A proposito de "L’Uno-tutto-solo" (J.A. Miller, A. Di Ciaccia, Astrolabio, Roma 2018): INTERVISTA A DI CIACCIA

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25 marzo, 2019 - 08:02
Gioele P. Cima: Numerosi seminari di Miller sono tutt’ora inediti, come mai avete deciso di dare alle stampe proprio questo? 
Antonio Di Ciaccia: Sapevo che questo Corso di Miller (è così che viene denominato l'insegnamento orale di Miller per distinguerlo da quello di Lacan, chiamato Seminario) era pronto da qualche anno, ma Miller non intendeva pubblicarlo in francese, nonostante fosse stato redatto con un lavoro minuzioso da Christiane Alberti e Philippe Hellebois. Mi sono ritrovato a chiedere a Miller che mi permettesse di pubblicare tutta la serie dei suoi Corsi. Non era la prima volta che glielo chiedevo, ma questa volta mi disse di sì, ma solo per questo Corso, e mi chiese di integrarlo e di cofirmarlo.
GPC: L’Uno-tutto-solo è l’esito di un corso seminariale che Jacques-Alain Miller ha tenuto nel 2010-2011. Eppure, il titolo del corso era “L’Essere e l’Uno”, c’è un motivo particolare dietro questo cambio di denominazione?
ADC: È Miller stesso che ha cambiato il titolo senza darne spiegazione, almeno per quanto ne sappia io. È comunque evidente che i due titoli rinviano a due assi della filosofia che si intersecano ma non si sovrappongono: quello, che chiamerei classico, in cui si aggiunge all'Essere un complemento come il Tempo o il Nulla, e l'altro asse, più inatteso, che fa irrompere la problematica dell'Uno senza l'Altro, in altri termini: del godimento senza il linguaggio. Solo la psicoanalisi poteva centrare questa problematica.
GPC: Il testo si annuncia come un’organizzazione dell’insegnamento dell’ultimo Lacan. Volendone delimitare i confini, chi è “l’ultimo Lacan”?
ADC: L'ultimo Lacan inizia con il Seminario XX dal titolo Encore, Ancora. Come al solito Lacan non annuncia a gran voce il cambiamento, ma lo fa presentandolo come fosse una continuazione. Eppure, a ben guardare, si nota subito il cambio di registro. Il titolo stesso evoca il corpo, piuttosto assente nel Lacan del simbolico, la tematica si sviluppa non tanto intorno al fallo (questo strano personaggio fulcro di tutta la teoria analitica) ma punta verso l'al di là del fallo. Qui si apre una dimensione nuova: al centro del funzionamento dell'inconscio non troviamo più né il fallo né la parola, i quali, pur presenti, devono deporre le armi di fronte a un godimento inatteso: un godimento che non si ammanta del potere, che non si lascia ingabbiare nelle limitazioni, che sfora sempre per andare al di là del linguaggio. Godimento che è amante del corpo e soprattutto di quella sfera che Lacan chiama godimento femminile, e di cui dà qualche spunto nel vissuto del mistico, ma anche nel fatto che l'artista sia lui stesso un poema, o che si possa incarnare un vuoto che risponda alla struttura dell'inconscio e che sia capace di far desiderare, come accade in quella funzione che egli chiama "desiderio dell'analista".
GPC: Quando parliamo dell’Uno in Lacan non ci riferiamo a quello della Scolastica o dei neoplatonici. Di che Uno si tratta?
ADC: Sia nella Scolastica come nei neoplatonici, ma anche in Spinoza, l'Uno è indissociabile dalla questione Dio. L'Uno di Lacan non ha niente a che vedere con questa questione. Si può parlare di ateismo? No, perché coloro che professano di essere atei, e Lacan l'ha spiegato molto bene, fanno rientrare di soppiatto dalla finestra quello che hanno gettato a calci dalla porta. Quindi quando Lacan parla di ateismo vuol dire tutt'altro di quello che comunemente si intende nell'uso corrente del termine. Credo del resto che Lacan pensasse che ci fosse un ateo, quello sarebbe stato solo lui, e qualche altro. Non disse forse una volta che "i veri atei sono in Vaticano"?
 
GPC: Cosa vuol dire che il lacanesimo è un razionalismo (p. 44)?
ADC: Vuol dire che Lacan cerca le ragioni logiche di quel funzionamento che chiamiamo inconscio. Lacan ha sempre rifiutato di appoggiarsi sull'ineffabile. Egli voleva come strappare qualcosa del sapere dell'inconscio sebbene si rendesse conto che l'uomo, in modo automatico e direi naturale, e quindi anche lui stesso, si adagi sul "non volerne sapere niente". È andando di forza controcorrente rispetto a questo non volerne saper niente che egli è riuscito a darci degli elementi precisi di questo "mistero del corpo parlante" che egli ha chiamato "il reale" nel Seminario Ancora (p. 125).
GPC: Che ne è del Padre nell’ultimo Lacan?
ADC: In un primo tempo Lacan aveva evidenziato la funzione simbolica del Padre rispetto alla sua realtà concreta: lo vediamo chiaramente quando nella Questione preliminare burla chi crede che la psicosi sia dovuta a un padre giramondo o ubriacone, per il fatto che la psicosi non è dovuta a una carenza del padre della realtà ma a una mancanza del padre simbolico, da lui chiamato Nome-del-Padre. L'ultimo Lacan invece rimette in campo il padre della realtà: lo vediamo chiaramente nel Seminario Il sinthomo dove è preso di mira il padre di Joyce e la sua condotta. Ma questo è possibile solo dopo aver sbrogliato gli elementi strutturali in questione: il Padre, anche lui, è un sembiante che copre come un velo ciò di cui si tratta, ossia il reale del godimento. Il funzionamento del godimento, il fatto che per il parlessere sia impossibile possederlo (quello che la mitologia analitica chiama il godimento incestuoso per la madre) ma che sia comunque possibile acciuffarlo a spizzichi e a bocconi (quello che la mitologia lacaniana chiama l'oggetto a) vuol dire, per Lacan, che la strada per una delucidazione del funzionamento inconscio non la si troverà nelle  prediche trite e ritrite delle favole che pullulano nell'immaginario umano, ma in qualcosa più simile alla scienza, e che Lacan chiama entropia. Ma c'è ancora della strada da fare, perché l'entropia non fa vibrare il cuore umano, ma le messe in scena fantasmatiche sì.
GPC: Il testo freudiano che ha segnato la svolta dell’ultimo Lacan è stato Inibizione, sintomo, angoscia. Perché?
ADC: Questa triade indica come si cristallizzano le risposte dell'essere umano rispetto alle grandi questioni di cui è portatore il grande Altro, in altri termini il suo proprio inconscio. Certo, è suggestivo che si tratti di una triade e Lacan stesso le ha articolate in un suo testo con il nodo borromeo. È anche suggestivo il fatto che l'ultima triade borromeana per il parlessere è composta da: debilità (lmmaginario), delirio (Simbolico) e abbindolamento (Reale), come ribadisce J.-A. Miller nel suo L'inconscio e il corpo parlante.
GPC: Cosa vuole dire che l’inconscio è un’ipotesi? (p. 141)
ADC: Definire qualcosa con un termine negativo non è certo il massimo della chiarezza. Come sappiamo il secondo capitolo del Seminario I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi ha come titolo: "L'inconscio freudiano e il nostro". Questo precisa già la distanza che Lacan prende da tutte letture ontologiche o mitiche sviluppate da tutti quelli che sono venuti dopo Freud. Tuttavia Lacan ha mantenuto questa definizione dell'inconscio: si tratta di un'ipotesi nella misura in cui è quello che risulta a partire dalla clinica. Sappiamo che solo alla fine del suo insegnamento Lacan si è arrischiato a lasciare l'ipotesi per una tesi. E questa tesi è definita nel termine parlessere. In modo ironico nel testo di Lacan su Joyce il parlessere dice all'inconscio: "fatti in là che mi ci metto io" (Altri scritti, p. 558).
GPC: Lacan, dice Miller, “aveva un certo rispetto per l’impero” (p. 137), intendendo con Impero una contingenza storica in grado di garantire la compatibilità - per lo meno apparente - di soddisfazioni eterogenee e di organizzazioni culturali diverse. Non a caso quando nel 1967, nell’Allocuzione sulle psicosi infantili, Lacan preannuncia la distruzione di questo impero, parla di segregazione, ovvero della separazione nell’epoca post-imperiale di masse umane che sarebbero invece destinate a condividere lo stesso spazio. In questa prospettiva, quanto c’è di anacronistico e quanto c’è invece di storicamente mediato (il conflitto delle civiltà e l’iperedonismo) nel passaggio dal soggetto sempre legato all’Altro a quello tutto solo?
ADC: La mia lettura è che Lacan configura la segregazione su più piani: c'è un livello in cui l'Impero, o in altri termini il dominio del Nome-del-Padre, assicura la separazione tra i diversi godimenti, per esempio all'interno dei componenti della famiglia. Alla fine dell'Impero vediamo sorgere gli imperialismi che non sanno più come fare perché delle masse umane restino separate, e questo lo si constata anche a livello familiare. A questo punto Lacan prospetta che la segregazione può prendere, anzi è inequivocabile che l'abbia già presa almeno da diverso tempo, la strada della segregazione nel reale e il cui nome è: campi di concentramento. Mi sembra chiaro che Lacan non preconizzi la restaurazione dell'Impero paterno, ma l'approfondimento di quello che c'è di operativamente nuovo e che si condensa in quel plusgodere che è presente, anche se in modo diverso, in tutti i discorsi umani.
GPC: Alcuni filosofi marxisti hanno avanzato questa ipotesi: ci sono due ritorni a Freud nell’opera di Lacan. Il primo sarebbe quello della linguistica strutturale, che vede in Freud un precursore di Saussure e Jakobson, e culmina nel motto “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”. Il secondo ritorno a Freud invece avverrebbe dopo la famosa Scomunica del 1963 e si caratterizzerebbe per un accostamento del padre della psicoanalisi a Marx e al godimento come plusvalore. È d’accordo?  Ritiene che Marx sia stato così influente nel passaggio dal godimento immaginario a quello reale?
ADC: Ci sono effettivamente due ritorni a Freud. Il primo è il Freud del lapsus e del motto di spirito, condensato nell'aforisma “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”. Il secondo ritorno avviene quando Lacan mette l'accento sul fatto che il sintomo non è solamente quella metafora che si giostra tra le formazioni dell'inconscio, ma è godimento: un godimento fisso che si ripete a iosa. Lacan dice che il sintomo analitico lo si deve a Marx. Questo non vuol dire che Freud non si fosse accorto della valenza di godimento del sintomo. Per Lacan il sintomo è marxiano poiché egli trova in Marx il modo per affrontarlo: si tratta del plusvalore. Lacan dice di aver agganciato e sovrapposto al plusvalore la nozione di plusgodere, ma rivestendolo a rovescio. Perché al rovescio? Perché il plusvalore è un effetto del discorso del capitalista, mentre il plusgodere è la soluzione della rinuncia al godimento ed è, in quanto tale, causa dell'emergenza del desiderio inconscio.
GPC: Altri invece vedono nel Seminario XX un condensato del suo intero insegnamento, definendo ciò che viene dopo “difficile da categorizzare”, cosa ne pensa?
ADC: È una pura sciocchezza. Oserei dire che è vero che Lacan alla fine del Seminario XX rovescia il tavolo della sua stessa elaborazione teorica della psicoanalisi, ma la nuova elaborazione che Lacan formula è immensamente più intrigante e attraente, e J.-A. Miller ce lo ha mostrato e dimostrato con dovizia. È anche vero però che Lacan ci lascia sulle soglie di un immenso lavoro da fare e di cui non so proprio se gli psicoanalisti degli anni futuri ne saranno all'altezza. Vedendo che oggi i più intraprendenti si infilano nell'imbuto di una strana restaurazione, non si può certo dire che il futuro per la psicoanalisi sarà roseo.


 

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