
GPC: E quanto all’omissione della gioia dalla Cosa lacaniana? Fachinelli imputava a Lacan di aver trascurato l’altra faccia, per così dire, dell’esperienza estatica. E di conseguenza, esiste secondo te la gioia eccessiva al centro dell’esperienza estatica oppure c’è solo il suo rovescio, l’orizzonte autocombustivo e dissipativo della jouissance?
 
SB: Come ho detto prima, Fachinelli partiva da una filosofia precisa: che l’inconscio non è una minaccia in sé, ma una fonte creativa. Se lo rimuoviamo, è perché troviamo qualcosa di minaccioso in una forza di per sé positiva. Infondo, Fachinelli pensa l’inconscio come Freud lo pensava nel Motto di spirito e i suoi rapporti con l’inconscio: qui l’inconscio non ci infligge guai, e nemmeno sogni, ma ci fa ridere. Ci libera. E’ l’idea fachinelliana dell’inconscio un’estensione del Freud del Witz? Quando facciamo una battuta, non muoviamo delle cose rimosse, ma giochiamo, per lo più col significante: l’inconscio non è solo rimozione, repressione, mettere via, ma è anche una forza attiva, trasgressiva e quindi creativa. Creazione è trasgressione, Fachinelli ne era convinto, ma era anche l’idea di un “certo” Freud.
Possiamo metterla così: l’inconscio per Fachinelli era humour.
Il godimento lacaniano è piuttosto, invece, tragico. Ciò che ci fa godere può portarci anche alla morte. Come nelle tossicodipendenze. Ma possiamo vedere il tragico di Lacan (il godimento) in termini nietzscheani, quando Nietzsche promuove la propria filosofia come “gaia scienza” eppure tragica. Gioiosa tragica scienza. C’è un corto circuito tra il tragico e la gioia. Mio padre, che era filosofo, usava in arte il termine osceno “ho goduto” solo in un caso: quando aveva assistito a una bella tragedia greca.
Tutto il problema è là: che cosa è gioioso nel tragico? E non c’è nel gioioso qualcosa di tragico, di eccessivo, per cui lo mettiamo da parte? È la domanda che si è posta sempre Elvio, senza mai trovare risposta. Né io, del resto, avrei la risposta.

 

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Quando in un’ intervista si incontrano due belle menti , non riesci a staccarti dalle parole. Intervista che apre orizzonti ai nostri pensieri. Densa di richiami filosofici importanti che fanno pensare quanto sia infruttuoso dialogare in una cerchia di soli analisti, ma cercare la voce dei nostri cugini filosofi.Chapeau anche per il rispetto verso l’Altro che permea tutti i commenti.


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